Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 10
— Sono salvo! — esclamò, e si diresse a quella volta a tutte gambe; ma ormai era troppo tardi. I Patagoni salivano la collina di gran galoppo, mandando grida di trionfo.
In pochi istanti quindici o venti cavalieri gli furono addosso, urtandolo furiosamente. Il mastro cadde, trascinando nella caduta Cardozo.
S’alzò furioso con una carabina in mano e la scaricò a casaccio in mezzo al gruppo. Stava per impugnarla per la canna onde servirsene come di una mazza, quando si sentì afferrare per di dietro e rovesciare violentemente a terra.
Un indiano di statura gigantesca alzò su di lui il pugno, grosso quanto una mazza di fucina, e lo percosse furiosamente sul cranio.
— Ajuto! — gridò, e stramazzò al suolo come fulminato!
XVI.
I _grandi piedi_ dell’America del Sud.
In quella specie di triangolo smussato che l’America meridionale forma alla sua estremità, distendendosi per 168 miriametri fra gli oceani Atlantico e Pacifico, confinante al nord col Rio Negro, che la divide dalla Pampa Argentina, e al sud collo stretto di Magellano, — al quale triangolo fu dato il nome di Patagonia dal navigatore Magellano, che pel primo lo visitò nell’anno 1519 — vive un popolo che da tre secoli e più ha destato fra gli scienziati dei due mondi e fra i più arditi navigatori il più vivo interesse e le più appassionate discussioni.
Intendiamo parlare dei _Patagones_ o degli _Uomini dai grandi piedi_, come li battezzò Magellano, tratto in errore dai loro giganteschi calzari di pelle di guanaco. Il loro vero nome però è quello di Ahonicauka o meglio ancora di Tehouk o di Tehuels, come vengono comunemente chiamati dai popoli vicini.
Fu la loro statura elevatissima, prodigiosa, che li rese celebri, nonchè la loro forza veramente straordinaria, il loro spirito d’indipendenza e il loro genere di vita. I primi naviganti che si avventurarono sulle desolate coste della Patagonia, lasciarono di questi Indiani descrizioni che mettono paura.
Magellano, che pel primo li vide, lasciò scritto che i marinai delle sue navi giungevano appena alla cintura di quei colossali Indiani, ai quali inoltre egli attribuiva una forza prodigiosa e una tal voce che sembrava muggissero più forte dei buoi. I navigatori però, che li visitarono più tardi, diminuirono gradatamente la statura di quegli uomini, i quali, senza essere così giganteschi, possono considerarsi ancora oggidì i più grandi, i più sviluppati e i più vigorosi che vanti la razza umana.
Drake, che li visitò nel 1578, disse che erano un po’ più alti di alcuni inglesi, niente di più; Cavendisk, che li vide nel 1586, disse che l’impronta dei loro piedi era di diciotto pollici; Knyvet, che sbarcò su quelle coste nel 1591, vide Indiani alti dalle quindici alle sedici spanne; Van Nort nel 1598 disse che erano tutti di alta statura; Sebald de Veert nel 1599 li fa alti dai dieci agli undici piedi: più di tre metri; Spilbergen nel 1614 li chiamò veri giganti; Le-Maire e Schouten nel 1615 trovarono degli scheletri alti dai dieci agli undici piedi, e videro crani così grandi che si potevano portare come elmi; Falkner nel 1740 vide un capo Indiano alto due metri e trentatre centimetri; Byron nel 1764 vide pure un capo così alto e altri un po’ più bassi; Wallis nel 1766 trovò degli Indiani alti due metri e qualcuno alto sette piedi; Bougainville, nel 1767, non più alti di sei piedi e non più bassi di cinque o sei pollici; Viedman nell’anno 1783 li vide usualmente alti sei piedi; King, nel 1827, dai cinque piedi e dieci pollici ai sei piedi; D’Orbigues, nel 1829, non oltre i cinque piedi e undici pollici; Fitzroy e Darwin nel 1833, metri 1,94; Mayne e Cunningham negli anni 1867-69, cinque piedi e undici pollici, ma ne videro uno alto metri 2,08; Auton nel 1865 disse che i più grandi toccavano metri 1,94.
Senza dubbio la loro razza è andata a poco a poco abbassandosi, come lo dimostrano gli scheletri elevatissimi, che si rinvengono anche oggidì; ma si possono considerare i Patagoni gli uomini più giganteschi della razza umana. Molto probabilmente però, alcuni navigatori vennero tratti in errore per aver visto questi Indiani solamente a cavallo. Infatti, quando sono sui loro destrieri sembrano più grandi di quello che siano realmente, avendo per lo più le gambe corte, il busto lunghissimo e le forme sviluppatissime, ma che sembrano maggiori a causa del lungo manto di pelle di guanaco, che portano col pelo di sotto.
Questo popolo, il cui numero si fa ascendere a circa 120.000 anime, numero ben esiguo per una regione che ha una superficie di 12.000 Mmq., forma un tipo assolutamente a parte, che si stacca completamente dagli Indiani Pampas, che occupano la regione vicina alle frontiere Argentine, dagli Indiani Araucani, che occupano la Patagonia confinante coll’oceano Pacifico, e sopratutto dagli indigeni della Terra del Fuoco, brutti, luridi e, quello che è più strano, tanto piccoli da poterli chiamare veri nani, quantunque solo poche centinaia di metri di acqua li separino dai Patagoni.
Oltre la statura che li distingue, hanno la testa grossissima, i capelli lunghi, gli occhi neri, vivaci, il volto per lo più ovale; la fronte convessa, il colorito bruno rossiccio, e sono affatto sprovvisti di barba, che si strappano accuratamente col mezzo di un piccolo strumento di argento o con pezzi di vetro. Sono meno crudeli dei loro vicini, che di rado risparmiano i prigionieri e specialmente gli uomini di razza bianca; ma odiano profondamente gli Spagnuoli, che distinguono col nomignolo di _cristianos_, perchè li considerano come gli usurpatori dei territori posti a settentrione.
Per lo più sono taciturni, dall’espressione malinconica, ma amano i grandi parlatori, e in famiglia talvolta scherzano coi loro figli, che adorano, e colle loro mogli, che assai rispettano.
Nomadi per eccellenza, non hanno nè centri, nè villaggi. Vanno e vengono per le immense praterie del loro territorio, spinti dal capriccio o dal desiderio di trovare luoghi migliori per la caccia, e pare che si prendano ogni cura per evitare il contatto cogli uomini di razza bianca. Si direbbe che hanno paura della civiltà, della quale del resto ebbero quasi sempre a dolersi, e la sfuggono. Infatti, ben di rado osano varcare il Rio Negro, di là dal quale vivono i Pampas e più oltre gli Argentini, che aborriscono in ispecial modo.
Intrepidi cavalieri da eguagliarsi ai famosi _gauchos_, si può dire che anch’essi vivono sempre in sella, essendo il cavallo diventato per loro tanto necessario da non poter più farne a meno. Si può anzi dire che, se la razza equina si estinguesse, quella dei Patagones non tarderebbe molto a seguirne il destino.
È infatti il cavallo che dà la vita all’Indiano delle _pampas_, che lo nutrisce, che lo ajuta nelle caccie, che lo veste, che gli somministra perfino la tenda; e il Patagone, che ciò non ignora, ama immensamente il suo destriero, più della propria moglie, più, forse, dei figli.
I Patagoni vivono in completa libertà. Si radunano in piccole bande, che di solito non superano i due o trecento individui, eleggendosi un capo, che viene scelto fra i più valorosi, ma che ha un ascendente molto limitato sui componenti la tribù. Hanno però una certa venerazione pei loro stregoni, che per lo più sono scaltri impostori che si dicono protetti da Vitamentru, un genio buono per tener lontane le bricconate di Gualisciù, che è il genio del male e che comanda agli spiriti maligni.
Del resto, poco si occupano della religione. Tutte le loro occupazioni sono rivolte ai cavalli, alla famiglia, alla caccia, dalla quale ritraggono il loro sostentamento, ignorando affatto l’agricoltura, e alla guerra, che amano assai, essendo tutti coraggiosi e di un temperamento tutt’altro che tranquillo.
Dati questi brevi cenni su cotesto popolo, sulla cui terra sono caduti i superstiti del _Pilcomayo_, riprendiamo il filo della nostra veridica storia.
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A circa sessanta chilometri dalla foce del Rio Negro, meglio conosciuto dagli indigeni sotto il nome di Gusa-Leuvre, bel corso d’acqua che si forma sotto il 39°,40ʹ di lat. S. ed il 70° di longit. O. dalla congiunzione del Rio Sanguel col Leuvre e che corre attraverso le _pampas_ per oltre centocinquanta leghe, si era accampata una piccola tribù di Patagoni, formata da una cinquantina di famiglie.
All’ingiro erano state già erette le tende, dette comunemente _toldos_, o meglio ancora _hou_, come le chiamano i Patagoni, formate di pelle di guanaco e di cavallo, cucite accuratamente e rese impermeabili da un denso strato di terra rossa mescolata a grasso, di forma quadrangolare, lunghe circa quattro metri, larghe tre e alte due e mezzo sul dinanzi e solamente due sul dietro onde far scorrere l’acqua.
Uomini e donne, bizzarramente vestiti e coi visi dipinti di bianco, di nero e di giallo, si affaccendavano attorno ai cavalli, che vi erano in gran numero; altri attorno ai fuochi che ardevano dinanzi alle _toldos_, e altri ancora dietro alle armi, che venivano pulite con grande accuratezza e piantate in terra a breve distanza dalle capanne.
Nel mezzo del campo alcune donne dalle forme giunoniche e di statura elevata, erano occupate a ornare una tenda, piantandole attorno delle lance, alle cui estremità portavano gruppi di piume di _nandù_ e campanelluzzi d’argento, che tintinnavano graziosamente.
Ad un tratto ecco uno strano clamore alzarsi alla estremità del campo che guardava verso un piccolo bosco di carrubi e di boyghe, facendo bruscamente interrompere tutti i lavori. Poco dopo si udì qua e là una specie di rullo, che pareva emesso da un tamburo, accompagnato da certi suoni bizzarri che sembravano prodotti da alcuni flauti molto stonati.
Gli uomini abbandonarono precipitosamente le tende e si radunarono in mezzo al campo, attorno a quella che le donne stavano addobbando colle lance.
Un guerriero uscito dal boschetto e montato su di un rapido cavallo dal mantello bianco-sporco, si avvicinava all’accampamento, facendo volteggiare al disopra della sua testa una lancia dalla punta di ferro, adorna all’altra estremità di un gruppo di penne di _rhea_.
— Il _gounak_![14] — si udì esclamare da ogni parte. — Lo stregone sta per venire!
Il guerriero che si avvicinava, spronando vivamente il cavallo, era uno dei più superbi campioni della razza patagone.
Era alto due metri e qualche centimetro, aveva il torace ampio, le spalle larghissime, la testa grossissima, fornita di una lunga e ruvida capigliatura nera. La sua tinta spariva quasi interamente sotto uno strato di color bianco, tinta che si dànno nelle cerimonie festose; ma il suo viso mostrava qua e là un colore rossiccio, quantunque anch’esso portasse abbondanti segni in forma di mezzaluna, fatti con terra ocracea impastata con midolla di ossa di selvaggina.
Indosso portava il costume nazionale, che è formato da un gran manto di pelle di guanaco cucito con tendini di struzzo, tinto internamente di rosso e all’esterno arricchito di disegni pure rossi, assicurato da una larga cintura, detta _wati_, e da un pezzo di pelle, detta _chiripà_, che gli copriva parte del ventre e delle gambe.
Ai piedi calzava i _botas de podro_, grandi stivali fatti di pelle di guanaco accuratamente raschiata, che davano alle sue estremità proporzioni fenomenali, e al collo, ai polsi e agli orecchi portava collane, pendenti e braccialetti di argento, grossolanamente lavorati, ma non mancanti di un certo gusto artistico.
Giunto in mezzo all’accampamento, quel superbo cavaliere balzò a terra con un’agilità sorprendente per un uomo di tale statura, e volgendosi verso gli uomini che l’avevano subito circondato, chiese con una voce così potente da essere udita a un chilometro di distanza:
— È pronta la tenda?
— Sì, capo, — risposero gl’interrogati.
— Conducete il cavallo ed il bambino.
— E lo stregone non viene? — chiesero i guerrieri con una certa ansietà.
Il capo aggrottò la fronte e tracciò in aria alcuni segni, dicendo con voce triste:
— Gualisciù ha vinto il genio del bene ed ha ucciso lo stregone.
— È morto?
— Un serpente lo ha ferito presso i _toldos_ del capo Akuwa, ed il povero uomo è morto in meno tempo che occorra a voi di lanciare tre volte il _bola_.
— Brutto presagio per tuo figlio, o capo, — disse un guerriero.
— Tutto è nelle mani di Vitamentru, — rispose il gigante scuotendo la testa. — Orsù, conducete il cavallo ed il ragazzo, e la cerimonia si compia.
— Senza uno stregone? — chiesero con sorpresa i presenti.
— Mio figlio ha compiuto i quattro anni la ultima luna che è sorta: egli deve diventare un piccolo uomo, — disse il capo. — Lo stregone è morto, ma ci sono io, e posso supplirlo nella presente cerimonia.
Ad un suo cenno un bellissimo cavallo, che pareva fosse stato appositamente ingrassato, tanto era grosso, tutto adorno di campanelluzzi d’argento e coperto da una splendida gualdrappa, che somigliava ad una di quelle che tessono gli Araucani e che chiamansi _corconillas_, fu condotto presso la tenda addobbata.
Due uomini lo atterrarono e gli legarono solidamente le gambe con robuste cinghie di pelle di guanaco, in modo che non potesse fare più alcun movimento. Tutti i guerrieri e le donne dell’accampamento subito lo circondarono.
Quasi subito si vide uscire dalla tenda addobbata una donna dalla tinta biancastra, di statura alta, di complessione robusta, coi capelli divisi in due trecce, allungati artificiosamente con peli di guanaco e adorni di sonagliuzzi di argento e di nastri, il cui colore era ormai diventato di un nero untuoso.
Indossava il manto nazionale, trattenuto sul dinanzi con un grande spillo formato da una specie di disco d’argento; una lunga _chiripà_ di cotone le scendeva fino ai piedi, sul capo portava il _kotchi_, specie di fascia bianca che cinge la fronte, e agli orecchi dei pesantissimi pendenti d’argento quadrati e assai barocchi.
— L’ora è giunta, o donna, — le disse il capo, che si manteneva ritto accanto al cavallo. — La pittura è completa?
— Idisciè non domanda che di diventare un piccolo guerriero, — rispose la donna.
— Conducilo adunque.
La donna rientrò nella tenda e poco dopo usciva, conducendo con sè un ragazzo di quattro anni, ma che per la statura ne dimostrava otto, vestito come il capo, ma orribilmente dipinto di rosso, di nero e di bianco. Il suo viso sembrava una maschera ributtante: aveva la parte inferiore compresa fra gli occhi e la bocca dipinta in rosso, sotto le palpebre inferiori portava due mezzelune nere, lucenti, grosse quanto un dito, e sopra gli occhi altre due mezzelune bianche.
Il capo contemplò con un certo orgoglio il ragazzetto, poi lo prese e lo sdrajò sul cavallo, mentre alcuni guerrieri battevano furiosamente certi tamburi di pelle e suonavano disperatamente certi flauti formati di ossa, che si avrebbe giurato essere tibie di gambe umane.
Prese un osso acuminato e sottile che la donna gli porgeva, e, dopo d’aver tracciato in aria parecchi segni bizzarri e di aver mormorato alcune parole misteriose, con un colpo rapido traforò gli orecchi del ragazzetto, cacciando dentro i fori due piccoli pezzi di metallo destinati a conservare e ingrandire l’apertura praticata.
Compiuta quella specie di battesimo, senza che il ragazzetto avesse dato segno del minimo dolore, il capo si volse verso sei guerrieri, che parevano i più valorosi della tribù, a giudicarli dalle numerose cicatrici che coprivano i loro corpi, e collo stesso osso acuminato punse a tutti la prima falange del dito indice, facendo uscire alcune gocce di sangue, che gettò a terra, esclamando:
— A Vitamentru e a Gualisciù!
Fatta quella strana offerta ai genii del bene e del male, impugnò una lancia e l’alzò sopra il cavallo per immergergliela nel cuore, onde le sue carni servissero di banchetto ai convitati.
Stava per vibrare il colpo, quando un grido acutissimo, seguìto poco dopo da intense grida emesse da tutta la tribù, lo arrestò. Alzò il capo e guardò in aria: la lancia gli sfuggì dalle mani, mentre tutti gli uomini che lo circondavano cadevano col viso contro terra.
XVII.
Il figlio della luna.
Uno spettacolo strano, affatto nuovo per quei selvaggi, che nulla avevano mai visto all’infuori delle loro smisurate praterie, dei loro fiumi e delle stelle, si offriva ai loro sguardi stupefatti.
Sull’orizzonte, a un miglio di distanza, era improvvisamente apparso un globo di dimensioni enormi per quegli ingenui figli delle praterie, che non avevano mai visto nell’aria un astro più grande della luna e del sole. S’avanzava con notevole velocità in direzione del loro accampamento, con un dondolamento marcato, mantenendosi a soli due o trecento metri sopra la prateria, ma tendendo ad abbassarsi di mano in mano che si avvicinava.
Cosa poteva mai essere quell’astro di nuovo genere che appariva così grosso, con una macchia nerastra su di un fianco, che la distanza non permetteva ancora di ben discernere? Ecco quello che si domandava il capo, il quale era rimasto in piedi, cogli occhi stravolti e i lineamenti alterati dal più profondo stupore, che non mancava di una certa dose di superstizioso terrore. Quello stupore fu però di breve durata. Il bravo patagone di repente si scosse, si rianimò, e, alzando le braccia, gridò con voce tonante:
— Figli di Tehulls, non isgomentatevi! La luna si degna di visitare i figli prediletti di Vitamentru. A cavallo! a cavallo!
Udendo la voce del capo, i guerrieri balzarono in piedi, mandando assordanti clamori, staccarono i cavalli, salirono in arcione, impugnarono le lancie e si slanciarono dietro al capo, che galoppava intrepidamente attraverso la prateria per accogliere degnamente l’astro che si degnava visitare i figli delle _pampas_.
La supposta luna era lontana pochi tiri di fucile e scendeva lentamente. Aggrappato al suo fianco si vedeva un uomo, il quale pareva che osservasse con viva attenzione i cavalieri che gli correvano incontro.
Il capo, giunto proprio sotto la luna, o, meglio, sotto al pallone, come già il lettore avrà indovinato, alzò le mani verso quell’uomo, gridando: — _O sciasciè!_[15].
Il figlio della luna, che non comprendeva forse la lingua patagone, non rispose e continuò a guardare i cavalieri, che seguivano il pallone al piccolo trotto, agitando festosamente le lancie. Il capo ripetè la parola in lingua spagnuola, pregando che lo _sciasciè_ si degnasse di scendere fra i prediletti figli di Vitamentru.
Il figlio della luna questa volta si degnò di rispondere con un gesto affermativo; ma il pover’uomo, che pareva non disponesse di alcun mezzo per effettuare la discesa, non abbandonò la rete, a cui si teneva solidamente aggrappato.
Il pallone però, che doveva essere quasi vuoto, a giudicare dalle innumerevoli pieghe che cadevano lungo i suoi fianchi, scendeva sempre con dei dondolamenti fortissimi e pareva che fosse, in certi momenti, lì lì per rovesciarsi a causa senza dubbio di quell’uomo, che si teneva come incrostato alla rete. Ben presto ondeggiò a soli quattro metri di altezza, sfiorando coll’estremità inferiore le cime di alcuni cespugli di _huignal_, carichi di grosse bacche. Il figlio della luna, che ormai si trovava nell’impossibilità di sfuggire all’inseguimento dei Patagoni, liberò le gambe, che teneva dentro le maglie della rete, e si lasciò cadere a terra, sprofondando fra i cespugli.
Il pallone, liberatosi da quel peso ragguardevole, fece un immenso salto nell’aria e, trovata una corrente contraria, fuggì verso il nord, inseguito dalla maggior parte dei cavalieri, che non volevano perdere la luna.
Il capo patagone, balzato rapidamente d’arcione, si slanciò in mezzo ai cespugli, esclamando:
— O padre! o gran padre!
Il preteso figlio della luna, dopo quel magnifico capitombolo, si era lestamente rialzato impugnando un paio di pistole, che tosto diresse contro il capo, dicendo con voce secca e minacciosa:
— Vieni da amico, o da nemico?
Il capo, che non si aspettava certamente quella accoglienza da un uomo che scendeva dal cielo, si fermò stupefatto, guardando con occhio triste e quasi indignato lo straniero.
— Perchè minacciare il capo dei buoni Tehulls, che chiedono la tua amicizia, o figlio della luna? — chiese il capo con dolore. — Forse che tu hai da temere qualche pericolo da noi?
— È vero, — rispose lo straniero con un sorriso strano: — io sono il figlio della luna, che visita i buoni figli della prateria.
Poi il signor Calderon, l’agente del Governo, l’uomo che aveva accompagnato il mastro e Cardozo nella pericolosa spedizione, poichè era lui in carne ed in ossa, si passò tranquillamente le pistole nella cintura e incrociò le braccia, guardando fissamente il capo patagone, come se volesse leggergli in fondo all’anima.
— Il figlio della luna si degna di accettare l’ospitalità che gli offre il capo dei Tehulls? — chiese il patagone dopo un breve silenzio.
— Ti seguo, — rispose il signor Calderon.
Il gigante indiano uscì dalla macchia seguito a breve distanza dall’agente del Governo, che non aveva perduto una briciola della sua consueta calma, quantunque la sua situazione potesse da un momento all’altro diventare pericolosa, e si diressero verso l’accampamento, mentre i guerrieri che non si erano lanciati dietro al pallone lo precedevano, gettando assordanti grida e facendo volteggiare in segno di giubilo le lancie e i _bolas_.
Le donne e i fanciulli della tribù, che avevano assistito a quella caduta straordinaria del preteso figlio della luna, mossero tutti incontro al corteo urlando e danzando; ma il capo con un gesto energico intimò a tutti il silenzio, e condusse l’ospite in una vasta tenda, che era la più bella di tutte quelle esistenti nel campo.
Il signor Calderon, che pareva ormai rassicurato circa la sua sorte, lo seguì senza esitare, limitandosi per ora a guardare attentamente il capo indiano e tutti quelli che lo circondavano.
Quando si vide sotto la tenda in presenza del solo capo, un leggero pallore si diffuse sul suo volto già abbastanza pallido, e aggrottò la fronte.
— Capo, — disse bruscamente, — cosa desideri da me? quali intenzioni hai tu?
L’Indiano lo guardò con sorpresa come se non comprendesse il senso di quelle interrogazioni, poi rispose:
— È la tenda tua: sei l’ospite gradito del capo dei Tehulls.
Poi fece atto di uscire; ma il signor Calderon con un gesto lo trattenne.
— Parliamo, — disse.
— Il figlio della luna non ha fame adunque? — chiese il Patagone.
— Hai ragione: sono a digiuno da due giorni.
— La luna non dà viveri a’ suoi figli?
— Aveva troppa fretta di scendere, — disse l’agente del Governo con un lieve sorriso.
— Hauka però non ha fretta e darà da mangiare al figlio del cielo.
Il bravo capo uscì, dopo di aver lasciato cadere la tenda di pelle che chiudeva il _toldo_, onde gli sguardi dei curiosi non disturbassero il signor Calderon.
Questi, rimasto solo, si mise a osservare con vivo interesse la tenda, che poteva diventare anche la sua prigione.
Era di forma quadrilunga, come sono per lo più le _toldos_ dei Patagoni, lunga oltre quattro metri, larga tre e alta due e mezzo sul dinanzi e solamente due sul di dietro, onde lasciar scorrere la pioggia. L’ossatura era composta di piccoli bastoni lunghi nove o dieci centimetri, sostenuti da pertiche più lunghe; il rimanente era di pelli di guanaco cucite e dipinte con una miscela di grasso e di terra rossa.
Tutto il mobilio consisteva in qualche cuscino sdruscito, in alcune coperte araucane, in qualche _ponchos_[16], in uno spiedo, una pentola di ferro ed alcuni gusci di _armadillo_[17], che servivano di recipienti.
— Per Bacco! — mormorò il signor Calderon; — non mancava che quest’avventura. Eccomi diventato anche il figlio della luna! Mi lasciassero almeno, questi stupidi selvaggi, andare in cerca di quei due dannati marinai! Oh! ma il tesoro non andrà perduto!
Si sedette su di un mucchio di coperte e parve s’immergesse in profondi pensieri.
La ricomparsa del capo lo strappò bruscamente dalle sue riflessioni.
— Eccomi, o figlio della luna! — disse il capo entrando. — Hauka porta dei viveri eccellenti.