Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 13
Volsero le spalle al fiume per sorprendere il giaguaro per di dietro e si addentrarono nuovamente nel bosco, procedendo con infinite cautele e nel più profondo silenzio. Diego, che conosceva l’audacia di tali carnivori e che non ignorava le loro furberie e la loro agilità veramente straordinaria, di quando in quando si arrestava per tendere meglio gli orecchi e per esaminare attentamente i cespugli e gli alberi circostanti.
In capo ad un quarto d’ora i due cacciatori giunsero a pochi passi dal luogo dove trovavasi il felino. Scostarono pian piano i rami che impedivano a loro di vedere e guardarono verso il fiume: ma, con loro grande sorpresa e anche non poco terrore, non lo videro più.
Si era accorto del loro avvicinarsi, o, dopo di aver divorato qualche pesce, si era allontanato? Si trovava ancora nei dintorni, o era fuggito?
— Ragazzo mio, stiamo in guardia, — mormorò il mastro, gettando un rapido sguardo fra i cespugli e sui rami degli alberi. — Forse ci ha uditi e s’è posto in agguato per balzarci addosso.
— Ma io nulla odo.
— Sono agili e leggeri, e... Zitto!
Alla sua destra aveva udito un leggero fruscìo ed aveva veduto muoversi un cespuglio. Armò rapidamente la carabina e attese, mentre Cardozo faceva altrettanto, ma tenendo gli occhi fissi sui cespugli di sinistra.
Alcuni rami si mossero lentamente e si udì un brontolìo, che però diventava sempre più soffocato.
— È là? — disse Diego. — Ci ha sentiti, e forse ci spia.
— Che ci attacchi?
— Se è affamato, non esiterà a farlo.
— Cosa facciamo?
— Credi di essere sicuro del tuo colpo?
— Ho un certo tremito nelle braccia, ma non ho paura — rispose il coraggioso ragazzo.
— Allora seguimi.
Il mastro si cacciò risolutamente fra i cespugli, seguìto dal giovane marinajo, che si volgeva di frequente indietro per paura di venire improvvisamente assalito alle spalle. Percorsi quindici passi, si trovarono dinanzi ad una piccola radura circondata da fitte macchie di _huignal_. Non si udiva più alcun rumore, nè si vedevano agitare i rami. Tuttavia il giaguaro non doveva essere lontano, poichè l’aria era appestata di un acuto odore di selvatico.
— Fermati qui, figliuol mio, — disse il mastro. — Io vado a battere le macchie; ma non ti perderò di vista.
— Va bene, marinajo, — rispose Cardozo, che cercava di mostrarsi tranquillo.
Aprì ben bene le gambe, alzò la carabina onde essere pronto a portarla alla spalla, e attese con bastante sangue freddo l’uscita del giaguaro.
Diego si cacciò fra le macchie senza allontanarsi dalla radura, risoluto a scovare il carnivoro, che doveva essersi appiattato nei dintorni.
Passarono due minuti, lunghi come due secoli pel ragazzo, che per la prima volta in vita sua si sentiva invaso da un vivo terrore.
Ad un tratto i rami di un cespuglio si aprirono lentamente, e un bellissimo animale dal mantello giallastro picchiettato di nero apparve, gettando un potente miagolìo, che poteva chiamarsi un sordo ruggito.
Gli occhi della belva, contratti in forma d’un I, si fissarono sul ragazzo, che era diventato pallidissimo sì, ma che non aveva fatto un passo indietro. Pareva che la belva fosse sorpresa di trovarsi dinanzi ad un cacciatore così piccolo, o, contrariamente alle sue abitudini, invece di slanciarsi, si arrestò, cacciando i potenti artigli dentro la terra.
— Calma e occhio sicuro, — mormorò il ragazzo. Puntò la carabina, mentre un freddo sudore gli inondava la fronte, mirò attentamente e fece partire il colpo.
Il giaguaro emise un ruggito di dolore, ma non cadde: la palla gli aveva solamente fracassato una spalla. Indietreggiò di due passi, come se volesse prendere maggior spazio, si accorciò poi bruscamente e si allungò, slanciandosi d’un salto attraverso la radura.
Cardozo, pallido, terrorizzato, inerme, mandò un grido di spavento a metà strozzato: — Ajuto, Diego!...
Un colpo di carabina rispose a quell’appello disperato. Il giaguaro, colpito al volo, cadde colla testa innanzi, dimenò furiosamente le gambe, poi rimase immobile.
Quasi contemporaneamente si udì una voce tranquilla esclamare: — Bel colpo!
E il vecchio lupo di mare si slanciò nella radura col fucile ancora fumante.
XXI.
Una detonazione misteriosa.
I giaguari (_felix onca_), senza essere i più grandi animali del continente americano, sono i più terribili e i più sanguinari; non la cedono che agli orsi grigi delle Montagne Rocciose, dei quali è già fin troppo nota la ferocia e la forza, che è veramente irresistibile.
L’Asia ha le tigri, l’America ha i giaguari: due razze che si somigliano per la struttura, per gl’istinti, per lo slancio e per la vigoria, che in certi casi è superiore a quella dei leoni. Non diversano che nel mantello, poichè, mentre nelle prime la pelle è striata di nero e di arancio, nei secondi invece è irregolarmente picchiettata di macchie color rosa con grossi punti neri nel mezzo, su di un fondo giallognolo che è veramente superbo; sono anche un po’ più piccoli delle prime, poichè di rado superano i due metri di lunghezza dall’estremità del muso alla radice della coda.
I giaguari s’incontrano in tutta l’America del Sud, ma non sono rari anche nel Messico, nella California e nel territorio indiano fin presso le Montagne Rocciose. Ma, come dicemmo, la loro vera patria è l’America del Sud, e più specialmente le fitte boscaglie del Brasile, delle repubbliche meridionali e le grandi praterie della Patagonia. Formidabili distruttori di carne, poichè sono dotati di una voracità straordinaria, fanno vere stragi di selvaggina, e nelle _pampas_ recano immensi danni ai mandriani, abbattendo indistintamente cavalli e buoi. È tale la loro forza, che basta un colpo di zampa per ispezzare la colonna vertebrale al più grosso animale, e non di rado se ne sono veduti taluni varcar di un salto un recinto, portando in bocca un grosso capo di selvaggina o un vitello.
La loro audacia, vince talvolta quella della stessa tigre, poichè non teme l’uomo, anche se formidabilmente armato. Attacca indistintamente qualunque essere vivente, si avvicina ai villaggi per rapire le donne e i fanciulli, e si narra perfino che un giaguaro, entrato una volta in una chiesa, sbranò tre preti e un sagrestano prima di venire ucciso.
Il felino ucciso dai marinai era uno dei più superbi campioni, poichè toccava i due metri. Le due palle l’avevano ridotto in cattivo stato, poichè quella di Cardozo gli aveva fracassata la spalla destra, e la seconda gli aveva spaccato il cranio, mettendo a nudo un buon tratto della scatola ossea. La morte, dopo il secondo colpo di carabina inviatogli dal mastro, doveva essere stata istantanea.
— Corpo d’un treponti sventrato! — esclamò il degno lupo di mare, che girava e rigirava attorno al cadavere. — Ecco davvero un bel colpo e sparato proprio a tempo; un momento di ritardo, e tu, mio povero ragazzo, eri spacciato.
— Ti giuro che me la son vista brutta, marinajo, — disse Cardozo, che non si era ancora completamente rimesso dall’emozione. — Si ha un bel dire che una palla può uccidere anche un elefante, ma ti confesso che ho provato una gran paura.
— Bah! Sei stato anche troppo bravo, ragazzo mio. Ho conosciuto degli uomini due volte più forti di te, che tremavano tanto dinanzi ad un giaguaro, da non essere capaci d’alzare il fucile.
— Dimmi, marinajo: che sia stato questo a divorare il piccolo patagone?
— Non te lo so dire; ma, sia stato questo o un altro, per noi è tutt’uno. Lo porteremo al campo ed al capo diremo che l’abbiamo ucciso mentre stava rosicchiando la vittima.
— Ritorniamo?
— Aspetta un momento.
Sciolse una lunga corda di pelle intrecciata, una specie di _lazo_, legò la belva pel collo e provò a tirare.
— È un po’ pesante, ma verrà, — disse. — Andiamo, ragazzo, che ho una fame diabolica.
Si attaccarono tutti e due alla corda, e, riunendo le loro forze, si misero a trascinare il carnivoro attraverso la foresta. Dopo parecchie fermate onde dar riposo ai loro piedi, che in causa del taglio aperto dallo stregone si erano gonfiati mettendo sangue, giunsero nella prateria, dove si fermarono di comune accordo, in preda ad una certa inquietudine.
Ad un centinajo di passi dal margine del bosco, una cinquantina di cavalieri parevano che li aspettassero. Erano tutti armati di lance, di _bolas_, di _lazos_ e di coltelli d’ogni forma e dimensione, e dipinti di bianco dalle anche fino al collo. Dinanzi a loro, ad una breve distanza, stava il capo Hauka, pure dipinto di bianco e con una grande penna infissa nella pezzuola bianca che stringevagli la fronte.
— Corpo d’un cannone! — esclamò il mastro. — I nostri pagani colla pittura di guerra! Cosa vuol dir ciò?
— Ehi, marinajo! — esclamò Cardozo. — Che abbiano intenzione di giuocare qualche brutto tiro?
— Non ne so più di te. Vedi il signor Calderon?
— Eccolo là in mezzo. Mi pare che abbiano dipinto anche il povero uomo.
— È carico il tuo fucile?
— A doppia palla.
— Tienti pronto a tutto, figliuol mio, e quando darò il comando fa fuoco sul capo.
Hauka, che aveva scorto i due cacciatori, s’avanzava di carriera, spronando vivamente il suo superbo cavallo. — Giunto a pochi passi, si arrestò, e, rivolgendosi al mastro, disse:
— Sei un brav’uomo.
— Lo credo, capo, — rispose il mastro.
— Conosci le nostre pitture?
— Sì.
— Andiamo alla guerra, come ben vedi.
— Contro chi?
— Lo saprai; lascia il giaguaro e vieni.
— Ma noi siamo stanchi.
— I figli della luna sono forti.
— Ma io muojo di fame.
— Si parte, — disse il capo ruvidamente.
Mandò un lungo fischio, servendosi di un osso che pareva un flauto. Tosto due guerrieri si fecero innanzi, conducendo per la briglia due vigorosi cavalli di prateria, dalla testa leggera, i fianchi stretti, le gambe secche e nervose come quelle dei cervi.
— In sella, — comandò il capo.
Cardozo e il mastro, ben sapendo che ogni resistenza sarebbe stata pericolosa, balzarono in arcione. I guerrieri che stavano schierati nella prateria raggiunsero il capo, conducendo con loro il signor Calderon, che montava un mustano dal mantello bianco, adorno di ogni sorta di amuleti.
Due uomini ad un ordine del capo scesero di sella, si caricarono del giaguaro e s’avviarono verso il campo, le cui tende rapidamente venivano sciolte e arrotolate; gli altri si avviarono di galoppo verso il Rio Negro, dove un’altra banda, formata da una cinquantina di uomini che parevano appartenere ad un’altra tribù, li attendevano.
— Ma dove andiamo noi? — chiese Cardozo, che non si era ancora rimesso dallo stupore cagionatogli da quell’improvvisa partenza.
— Ne so meno di te, figliuol mio, — rispose il mastro, che gli cavalcava vicino. — Pare che sia accaduto qualche cosa di grave, poichè noi andiamo alla guerra a giudicarlo dalle pitture dei nostri uomini.
— Ma contro chi?
— Contro gli uomini del Nord, — rispose una voce dietro di loro.
Si volsero e videro l’agente del Governo, il quale, cosa veramente strana, pareva che fosse di buon umore.
— Gli Argentini forse? — chiese il mastro.
— Dei cavalieri hanno recato la notizia che gli Argentini si battono, e i Patagoni accorrono per saccheggiare la frontiere assieme ai Pampas.
— Pare che siano un po’ in ritardo in fatto di notizie questi signori selvaggi, — disse Cardozo. — Per Giove! sono parecchi mesi che la guerra è scoppiata fra le repubbliche del Sud e il nostro paese.
— Arriveranno sempre a tempo.
— Sono arcicontento di questa spedizione, — disse il mastro. — Ci avvicineremo ai paesi civili e ci sarà più facile darcela a gambe.
— Lo spero, — rispose il signor Calderon.
La banda era allora giunta sulla riva del Rio e si era arrestata. Due guerrieri si avanzarono verso il fiume, scandagliando colle loro lancie il letto, a fine di assicurarsi della profondità dell’acqua, poi entrarono risolutamente nella corrente.
— Cerca di rimanere indietro, Cardozo, — disse il mastro. Possono giungere da un istante all’altro quei dannati _mondongueros_ e causare una confusione funesta.
— Sarò uno degli ultimi, — rispose il ragazzo.
I cavalieri, a tre, a quattro, senza ordine di sorta, entrarono nel fiume, spronando i cavalli, che parevano avessero fiutato qualche pericolo poichè si mostravano recalcitranti, sferrando calci per ogni dove. In breve tutta la banda si trovò immersa, coll’acqua fino alle anche. Si trovava già a mezza via, quando si udirono i due cavalieri che si trovavano in testa mandare delle grida che parevano improntate di un vivo terrore. Quasi subito si videro i loro cavalli inalberarsi, sollevando intorno delle vere ondate.
— I _mondongueros_? — chiese Cardozo a Diego.
— Temo che vi sia qualche cosa di peggio, — rispose il mastro, che scrutava la corrente.
Ad un tratto, tra i cavalli che seguivano le guide, si manifestò una grande confusione. Nitrivano disperatamente, balzavano a destra e a sinistra urtandosi furiosamente, sferravano calci, s’impennavano tentando di rovesciare i cavalieri, che non parevano meno spaventati e che mandavano grida di vero terrore.
In mezzo alle onde sollevate dai destrieri si vedevano apparire e scomparire dei lunghi corpi nerastri, che somigliavano a grosse anguille, le quali pareva che si accanissero contro i disturbatori della quiete acquatica.
— Tuoni e lampi! — esclamò il mastro impallidendo.
— Cosa succede? — chiese Cardozo, che dava furiose speronate al cavallo e che stringeva fortemente le ginocchia per non venire buttato giù.
— I gimnoti! Sprona, Cardozo, sprona!
Il ragazzo stava per obbedire, quando ricevette un colpo che parve una vigorosa scarica elettrica. Il suo cavallo emise un nitrito di dolore e fece uno scarto violento, piegandosi poscia sulle gambe, come se le forze gli fossero venute meno.
— Cardozo! — esclamò il mastro.
Il povero ragazzo, intontito da quella strana scossa, che non sapeva ancora a chi attribuire, perdette l’equilibrio e cadde di sella; ma il mastro, che gli era vicino, fu pronto ad afferrarlo per la cintola e a trarlo sul proprio cavallo.
— Cardozo, figlio mio, — esclamò.
— Non spaventarti, marinajo, — rispose il giovanetto, che ebbe la forza d’animo di sorridere. — Ho perduto le forze: ecco tutto.
— Cerca di tenerti aggrappato a me.
Poi cacciò gli sproni nel ventre del cavallo, che si mise a balzare innanzi, tagliando la corrente obliquamente. Il bravo marinajo, sempre spronando ed eccitando il destriero colle briglie e colla voce, evitò i cavalli dei Patagoni, che si dibattevano furiosamente in mezzo al fiume, scavalcando i cavalieri, correndo all’impazzata per ogni dove, cadendo e risollevandosi, e raggiunse la riva opposta.
Cardozo, rimessosi dalla scossa ricevuta, fu pronto a lasciarsi scivolare a terra. Parecchi cavalli erano già arrivati, ma quasi tutti privi di cavalieri, e giacevano distesi in mezzo all’erba, come se fossero impotenti a muoversi. Tremavano fortemente, mandavano nitriti dolorosi, i loro occhi brillavano più del solito ed erano straordinariamente dilatati, e dalla bocca lasciavano cadere un’abbondante schiuma sanguigna.
I Patagoni che giungevano, non sembravano in miglior stato, e si stropicciavano vigorosamente le membra indolenzite.
— Ma con quali nemici abbiamo avuto da fare? — chiese Cardozo, che seguiva con sorpresa i salti disordinati dei cavalli che si trovavano ancora in mezzo al fiume.
— Coi gimnoti, ti ho detto, — rispose Diego.
— Che pesci sono?
— Sono specie di anguille che si trovano nei nostri fiumi dell’America del Sud e che pare possiedano una vera pila elettrica, poichè lanciano delle scariche poderose, che talvolta riescono anche mortali per gli esseri deboli.
«Vivono in mezzo al fango; ma quando sono disturbate salgono a galla e attaccano i disturbatori con grande accanimento. Fortunatamente dopo la prima scarica i gimnoti perdono le loro forze e diventano pressochè innocui, poichè occorre loro un certo tempo per riprendere vigore e tornar a scaricare.
«Guarda: non li vedi galleggiare in gran numero mezzi morti?
— Infatti scorgo parecchie anguille.
— La lotta è finita, — riprese il mastro. — Ecco i cavalli che tornano tranquilli e che si affrettano a guadagnare la riva.
Infatti tutti i cavalli che si trovavano in mezzo al fiume si avanzavano frettolosamente, carichi di uomini che si erano aggrappati alle criniere e alle code, quasi tutti, dal più al meno, addolorati per le scosse ricevute. Tanto i primi quanto i secondi, appena giunti a terra, si lasciarono cadere come se fossero privi di forze.
— E il signor Calderon? — chiese Cardozo, che era disceso incontro ai nuovi arrivati.
— Eccolo là sul suo cavallo, — rispose il mastro, che lo aveva seguito. — Mi pare che non stia troppo male, perchè il suo viso non mi sembra niente alterato.
— Signor agente, come stiamo di salute? — chiese Cardozo. — Siete stato anche voi fulminato?
— No, — rispose seccamente Calderon.
— Fortunati stregoni! — esclamò il mastro ironicamente. — Possiedono persino la potenza di paralizzare le scariche dei gimnoti!
L’agente gettò sul marinajo uno sguardo obliquo, ma non rispose, e si avvicinò al capo Hauka, che stava discutendo calorosamente con parecchi guerrieri.
— Che brutto sguardo! — esclamò il mastro ridendo. — Pare che non sia contento dell’alta carica conferitagli dal capo.
— Bada che non ti faccia qualche brutto tiro, marinajo.
— Bah! Finchè abbiamo i milioni, non ardirà alzare un dito contro di noi, e poi sa bene che senza il nostro ajuto non sarà mai capace di sfuggire alle unghie del capo.
— Ma credi tu...
Cardozo si era bruscamente interrotto. Una detonazione si era improvvisamente udita verso il nord, dietro una grande macchia di carrubi che si estendeva lungo la riva sinistra del fiume.
Hauka e i guerrieri balzarono in piedi come un sol uomo colle lancie in pugno, gettando sguardi inquieti sulla piccola boscaglia che nascondeva la grande prateria.
XXII.
Attacco notturno.
Chi mai poteva aver sparato quel colpo di fucile, in quel luogo deserto, lontano parecchie centinaja di leghe dalle frontiere argentine? Chi mai poteva essere l’audace che si era inoltrato tanto nelle grandi praterie della Patagonia, che sono guardate al nord dalle bellicose tribù dei Pampas, nemiche acerrime della razza bianca? Era stato un indiano armato di un fucile, cosa piuttosto difficile ad ammettersi, non conoscendo questi che molto imperfettamente le armi da fuoco, o un vero bianco, giunto fin là chi sa mai in seguito a quali straordinarie circostanze?
Hauka, dopo essere stato per alcuni minuti in ascolto, prese una pronta risoluzione. Balzò sul suo cavallo, che pareva non avesse sofferto durante la lotta coi gimnoti, e impugnata fieramente la lancia colla sinistra e il _bola_ dalla palla di metallo bianco colla destra, gridò:
— A cavallo, Tehuels!
Una quarantina di guerrieri, che non erano stati colpiti dalle scariche dei gimnoti, risposero all’appello e lanciarono i loro cavalli dietro al capo, che si era coraggiosamente cacciato dentro il bosco. Cardozo, Diego e perfino il flemmatico agente del Governo erano della partita.
La cavalcata attraversò di galoppo il bosco, che lasciava qua e là dei larghi passaggi, e sbucò nella grande prateria che si estendeva a perdita d’occhio verso il nord.
Una figura indecisa, che pareva quella di un uomo montato su di un rapido cavallo, si allontanava verso il nord, semituffata fra i grandi cardi. Era ormai così lontana, che il mastro e Cardozo, quantunque possedessero una tal vista da sfidare un potente cannocchiale, non riuscirono a distinguerla.
Hauka s’accorse che era giunto troppo tardi per raggiungerla, specialmente coi cavalli ch’ei possedeva, che, quale più e quale meno, sembravano assai stanchi; nondimeno diede ordine ad una decina di guerrieri, che parevano i meglio montati, d’inseguire il fuggiasco, che era ormai ridotto ad una piccola macchia nera, appena visibile sul verde tappeto della prateria.
— Tempo sprecato, miei cari, — disse il mastro, che era rimasto col capo, il quale aveva ripreso la via del fiume.
— Che sia un indiano quell’uomo che fugge? — chiese Cardozo.
— Dubito assai che sia tale: non sarebbe fuggito così presto all’apparire dei Patagoni.
— Credi che sia un bianco?
— Sono quasi certo che sì.
— Ma noi siamo in un paese abitato da soli indiani e lontano assai dalle frontiere.
— Può essere qualche _gaucho_ cacciato al sud dalle scorrerie dei Pampas... Ah!...
— Cos’hai, marinajo?
— Se fosse...
— E chi mai?
— Uno dei nostri _gauchos_? E perchè no? Erano tutti e due ben montati e bene armati, e uno, se non tutti e due, può essere sfuggito all’inseguimento dei Patagoni.
— Ma bisognerebbe che ci avessero seguiti e spiati.
— Possono essersi nascosti nel bosco: in questo, per esempio.
— Ma allora, perchè quel colpo di fucile?
— Per avvertirci della loro presenza.
— Marinajo! — esclamò Cardozo, colpito profondamente dalla giustezza di quel ragionamento.
— Figlio mio, io sono convinto che i nostri fedeli amici vegliano per la nostra liberazione.
— Ah! se ciò fosse! Come si potrebbe accertarci che non sono stati uccisi?
— Interrogando i Patagoni.
— Ma possono insospettirsi.
— Hai ragione, ragazzo mio; ma forse il signor Calderon, che è nell’intimità del capo, può saperci dire qualche cosa.
Spinse il cavallo verso quello del signor Calderon, che camminava a pochi passi da quello del capo patagone, e tirò il lungo mantello che avvolgeva l’agente del Governo.
— Una parola, signor Calderon, — disse il lupo di mare.
— Sia, — rispose lo stregone col suo solito accento secco.
— Vi prevengo che si tratta della nostra salvezza, che forse è molto vicina.
— Ne dubito per ora.
— Non importa, signor agente del Governo. — Ditemi, se lo potete: avete saputo nulla dei due _gauchos_ che accompagnavano me e Cardozo e che erano stati inseguiti dai Tehuels?
— Mi si disse che uno era stato ucciso con un colpo di _bola_.
— E dell’altro? — chiese con viva ansietà il marinajo.
— Credo che sia sfuggito all’inseguimento, poichè al campo non si riportarono le sue spoglie.
— Allora siamo salvi!
L’agente del Governo lo guardò come si guarda un uomo che ha perduto la testa, e sorrise ironicamente.
— Vi ripeto che la libertà è vicina, — disse il mastro. — L’uomo che ha sparato il colpo di fucile è uno dei nostri _gauchos_.
— Non ardirà più ritornare.
— Tornerà, signor Calderon.
— Meglio per voi, — rispose l’agente, alzando le spalle e spronando il cavallo per raggiungere il capo.
— Non capirò mai codesto uomo, — brontolò il mastro, rivolgendosi a Cardozo. — Non importa: mi basta di sapere che uno dei nostri amici è ancora vivo e che ci segue.
— E cosa faremo intanto? — chiese il ragazzo.
— Staremo in guardia, e alla prima occasione pianteremo i pagani e i loro alleati. Una voce mi dice che il _gaucho_ ci farà sapere sue nuove molto presto, e io credo ai presentimenti, ragazzuccio del mio cuore.
Erano allora giunti sulla riva del Rio Negro, che era ingombra di persone giunte dall’accampamento, vecchi, donne e fanciulli, conducenti gran numero di cavalli carichi di tende bene ripiegate, di coperte, di attrezzi d’ogni sorta e di grosse provviste di _charquì_ (carne secca).
Il capo Hauka passò rapidamente in rivista tutte le sue genti, che non attendevano che il segnale per partire, staccò un’avanguardia di trenta guerrieri scelti, muniti di grosse _corconillas_, che dovevano supplire le tende durante la notte, si mise alla testa di questa e partì verso il nord di gran trotto. Tutti gli altri, comprese le donne, senza le quali il Patagone non si mette mai in campagna, dovevano seguirlo a piccole tappe, mantenendosi però ad una distanza di poche leghe dall’avanguardia, onde, in caso di bisogno, ajutarla nei primi scontri.
Cardozo, Diego e l’agente del Governo, che colle loro carabine erano d’un ajuto potente, facevano parte dell’avanguardia.
La piccola truppa, dopo d’aver attraversato il bosco, si slanciò attraverso la grande prateria, che appariva sgombra di qualsiasi ostacolo e coperta di sole piante graminacee, dette _tussak_.