Il tallone di ferro

Part 5

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Di tutti coloro che avevo avvicinato nel corso della mia inchiesta, questi erano i più immorali e i più incurabili. E rimanevano convintissimi della giustizia della loro condotta; non c’era nè dubbio nè discussione possibile su questo soggetto. Si credevano i salvatori della società, convinti di formare la felicità della massa; rappresentavano un quadro patetico delle sofferenze che la classe operaia avrebbe subito senza gli impieghi che essi stessi, essi soli, potevano loro procurare.

Uscita dalla casa dei due padroni, incontrai Ernesto e gli raccontai quanto avevo esperimentato. Mi guardò con un’aria soddisfatta.

— Benissimo, — disse. — Cominciate a scoprire la verità da voi stessa. Le vostre conclusioni, dedotte dal generalizzare le vostre esperienze, sono esatte. Nel meccanismo industriale nessuno è libero delle proprie azioni, eccettuato il grosso capitalista, e ancora non lo è completamente se si può adoperare questo giro di frase irlandese[33]. I padroni, lo vedete, sono perfettamente sicuri di avere ragione agendo come fanno. Questa è l’assurdità che corona tutto l’edificio. Sono così legati dalla loro natura umana, che non possono fare una cosa senza crederla buona. Abbisognano di una sanzione per le loro azioni. Quando vogliono intraprendere qualsiasi cosa, di affari, s’intende, devono aspettare che nasca nel loro cervello una specie di concezione religiosa, filosofica o morale della bontà di questa cosa. Allora la realizzano senza accorgersi che il desiderio è padre del pensiero avuto. E così finiscono per sanzionare qualsiasi progetto. Sono casisti superficiali, gesuiti sono. Si sentono perfino giustificati di fare il male purchè ne risulti un bene. Uno dei più ridicoli dei loro assiomi, è che si proclamano superiori al resto dell’umanità, per saggezza ed efficacia. Partendo da questo punto di vista, si arrogano il diritto di ripartire pane e companatico a tutto il genere umano. Hanno perfino risuscitata la teoria del diritto divino dei re, dei re del commercio in modo speciale[34].

«Il punto debole della loro posizione consiste nel fatto che sono semplicemente uomini d’affari. Essi non sono filosofi, non sono dei biologi nè sociologi: se lo fossero, tutto procederebbe meglio, naturalmente. Un uomo d’affari che fosse, nello stesso tempo, versato in queste due scienze, sarebbe approssimativamente ciò che occorre all’umanità. Ma anche tolte dal loro dominio commerciale, queste genti sono stupide. Conoscono solo gli affari. Non comprendono nè il genere umano, nè il mondo, e non pertanto si erigono arbitri della sorte di milioni di affamati e di tutta la massa umana. La storia, un giorno, farà a loro spese una risata omerica.

Preparata com’ero ad affrontare la signora Wickson e la signora Pertonwaithe, la conversazione che ebbi con esse non mi riserbò alcuna sorpresa. Erano signore della migliore società[35].

Abitavano in sontuosi palazzi e avevano parecchie altre residenze, un po’ dappertutto: in campagna, in montagna, sulle rive dei laghi e del mare. Una vera folla di servitori si affaccendava attorno a loro, e la loro attività sociale era straordinaria. Patrocinavano le università e le Chiese, e i pastori, particolarmente, erano pronti a piegare le ginocchia davanti ad esse.[36] Quelle due donne erano due vere potenze, con tutto quel danaro a loro disposizione. Esse possedevano a un grado considerevole il potere di sovvenzionare il pensiero, come dovetti capire ben presto, grazie agli insegnamenti di Ernesto.

Imitavano i loro mariti, e parlavano con gli stessi termini generali della politica da seguire, dei doveri e delle responsabilità che incombono ai ricchi. Si lasciavano governare dalla stessa etica dei loro mariti, dalla morale di classe, e ripetevano certe frasi sensazionali che non capivano neppure.

Inoltre, si irritarono quando dipinsi loro la deplorevole condizione della famiglia di Jackson; e siccome mi stupii perchè non avevano fissato un fondo di riserva in suo favore, esse dichiararono che non avevano bisogno che si insegnasse loro i doveri sociali; quando chiesi, poi, apertamente di soccorrerlo, rifiutarono non meno apertamente. Il più strano si è che espressero il loro rifiuto con parole quasi uguali, benchè fossi andata da loro separatamente, e l’una ignorasse che ero andata dall’altra. La loro comune risposta fu, che esse erano felici di avere l’occasione di dimostrare, una volta per sempre, che non avrebbero mai concesso delle sovvenzioni alla negligenza e che non volevano, pagando le disgrazie, spingere i poveri a ferirsi volontariamente[37].

Ed erano sincere quelle signore. Il doppio convincimento della loro superiorità di classe e della loro autorità personale, le inebriava. Trovavano nella loro morale di casta una sanzione per tutte le azioni che compivano.

Ritornata in carrozza alla porta dello splendido palazzo della signora Pertonwaithe, mi voltai per contemplarlo, e ricordai la frase di Ernesto: che anche quelle donne erano avvinte alla macchina, ma in modo tale che sedevano proprio in cima.

CAPITOLO V.

GLI AMICI DELLO STUDIO.

Ernesto veniva spesso a casa mia, attiratovi non solo dal babbo, e dai pranzi con dispute. Sin d’allora, mi lusingavo di entrarci un poco anch’io in quella attrattiva, e non tardai molto ad esserne sicura.

Perchè non ci fu mai al mondo un innamorato come Ernesto Everhard. Di giorno in giorno, il suo sguardo e la sua stretta di mano si fecero più sicuri, se è possibile, e la interrogazione che avevo visto spuntare nei suoi occhi diventò sempre più imperativa.

La mia prima impressione era stata sfavorevole, ma poi mi ero sentita attirata. Era seguìto poi un moto di repulsione il giorno in cui aveva insultato la mia classe e me stessa, con sì poco riguardo, ma ben presto mi ero resa conto che egli non aveva per niente calunniato il mondo in cui vivevo, che tutto quanto aveva detto di duro e di amaro era vero; e più che mai mi avvicinai a lui. Diventava il mio oracolo. Secondo me, egli strappava la maschera alla società, e mi lasciava intravedere certe verità tanto incontestabili quanto spiacevoli.

No, non ci fu mai innamorato simile. Una signorina non può vivere sino a ventiquattro anni in una Città Universitaria, senza che le si faccia la corte. Ero stata corteggiata da imberbi studenti del secondo anno, e da professori canuti, senza contare gli atleti della _boxe_ e i giganti del _foot-ball_. Ma nessuno aveva condotto l’assalto come Ernesto. Mi aveva stretta fra le sue braccia prima che me ne accorgessi, e le sue labbra si erano posate sulle mie prima che avessi avuto il tempo di protestare o di resistergli. Davanti alla sincerità del suo ardore, la dignità convenzionale, e la riservatezza verginale parevano ridicole. Perdevo terreno davanti al suo attacco superbo e irresistibile. Non mi fece nessuna dichiarazione nè impegno formale: mi prese fra le braccia, e considerò come certo il fatto che sarei stata sua moglie. Non ci fu nessuna contestazione in proposito: una sola discussione sorse più tardi, circa la data del matrimonio.

Era inaudito, inverosimile, pertanto; le cose procedevano come il suo spirito di verità; ed io gli confidai la mia vita, e non ebbi a pentirmene. Però, durante i primi giorni del nostro amore, m’impensieriva un po’ l’impetuosità della sua galanteria. Ma erano timori infondati; nessuna donna ebbe la fortuna di avere un uomo più dolce e più tenero. Dolcezza e violenza si confondevano stranamente nella sua passione, con sicurezza e goffaggine nel suo modo di fare. Da quella leggera goffaggine nell’atteggiamento non si liberò mai, ed era grazioso! Egli si comportava nel nostro salotto come un toro che facesse una passeggiata prudente in una bottega di porcellane[38].

Se avevo, talvolta, un ultimo dubbio sulla profondità reale dei miei sentimenti a suo riguardo, era per una titubanza sub-cosciente, che svanì precisamente in quel tempo.

Al Circolo degli «Amici dello Studio», in una notte di battaglia magnifica in cui Ernesto affrontò i padroni del giorno, nel loro rifugio, ebbi la rivelazione del mio amore in tutta la sua pienezza. Il Circolo degli «Amici dello Studio» era il migliore che esistesse sulla costa del Pacifico. Era una fondazione di Miss Brentwood, vecchia zitella, favolosamente ricca, per la quale il circolo faceva le veci del marito, della famiglia e dei divertimenti. I suoi soci erano i più ricchi della società, e le menti più capaci fra i ricchi, compreso, naturalmente, un numero esiguo di uomini di scienza, per dare all’insieme un’apparenza intellettuale.

Il Circolo degli «Amici dello Studio» non possedeva un locale apposito: era un circolo speciale, i cui membri si riunivano una volta al mese, in casa di uno di loro, per sentire una conferenza. Gli oratori erano di solito pagati, ma non sempre. Quando un chimico di New-York aveva fatto una scoperta sul radium, per esempio, gli rimborsavano tutte le spese di un viaggio attraverso il continente americano, e gli davano inoltre una forte somma per indennizzarlo del tempo perduto, e così facevano coll’esploratore che ritornava dalle regioni artiche, e con i nuovi astri della letteratura e dell’arte.

Nessun estraneo era ammesso a quelle riunioni, e «Gli Amici dello Studio» si erano proposti di non lasciar trasparire nulla delle loro discussioni, nella stampa, in modo che perfino gli uomini di Stato, se fossero intervenuti, e ce n’erano stati, e dei più grandi, avrebbero potuto esporre liberamente il loro pensiero.

Ho aperta, qui davanti, la lettera un po’ sciupata che Ernesto mi scrisse vent’anni or sono, dalla quale trascrivo il brano seguente:

«Siccome vostro padre è membro del Circolo «Gli Amici dello Studio», e voi pure potete entrarvi, venite all’adunanza di martedì sera. Vi assicuro che passerete uno dei momenti migliori della vostra vita. Nei vostri recenti incontri coi padroni del giorno, non siete riuscita a smuoverli; io li scuoterò per voi. Li farò ringhiare come lupi. Voi vi siete accontentata di toccare la loro moralità, ma finchè la loro onestà è contestata, essi rimangono alteri e superbi, e assumono delle arie di superiorità e di soddisfazione. Io li minaccerò nella borsa, e ne rimarranno scossi sin nelle radici più profonde della loro natura primitiva. Se verrete, vedrete l’uomo delle caverne, in abito di società, difendere coi denti, con tutte le forze, il suo osso. Vi assicuro un vero pandemonio, e la vista edificante della natura della bestia.

«Mi hanno invitato per demolirmi. L’idea è stata della signorina Brentwood, ma ha commesso la dabbenaggine di lasciarmelo capire, invitandomi. La loro gioia massima è di domare qualche riformatore dall’animo dolce e fidente. La vecchia zitella crede che io assocî all’innocenza d’un gattino, la bontà e la stupidità di un animale colle corna. E devo confessare che ho fatto del mio meglio per convincerla sempre più. Dopo avere prudentemente tastato terreno, ha finito per indovinare il mio carattere docile. Avrò un buon compenso: duecentocinquanta dollari, quanto cioè avrebbero dato a un radicale che avesse posto la sua candidatura al seggio di Governatore. Inoltre, l’abito di società è di rigore: in vita mia non mi sono mai camuffato così, e bisognerà che ne prenda uno a nolo. Ma farò ancora di più per essere sicuro di entrare fra «Gli Amici dello Studio»».

Fu scelta, fra i luoghi possibili per quella riunione, la casa della famiglia Personwaithe. Avevano portato un supplemento di seggiole nella grande sala, e c’erano, di sicuro, duecento «Amici» per sentire Ernesto. Erano i veri principi della buona società. Mi divertii a calcolare mentalmente il totale delle ricchezze che rappresentavano: un centinaio di milioni. E i proprietari non erano di quei ricchi che vivono nell’ozio, ma uomini d’affari che avevano parte importantissima ed attiva nella vita industriale e politica.

Stavamo tutti seduti, quando la signorina Brentwood introdusse Ernesto. Essi andarono subito all’estremità della sala dove egli doveva parlare. Era in abito da sera, ed aveva un portamento meraviglioso, con le sue larghe spalle e la testa regale, e, sempre, quell’inimitabile sfumatura di goffaggine nei suoi movimenti.

Credo che l’avrei amato anche solo per quello. Al solo guardarlo, provavo una grande gioia. Mi sembrava di sentire il battito del suo polso nello stringermi la mano, il contatto delle sue labbra sulle mie. Ed ero così orgogliosa di lui, che ebbi il desiderio di alzarmi e gridare a tutta l’assemblea: «È mio, mi ha stretta fra le sue braccia, e occupo quella mente agitata da sì alti pensieri.»

La signorina Brentwood, giunta in fondo alla sala, lo presentò al colonnello Van Gilbert, al quale, sapevo ch’era assegnata la presidenza della riunione. Il colonnello era un grande avvocato di società anonime; inoltre, era immensamente ricco. Il più piccolo onorario che si degnasse di accettare, era di centomila dollari. Era un Maestro in materia giuridica. La legge era come un burattino di cui egli teneva tutti i fili; e la plasmava come argilla; la torceva e la deformava con un giuoco di pazienza cinese, a seconda dei proprii disegni. I suoi modi e il suo eloquio erano un po’ di vecchio stile, ma la immaginazione, le cognizioni, le risorse, erano a livello degli statuti più recenti. La sua celebrità datava dal giorno in cui aveva fatto annullare il testamento di Skardwell[39]. Solo per questo aveva avuto cinquecentomila dollari, e da quel tempo la sua ascesa era stata rapida come quella di un razzo. Lo si considerava spesso come il primo avvocato del paese, avvocato di società anonime, ben inteso: e tale che non c’era chi non lo considerasse come uno dei tre più grandi avvocati degli Stati Uniti.

Egli si alzò e cominciò col presentare Ernesto, con frasi scelte, che lasciavano intravedere una leggera ironia sottintesa. Certamente vi era una sottile facezia nella presentazione che il colonnello Gilbert faceva di quel riformatore sociale, membro della classe operaia. Scorsi parecchi sorrisetti nell’uditorio, e ne fui urtata. Guardai Ernesto e sentii crescere la mia irritazione. Sembrava che non sentisse risentimento alcuno per quelle punture, anzi, peggio, pareva non accorgersene neppure. Stava seduto, tranquillo, calmo, mezzo assonnato. Aveva veramente un’aria stupida. Un’idea rapida mi attraversò la mente: si lasciava forse intimidire da quello sfoggio imponente di prestigio monetario e cerebrale? Poi sorrisi. Non mi avrebbe ingannata, no: ingannava gli altri, come aveva ingannato la signorina Brentwood.

Costei era seduta in una poltrona, in prima fila, e più volte aveva voltato la testa verso l’una o l’altra delle sue conoscenze per confermare, con un sorriso, le allusioni dell’oratore.

Quando il colonnello ebbe finito, Ernesto si alzò e cominciò a parlare. Cominciò a voce bassa, con frasi semplici e staccate, intramezzate da lunghe pause, con evidente imbarazzo. Narrò della sua nascita nella classe operaia, della sua infanzia trascorsa in un ambiente misero, dove lo spirito e la carne erano ugualmente affamati e tormentati. Descrisse le ambizioni e l’ideale della sua giovinezza, e la sua concezione del paradiso, dove vivevano solo gli uomini delle classi superiori.

— Sapevo, — disse, — che al disopra di me regnava uno spirito di altruismo, un pensiero puro e nobile, una vita altamente intellettuale. Sapevo tutto ciò perchè avevo letto i romanzi della Biblioteca dei bagni di mare[40], in cui tutti gli uomini e tutte le donne, eccettuati il traditore e la avventuriera, pensano cose nobili e parlano un bel linguaggio, e compiono atti gloriosi. Colla stessa fede che mi faceva credere al sorgere del sole, ero certo che sopra di me stava quanto di bello, di nobile e di generoso è al mondo. Ciò che conferiva onore e decenza alla vita, ciò che la rendeva degna di essere vissuta, ciò che compensava gli uomini di tanto lavoro e di tanta miseria.

Parlava in seguito, della sua vita alla filanda, del suo noviziato come maniscalco e del suo incontro, infine, coi socialisti. Aveva scoperto, nelle loro file, delle vere intelligenze e menti superiori, e numerosi ministri del Vangelo, destituiti perchè il loro cristianesimo era troppo generoso in una società di adoratori del vitello d’oro; vi aveva trovato professori fiaccati dalla crudele servitù universitaria alle classi dominanti. Definì i socialisti come rivoluzionari che lottano per rovesciare la società nazionale odierna, per costruire sulle sue rovine la società nazionale dell’avvenire. E disse tante e tante cose che sarebbe troppo lungo trascrivere; ma non dimenticherò mai il modo col quale descrisse la sua vita fra i rivoluzionari. Dal suo eloquio era sparita ogni titubanza: la voce s’elevava forte e fiduciosa, si affermava, splendeva come lui stesso, come i pensieri che versava a fiotti.

— In quei rivoltosi trovai pure una fede ardente nell’umanità, un caldo idealismo, la voluttà dell’altruismo, rinuncia e martirio; tutte le splendide realtà dello spirito, insomma. E la loro vita era pura, nobile, e sentita. Ero in contatto con anime grandi che esaltavano la carne e lo spirito al di sopra dei dollari e dei _cents_, e per le quali il fioco lamento del bimbo sofferente nei tugurii ha maggiore importanza di tutto il pomposo armamentario dell’espansione commerciale, e dell’impero del mondo. Vedevo ovunque, intorno a me, la nobiltà dello scopo, e l’eroismo della lotta, e le mie giornate erano piene di sole, e le notti stellate. Vivevo nel fuoco e nella rugiada, e davanti ai miei occhi fiammeggiava incessantemente il Santo Graal, il sangue palpitante e umano di Cristo, pegno di soccorso e di salvezza, dopo lunga sofferenza e maltrattamenti.

L’aveva già visto trasfigurato, e questa volta mi parve tale. La sua fronte splendeva della sua divinità interiore, e gli occhi lucevano ancor più in mezzo all’aureola radiosa da cui sembrava avvolto. Ma gli altri non vedevano questa luce, cosicchè attribuii la mia visione alle lacrime di gioia e d’amore che mi riempivano gli occhi.

In ogni modo, il signor Wiekson, che era dietro a me, non appariva, certo, commosso, perchè gli sentii lanciare, con tono ironico, l’epiteto di: «Utopista»[41].

Tuttavia, Ernesto raccontava come si era inalzato nella società, al punto di mettersi in contatto con le classi superiori e di avvicinare uomini aventi alte cariche. Allora era sopravvenuta in lui la delusione, ch’egli espresse con termini poco lusinghieri per l’uditorio. La vita fra loro non gli pareva più nobile e generosa; era spaventato dall’egoismo che incontrava ovunque. Ciò che lo stupiva ancora di più, era l’assenza di vitalità intellettuale. Egli, che aveva abbandonato i suoi amici rivoluzionarii, si sentiva colpito dalla stupidità della classe dominante. Inoltre aveva scoperto che malgrado le loro chiese magnifiche, e i loro predicatori munificamente pagati, quei padroni, uomini e donne, erano esseri volgarmente materialisti. Parlavano bene del loro piccolo ideale, della loro cara piccola morale, ma tolta questa vuota verbosità, il male fondamentale delle loro idee era materialista. Erano privi della moralità vera, della moralità che Cristo aveva predicato e che non si insegna più al giorno di oggi.

— Ho incontrato uomini che nelle loro diatribe contro la guerra invocavano il nome del Dio della pace, mentre distribuivano fucili nelle mani dei Pinkertons[42] per abbattere gli scioperanti nelle officine stesse. Ho conosciuto persone che inveivano contro la brutalità degli assalti di boxe, ma che erano complici di frodi alimentari per le quali muoiono, ogni anno, più innocenti di quanti massacrò Erode dalle mani arrossate di sangue. Ho visto gente autorevole, colonne della Chiesa, che sottoscrivevano somme ingenti a favore delle Missioni straniere, ma che facevano lavorare dieci ore al giorno, nelle loro officine, le giovanette, compensandole con salarii irrisori, incoraggiando, in tal modo, la prostituzione.

«Il tale rispettabile signore, dai lineamenti aristocratici, non era che un fantoccio che dava il suo nome a società il cui scopo segreto era di spogliare la vedova e l’orfanello; il tale altro, che parlava seriamente e posatamente della bellezza dell’idealismo e della bontà di Dio, aveva trascinato e tradito i suoi soci in un grosso affare. Un altro che dotava di nuove cattedre le Università e contribuiva alla costruzione di magnifiche cappelle votive, non esitava a giurare il falso davanti ai tribunali, per questioni di danaro. Tale magnate delle ferrovie rinnegava senza vergogna la parola data come cittadino, come uomo d’onore e come cristiano, concedendo storni segreti... e ne concedeva spesso! Il direttore di quel giornale che pubblicava l’annuncio di rimedii brevettati, mi trattò di demagogo perchè lo sfidai a pubblicare un articolo che dicesse la verità circa quel ritrovato[43]. E quel collezionista di belle edizioni che prendeva a cuore le sorti della letteratura pagava intere botti di vino al reggitore brutale e illetterato d’un’amministrazione municipale. Il tale senatore[44] era lo strumento, lo schiavo, il burattino di un capo politicante dalle folte sopracciglia e dalla bocca enorme; lo stesso accadeva del governatore Caio, e del giudice Tizio alla Corte Suprema. Tutti e tre godevano di viaggi gratuiti in ferrovia; inoltre, quel tale capitalista dalla pelle lucida, untuosa, era il vero padrone della macchina politica, perchè padrone del padrone della macchina politica e delle ferrovie, che concedevano i lascia-passare.

«In questo modo, invece di un paradiso, scoprii l’arido deserto del commercialismo. Non vi trovai che stupidaggine, tranne in ciò che riguarda gli affari. Non incontrai una persona onesta, nobile, attiva, se non della vitalità di cui brulica il marciume. Non trovai altro che un egoismo smisurato di gente senza cuore, e un materialismo gretto e ingordo praticato e pratico.»

Ernesto disse loro molte altre verità riguardanti sia essi che le sue delusioni. Essi l’avevano intellettualmente annoiato; moralmente e spiritualmente disgustato a tal punto, che ritornò con gioia ai suoi rivoluzionarii, che almeno erano retti, nobili, sensibili, che erano tutto ciò che i capitalisti non sono.

Ma devo pur dire che questo terribile atto di accusa li aveva lasciati freddi. Esaminai i loro volti e vidi che conservavano un’aria di superiorità soddisfatta. Ricordai che Ernesto mi aveva avvertita: «Qualunque accusa contro la loro moralità non li potrà scuotere».

Ma osservai però che l’ardire del suo linguaggio aveva colpito la signorina Brentwood, che mostrava un’aria seccata ed inquieta.

— Ed ora vi parlerò di questa rivoluzione.

E cominciò col descrivere l’esercito proletario, e quando espose la cifra delle forze che lo componevano, secondo i risultati ufficiali dello scrutinio nei diversi paesi, l’assemblea cominciò ad agitarsi. Un’espressione di viva attenzione fissò i loro sguardi, e le loro labbra si strinsero. Il guanto di sfida era stato gettato.

Egli descrisse l’organizzazione internazionale che univa un milione e mezzo di socialisti degli Stati Uniti ai ventitrè milioni e mezzo di socialisti sparsi nel resto del mondo.

— Tale esercito della rivoluzione, forte di ventitrè milioni di uomini, può svegliare e tener desta l’attenzione delle classi dominanti. Il grido di questo esercito è: nessuna tregua. Dobbiamo avere ciò che voi possedete. Non ci accontenteremo di meno, assolutamente. Vogliamo prendere le redini del potere, e avere in mano noi il destino del genere umano. Ecco le nostre mani, le nostre forti mani. Vi toglieranno il governo, i palazzi e tutti i vostri comodi dorati, e verrà giorno in cui dovrete lavorare con le vostre mani per guadagnarvi il pane, come fa il contadino nei campi, o il commesso nelle vostre metropoli. Ecco le nostre mani; guardatele: hanno i pugni solidi.