Part 20
Da una parte e dall’altra, i soldati scaricavano i loro fucili, ma quegli spari individuali non facevano nessun effetto sulla turba che continuava ad avanzare, muggendo di rabbia. Evidentemente era difficile manovrare le mitragliatrici. Le automobili sulle quali erano montate sbarravano la via, in modo che i tiratori dovevano prender posto sopra o in mezzo ad esse, o sul marciapiede. I soldati aumentavano sempre e noi non potevamo più uscire dall’ingombro. Garthwaite mi teneva sempre per un braccio, e tutt’e due eravamo come schiacciati contro la facciata di una casa.
La folla non era a dieci metri, quando le mitragliatrici incominciarono l’azione. Nulla poteva sopravvivere a quella mortale cortina di fuoco. La calca aumentava sempre, ma la folla non avanzava più. Si ammucchiava in un enorme cumulo, in un’onda sempre crescente di morti e morenti. Coloro che erano dietro spingevano gli altri avanti, e la colonna, fra un ruscello e l’altro pareva rientrare in se stessa come i tubi di un telescopio. I feriti, uomini e donne, rigettati sopra la cresta di quell’orribile riflusso, arrivavano dibattendosi fin sotto le ruote delle automobili, fra i piedi dei soldati che li trafiggevano con le loro baionette. Vidi però uno di quegl’infelici rimettersi in piedi e saltare addosso a un soldato, e morderlo alla gola. Tutt’e due, il soldato e lo schiavo, rotolarono, strettamente allacciati, nel fango.
Il fuoco cessò. Il compito era eseguito. La plebaglia era arrestata nel suo folle tentativo di scampo. Fu dato l’ordine di sgombrare le vie dalle autoblindate. Ma non potevano avanzare su quel mucchio di cadaveri, per rivolgersi verso una via traversale. I soldati stavano per levare i corpi di mezzo alle ruote, quando successe la cosa. Sapemmo, dopo, il modo com’era avvenuta. In cima all’isolato c’era una casa occupata da un centinaio di nostri compagni, i quali, apertisi un passaggio attraverso i tetti e i muri, da una casa all’altra, erano arrivati proprio sopra i Mercenarî ammassati nella via. Allora avvenne il contro massacro.
Senza il minimo indizio preammonitore, una pioggia di bombe cadde dall’alto del caseggiato. Le automobili furono ridotte in briciole, e con esse molti soldati. Noi ci precipitammo, cogli scampati, in una corsa pazza. All’estremità opposta dell’isolato fu aperto un altro fuoco su noi, da un’altra casa. I soldati avevano coperto di cadaveri la strada: toccava loro, ora, di servir da tappeto. Garthwaite ed io sembravamo protetti da un sortilegio. Come prima, ci rifugiammo sotto un portico, ma questa volta il mio compagno non era del parere di lasciarci prendere. Quando lo scoppio delle bombe cessò, gettò uno sguardo a destra e a sinistra.
— La plebaglia ritorna, — mi gridò. — Bisogna uscire di qui.
Corremmo, tenendoci per mano, sul suolo insanguinato, sdrucciolando, affrettandoci verso l’angolo tranquillo più vicino. Nella via traversale scorgemmo alcuni soldati che scappavano ancora. Non c’era nessun pericolo: la via era libera. Ci fermammo un poco per guardare indietro. La folla andava lentamente ad armarsi dei fucili dei morti e a finire i feriti. Vedemmo la fine dell’ufficialetto che ci aveva avvisati. Si sollevò a fatica su un gomito e si mise a scaricare la sua rivoltella automatica.
— Ecco la mia probabilità di promozione finita nel lago! — disse Garthwaite, ridendo, mentre una donna si lanciava sul ferito, brandendo una mannaia da macellaio. — Andiamocene. Siamo in una cattiva direzione, ma ne usciremo, in un modo o nell’altro.
Fuggivamo verso l’est, attraverso strade tranquille, e ad ogni svolta ci tenevamo pronti ad ogni eventualità. Verso il sud, un immenso incendio empiva il cielo; era il grande ghetto che bruciava. Alla fine mi abbattei sull’orlo del marciapiede, sfinita, incapace di fare un passo di più. Ero ferita, spezzata, e tutte le mie membra doloravano. Pure, sentii la forza di ridere quando Garthwaite mi disse, arrotolando una sigaretta:
— So che mi sono messo in un grande imbroglio cercando di salvarvi, perchè non vedo una soluzione qualsiasi. È una confusione indiavolata. Ogni qual volta cerchiamo di uscirne, capita qualche cosa che ci rigetta dentro. Siamo soltanto alla distanza appena di uno o due isolati dal luogo in cui vi ho salvata. Amici e nemici, sono tutti mescolati. È un caos. Non si può dire da chi siano occupate queste maledette case. Quando si tenta di saperlo, vi cade una bomba sulla testa. Se si cammina tranquillamente, ci si imbatte nella plebaglia e si è falciati dalle mitragliatrici, oppure si batte il naso sui Mercenarî e si è fatti a pezzi dai propri compagni appostati su un tetto. E, per soprammercato, la plebaglia arriva e vi uccide, da parte sua.
Scosse malinconicamente la testa, accese una sigaretta e si sedette accanto a me.
— E come se non bastasse, ho una fame... — soggiunse. — Mangerei i sassi!
Un momento dopo, era in piedi per cercare effettivamente un sasso in mezzo alla strada: lo prese e se ne servì per rompere la finestra di un negozio.
— È un pianterreno e non vale niente, — spiegò mentre mi aiutava a passare per l’apertura praticata. — Ma non possiamo cercare di meglio. Vi farete un sonnellino ed io andrò in ricognizione. Finirò bene per togliervi dall’impaccio, ma ci vorrà tempo, un tempo infinito... e qualche cosa da mangiare.
Eravamo in una bottega di finimenti. Egli mi improvvisò un letto con delle coperte da cavallo, in uno studio privato in fondo alla casa. Io sentivo sopraggiungere una terribile emicrania, e fui felice di chiudere gli occhi per tentare di dormire.
— Ritorno subito. — diss’egli, lasciandomi. — Non assicuro che troverò un’automobile, ma certo porterò qualche cosa da mangiare.
E dovevo rivederlo tre anni dopo! Non ritornò: fu mandato in un ospedale, con una palla in un polmone e un’altra nella parte carnosa del collo.
CAPITOLO XXIV.
INCUBO.
La mia stanchezza era aggravata dal fatto che la notte precedente, in treno, non aveva chiuso occhio. Mi addormentai profondamente. Mi svegliai, la prima volta, che era già notte. Garthwaite non era ritornato. Avevo perduto l’orologio ed ignoravo assolutamente l’ora. Rimasi un po’ sdraiata, con gli occhi chiusi, e sentii ancora il rumore sordo degli esplodenti lontani; l’inferno era sempre scatenato. Sdrucciolai verso la facciata del negozio. Incendî colossali si riflettevano nel cielo; nella via si vedeva chiaro come in pieno giorno, al punto che si sarebbe potuto leggere facilmente il carattere più minuto. Da qualche isolato di case più lontane veniva il crepitìo delle granate e delle mitragliatrici, e da una grande distanza mi giungeva l’eco di una serie di grandi esplosioni. Ritornai al mio letto di coperte e mi riaddormentai.
Svegliatami di nuovo, una luce gialla, malaticcia, filtrava fino a me. Era l’aurora del secondo giorno. Ritornai verso la facciata del negozio. Il cielo era coperto da una nuvola di fumo striata da lampi lividi. Dall’altro lato della strada, titubava un povero schiavo. Con una mano si comprimeva un fianco, e lasciava dietro di sè una traccia di sangue. I suoi occhi, pieni di spavento, giravano in tutte le direzioni e si fissarono un istante su me. Il suo volto aveva l’espressione patetica e muta di un animale ferito e perseguitato. Egli mi vedeva, ma non c’era nessuna intesa fra noi, nè, da parte sua almeno, la minima simpatia. Si ripiegò su se stesso, sensibilmente, e si trascinò più lontano. Non poteva aspettarsi aiuto alcuno da questo mondo. Era una delle prede perseguitate in quella gran caccia agli isolati indetta dai padroni. Tutto ciò che poteva sperare, tutto ciò che cercava era un buco dove arrampicarsi e nascondersi come una bestia selvatica. Il tintinnio di un’ambulanza che passava all’angolo lo fece sussultare. Le ambulanze non erano fatte per i suoi simili. Con un brontolio lamentoso, si gettò sotto un portico. Un momento dopo, riprendeva il suo andare disperato.
Ritornai alle mie coperte ed aspettai ancora per un’ora il ritorno di Garthwaite. Il mio mal di testa non si era dissipato; al contrario, aumentava. Mi bisognava uno sforzo di volontà per aprire gli occhi, e, quando li volevo fissare su un oggetto, provavo una vera tortura. Sentivo il cervello intronato da fitte. Debole e vacillante, uscii, passando dalla vetrina rotta, e scesi nella via, cercando istintivamente e a caso di sfuggire a quell’orribile massacro. Da quel momento io vissi in un incubo. Il ricordo che mi rimane delle ore seguenti è simile a quello di un cattivo sogno. Alcuni avvenimenti sono nettamente segnati nel mio cervello, con immagini indelebili separate da intervalli di incoscienza, durante i quali avvennero cose che ignoro e che non saprò mai.
Ricordo di aver urtato, all’angolo, contro le gambe di un uomo: era il povero diavolo di poco prima, che si era trascinato fin là, e si era steso a terra. Rivedo distintamente le sue povere mani nodose; simili più a zampe cornee e ad artigli, che a mani, tutte storte e deformate dal lavoro quotidiano, con le palme coperte da enormi calli. Ripreso il mio equilibrio, guardai la faccia del misero e constatai che egli viveva ancora; i suoi occhi erano vagamente fissi su me e mi vedevano.
Dopo ciò, nella mia mente non vedo altro che benefiche lacune. Non sapevo più nulla, non vedevo più nulla: mi trascinavo semplicemente in cerca di un asilo. Poi, il mio incubo continuò, alla vista di una via coperta di cadaveri. Mi trovai là, bruscamente, come un vagabondo che incontri inaspettatamente un corso d’acqua. Ma quel fiume là non scorreva: indurito dalla morte, uguale, unito, si stendeva da un capo all’altro e copriva perfino i marciapiedi. A intervalli, come ghiacci stratificati, dei cumuli di corpi ne rompevano la superficie. Quelle povere genti dell’Abisso, quei poveri servi inseguiti giacevano là come conigli di California dopo una battuta.[118] Osservai quella via funebre nelle due direzioni; non un movimento, non un rumore. I caseggiati muti guardavano la scena con le loro numerose finestre. Una volta, però, una volta sola, vidi un braccio muoversi in quel fiume letargico. Giurerei che quel braccio si contorcesse in un gesto di agonia, accompagnato da una testa insanguinata, orribile spettro, indicibile, che mi borbottò parole inarticolate, e ricadde e non si mosse più.
Vedo ancora un’altra via fiancheggiata da case tranquille, e ricordo il panico che mi richiamò violentemente alla ragione quando mi ritrovai davanti al popolo dell’Abisso: questa volta era una corrente che si riversava lungo la mia direzione. Poi mi accorsi che non avevo nulla da temere. La corrente se ne andava lentamente e dalla sua profondità sorgevano gemiti, lamenti, maledizioni, discorsi insensati per senilità o per isterismo. Essa trascinava con sè giovanissimi e vecchi, deboli, ammalati, impotenti e disperati, tutti gli avanzi dell’Abisso. L’incendio, nel grande ghetto del quartiere sud, li aveva vomitati nell’inferno della lotta della strada; e non ho mai saputo dove andassero nè ciò che sia accaduto di loro.[119]
Ho il vago ricordo di aver rotto una vetrina e di essermi nascosta in una bottega, per sfuggire a un assembramento inseguito dai soldati. In un altro momento, una bomba mi scoppiò vicino, in una via tranquilla dove, sebbene guardassi in tutti i sensi, non potei vedere anima viva. Ma la semicoscienza più prossima, distinta, incomincia con un colpo di fucile; mi accorgo improvvisamente che servo da bersaglio a un soldato ch’è su un’automobile. Mi fallisce e allora, istantaneamente, mi metto a fare i segnali ed a gridare la parola d’ordine. Il mio trasporto in quell’automobile rimane avvolto da una nube interrotta da un nuovo lampo. Un colpo di fucile tirato dal soldato seduto vicino a me mi ha fatto aprire gli occhi; ho veduto George Milford, che avevo conosciuto un tempo a Pell Street, abbattersi sul marciapiedi. Nello stesso istante, il soldato sparava di nuovo, e Milford si piegava in due, poi cadeva in avanti, con le braccia e le gambe aperte. I soldati sghignazzavano e l’automobile andava di carriera.
Di tutto ciò che avvenne in seguito, ricordo questo: immersa in un profondo sonno, fui svegliata da un uomo che camminava in lungo e in largo intorno a me. I suoi lineamenti erano tirati, e la sua fronte era imperlata di sudore, che gli gocciolava sul naso. Appoggiava con moto convulso le mani sul petto, e il sangue colava a terra, ad ogni passo. Indossava l’uniforme dei Mercenarî. Attraverso un muro ci giungeva il rumore attutito degli scoppî delle bombe. La casa dove mi trovavo era evidentemente in preda ad un duello con un’altra casa.
Quando un dottore venne a medicare il soldato ferito, seppi che erano le due del pomeriggio. Poichè il mio mal di testa durava, il medico sospese il lavoro per darmi un rimedio energico che doveva calmare il cuore e sollevarmi. Mi addormentai nuovamente, e quando mi svegliai ero sul tetto del caseggiato. La battaglia era finita intorno. Guardai l’assetto dei palloni alla fortezza. Qualcuno aveva passato un braccio attorno alla mia vita, e io mi ero rannicchiata contro di lui. Mi sembrava naturale che fosse Ernesto, e mi chiedevo perchè avesse le sopracciglia e i capelli arrossati.
Per mero caso ci eravamo ritrovati in quell’orribile città. Egli non dubitava nemmeno che io avessi lasciato Nuova York e, passando nella camera dove dormivo, non aveva potuto credere ai suoi occhi. Da quell’ora non vidi più gran che della Comune di Chicago. Dopo avere osservato l’attacco dei palloni, Ernesto mi ricondusse nell’interno della casa, dove dormii tutto il pomeriggio e tutta la notte seguente. Passammo colà anche il terzo giorno, e il quarto abbandonammo Chicago, avendo Ernesto ottenuto il permesso dalle autorità, e un’automobile.
La mia emicrania era passata, ma ero stanca di corpo e d’anima, molto stanca. Nell’automobile, addossata ad Ernesto, osservavo con occhio indolente i soldati che tentavano di far uscire la vettura dalla città. La battaglia continuava solo nelle località isolate. Qua e là, interi distretti ancora in possesso dei nostri, erano circondati e guardati da forti contingenti di truppe. Così i compagni si trovavano stretti, accerchiati, mentre si cercava di ridurli alla resa, ossia di ucciderli, perchè non si dava quartiere. Essi combatterono, eroicamente, fino all’ultimo uomo.[120]
Ogni qual volta ci avvicinavamo ad una località di questo genere, le guardie ci fermavano e ci obbligavano a fare un largo giro. Capitò una volta che non ci rimanesse altro mezzo per oltrepassare due forti posizioni di compagni nostri, se non passando attraverso una zona battuta che era fra le due. Da ogni lato sentivamo il brusìo e il ruggito della battaglia, mentre l’automobile s’apriva un varco fra rovine fumanti e mura cadenti. Spesso le strade erano bloccate da vere montagne di rottami, che dovevamo aggirare. Ci smarrivamo in un labirinto di macerie, e la nostra marcia era lenta.
Dei cantieri, (ghetto, officine e tutto il resto) non rimanevano che rovine dove il fuoco covava ancora. Lontano, sulla destra, un denso velo di fumo oscurava il cielo. Lo _chauffeur_ ci disse che era la città di Pullman o, per lo meno, ciò che rimaneva di essa, dopo la sua distruzione da cima a fondo. Vi era andato con la sua macchina a portare dei dispacci nel pomeriggio del terzo giorno. Era, diceva lui, uno dei luoghi dove la battaglia si era scatenata con più furore; strade intere erano diventate impraticabili, per l’ammucchiarsi dei cadaveri.
All’angolo di una casa smantellata, nel quartiere dei cantieri, l’automobile si dovette fermare, per una barriera di corpi; si sarebbe detta una grossa onda pronta ad infrangersi. Indovinammo facilmente ciò che era accaduto. Nel momento in cui la folla, lanciata all’attacco, svoltava l’angolo, era stata decimata ad angolo retto e a breve distanza da una mitragliatrice che sbarrava la strada laterale. Ma i soldati non isfuggirono al disastro. Una bomba, senza dubbio, era scoppiata in mezzo a loro, perchè la folla, trattenuta un istante dal cumulo dei morti e dei feriti, aveva sormontato la cresta e s’era precipitata come un’onda vivente e fremente. Mercenarî e schiavi giacevano mescolati, mutilati e pesti, sdraiati sui rottami delle automobili e delle mitragliatrici.
Ernesto scese dalla vettura. Il suo sguardo era stato attratto da una frangia di capelli bianchi, che scendevano su delle spalle ricoperte solo da una camicia di cotone. Non lo guardavo in quel momento; solo quando mi fu di nuovo vicino e l’automobile si mosse, mi disse:
— Era il vescovo Morehouse.
Fummo presto in aperta campagna, ed io gettai un ultimo sguardo verso il cielo coperto di fumo. Il rumore appena percettibile di un’esplosione ci giunse da molto lontano. Allora nascosi il volto sul cuore di Ernesto e piansi dolcemente la Causa perduta. Il suo braccio mi stringeva con amore, più eloquente di ogni parola.
— Perduta per questa volta, cara, — mormorò; — ma non per sempre. Abbiamo imparato molte cose. Domani la Causa si rialzerà più forte, per saggezza e disciplina.
L’automobile si fermò alla stazione dove dovevamo prendere il treno per Nuova York. Mentre aspettavamo lungo la banchina, tre direttissimi lanciati verso Chicago passarono con un rumore di tuono. Erano carichi di lavoratori stracciati, gente dell’Abisso.
— Leve di schiavi per la ricostruzione della città. — disse Ernesto. — Tutti quelli di Chicago sono stati uccisi.
CAPITOLO XXV.
I TERRORISTI.
Soltanto alcune settimane dopo il nostro ritorno a Nuova York, Ernesto ed io potemmo valutare tutta l’importanza del disastro per la Causa. Era uno stato di cose amaro e sanguinoso.
In diversi luoghi, qua e là, in tutti i paesi, erano scoppiate rivolte e avvenuti massacri di schiavi. La lista dei martiri cresceva rapidamente. Innumerevoli esecuzioni avevano avuto luogo un po’ dappertutto. La montagna e le contrade deserte rigurgitavano di proscritti e di rifugiati inseguiti senza pietà. I nostri stessi rifugi erano zeppi di compagni sulla cui testa pendeva una taglia. Per informazioni fornite dalle spie, molti dei nostri asili furono invasi dai soldati del Tallone di Ferro.
Un gran numero di nostri amici, scoraggiati e disperati per il crollo delle loro speranze, propendevano per una tattica terroristica. Sorgevano pure nuove organizzazioni di combattimento che non erano affiliate alle nostre e che ci fecero molto male.[121] Questi traviati, pur prodigando follemente la loro vita, facevano spesso fallire i nostri disegni e ritardare la nostra ricostruzione.
E in questo tumulto, il Tallone di Ferro, proseguiva impassibile verso lo scopo, scotendo il tessuto sociale, mandando i Mercenarî, le caste operaie, e gli agenti dei servizî segreti a scacciare i compagni nostri, punendo senza odio e senza pietà, accettando, in silenzio, tutte le rappresaglie e riempiendo i vuoti appena questi si facevano nelle linee di combattimento. Parallelamente, Ernesto e gli altri capi lavoravano di cuore a organizzare le forze della Rivoluzione.
Si comprenderà la portata di questo compito, tenendo conto di...[122].
FINE
INDICE
_Capitolo_
I — La mia aquila pag. 17 II — Sfide » 36 III — Il braccio di Jackson » 55 IV — Gli schiavi della macchina » 70 V — Gli amici dello studio » 81 VI — Adombramenti » 108 VII — La visione del vescovo » 118 VIII — I distruttori di macchine » 127 IX — La matematica di un sogno » 147 X — Il vortice » 168 XI — La grande avventura » 181 XII — Il lavoro » 191 XIII — Lo sciopero generale » 205 XIV — Il principio della fine » 217 XV — Ultimi giorni » 228 XVI — La fine » 236 XVII — La livrea rossa » 249 XVIII — All’ombra del monte Sonoma » 260 XIX — Trasformazione » 272 XX — Un oligarca perduto » 284 XXI — La bestia ruggente dell’abisso » 294 XXII — La comune di Chicago » 303 XXIII — La folla dell’abisso » 319 XXIV — Incubo » 336 XXV — I terroristi » 344
OPERE COMPLETE DI JACK LONDON
a cura di GIAN DÀULI
1. — IL RICHIAMO DELLA FORESTA (The Call of the Wild) — _Romanzo_.
_C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti, uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza di narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea alta e buona, la quale rimane nell’animo dei lettori come una gioia conquistata e una tappa raggiunta._
«Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924.
2. — ZANNA BIANCA (White Fang) — _Romanzo_.
3. — IL TALLONE DI FERRO (The Iron Heel) — _Romanzo di previsione sociale_.
_... Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait d’anticiper sur les temps...._
Anatole France.
4. — MARTIN EDEN — _Romanzo_.
5. — RADIOSA AURORA (Burning Daylight) — _Romanzo_.
6. — IL FIGLIO DEL SOLE (A Son of the Sun) — _Romanzo_.
7. — LA FIGLIA DELLE NEVI (A Daughter of the Snows). _Romanzo_.
«MODERNISSIMA» VIA VIVAIO N. 10 MILANO (13)
NOTE:
[1] Il _Tallone di ferro_ è un diario che l’autore immagina scritto da Avis, la mirabile compagna del rivoluzionario Ernesto Everhard, dopo la morte di costui, che sarebbe avvenuta nel 1932. Varie date, come questa, con anticipo di secoli, ricorrono nel libro, perchè l’autore immagina che questo diario sia pubblicato sette secoli dopo il nostro. Le note, quindi, bisogna considerarle come scritte dai felici e lontani posteri che, a giudizio del London, guarderanno alla nostra epoca come a una delle più crudeli e barbare della Storia.
[2] Varie opere documentano inconfutabilmente il tradimento dei socialisti tedeschi: tra le altre: «_L’Internationale Socialiste a vecu_» di Omer Boulanger, Librairie Ollendorf, Paris; _Le Socialistes du Kaiser, La fin d’une mensonge_ di E. Laskine, Paris 1915, _Democratie allemande et austro-hongroise et les socialistes belges_ di Emilio Boyer, deputato di Tournai, Ed. du Coin de France — Gree Street. Leicester Square, Londra 1915. Il Jouhaux, segretario della C. G. T. francese, raccontò nella _Bataille Syndacaliste_ la drammatica scena avvenuta il 25 Luglio 1914 a Bruxelles, in un convegno segreto che egli ebbe col deputato tedesco e noto organizzatore operaio Legien, che rappresentava le organizzazioni operaie della Germania, e col Segretario della Commissione Sindacale belga, Martens. Il Jouhaux rivolse le seguenti domande: «1º Che intendete fare per evitare la guerra?. 2º Siete decisi a una risoluta azione rivoluzionaria? Poi soggiunse. Noi francesi e belgi siamo pronti a rispondere al vostro appello ed agire con voi se la decisione sarà affermativa.» A quelle domande, ripetute parecchie volte, il _tedesco_ Legien non rispose. Il Jouhaux e il Martens troncarono la conversazione convinti d’essere stati _premeditatamente_ traditi dal proletariato tedesco.
[3] La Seconda Rivolta fu, in massima parte, opera di Ernesto Everhard, quantunque egli abbia collaborato, naturalmente, con i dirigenti il movimento socialista europeo. L’arresto e la segreta esecuzione di Everhard costituirono l’avvenimento saliente della primavera del 1932. Ma egli aveva preparato così minuziosamente quella sommossa, che i suoi compagni cospiratori poterono agire secondo i suoi disegni, senza confusione o indugio. Fu dopo l’esecuzione di Everhard, che la vedova si ritirò a Wake Robin Lodge, piccola casa sulle colline della Sonoma, in California.
[4] Allusione evidente alla prima rivolta, quella della Comune di Chicago.