Part 6
E mentre diceva queste parole, mostrava le sue spalle robuste e allungava le sue grandi braccia, e i suoi pugni di fabbro fendevano l’aria come artigli d’aquila. Sembrava il simbolo del lavoro trionfante, con le mani tese per schiacciare e distruggere i suoi sfruttatori. Scorsi nell’uditorio un movimento d’indietreggiamento, quasi impercettibile, davanti a quella pittura della rivoluzione, così evidente, possente e minacciosa. Certo le donne sussultarono, e la paura apparve sui loro volti. Per gli uomini non fu la stessa cosa: uscì dalle loro gole un grugnito profondo, che vibrò nell’aria un istante, poi tacque. Era il prodromo del ringhio che avrei sentito più volte in quella sera, la manifestazione del bruto che si svegliava nell’uomo e dell’uomo stesso nella sincerità delle sue passioni primitive. E non avevano coscienza di questo loro mormorio, tra il rombo dell’ora, l’espressione e la dimostrazione riflessa di quell’istinto. In quel momento, vedendo i loro volti irrigidirsi, e il lampo della lotta brillare nei loro occhi, capii che non si sarebbero lasciati strappare facilmente il dominio del mondo.
Ernesto continuò il suo attacco; giustificò l’esistenza d’un milione e mezzo di rivoluzionari negli Stati Uniti, accusando di mal governo la classe capitalista. Dopo aver accennato allo stato economico dell’uomo primitivo e dei popoli selvaggi dei nostri giorni, che non avevano nè utensili nè macchine, e possedevano solo mezzi naturali di produzione, espose in sintesi lo sviluppo dell’industria e dell’organizzazione fino allo stato attuale, in cui, il potere produttivo dell’individuo incivilito è mille volte maggiore di quello del selvaggio.
— Bastano cinque uomini, oggi, per produrre il pane per un migliaio di persone. Un uomo solo può produrre tessuti di cotone per duecentocinquanta persone, maglierie per trecento, calzature per mille. Si sarebbe tentati di conchiudere che, con una buona amministrazione della società, l’uomo incivilito moderno, dovrebbe essere in condizioni molto migliori dell’uomo preistorico. Così è infatti? Esaminiamo la questione: Ci sono oggi negli Stati Uniti, quindici milioni di uomini[45] che vivono in povertà, e per povertà intendo quella condizione in cui, per mancanza di nutrimento e di ricovero conveniente, non può essere mantenuta la capacità di lavoro. Oggi, negli Stati Uniti, nonostante le pretese della vostra legislazione del lavoro, sono tre milioni i fanciulli che lavorano come operai[46]. Il loro numero è raddoppiato in dodici anni. Incidentalmente, domando perchè voi, gestori della società, non avete pubblicato le cifre del censimento del 1910? E rispondo per voi: perchè quelle cifre vi hanno spaventati. La statistica della miseria avrebbe potuto affrettare la rivoluzione che si prepara.
«Ma ritorno alla mia accusa: se il potere di produzione dell’uomo moderno è mille volte superiore a quello dell’uomo primitivo, perchè mai ci sono attualmente negli Stati Uniti quindici milioni di persone che non sono nutrite e alloggiate convenientemente, e tre milioni di fanciulli che lavorano? È un’accusa seria. La classe capitalistica si è resa colpevole di una cattiva amministrazione. Di fronte al fatto che l’uomo moderno vive più miseramente del suo antenato selvaggio, mentre il suo potere produttivo è mille volte maggiore, non è possibile altra conclusione diversa da questa: che la classe capitalista ha mal governato; che voi siete cattivi amministratori, cattivi padroni, e che la vostra cattiva gestione è imputabile al vostro egoismo. E su questo punto, questa sera, a faccia a faccia, non potete rispondere a me, come la vostra antica classe non può rispondere al milione e mezzo di rivoluzionarii degli Stati Uniti. Non potete confutarmi, lo scommetto. Ed oso dire, fin d’ora, che non risponderete neppure quando avrò finito di parlare. Su questo argomento la vostra lingua è legata, per quanto agile possa essere, quando tratta di soggetti diversi da questo.
«Voi avete dato prove d’essere incapaci di amministrare; avete fatto della civiltà una bottega da macellaio; avete avuto, e avete tuttora l’audacia di alzarvi, nelle vostre camere legislative, per dichiarare che sarebbe impossibile fare guadagnare senza il lavoro dei fanciulli, dei bimbi. Oh! non crediate perchè ve lo dico io: tutto questo è scritto, registrato contro di voi. Avete addormentato la vostra coscienza con delle chiacchiere sull’ideale, secondo la vostra cara morale. Ed eccovi gonfi di potenza e di ricchezza, inebriati del successo! Ebbene, contro di noi non avete speranza di vittoria maggiore di quanta ne abbiano i calabroni riuniti intorno all’alveare, quando le api operaie si lanciano loro addosso per porre fine a una sazia vita. Avete errato nel guidare la società, e la direzione vi sarà tolta. Un milione e mezzo di uomini della classe operaia sono sicuri di attirare alla loro causa il resto delle masse lavoratrici, e di strapparvi il dominio del mondo. Ecco la rivoluzione, signori: arrestatela se lo potete!
Per un po’, l’eco della sua voce risuonò nella gran sala; poi il profondo mormorio, già sentito prima, si gonfiò, e parecchi uomini si alzarono, urlando e gesticolando per attrarre l’attenzione del Presidente.
Osservai che le spalle della signorina Brentwood si agitavano convulsivamente, e provai un attimo di irritazione, credendo che ridesse di Ernesto. Poi capii che non si trattava di un accesso di riso, ma di nervi. Era terrorizzata di quanto aveva fatto gettando quella torcia ardente in mezzo al suo caro circolo de «Gli Amici dello Studio».
Il colonnello Van Gilbert non si curava degli uomini, che, stravolti dalla collera, volevano che egli concedesse loro la parola; egli stesso si struggeva dalla rabbia. Si alzò di scatto agitando un braccio, e per un momento non potè proferire che suoni inarticolati; poi una grande verbosità scaturì dalla sua bocca. Ma non era il linguaggio dell’avvocato dì centomila dollari, dalla rettorica un po’ antiquata.
— Errore su errore, — esclamò. — In vita mia non ho mai sentito tanti errori in così poco tempo. Inoltre, giovanotto, non avete detto niente di nuovo. Ho imparato tutto ciò in collegio, prima della vostra nascita. E sono già quasi due secoli, dacchè Gian Giacomo Rousseau ha enunciato la vostra teoria socialista. Il ritorno alla terra? Peuh! Una revisione? La nostra biologia ne dimostra l’assurdità. Si ha proprio ragione di dire che una mezza cultura è nociva, e voi ne avete dato una prova questa sera con le vostre teorie sventate! Errore su errore! Non sono mai stato in vita mia così disgustato d’un simile rigurgito di errori! Ecco, guardate come io consideri le vostre affrettate generalizzazioni e i vostri discorsi infantili. — E fece schioccare i pollici con aria di sprezzo, e accennò a sedersi.
L’approvazione delle donne si manifestò con esclamazioni acute, e quella degli uomini con suoni rauchi. Quasi tutti, candidati della difesa, si misero a parlare insieme. Era una confusione indescrivibile, una torre di Babele.
Il vasto appartamento della signora Pertonwaithe non aveva mai veduto simile scena. Come? le fredde menti del mondo industriale, il fior fiore della bella società, erano costituite da quella banda di selvaggi rumorosi e tumultuosi? Per certo, Ernesto li aveva scossi, stendendo le mani verso i loro portafogli, quelle mani, che, agli occhi loro, rappresentavano gli artigli di un milione e mezzo di rivoluzionarii.
Ma egli non perdeva la testa mai, in nessun caso. Prima che il colonnello riuscisse a sedersi, Ernesto fu in piedi e fece un passo avanti.
— Uno per volta! — gridò con tutte le sue forze.
Il grido dei suoi ampi polmoni dominò la tempesta umana, e la semplice forza della personalità di lui impose il silenzio.
— Uno solo per volta, — ripetè con tono più calmo. — Lasciatemi rispondere al colonnello Van Gilbert. Dopo, altri potranno attaccarmi, ma uno per volta, ricordate. Non siamo qui come su un campo di _foot-ball_.
— Quanto a voi, — continuò rivolgendosi al colonnello, — non avete confutato nulla di ciò che ho detto. Avete semplicemente espresso alcuni apprezzamenti eccitati e dogmatici sul mio equilibrio mentale. È un modo che potrà esservi utile negli affari, ma con me non vale quel tono. Non sono un operaio venuto a chiedervi, col cappello in mano, di aumentare il mio salario o di proteggermi contro la macchina alla quale lavoro. Finchè avrete a che fare con me, non potrete prendere le vostre arie dogmatiche contro la verità. Serbatele nei rapporti coi vostri schiavi salariati che non osano rispondervi perchè avete in vostra mano il loro pane, la loro vita.
«Quanto al ritorno alla Natura di cui pretendete aver avuto sentore in collegio, prima della mia nascita, permettetemi di farvi osservare che sembra non abbiate imparato altro, dopo. Il Socialismo non ha nulla in comune con lo stato di natura, così come il calcolo differenziale non ha rapporti col catechismo! Avevo denunciato la mancanza d’intelligenza della vostra classe, tranne nella trattazione degli affari; voi mi avete fornito, signore, un edificante esempio a sostegno della mia tesi.
Questa terribile lezione fatta al caro avvocato da centomila dollari, superò ogni prova di sopportazione della signorina Brentwood. Il suo accesso isterico raddoppiò di violenza, così che dovettero trascinarla fuori della sala, mentre piangeva e rideva contemporaneamente. Ed era ancora poco, perchè il peggio doveva accadere poi.
— Non credete alla mia parola, — riprese Ernesto dopo questa interruzione. — Le vostre stesse autorità, a voce unanime, riconosceranno la vostra assoluta mancanza d’intelligenza. Gli stessi vostri fornitori di scienza vi diranno che siete nell’errore. Consultate il più umile dei vostri sociologi e chiedetegli la differenza che passa fra la teoria di Rousseau e quella del socialismo. Interrogate i vostri migliori economisti e borghesi, cercate in qualsiasi manuale dormente negli scaffali delle vostre biblioteche sovvenzionate, e da ogni parte vi verrà risposto che non c’è nessun nesso fra il ritorno alla natura e il socialismo, ma che, al contrario, le due teorie sono diametralmente opposte. Vi ripeto, non credete alla mia parola! La prova della vostra mancanza d’intelligenza è là, nei libri, in quei libri che voi non leggete mai. E per quanto si riferisce a questa mancanza di intelligenza, voi siete, avvocato, un campione della vostra classe.
«Siete molto valente in diritto e negli affari, signor colonnello Van Gilbert. Meglio di ogni altro sapete accogliere una sfida e aumentare i dividendi, interpretando a modo vostro la legge. Benissimo; accontentatevi di questa funzione importante. Siete un eccellente avvocato, ma un pessimo storico. Non conoscete l’alfabeto della sociologia, e, in fatto di biologia, sembrate contemporaneo di Plinio il Vecchio.»
Il colonnello si dimenava sulla poltrona; nella sala regnava un silenzio assoluto: tutti gli uditori erano affascinati, erano come di sasso. Quel trattamento fatto al famoso colonnello Van Gilbert era cosa inaudita, inimmaginabile; trattandosi di persona davanti alla quale i giudici tremavano quando si alzava per parlare in tribunale. Ma Ernesto non dava tregua al nemico.
— Questo, naturalmente, non è un biasimo per voi, — aggiunse. — A ciascuno il suo mestiere. Voi fate il vostro, ed io farò il mio. Voi siete specializzato. Quando ai tratta di conoscere le leggi, di trovare il mezzo migliore per sfuggire loro, o di farne delle nuove, in vantaggio delle classi spoliatrici, sono ai vostri piedi, nella polvere. Ma quando si tratta di sociologia, che è materia del mio mestiere, tocca a voi, a vostra volta, giacere ai miei piedi, nella polvere. Ricordatevelo. E ricordate pure che la vostra legge è materia effimera, e che voi non siete esperto nelle materie che durano più d’un giorno. Per conseguenza, le vostre affermazioni dogmatiche e le vostre imprudenti generalizzazioni, sopra soggetti storici e sociologici, non valgono il fiato che sprecate per enunciarle.
Ernesto fece una pausa, e osservò con aria pensosa quel viso oscurato e stravolto dalla collera, quel petto ansante, quel corpo che si agitava, quelle mani che si aprivano e chiudevano convulsamente.
Poi continuò:
— Ma giacchè sembra che abbiate fiato da sprecare, vi offro l’occasione di sprecarlo. Ho incolpato la vostra classe: dimostratemi che la mia accusa è falsa. Vi ho fatto osservare la condizione disperata dell’uomo moderno (tre milioni di fanciulli schiavi negli Stati Uniti, senza il lavoro dei quali ogni guadagno sarebbe impossibile; e quindici milioni di persone mal nutrite, mal vestite e peggio alloggiate); vi ho fatto osservare come, mediante l’organizzazione moderna e l’organizzazione sociale e l’impiego delle macchine, il potere produttivo dell’uomo civile d’oggi sia mille volte superiore a quello del selvaggio abitatore di caverne; ed ho affermato che da questo doppio fatto non si poteva trarre altra conclusione se non questa: il malgoverno della classe capitalista. Di questo vi ho imputato, e chiaramente e a più riprese, vi ho sfidato a rispondermi. Ho detto, anzi, di più. Vi ho predetto che non avreste risposto. Avreste potuto adoperare il vostro fiato per smentire la mia profezia. Avete detto che il mio discorso era una somma di errori. Dimostratemene la falsità, colonnello Van Gilbert; rispondete all’accusa che io ed un milione e mezzo di miei compagni abbiamo lanciato contro la vostra classe e contro voi.
Il colonnello dimenticò completamente che la carica di presidente gl’imponeva di lasciare gentilmente la parola a coloro che la chiedevano: si alzò di scatto, e agitando in tutte le direzioni le braccia, smarrendosi in isfoghi di rettorica e perdendo completamente il sangue freddo, malmenò Ernesto per la sua giovinezza e per la sua demagogia, attaccando selvaggiamente la classe operaia, che cercò di dipingere come priva di capacità e d’ogni valore.
Finita che fu la chiacchierata del colonnello, Ernesto replicò in questi termini:
— Come uomo di legge, siete certo il più riottoso a mantenere il punto di partenza, fra quanti io abbia mai conosciuto. La mia giovinezza non ha niente a che fare con quanto ho detto, nè la mancanza di valore della classe operaia. Ho accusato la classe capitalistica di aver retto male la società. Voi non avete ancora risposto. Non avete neppure tentato di rispondere. Non avete dunque una risposta da dare? Siete il campione di questo uditorio. Tutti qui, me eccettuato, pendono dal vostro labbro. Aspettano da voi la risposta che non possono dare essi stessi.
«Quanto a me, ve l’ho già detto, so che non soltanto non potrete rispondere, ma che non tenterete neppure di farlo.»
— Questo è intollerabile! — esclamò il colonnello. — È un insulto!
— È intollerabile il fatto che voi non rispondiate, — replicò gravemente Ernesto. — Nessun uomo può essere insultato intellettualmente. L’insulto per se stesso è una cosa emotiva. Riacquistate il vostro spirito, date una risposta intellettuale alla mia accusa intellettuale, che cioè la classe capitalistica ha mal governato la società.
Il colonnello rimase muto, e si rinchiuse in una espressione di superiorità accigliata, come chi non voglia compromettersi discutendo con un briccone.
— Non siate avvilito, — gli scagliò addosso Ernesto. — Consolatevi pensando che nessuno mai della vostra classe ha potuto rispondere a questa imputazione.
Poi si volse verso gli altri, impazienti di prendere la parola.
— Ed ecco, ora, l’occasione per voi. Avanti, e non dimenticate che vi ho sfidati tutti, qui presenti, a darmi la risposta che il colonnello Van Gilbert non ha potuto dare.
Mi sarebbe impossibile ripetere tutto ciò che fu detto durante quella discussione. Non avrei immaginato la quantità di parole che si possono dire nel breve spazio di tre ore. In ogni modo, fu uno spettacolo meraviglioso.
Più i suoi avversarii si infiammavano, e più Ernesto gettava olio sul fuoco. Conosceva a fondo, enciclopedicamente, l’argomento, e li pungeva con una parola o con una frase come con un ago adoperato con arte.
Egli sottolineava e correggeva i loro errori di ragionamento. Tale sillogismo era falso, tale conclusione non aveva alcun rapporto con le premesse; tale premessa era un’impostura, perchè era stata avviluppata con arte nella conclusione in vista. Questa era un’inesattezza, quella una presunzione, e quest’altra cosa ancora un’asserzione contraria alla verità sperimentale stampata su tutti i libri.
A volte lasciava la spada per la mazza, e picchiava i loro pensieri a destra e a manca. Pretendeva sempre dei fatti e rifiutava di discutere le teorie. E i fatti, che citava egli stesso, erano disastrosi per loro. Appena attaccavano la classe operaia, replicava:
— È il lesso che rimprovera alla pentola il suo nerume, ma ciò non vi lava la sudiceria dal viso.
E ad ognuno e a tutti diceva:
— Perchè non avete confutato la mia accusa di cattiva amministrazione lanciata contro la vostra classe? Avete parlato d’altro, e d’altro ancora a proposito di ciò, ma non mi avete risposto. Non potete dunque trovare una replica?
Solo alla fine della discussione, il signor Wickson prese la parola. Era il solo che fosse rimasto calmo, e Ernesto lo trattò con una considerazione che non aveva concesso agli altri.
— Non è necessaria risposta alcuna. — disse il signor Wickson, con voluta lentezza. — Ho seguito tutta la discussione con stupore e ripugnanza. Sì, signori, voi membri della mia stessa classe, mi avete disgustato. Vi siete comportati come sciocchi scolari. L’idea di introdurre in una simile discussione i vostri precetti di morale è il fulmine passato di moda del politicante volgare. Non vi siete comportati nè come persone mondane, nè come esseri umani. Vi siete lasciati trascinare fuori della vostra classe, anzi, fuori della vostra specie. Siete stati rumorosi e prolissi, ma avete soltanto ronzato come le zanzare attorno a un orso. Signori, l’orso e là (e additava Ernesto) ritto innanzi a voi, e il vostro ronzìo gli ha solo solleticato le orecchie.
«Credetemi, la situazione è seria. L’orso ha mostrato le zanne, questa sera, per schiacciarvi. Ha detto che vi sono negli Stati Uniti, un milione e mezzo di rivoluzionarii, ed è vero. Ha detto che hanno intenzione di toglierci il potere, i palazzi: e tutto il benessere dorato, ed è vero. È pure vero che un cambiamento, un grande cambiamento si prepara nella società, ma, fortunatamente, potrebbe anche non essere il cambiamento previsto dall’orso. L’orso ha detto che ci schiaccerebbe. Ebbene, signori, e se noi schiacciassimo l’orso?
Il brontolìo gutturale tornava a ingrandirsi nella vasta sala. Da uomo a uomo furono scambiati cenni di approvazione, di ardimento. I visi avevano un’espressione ferma, decisa, di combattenti.
Con freddezza, senza passione, il signor Wickson continuò:
— Ma non con un brontolìo schiaccieremo l’orso: all’orso bisogna dare la caccia. All’orso non si risponde con parole. Gli risponderemo col piombo. Siamo al potere, nessuno può negarlo. In virtù di questo potere stesso, noi rimarremo al nostro posto.
E si voltò verso Ernesto. Il momento era drammatico.
— Ecco dunque la nostra risposta. Non abbiamo parole da perdere con voi. Quando allungherete le mani, di cui vantate la forza, per afferrare i nostri palazzi, il nostro benessere dorato, vi faremo vedere che cos’è la forza. La nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli scoppî degli _shrapnels_, dai crepitii delle mitragliatrici[47]. Noi schiaccieremo i vostri rivoluzionarli sotto i nostri piedi, e cammineremo sul loro viso. Il mondo è nostro, ne siamo padroni, e resterà nostro. Quanto all’esercito del lavoro, è stato nel fango dal principio della storia; e, io, che interpreto la storia come si deve, dico che rimarrà nel fango, finchè io ed i miei, e coloro che verranno dopo di noi, resteranno al potere. Ecco la grande parola, la regina delle parole: _Potere!_ Nè Dio, nè Mammone, ma il _Potere!_ Questa parola rigiratela nelle vostre bocche, finchè sia cotta: _Il Potere!_
— Voi mi avete risposto, — disse tranquillamente Ernesto, — e quest’era la sola risposta che potesse essere data. Il Potere! È quanto predichiamo noi alla classe operaia! Sappiamo, e lo sappiamo a prezzo di un’amara esperienza, che nessun appello al diritto, alla giustizia, all’umanità, potrà commuovervi. I vostri cuori sono duri come i talloni coi quali camminate sul viso dei poveri. Perciò abbiamo intrapreso la conquista del potere. E col potere dei nostri voti, il giorno delle elezioni, vi toglieremo il governo....
— E quand’anche otteneste la maggioranza, una maggioranza schiacciante nelle elezioni, — interruppe il signor Wickson, — supponete che noi rifiutassimo il potere carpito con le urne?
— Abbiamo preveduto anche questo, — replicò Ernesto. — Vi risponderemmo col piombo. Il Potere! Siete voi che avete proclamata questa la regina delle parole! Benissimo. Sarà questione di forza. E il giorno in cui riporteremo la vittoria nello scrutinio, se vi rifiuterete di rimettere nelle nostre mani il governo di cui ci saremo impadroniti costituzionalmente e tranquillamente, ebbene, vi risponderemo del pari, e la nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli scoppi degli _shrapnels_ e dai crepitii delle mitragliatrici.
— In un modo o nell’altro non potrete scapparci. È vero che avete interpretato bene la storia. È vero che dal principio della storia il lavoro è abbassato nel fango; è ugualmente vero che resterà sempre nel fango, finchè voi e i vostri avrete il potere, voi, i vostri e coloro che verranno dopo di voi. Siamo d’accordo. Il potere sarà l’arbitro. È sempre stato l’arbitro: la lotta delle classi è una questione di forza. Ora, come la vostra classe ha abbattuto la vecchia nobiltà feudale, così sarà abbattuta dalla mia classe, dalla classe dei lavoratori. E se leggerete la biologia e la sociologia con la stessa correttezza con la quale avete letto la storia, vi convincerete che questa fine è inevitabile. Non importa che sia fra un anno, fra dieci o fra mille: la vostra classe sarà abbattuta. E sarà rovesciata dal potere, e le sarà tolta la forza. Noi, dell’esercito del lavoro, abbiamo ruminato questa parola, al punto che ne siamo inebriati. Il Potere! È veramente la regina delle parole, l’ultima parola!
Così ebbe termine la serata de «Gli Amici dello Studio».
CAPITOLO VI.
ADOMBRAMENTI.
Intorno a questo tempo, cominciarono a verificarsi attorno a noi, fitti e rapidi, i prodromi degli avvenimenti futuri.
Ernesto aveva già espressi alcuni dubbi, sul grado di prudenza di cui mio padre dava prova, ricevendo in casa sua socialisti e lavoratori noti, assistendo apertamente alle loro riunioni; ma il babbo aveva riso di quelle preoccupazioni. Quanto a me, imparavo molte cose conversando con i capi e i pensatori della classe operaia. Vedevo il rovescio della medaglia. Ero sedotta dall’altruismo e dal nobile idealismo che vedevo in loro, e nello stesso tempo, spaventata dall’immensità del nuovo orizzonte letterario, filosofico, scientifico e sociale che si apriva davanti a me. Mi istruivo rapidamente ma non abbastanza in fretta per capire sin d’allora il pericolo della nostra posizione.
Gli avvertimenti non mi mancarono, ma non davo importanza ad essi. Così seppi che la signora Pertonwaithe e la signora Wickson, la cui influenza era formidabile nella nostra città universitaria, avevano espressa l’opinione che, giovane com’ero, mi mostravo troppo premurosa e decisa, con una pericolosa tendenza a volermi intromettere negli affari degli altri. Le loro osservazioni mi parvero naturali, data la parte avuta, rispetto a loro, nell’inchiesta per l’affare Jackson, ma non immaginavo punto l’importanza vera d’un giudizio di quel genere, emesso da arbitri di così grande potenza sociale.