Il tesoro del Presidente del Paraguay

Part 3

Chapter 33,694 wordsPublic domain

Mastro Diego e Cardozo, che avevano seguìto le diverse fasi della battaglia col cuore stretto e la fronte madida di un freddo sudore, si risollevarono, guardandosi fissamente in viso.

— Sono saltati, — disse il mastro con viva emozione.

— Lo credi? — chiese Cardozo, su’ cui occhi tremolava un lagrimone.

— Lo temo.

— Ma può essere saltata una nave nemica.

— No, poichè non avrebbero taciuto le artiglierie.

— Ah! potessimo saperlo!

— Il vento ci allontana rapidamente, e quando spunterà l’alba chissà quanto saremo lontani dalla foce del Rio della Plata.

— Ma un giorno sapremo bene la sorte toccata ai nostri disgraziati compagni.

— Lo spero, purchè noi non siamo più disgraziati di loro.

— Cosa intendi di dire, Diego?

— Non voglio lasciarti delle illusioni, mio buon Cardozo. Non voglio nasconderti che noi ci troviamo forse in peggiori condizioni dei nostri compagni.

— Perchè?

— Sai tu dove finiremo noi? Il mare ci sta sotto e forse ci inghiottirà.

— Ma non corriamo verso la costa americana?

— Per ora no: il vento ci porta verso il sud.

— Ma possiamo incontrare una nave e scendere. Non hai mai manovrato simili navigli?

— Mai, Cardozo.

— E il signor Calderon?

— Credo che ne sappia quanto me.

— Pure ci sarà un mezzo per scendere.

— Per questo non occorrono grandi cognizioni: basta dare uno strappo a questa corda che scende dall’alto e aprire la valvola.

— Quando conosci la manovra necessaria per discendere, non ti domando di più, Diego.

— Vedremo se basterà, Cardozo.

— A quale altezza ci troviamo?

— A tremila metri, — rispose il mastro; — ma tendiamo ad alzarci ancora, poichè vedo che il barometro si abbassa.

— Buono! Non mi spiacerebbe salire in cielo.

— Ciò non accadrà, sta certo, ragazzo mio: anzi non tarderemo a scendere, lo vedrai. Il gas sfugge sempre, per quanto sia buono il tessuto che lo tiene prigioniero.

— Di’: non ti pare che il pallone sia stato poco riempito? Vedo che fa delle grandi pieghe.

— Se lo avessero riempito completamente, a quest’ora sarebbe scoppiato, poichè, quantunque non m’intenda di manovrare simili vascelli dell’aria, so che il gas si dilata di mano in mano che il pallone sale e che diminuisce la pressione atmosferica, in virtù della sua forza espansiva, e so ancora che parecchi aerostati sono scoppiati per averli appunto troppo gonfiati.

— Speriamo che non ci tocchi una simile sorte. Diamine! Che brutto capitombolo, mio vecchio lupo di mare!

— Un saltino di tremila metri!

— Meno male che abbiamo il mare di sotto.

— Ma nessuno di noi lo toccherebbe ancora vivo: te lo assicuro, Cardozo.

— Camminiamo molto? È strano: si direbbe che noi siamo perfettamente immobili.

— E invece io credo che corriamo con grandissima velocità. All’alba vedremo quanto saremo lontani dalla costa americana. Ah! se potessimo attraversare la Repubblica Argentina e calare in mezzo al Paraguay, fra le brave truppe del nostro valoroso presidente! Sarebbe quello il più bel giorno...

Un risolino secco secco, ironico, gli interruppe la frase. Il vecchio marinajo si volse cogli occhi in fiamma e la fronte aggrottata, e si trovò dinanzi all’agente del Governo, il quale, appoggiato al bordo della navicella, colle braccia incrociate sul petto, lo guardava in istrana guisa.

— Cosa avete, signore, per ridere a quel modo? — gli chiese con voce ruvida.

— Rido, perchè voi parlate di scendere nel Paraguay, mentre il vento ci spinge sopra l’oceano Atlantico, — rispose l’agente con voce lenta, misurata.

— È impossibile, signore! — esclamò il mastro. — Poco fa il vento soffiava dall’est e portava verso la costa.

L’agente alzò le spalle e gli mostrò senza dir verbo la bussola.

I due marinai si precipitarono verso l’istrumento e si risollevarono entrambi pallidi, mormorando: — Andiamo al largo!...

Per alcuni istanti un profondo silenzio, rotto solo dallo sfregamento delle pieghe dell’aerostato, che il vento agitava, regnò nella navicella. Malgrado il loro non comune coraggio i due marinai del _Pilcomayo_ si sentivano prendere da una vaga paura, ben sapendo quali disastrose conseguenze poteva produrre quella corsa sopra l’oceano Atlantico.

— Possiamo fare nulla per ritornare? — chiese Diego all’agente.

— Nulla, — rispose questi senza dimostrare la più piccola emozione.

— Quando scenderà il pallone?

L’agente crollò il capo, poi volse le spalle, si appoggiò al bordo della navicella e guardò altrove.

— Auff! — esclamò il mastro, tergendosi alcune gocce di freddo sudore. — Comincio a vedere bujo nella nostra situazione, che poco fa mi pareva tanto rosea. Bah! Dopo tutto eravamo votati alla morte come i nostri compagni rimasti sul _Pilcomayo_.

— Chissà che il vento cangi, Diego, — disse Cardozo.

— Speriamolo, piccino mio... Dimmi: hai paura?

— No, te lo giuro. Ho provato un po’ di emozione, ma è passata.

— Ciò mi fa piacere, Cardozo. Ora còricati, chè devi essere stanco, e lascia a me la cura di vegliare. Se avrò bisogno delle tue braccia ti sveglierò, non temere.

— Ti ubbidisco; ma quando sorgerà l’alba, tirami le gambe.

— Te lo prometto, figlio mio. Sdrajati sopra quei sacchi di zavorra e dormi tranquillo, chè per ora non c’è alcun pericolo.

Cardozo, che faticava assai a tenere gli occhi aperti, si gettò sui sacchi, si avvolse in una coperta per ripararsi dal freddo che si faceva sentire assai acuto a quell’altezza, e non tardò ad addormentarsi. Diego, dopo aver dato un nuovo sguardo alla bussola e uno al barometro, che indicava sempre un’altezza di 3000 metri, si cacciò in bocca un pezzo di tabacco e si appoggiò al bordo della navicella, guardando le fitte tenebre che si estendevano sopra l’oceano.

Un silenzio quasi perfetto regnava attorno al pallone, il quale continuava la sua rapida corsa con un dondolamento appena sensibile. Non si udivano nè il muggito delle onde, che forse il vento che regnava in quelle alte regioni lasciava tranquille, nè alcuna detonazione che indicasse la vicinanza della flotta alleata, nè alcun rumore che segnalasse il passaggio di qualche battello a vapore, nè una voce umana, nè un grido di uccello qualsiasi.

E se il silenzio era profondo, l’oscurità non lo era meno. Fitte tenebre avvolgevano la superficie della terra, che pareva ormai completamente scomparsa, nè appariva, per quanto il mastro aguzzasse gli occhi, alcun lume in nessuna direzione, che indicasse la presenza o di una costa o di un essere umano qualsiasi. Solo sopra il pallone scintillavano superbamente gli astri a milioni e milioni, fra cui spiccava vivamente quell’ammirabile croce del sud, che nell’emisfero meridionale indica il polo antartico.

A poco a poco però verso l’est cominciò a manifestarsi un vago chiarore, che ben presto fece impallidire gli astri e fugare lo tenebre. Giù in fondo, verso la terra, cominciò ad apparire una superficie bruna dapprima, azzurra poi, che si perdeva con certi riflessi d’acciajo verso il nord, il sud e il ponente.

Alla luce biancastra successe una luce rossastra, che tinse splendidamente la superficie del pallone e che fece scintillare qua e là l’azzurra superficie del mare, cospargendola di pagliuzze infuocate; poi un’onda di luce viva, brillante, spuntò sull’orizzonte, e il sole apparve in mezzo a due grandi nuvole fiammeggianti.

Il mastro, che sonnecchiava col capo appoggiato al bordo della navicella, si rialzò, si stropicciò gli occhi e guardò sotto di sè a lungo. Nulla, assolutamente nulla; la superficie del mare era completamente deserta, e sull’orizzonte occidentale, dove dovevasi trovare la costa americana, nessuna terra appariva.

— _Carrai!_ dove siamo noi? — mormorò egli, masticando energicamente la sua cicca. — Si direbbe che il mare in queste poche ore si è bevuto la flotta degli alleati e che ha coperto l’America tutta.

Si volse e guardò nella navicella: l’agente del Governo era ancora là, appoggiato al bordo, colle braccia incrociate sul petto e gli sguardi fissi dinanzi a sè, sempre calmo, sempre freddo. La sua faccia pallida e punto simpatica non manifestava nè alcuna sorpresa, nè alcuna apprensione.

Sdrajato sui sacchi di zavorra, il giovane Cardozo dormiva tranquillamente, colle pugna chiuse, ma il sorriso sulle labbra.

— Il piccino sogna senza dubbio... — mormorò il marinajo, guardandolo con occhio amoroso. — Che peccato che io l’abbia immischiato in questo brutto viaggio, che può mandarci a bere a crepapelle in fondo all’oceano!

Guardò la bussola e lanciò una sorda imprecazione.

— Ancora verso l’est! — esclamò con ira. — Dove finiremo noi?

Guardò il barometro e vide che segnava duemila ottocento metri. Questa scoperta, ancora più grave dell’altra, lo sgomentò. — Di già scendiamo!... — E invece di avvicinarci alla costa ci allontaniamo sempre più!... Dove saremo noi fra quarantotto ore?...

S’avvicinò all’agente del Governo e gli battè leggermente sulla spalla.

— Cosa desiderate? — gli chiese Calderon senza volgersi.

— Sapete, signore, che noi discendiamo?

— Lo so... — rispose l’altro sempre calmo.

— E non vi spaventa ciò?

— Forse che io ho un mezzo per innalzarci?

— No, ma...

— Quando il sole comincierà a scaldarci, il gas si dilaterà e supereremo i tremila metri.

— Dite il vero, signore?

L’agente alzò le spalle e non rispose.

— Hum! che razza di orso è quest’uomo! — brontolò il mastro. — Il capitano già lo vedeva come il fumo negli occhi, ed aveva i suoi buoni motivi. Ma, bah! si addomesticherà.

Si avvicinò a Cardozo e lo svegliò. Il ragazzo si stropicciò gli occhi, si stirò le membra e balzò agilmente in piedi.

— Ah! sei tu, mio buon Diego! — esclamò. — Io sognavo d’essere a casa mia, anzichè in questo pallone. Ah! il sole è finalmente spuntato! E dunque, dove siamo? Si vede la costa?

— Dove ci troviamo non te lo saprò mai dire, poichè non credo che qui ci sia un ottante per fare il punto; la costa poi credo sia tanto lontana, ch’è meglio non pensarci almeno per ora.

— Sicchè la flotta degli alleati...?

— È scomparsa.

— L’avesse almeno inghiottita il mare.

— Io dico invece che naviga allegramente, portando con sè le spoglie del povero _Pilcomayo_. Ma lasciamo andare quei birbanti, e cerchiamo invece di porre sotto i denti qualche crosta di pane. Io spero che il capitano avrà pensato anche al nostro stomaco.

— Cerchiamo, Diego. Vedo qui una quantità di sacchi e sacchetti e casse, che qualche cosa di utile devono contenere.

— Faremo l’inventario.

Il previdente capitano aveva pensato a tutto. I due marinai trovarono nella navicella una quantità di oggetti che dovevano in avvenire essere a loro di somma utilità, sia sul mare che in terra.

Un centinajo di chilogrammi di biscotti, sufficienti per quattro o più settimane, un’abbondante provvista di carne conservata e di pesce secco, alcuni pacchi di cioccolatto, vesti di ricambio, coperte di lana, due carabine di precisione e due pistole con abbondanti munizioni, una scure, un pajo di coltelli, tre cinture di salvataggio che dovevano rendere grandi servizi nel caso che il pallone dovesse cader in mare, poi due barometri, due termometri e due bussole. Da ultimo una piccola cucina portatile, fornita di una discreta quantità di alcool.

— Lo dicevo io che il povero capitano era un gran brav’uomo, — disse Diego dopo di avere esaminato tutta quella roba. — Dovessimo finir anche su di un’isola deserta, avremo da vivere per un discreto numero di giorni e di che procurarci della selvaggina.

— Di’, marinajo, possiamo per ora dare un colpo di dente a qualche cosa?

— Stavo per proportelo, figliuol mio.

In quell’istesso momento il signor Calderon, che non avea abbandonato il suo posto, pronunciò lentamente queste parole:

— Un punto sull’oceano!

V.

Il capodolio.

A quell’annuncio, che per tutti e tre aveva una grandissima importanza nelle condizioni in cui si trovavano, così lontani da terra e su quel pallone, che poteva fra breve scendere in mare per non più rialzarsi, il mastro e Cardozo balzarono in piedi, precipitandosi verso il parapetto della navicella.

L’agente del Governo non si era ingannato. Verso il sud, sulla nitida e azzurra superficie dell’oceano appariva distintamente un grosso punto nero, che pareva si dirigesse verso l’est, cioè sulla via che allora seguiva l’aerostato. Sopra di lui non si scorgeva alcun pennacchio di fumo, nè alcuna cosa biancheggiante che indicasse delle vele; ma la sua forma allungata somigliava a quella di una nave e, cosa importante, malgrado la lontananza, quella strana nave si vedeva camminare con non comune velocità.

— Cosa sarà mai? — si chiese il mastro, che aguzzava gli occhi. — Nè fumo, nè vele, nè alberi! È un nuovo genere di vascello?

— Che sia un rottame? — domandò Cardozo.

— Non camminerebbe, e invece fila con notevole velocità.

— Che sia qualche corazzata? Tu sai che talune portano solamente un alberetto pei segnali.

— Potrebbe essere una corazzata. Ah! se avessi un cannocchiale!

— Quanto stimi lontana quella nave?

— Otto o dieci miglia.

— Se facessimo dei segnali?

— L’idea è buona, Cardozo; dammi le carabine che le scarichi.

Il ragazzo prese le armi, le caricò con cura e le passò al mastro, il quale le scaricò in aria.

Le detonazioni si propagarono a grande distanza, ma non ebbero alcuna risposta. Anzi ai due marinai parve che quella misteriosa nave affrettasse la sua marcia.

— Quei galantuomini non sono troppo educati, — disse Cardozo, sorridendo. — Quando si saluta, si usa rispondere.

— A me sembra strano che non ci abbiano scorti. Per bacco! Se ci fossero delle nubi o delle montagne attorno noi, lo comprenderei; ma navighiamo in mezzo ad un’atmosfera purissima. Che ne pensate voi, signor Calderon?

— Nulla, — rispose l’agente.

— Mi sembra che a voi la presenza di quella nave non faccia alcun effetto. Eppure, signore, si tratta della nostra pelle.

L’agente non s’incomodò a rispondere.

— Come vi piace, signore, — disse il mastro un po’ piccato. — Non siete un amabile compagno, ve lo assicuro.

— E dunque cosa decidi di fare, marinajo? — chiese Cardozo. — Bisogna cercare tutti i modi possibili per avvicinare quella dannata nave.

— Lo so, ma non trovo nessun modo, — rispose il mastro, che si grattava furiosamente il capo, come se in quel modo volesse far scaturire una qualche idea.

— L’ho trovato! — esclamò ad un tratto il ragazzo. — Se ci abbassassimo di qualche po’?

— Ben detto, figlio mio!

— A poche centinaja di piedi dall’oceano quei naviganti ci vedranno di certo, tanto più che il vento ci spinge sempre sulla loro via.

— Hai ragione.

— Abbassiamoci adunque.

— È presto fatto, Cardozo.

Il mastro, senza calcolare quali disastrose conseguenze poteva portare quella discesa nel caso che non venissero raccolti, afferrò senza esitare la funicella della valvola e diede uno strappo. Tosto in aria, verso la sommità dell’aerostato, si udì un leggero fischio, seguìto tosto da una serie di piccole detonazioni. Il gas, che non cercava che una uscita per lasciare l’involucro di seta, sfuggiva rapidamente.

Il pallone cominciò subito a discendere lentamente con un largo dondolamento, pur continuando ad avanzarsi verso l’est, ossia verso il preteso vascello, che continuava la rapida marcia.

Cardozo, cogli occhi fissi sul barometro, che continuava a salire, contava:

— Duemilacinquecento metri..... duemila..... millecinquecento..... mille.... cinquecento..... quattrocento..... trecento.....

— Basta! — disse Diego, lasciando andare la funicella.

Tutti e due si precipitarono sul bordo della navicella. Sotto di loro, ad una distanza brevissima, muggiva l’oceano, percorso da larghe ondate spumeggianti che s’innalzavano verso il pallone, quasi fossero desiderose di afferrarlo e di inghiottirlo.

A sei o sette chilometri il vascello continuava a camminare; ma, cosa strana, ora pareva quasi completamente sommerso, e, cosa ancora più strana, su di lui non si vedeva nè la bianca superficie della tolda, nè un albero qualunque, nè una ciminiera[4], nè una manovra qualsiasi.

Il mastro e Cardozo si guardarono in viso, interrogandosi reciprocamente cogli occhi.

— Ci capisci tu qualche cosa? — chiese infine il ragazzo.

— Temo di aver commesso una grande bestialità, figlio mio, — rispose il mastro.

— Perchè, mio buon Diego?

— Perchè quello là non deve essere un vascello.

— E cosa vuoi che sia?

Il mastro non rispose. Curvo sul bordo della navicella, colle mani dinanzi agli occhi per ripararsi dai raggi del sole, guardava fisso fisso, colla fronte aggrottata, la supposta nave. Ad un tratto un grido di rabbia gli sfuggì.

— Maledizione!...

— Cosa è accaduto? — chiese Cardozo con inquietudine.

— Guarda!

Il ragazzo guardò nella direzione indicata e fece un gesto di stupore. La pretesa nave, che pochi momenti prima ancora navigava, era scomparsa!...

— Inabissata? — chiese egli.

— Lo vedi.

— Era un rottame adunque?

— No, una balena, un capodolio, un mostro marino insomma.

— È impossibile!...

— Ho veduto io con questi occhi, che sono ancora molto buoni, la sua coda alzarsi e poi abbassarsi.

— E abbiamo salassato il nostro pallone per una balena!...

— E che salasso, Cardozo! Non siamo più che a centocinquanta metri dalla superficie del mare!

— Ma abbiamo della zavorra, Diego.

— Lo so, ma la nostra situazione è peggiorata e il vento soffia ostinatamente dall’ovest!

— E le nubi si alzano, — disse l’agente del Governo, uscendo dal suo mutismo.

Infatti verso l’ovest, là dove l’oceano si confondeva col cielo, una massa, che diventava rapidamente nerastra, era allora comparsa e saliva con una certa velocità, ingrandendo a vista d’occhio. Poteva portare solamente un buon acquazzone, ma poteva anche scatenare uno di quegli uragani che godono una sì trista fama sulle coste dell’America meridionale e specialmente della Patagonia.

— Tutto è contro di noi, — disse il mastro, crollando a più riprese il capo. — Sarei curioso di sapere come finirà questo viaggio del malanno.

— Ci occuperemo più tardi di ciò, marinajo, — disse Cardozo, che non pareva troppo spaventato. — Per ora occupiamoci della nostra colazione, così brutalmente interrotta dalla comparsa di quella dannata balena. A tavola, signor Calderon, se vi sentite un po’ di appetito.

Il bravo e coraggioso ragazzo si assise sui sacchi di zavorra e si mise a sgretolare alcuni biscotti, mentre il mastro, ritornato di buon umore, apriva una scatola di carne conservata e faceva saltare il collo ad una bottiglia di vecchio vino di Spagna, rinvenuta in fondo ad una cassa dove teneva compagnia ad un rispettabile barilotto di _wiscky_ della capacità di una ventina di litri, e che doveva essere di non poca utilità nei brutti momenti.

Finito il pasto non troppo succolento, ma assai sostanzioso e abbondante, i due marinai accesero le pipe e si rimisero in osservazione. L’agente del Governo, che era ritornato muto e impassibile, si sdrajò invece sui sacchi, immergendosi in profondi pensieri.

Il pallone, malgrado il «salasso» subìto, come diceva Cardozo scherzando, si comportava sempre bene, filando rapidamente sopra le onde dell’oceano a centocinquanta o centosessanta metri d’altezza. Nondimeno, sia in causa della perdita del gas o per qualche difetto di costruzione, talvolta faceva delle brusche discese fino a pochi metri dalla superficie liquida, per poi riprendere però l’altezza di prima.

Il vento disgraziatamente non accennava a cambiare, allontanandolo sempre più dalla costa americana, che ora doveva essere lontana parecchie centinaja di miglia, e per di più la nube segnalata non cessava di alzarsi, prendendo delle tinte minacciose.

Verso il mezzodì, quando maggiore era il calore, un fenomeno strano venne a rompere la monotonìa del viaggio. Mentre i due marinai aguzzavano gli occhi verso il nord nella speranza di scoprire qualche veliero o qualche piroscafo che li raccogliesse, scorsero, con una sorpresa che si può bene immaginare, un pallone un po’ più piccolo del loro, ma esattamente simile in quanto alle forme, e che portava anch’esso nella sua navicella due uomini, che parevano intenti a guardare nell’istessa direzione.

— To’! — esclamò il mastro, stentando a credere ai suoi occhi. — Un altro pallone!... Sogno io forse, o il vino di Spagna mi ha ubriacato?

— No, non sogni, poichè lo vedo anch’io, — disse Cardozo con viva emozione.

— Ma cosa fa qui quel pallone? Da dove è venuto, che prima non lo abbiamo veduto?... Chi sono gli uomini che lo montano?... Signor Calderon!... signor Calderon!...

L’agente del Governo si alzò lentamente, guardò per alcuni istanti il pallone che filava nell’istessa direzione di quello da lui montato.

— To’! — esclamò il mastro, che cadeva di sorpresa in sorpresa. — Gli uomini sono diventati tre!

— E diventerebbero quattro, se il nostro ne avesse tanti, — disse l’agente del Governo.

— E perchè, signore? — chiese Cardozo.

— Perchè quello là è il nostro pallone.

— Ecco una cosa che stenterò a crederla, — disse il mastro. — Vi dico che quello là è un altro pallone, e non vorrei che quegli uomini fossero Argentini o Brasiliani lanciati sulle nostre tracce per carpirci il tesoro del Presidente.

— Alzate le vostre braccia.

Il mastro ubbidì, e vide uno di quei tre uomini fare esattamente lo stesso. Poco persuaso però, rinnovò i movimenti, agitò il cappello, fece sventolare il proprio fazzoletto, poi spiegò una piccola bandiera coi colori paraguayani, e vide fare altrettanto con scrupolosa precisione.

— È un fenomeno molto strano, — disse.

— Ma abbastanza comune, rispose il signor Calderon, che diventava, cosa davvero insolita, loquace.

— E come si chiama?

— Il miraggio.

— E come avviene?

— Basta che gli strati d’aria abbiano delle densità disuguali. Allora i raggi solari, rifrangendosi, dànno una seconda immagine dell’oggetto in vista, come se si rifrangessero in uno specchio, o in una superficie d’acqua.

Nel nostro caso gli strati d’aria disuguali sono vicini al mare; ma avviene talvolta che lo sieno invece quelli superiori, e allora gli oggetti si rappresentano capovolti.

— Ho udito parlare ancora di questo fenomeno, signor Calderon. Un mio amico francese, che fece parte della spedizione di Egitto col grande Napoleone, mi narrò più volte delle grandi disillusioni provate in quelle sabbie in causa del miraggio.

— Nelle pianure sabbiose il fenomeno è comunissimo in causa del grande calore.

Ad un tratto il pallone scomparve.

— Buon viaggio, — disse Cardozo.

— Il fenomeno è finito, — disse l’agente. — Gli strati d’aria hanno ripreso il loro equilibrio. — Poi abbandonò il posto, tornò a sdrajarsi sui sacchi e non parlò più.

Il mastro ed il ragazzo continuarono a rimanere in osservazione scrutando sempre l’orizzonte, che si manteneva ostinatamente deserto, e seguendo con qualche ansietà il nero nuvolone che non cessava di alzarsi, minacciando d’invadere tutto il cielo.

Verso le 3 pomeridiane il vento, che fino allora si era mantenuto debole, quasi improvvisamente accrebbe. Una raffica uscì dal seno della nuvola e spazzò l’oceano, alzandolo in larghe ondate e facendo trabalzare vivamente il pallone, il quale raddoppiò la marcia, ora alzandosi e ora abbassandosi.

A poco a poco l’acqua prese una tinta più oscura, cominciò a ribollire come se fosse mossa da forze sottomarine, indi si formarono delle alte ondate che si misero a correre dall’ovest all’est, urtandosi e sfasciandosi con lunghi muggiti. Alcuni spruzzi giunsero fino alla navicella, che talvolta scendeva di parecchi metri, come se al pallone di quando in quando venissero a mancare le forze.

— Siamo ammalati, — disse Cardozo, che esaminava attentamente l’aerostato. — Il poveretto a poco a poco perde il suo sangue.

— Purtroppo, figliuol mio, — rispose il mastro, che era diventato pensieroso. — Il gas sfugge attraverso i fori del tessuto, nè vedo alcun mezzo per arrestarlo.

— E la tempesta ci è alle spalle!

— Non inquietarti, Cardozo. Finchè abbiamo della zavorra da gettare non corriamo alcun pericolo.

— Ma l’uragano può portarci assai lontani, marinajo, e chissà poi se riusciremo a raggiungere le coste americane.

— Conto sull’incontro di qualche nave.