Il tesoro del Presidente del Paraguay

Part 14

Chapter 143,727 wordsPublic domain

A poche miglia dal fiume i Patagoni incontrarono i loro compagni che si erano slanciati sulle tracce dell’uomo che aveva sparato il colpo di fucile; avevano i cavalli semi-rattrappiti per la lunga corsa, e non erano riusciti a raggiungere il fuggiasco, che era scomparso verso il nord, in direzione del Rio Colorado.

Diego e Cardozo s’affrettarono a interrogarli, ma nulla riuscirono a sapere. I Patagoni non erano stati capaci di distinguere il fuggiasco, che aveva già guadagnato un immenso tratto di via, fino dal principio della caccia.

— Non importa, — disse il mastro. — È lui, è il nostro _gaucho_: il cuore me lo dice.

Hauka, a cui premeva di non indebolire la sua retroguardia, rimandò indietro gli uomini della caccia e proseguì la corsa verso il nord, premuroso senza dubbio di raggiungere il Rio Colorado e di entrare nel territorio dei Pampas per avere nuovi alleati e forse per procurarsi notizie più precise sulla guerra che si combatteva sui confini Argentini.

Alle sette di sera, dopo una marcia di oltre sessanta chilometri, l’avanguardia si accampava presso le rive di un largo stagno salato, che sembrava deserto, contornato da piccoli boschetti, per entro ai quali si vedevano galoppare cavalli e buoi in gran numero, forse selvaggi o forse fuggiti dalle grandi _estancias_[18] Argentine.

Furono accesi grandi fuochi per tener lontane le fiere che potevano trovarsi nei dintorni, si legarono i cavalli in circolo attorno ad alcuni pali piantati solidamente in terra, e si allestì la cena, composta di carne bollita e di poche radici che bene o male supplivano il pane.

Disposte alcune sentinelle agli angoli del campo, ognuno si affrettò a preparare il proprio letto, molto semplice e non troppo comodo per chi non vi è abituato: una _corconilla_ per terra, resa più soffice dal _pellon_ e dal _sobre pellon_, che servono di gualdrappa ai cavalli, e l’alta sella per capezzale.

Cardozo e Diego, ch’erano stati posti al centro del campo, fra una doppia fila di Patagoni, onde non saltasse a loro il ticchio di fuggire, dopo di aver subìto una dolorosa visita da uno stregone, che riaprì a loro le incisioni del piede, non tardarono ad addormentarsi a fianco delle loro carabine, alle quali per maggior precauzione avevano cambiato la carica.

Il sonno del mastro fu però di breve durata. Era inquieto, si voltava e rivoltava sulla sua coperta e di quando in quando si alzava per scrutare le vicinanze del campo e specialmente la piccola boscaglia, porgendo ascolto ad ogni stormir di fronda. Senza dubbio il degno marinajo sperava di veder comparire qualche persona, probabilmente il supposto _gaucho_, che una voce interna gli diceva esser vicino.

Potevano essere le due del mattino, quando i suoi orecchi distinsero un lontano fragore che pareva si avvicinasse rapidamente. Veniva dalla parte della piccola boscaglia e sembrava prodotto da un numero infinito di pesanti animali galoppanti nella prateria.

Guardò agli angoli del campo, e accanto ai fuochi vide le sentinelle che sonnecchiavano, appoggiate alle loro lancie, coi cavalli coricati ai loro piedi. Pareva che nessuno di quei Patagoni si fosse accorto di quello strano fragore, che sempre più si avanzava.

Maggiormente inquieto, si abbassò verso il ragazzo, che russava tranquillamente, e lo svegliò con una brusca scossa.

— Cos’hai, marinajo? — chiese Cardozo, stropicciandosi gli occhi e alzandosi a sedere.

— Non odi nulla tu?

— Ma... sì, perbacco! come un galoppo di parecchi animali, misto...

— A dei muggiti, vuoi dire.

— Sì, marinajo. Cosa sarà?

— Non te lo so dire; ma ho notato che il galoppo si avvicina sempre più.

— Che sia la retroguardia che s’avvicina?

— A quest’ora così tarda?

— Può essere stata assalita.

Il mastro crollò il capo, come credesse poco a una simile supposizione.

— E i Patagoni? — chiese Cardozo, dopo aver ascoltato nuovamente. — Si sono accorti di nulla?

— No, a quanto sembra. To’!... guarda!...

— Dei lumi! — esclamò il ragazzo, saltando in piedi.

Quasi nel medesimo istante si udirono le sentinelle gridare:

— In piedi, Tehuels!...

Per la oscura pianura si vedevano scorrere delle masse che procedevano nel massimo disordine, portanti in alto dei punti luminosi che parevano fiaccole ardenti, e nel silenzio della notte si udivano dei formidabili muggiti che parevano emessi da una immensa mandria di buoi terrorizzati e furiosi. Dietro a quelle ombre, l’occhio acuto del mastro scorse un uomo a cavallo, il quale di quando in quando scaricava in mezzo alla mandria dei colpi di arma da fuoco che producevano detonazioni formidabili.

I Patagoni, svegliati di soprassalto dalle grida delle sentinelle, dai muggiti e da quelle fucilate che somigliavano a colpi di trombone, anzichè di carabina, balzarono lestamente in piedi colle armi in mano, in preda ad un vivo terrore, che la voce del capo non riusciva a calmare.

Alcuni più coraggiosi si portarono dinanzi al campo, onde proteggerlo da quello strano assalto; ma i più corsero ai cavalli, i quali nitrivano fortemente e s’impennavano, tentando di rompere i legami e di fuggire. Il tempo però mancò.

Un centinaio di buoi, resi furiosi da certi fastelli di legna che bruciavano attaccati alle loro corna, irruppero furiosamente nel campo, gettando formidabili muggiti e scagliandosi a testa bassa contro uomini e cavalli.

I Patagoni, che erano accorsi a proteggere il campo, furono travolti, calpestati, e parecchi lanciati in aria coi fianchi aperti; poi quegli animali, che parevano impazziti, si slanciarono contro tutti gli altri, che si erano raggruppati intorno ai cavalli.

Una confusione indescrivibile successe. I Patagoni, spaventati, impotenti a tener fronte a quel brutale e irresistibile attacco, si cacciarono in mezzo ai cavalli, cercando di salvarsi con una pronta fuga. Hauka, che pareva non avesse perduto la testa in quel terribile frangente, seguìto da alcuni de’ suoi, si trincerò dietro ai poveri animali che cadevano sventrati dai colpi di corna dei buoi, menando colpi di lancia per ogni dove: gli altri, gettate le armi per essere più liberi, si slanciarono verso il lago e vi si immersero, raggiungendo alcune piccole isolette che si scorgevano a poche centinaja di passi dalla riva.

Cardozo e Diego erano nel numero di questi, entrambi sani e salvi. Il signor Calderon era rimasto con Hauka e lo si udiva sparare colpi di pistola.

L’assalto fu però di breve durata. La mandria, dopo di essersi gettata contro i cavalli che formavano un ostacolo alla sua corsa disordinata e di averne uccisi parecchi, si divise e fuggì colla medesima rapidità ond’era giunta, scomparendo verso l’est.

Un istante dopo un uomo montato su di un rapido corsiero attraversava come un lampo il campo, sparando in aria un colpo di trombone, poscia scomparve verso l’est. Cardozo e Diego, che durante l’assalto dei buoi lo avevano costantemente cercato cogli occhi, presentendo che quell’uomo doveva essere quello stesso che aveva sparato il colpo di fucile presso le rive del Rio Negro, al lampo prodotto dalla polvere del trombone lo riconobbero.

— Ramon, — esclamarono ad una voce.

Ma il _gaucho_, poichè era proprio lui che seguiva la mandria, era ormai scomparso nelle tenebre, trasportato dal suo rapido cavallo.

— Ramon! — ripetè Cardozo, in preda ad una viva commozione. — Ah! coraggioso e leale compagno!...

— Rispondiamo al suo segnale, — esclamò il mastro: — forse ci udrà. — Puntarono le carabine in aria e fecero fuoco. Pochi istanti dopo verso l’est si vide un debole lampo, seguito da una detonazione.

— Ci ha risposto! — esclamò Cardozo, che sembrava impazzito dalla gioja.

— Taci, o tu ci perderai, figliuol mio, — disse il mastro, che non era meno commosso. — Se questi pagani si accorgono di qualche cosa, ci faranno a pezzi.

— E suo fratello, lo hai visto tu?

— No: era solo.

— Che sia stato ucciso?

— È probabile.

— E che sia stato Ramon a lanciarci addosso quei buoi furiosi?

— Senza dubbio, ragazzo mio. Egli cerca di distruggere, o almeno di assottigliare la banda per liberarci.

— Ma come ha fatto a spingerci addosso tutti quegli animali?

— Tu sai che i _gauchos_ sono inarrivabili nel getto del _lazo_. Probabilmente Ramon è riuscito a radunare tutti quegli animali, appartenenti forse a qualche grande mandria fuggita dagli _estancias_ del nord, rendendoli poi furiosi col fuoco e fors’anche col _guegued_, che è una pianta il cui succo rende gli animali furibondi.

— E ritornerà?

— Ne sono certo.

— Bisogna dormire con un solo occhio, onde essere pronti a tutto.

— Anzi non dormire affatto: veglieremo per turno.

— Tenterà un altro colpo?

— È cosa certa, Cardozo. Andiamo a vedere quanti uomini dell’avanguardia sono rimasti in piedi.

— Hauka è vivo, poichè lo odo urlare; deve essere furibondo.

— Che il diavolo se lo porti.

— E il signor Calderon?

— Comincio ad essere seccato di quell’uomo, che diventa sempre più enigmatico. In acqua, Cardozo!

Si tuffarono, abbandonando l’isolotto e attraversarono il piccolo braccio d’acqua, prendendo terra a pochi passi dall’accampamento.

XXIII.

Il cavaliere della notte.

L’attacco improvviso e irresistibile di tutti quegli animali furiosi aveva causato ai Patagoni perdite considerevolissime.

Più di mezzi i cavalli che non erano stati capaci di spezzare i legami, giacevano a terra in una confusione inenarrabile, ridotti in uno stato veramente deplorevole, coi petti squarciati, dai quali uscivano, insieme cogl’intestini, veri torrenti di sangue; alcuni rantolavano, dibattendosi disperatamente fra le strette dell’agonia, altri si trascinavano attraverso le erbe, mandando nitriti dolorosi.

Sette od otto uomini, senza dubbio i primi che avevano affrontato la valanga vivente, erano distesi fra le erbe, schiacciati, sventrati, sanguinolenti, senza vita, e altrettanti gemevano qua e là, invocando l’ajuto dei compagni.

Hauka, come il mastro aveva predetto, era furioso per lo scacco subìto. Andava e veniva, bestemmiando contro lo sconosciuto cavaliere che lo aveva assalito in quella strana guisa, rimproverava aspramente i suoi uomini, che avevano abbandonato il campo, lasciando i cavalli senza difesa, e si scagliava contro i figli della luna, che avevano seguìto il cattivo esempio. Vedendo il mastro ed il mozzo, mosse loro incontro coi pugni chiusi e gli occhi accesi, gridando:

— Anche voi adunque siete femminucce? Dov’è la vostra potenza? Bisogna dunque che vi faccia divorar vivi dai _mondongueros_ del Colorado o dai giaguari della prateria?

— Ehi, capo, non infiammarti tanto, — disse Cardozo, che non lo temeva più, dacchè aveva il suo fucile. — Forse che tu non ti sei trincerato dietro ai cavalli, mentre i buoi li massacravano?

— E poi, mio caro Hauka, anche a noi premeva la pelle, — aggiunse Diego.

— Basta! — tuonò il capo.

— Meglio per te, — rispose il mastro, che si sentiva non meno forte di Cardozo, specialmente ora che sapeva di avere un buon compagno nella prateria.

I Patagoni, che erano già tutti ritornati al campo, ajutarono i loro compagni feriti e macellarono i cavalli inservibili, poscia ad un ordine del capo insellarono gli animali rimasti incolumi, che non sorpassavano la ventina.

Cardozo e il mastro, non senza stupore e inquietudine, li videro partire quasi tutti verso l’est, dietro le traccie dei buoi e del _gaucho_. Il capo, il signor Calderon e tutti gli altri rimasero però nel campo, che venne subito riparato da una specie di palizzata formata da grossi rami d’albero.

— Tuoni e lampi! — esclamò il mastro, seguendo cogli occhi i cavalieri che si allontanavano di carriera. — Non vorrei che quei briganti sorprendessero il nostro _gaucho_.

— Bah! è un uomo che sa il conto suo, — disse Cardozo. — Si immaginerà di venire inseguito e si terrà in guardia.

— Purchè il suo cavallo tenga duro.

— Mi ricordo che il suo era un animale da corsa, rapido come il vento e dal piede sicuro.

— Ah! se fossimo partiti anche noi cogl’inseguitori, che bel tiro avrei voluto fare a loro, appena a portata di Ramon!

— Saresti fuggito?

— Senza dubbio.

— E non si potrebbe tentarlo ora, marinajo? Vi sono pochi uomini al campo, e...

— E i cavalli?

— Abbiamo le nostre gambe.

— Gambe assai malandate, ragazzo mio, che si rifiuteranno di portarci dopo qualche lega. Ritornati i cavalieri, verremo presi di nuovo e chissà a quale orribile supplizio destinati poi.

— E dunque?

— Aspettiamo per ora.

— Allora propongo di riprendere il sonno, giacchè la notte è ancora oscura.

— Dormiamo pure, Cardozo.

Andarono a cercare alcune coperte, si avvolsero accuratamente per ripararsi dall’umidità, che in quelle vaste pianure è abbondante e sovente causa di seri malanni, e senza occuparsi più dei Patagoni, affaccendati a scorticare i cavalli, la cui carne, seccata al sole, doveva più tardi convertirsi in _charquì_, attesero il ritorno dei cavalieri lanciati sulle tracce del _gaucho_.

Passarono parecchie ore senza che si udisse il menomo rumore sulla grande prateria, che le tenebre coprivano. Più volte si alzarono, credendo d’aver udito in distanza il trombone del _gaucho_ tuonare contro i Patagoni, o di udire il galoppo furioso di parecchi cavalli; ma la notte trascorse senza alcun incidente e senza detonazioni che indicassero qualche cosa di grave.

Verso l’alba apparvero finalmente i cavalieri partiti nella notte. Lo sguardo acuto del mastro, si fissò subito sul gruppo, e non distinse alcuno straniero fra di loro.

— Dio sia ringraziato! — esclamò, respirando a pieni polmoni. — Anche questa volta i pagani sono rimasti delusi.

— Dove mai si sarà rifugiato il nostro bravo amico? — chiese Cardozo.

— Avrà frapposto delle buone leghe tra il suo cavallo e quelli degl’inseguitori; ma sono certo che tornerà: lo sento.

La truppa rientrò nel campo, affranta per la lunga corsa. I cavalli erano coperti di schiuma e sudavano come avessero percorso dieci leghe sempre di galoppo.

Hauka, di assai cattivo umore per l’insuccesso dell’inseguimento, diede ordine ai nuovi arrivati di accampare e di procedere al seppellimento dei cadaveri, onde sottrarli ai denti dei giaguari e dei coguari.

Servendosi dei coltelli e delle lancie, i Patagoni scavarono diverse buche le une vicine alle altre, e vi calarono dentro i cadaveri, colle gambe incrociate in modo che le ginocchia toccassero la bocca e le calcagna posassero sulla parte estrema delle coscie. Se il tempo non fosse stato ristretto, quei selvaggi, che hanno un grande rispetto pei loro morti, non avrebbero mancato di far seguire i funerali con sacrifici, che consistono per lo più nell’uccisione dei cavalli appartenenti ai defunti; ma questi animali erano troppo preziosi in quei momenti per fare ciò.

— Fanno le cose assai spicce, — disse Diego, che aveva assistito alla cerimonia insieme con Cardozo. — Si vede che il capo non vuol perdere tempo.

— In tempo di pace cosa fanno? — chiese il ragazzo.

— Oh! le cose vanno per le lunghe. Al seppellimento intervengono tutti i parenti, tinti di nero, i quali dapprima distruggono tutti gli oggetti che appartennero ai defunti, non esclusa la tenda, e poi scannano tutti i cavalli. L’animale favorito però non si ammazza che sulla tomba del defunto, onde possa poi servirsene nell’altro mondo.

— E le vedove, cosa fanno? Portano forse il lutto?

— Senza dubbio, e che lutto! Per un anno intero sono costrette a serbare la fedeltà conjugale, pena la morte; non possono nè lavarsi, nè cambiare vesti, nè uscire dalla loro tenda, esclusi pochi minuti per procurarsi il cibo necessario alla loro esistenza.

— E si tingono pure di nero?

— Senza dubbio.

— Le compiango sinceramente.

— Bah! sono selvagge come gli uomini!

A mezzodì, nel momento che veniva calato nella fossa l’ultimo cadavere, una nuova banda, composta di una ventina di cavalieri, giungeva al campo, preceduta da alcuni uomini dell’avanguardia, partiti fino dalla notte. Il capo, che pareva avesse fretta, riorganizzò la sua truppa, lasciò a guardia dei feriti gli uomini sprovvisti di cavalli e comandò la partenza.

Girata la palude, che si estendeva per parecchie miglia dal nord al sud, ingombra di piante palustri, in mezzo alle quali si vedevano sbadigliare degli _jacarè_[19] dalle potenti mascelle, in attesa di preda, e svolazzare gran numero di fenicotteri dal collo smisurato e dalle forme barocche, e di specie di anitre, si diressero di galoppo verso il Rio Colorado, che non doveva essere molto lontano, a giudicare dagli innumerevoli torrenti che correvano verso settentrione.

La prateria aveva ripreso il suo impero al di là dei boschetti che circondavano il lago, e si estendeva a perdita d’occhio, non già piana come generalmente si crede siano le _pampas_, ma con piccole ondulazioni, seminate da straordinarie quantità di fiorellini dai vivaci colori, e da agglomeramenti di bellissimi cardi, in mezzo ai quali si vedevano saltellare e fuggire numerose _viscaccias_, animaletti che somigliano ai castori, forniti di un pelo pregiato, e non poche _zorillas_, specie di martore, colla coda ricca di peli, la quale si fende per lasciar sfuggire un puzzo infernale, che si espande a più di una lega e che è sufficiente per arrestare i cacciatori e anche i cani. Di quando in quando si scorgevano qua e là dei piccoli laghetti, che ordinariamente contenevano acque salmastre e di gusto cattivo, e dei torrentelli, che correvano invariabilmente verso il nord.

Verso il tramonto la banda, che aveva galoppato quasi senza posa verso il settentrione, giungeva sulla riva del Rio Colorado, detto pure Rio Mendoza, bellissimo fiume, dalle acque però rossicce, che nasce nella provincia di Mendoza, sul versante orientale delle Ande, e che corre attraverso le _pampas_ per 1330 chilometri, scaricandosi nell’oceano Atlantico di fronte all’isola Triste, dopo d’aver attraversato i laghi Grande e Lagunilla e di aver ricevuto sulla sua destra il Tamija, l’Aceguia e il Tungayan.

Hauka stava per spingere il proprio cavallo nel fiume onde cercare un guado, quando la sua attenzione fu attirata da una sottile colonna di fumo che si alzava sulla sponda opposta, radendo alcune macchie di cactus. La sua fronte si corrugò e il suo sguardo si accese, mentre le sue mani impugnavano la lancia e il _bola_.

— Pampas, o Argentini? — chiese egli agli uomini che lo seguivano.

Nessuno rispose alla domanda: poteva essere un accampamento d’Indiani, e anche di Argentini fuggiti verso il sud in seguito alla guerra di frontiera iniziata dai primi.

— Sento odor di polvere, — disse Cardozo, che aveva pure notato quel fumo. — Che ne dici, marinajo?

— Io suppongo che sia un accampamento di Argentini, — rispose il mastro. — I Pampas devono essere tutti al nord.

— Cosa farà il capo?

— Se sono Argentini, non esiterà ad attaccarli.

— E noi cosa faremo?

— Saremo costretti ad ajutare questi briganti per non pagar dopo il conto, in caso di una vittoria. Del resto, ho una voglia matta di dare addosso a quei nemici della nostra patria, che ci fecero tanto male.

— E se le cose volgono alla peggio pei nostri pagani?

— Passeremo al nemico, potendolo.

— Ben detto, marinajo.

Il capo, dopo un breve consiglio coi suoi più abili e più prodi guerrieri, fece distaccare due uomini di provato coraggio, coll’incarico di esplorare la riva opposta, ordinando agli altri di accampare in mezzo ai cespugli per non venire scorti dai presunti nemici.

I due esploratori, trovato un guado, attraversarono la corrente, ch’era tranquillissima, e, legati i loro cavalli ad un albero, scomparvero fra i cactus della opposta riva.

Trascorse mezz’ora, durante la quale il capo non abbandonò un solo istante la riva; poi, al di là del fiume, si udirono i cavalli nitrire e quindi immergersi. Al vago chiarore delle stelle furono scorti gli esploratori che attraversavano rapidamente la corrente.

— Pampas, o Argentini? — chiese il capo appena furono a portata della voce.

— Argentini, — risposero i due esploratori.

In un baleno tutti i guerrieri che si tenevano appiattati fra i cactus furono in piedi colle armi in pugno, affollandosi sulla riva. Cardozo, il mastro e perfino il flemmatico signor Calderon erano pure accorsi.

— Quanti? — chiese il capo, i cui occhi brillavano come quelli d’un gatto, nella profonda oscurità che avvolgeva la _pampa_.

— Dodici, — risposero gli esploratori.

— Dove sono accampati?

— A cinquecento braccia dal fiume.

— Armati?

— Di fucili.

— Hanno carri?

— Quattro.

— Sta bene, — concluse il capo.

Diego, che non aveva perduto una sillaba, si fece innanzi.

— Capo, — disse, — cosa intendi di fare?

— Darò battaglia ai _cristianos_.

— E noi cosa dobbiamo fare?

— Verrete con noi e ci ajuterete: ma vi avverto che al menomo sospetto vi faccio abbruciare vivi tutti e tre.

— Grazie dell’avviso, capo, — disse il marinajo.

Hauka, che pareva impaziente di dar addosso ai _cristianos_, certo di guadagnare un bel bottino, fece montare in sella i suoi uomini, raccomandò a tutti di avvolgere nelle coperte le teste dei cavalli onde non nitrissero, poi entrò nel fiume.

Il passaggio si operò nel più profondo silenzio e nel massimo ordine, grazie all’assenza dei caraibi, delle anguille elettriche e dei caimani, i tre flagelli dei fiumi dell’America meridionale. Alle nove la banda toccava la riva opposta, nascondendosi fra i cespugli.

— Non si attacca dunque? — chiese Cardozo, vedendo che i Patagoni discendevano di sella.

— I briganti sono furbi come giaguari, — rispose Diego imitando i Patagoni. — Non assaliranno gli Argentini che a notte inoltrata, onde sorprenderli nel sonno.

— Dimmi, marinajo, che ci sia il nostro _gaucho_ fra quegli accampati?

— Corpo di un treponti disalberato! — esclamò il mastro, colpito da quella riflessione. — Se ciò fosse!...

— Eccoci in un bell’imbarazzo!

— No, non può essere, — disse il mastro, dopo alcuni istanti di riflessione. — Ramon non sarebbe stato solo, quando ci scagliò addosso quella valanga di buoi.

— Se potessimo accertarci di ciò? Non mi perdonerei mai di aver ajutato questi pagani contro degli uomini che lavoravano per la nostra salvezza.

— E nemmeno io, Cardozo; ma... zitto!...

— Cosa odi?

— Non ti sembra di udire un galoppare precipitato sulla riva opposta? Guarda, anche i Patagoni si sono accorti.

Cardozo tese gli orecchi, mentre i Patagoni si alzavano l’un dopo l’altro, lanciando sguardi sospettosi verso il sud. In mezzo al profondo silenzio, appena rotto dal mormorìo del Colorado, il giovane marinajo udì distintamente un galoppo che si avvicinava rapidamente.

— È Ramon, — mormorò egli.

— Sì, dev’essere lui, — disse il mastro. — Segue la nostra banda e si dirige verso il fiume.

— Che non sappia che noi ci troviamo qui?

— È troppo furbo per cadere stupidamente in mezzo a noi.

— E perchè viene qui adunque?

— Senza dubbio per assicurarsi se noi abbiamo passato il fiume o no.

— Che Hauka gli lanci dietro alcuni de’ suoi?

— Ha troppo bisogno di uomini in questo momento per pensare al _gaucho_.

— Zitto!... eccolo!

Infatti un cavaliere era uscito dalle macchie e si avanzava cautamente verso il fiume. — Alla incerta luce delle stelle, i due marinai videro brillare nelle mani di lui un’arma che sembrava un trombone. Il cavaliere si spinse fin presso la riva e guardò attentamente all’opposta parte, cercando senza dubbio di discernere i Patagoni, che si tenevano celati fra le piante.

Ad un tratto un sibilo acuto si fece udire in aria, e una palla lucente, un vero _bola_, attraversò il fiume, cadendo fra i cespugli occupati dai guerrieri. S’intese una specie di grugnito, che pareva emesso da Hauka, poi alcuni _bolas_ partirono.

Il cavallo del _gaucho_ fece un salto, come se fosse stato colpito, poi ripartì di carriera, seguendo la riva destra del fiume, e scomparve verso l’est.

— È Ramon, — disse il mastro.

— Sì, sì, l’ho riconosciuto, — confermò Cardozo. — Ah! e non poter fargli alcun segno!

— Sa egualmente che noi siamo qui, ragazzo mio, poichè continua a seguirci.

— Ritornerà?

— Passerà il fiume alcune miglia più in giù, e poi si rimetterà sulle nostre tracce.