Part 15
Un giorno, dopo dieci anni, Ernesto fece un calcolo: servendosi dei dati forniti dai capi di questi Gruppi, calcolò che la durata media della vita degli iscritti, uomini e donne, non oltrepassasse i cinque anni. Tutti i Compagni dei Gruppi di Combattimento erano degli eroi; e il più strano è che a tutti essi ripugnava attentare alla vita umana. Quegli amanti della libertà, facevano violenza alla loro natura, pensando che nessun sacrificio era troppo grande per una causa così nobile.[90]
Lo scopo che ci eravamo imposti era triplo. Volevamo, per primo, purgare le nostre file dagli agenti provocatori; in seguito, organizzare i Gruppi di Combattimento all’infuori dell’organizzazione segreta e generale della Rivoluzione; in ultimo, introdurre i nostri agenti scelti, in tutti i rami dell’Oligarchia, nelle caste operaie, specialmente fra i telegrafisti, segretari e commessi, nell’Esercito, fra le spie e i guardiaciurme. Era un’opera lenta e pericolosa, e spesso i nostri sforzi fallivamo.
Il Tallone di Ferro aveva trionfato nella guerra aperta: ma noi stavamo all’erta, nell’altra guerra, sotterranea, sconcertante e terribile che avevamo intrapresa. In questa lotta tutto era invisibile, quasi tutto imprevisto: come una lotta fra ciechi, ma fatta con molto ordine, secondo uno scopo e una direttiva. I nostri agenti s’insinuavano fra gli ingranaggi di tutta l’organizzazione del Tallone di Ferro mentre la nostra era permeata dagli agenti avversarî; secondo una tattica tortuosa ed oscura, piena di intrighi e cospirazioni, di mine e contromine. E dietro tutto questo, sempre minacciosa, stava la morte, la morte violenta e terribile. Uomini e donne sparivano, i nostri migliori, i nostri più cari compagni. Si vedevano oggi, domani erano svaniti, e non si rivedevano mai più, e sapevamo che erano morti.
Non c’erano più, in nessun luogo, nè sicurezza nè fiducia. L’uomo che complottava con noi poteva essere un agente del Tallone di Ferro. Ma era lo stesso dalle due parti; eppure eravamo costretti a lavorare con fiducia e certezza. Fummo spesso traditi; la natura umana è debole. Il Tallone di Ferro poteva dare denaro e divertimenti nelle sue meravigliose città di piacere e di riposo; noi non avevamo altre attrattive che la soddisfazione di essere fedeli a un nobile ideale; e questa lealtà non aspettava altra ricompensa che il continuo pericolo, la tortura e la morte.
La morte costituiva l’unico mezzo di cui disponevamo per punire quella debolezza umana; ed era una necessità per noi castigare i traditori. Quando accadeva che uno dei nostri ci tradisse, uno o più vendicatori fedeli erano lanciati alle sue calcagna. Poteva accadere di fallire nell’esecuzione dei nostri decreti contro i nostri nemici, come nel caso di Pocock, ma la punizione era infallibile quando si trattava di castigare i falsi fratelli. Alcuni compagni si lasciarono corrompere col nostro permesso, per avere accesso nelle città meravigliose, ed eseguirvi le nostre sentenze contro i veri venduti. Ma, in fondo, esercitavamo un tale timore, che era più pericoloso tradirci, che restarci fedeli.
La Rivoluzione assumeva un carattere profondamente religioso. Noi adoravamo il suo altare che era quello della Libertà. Il suo spirito divino ci rischiarava. Uomini e donne si consacravano alla Causa e ad essa votavano i loro nati, come un tempo al servizio di Dio. Eravamo gli adoratori dell’Umanità.
CAPITOLO XVII.
LA LIVREA ROSSA.
Durante la devastazione degli Stati appartenenti ai Fittavoli, i rappresentanti di questo partito sparirono dal Congresso. Furono istruiti processi per alto tradimento e il posto di essi fu occupato da creature del Tallone di Ferro. I socialisti formavano la minoranza e sentivano avvicinarsi la fine.
Il Congresso e il Senato erano ormai soltanto vani fantocci. Le questioni pubbliche vi erano gravemente dibattute e votate secondo le forme tradizionali, ma servivano solo a convalidare con una procedura costituzionale, gli atti della Oligarchia.
Ernesto era nel fitto della mischia quando sopraggiunse la fine; avvenne durante la discussione di un disegno di legge per l’assistenza agli scioperanti. La crisi dell’anno precedente aveva abbassato numerose masse del proletariato a un livello inferiore a quello della carestia, e il propagarsi e il prolungarsi dei disordini ve le tenevano sempre più. Milioni di persone morivano di fame, mentre gli oligarchi e loro sostenitori si rimpinzavano a dismisura[91]. Chiamavamo quegli infelici, il popolo dell’abisso[92]: e per alleviare le loro sofferenze, i socialisti avevano presentato quel disegno di legge, che al Tallone di Ferro non piacque. Esso aveva il suo modo di vedere, per la sistemazione del lavoro di milioni di esseri, e siccome questo modo di vedere non era il nostro, così aveva dato ordini affinchè il nostro disegno fosse respinto.
Ernesto ed i suoi compagni sapevano che il loro sforzo sarebbe stato vano, ma, stanchi di essere tenuti nell’incertezza, desideravano una decisione qualunque. Non potendo ottener nulla, speravano almeno di porre termine a quella farsa legislativa in cui erano costretti a rappresentare una parte passiva. Ignoravamo quale aspetto avrebbe assunto la scena finale; ma non l’avremmo mai immaginata più drammatica di quale avvenne in realtà.
Quel giorno, mi trovavo nella tribuna riservata al pubblico. Sapevamo tutti che sarebbe accaduto qualche cosa di terribile. Un pericolo incombeva, e la sua presenza era là, visibile nell’atteggiamento delle truppe allineate nei corridoi e degli ufficiali raggruppati alle porte della sala. L’oligarchia stava evidentemente per isferrare un gran colpo.
Ernesto aveva preso la parola, e descriveva le sofferenze dei disoccupati, come se accarezzasse la folle speranza di intenerire quei cuori e quelle coscienze; ma i membri repubblicani e democratici sogghignavano e si burlavano di lui, interrompendolo con esclamazioni e rumori.
Ernesto mutò tattica improvvisamente.
— So benissimo che nulla di quanto dico potrà influire su voi, — esclamò —: non avete anima. Siete degl’invertebrati, dei rammolliti. Vi chiamate pomposamente repubblicani e democratici, ma non esiste un partito di questo nome: in questa Camera non ci sono nè repubblicani, nè democratici. Non siete altro che adulatori e mezzani delle creature della plutocrazia. Parlate all’antica del vostro amore per la libertà, voi che portate sulle spalle il marchio rosso del Tallone di Ferro.
La sua voce fu coperta dalle grida: «Abbasso! abbasso!», ed egli aspettò, sdegnosamente, che il chiasso si fosse calmato. Allora, aprendo le braccia, come per abbracciarli tutti, volgendosi verso i suoi compagni, gridò:
— Ascoltate il muggito delle bestie ben pasciute!
Il rumore riprese più forte: il presidente batteva sul tavolo per ottenere il silenzio, e guardava di sottecchi verso gli ufficiali ammucchiati alle porte. Ci furono delle grida di: «Sedizione!», e un membro di New York, noto per la sua rotondità, lanciò l’epiteto di: «Anarchico!».
L’aspetto di Ernesto non era dei più rassicuranti: tutto il suo spirito combattivo vibrava; la sua espressione era quella di un animale aggressivo. Pure, rimaneva calmo e padrone di sè.
— Ricordate, — gridò con una voce che dominò il tumulto, — voi che non mostrate alcuna pietà per il Proletariato, ricordate che verrà giorno in cui il Proletariato non avrà pietà di voi.
Le grida di: «Sedizioso! Anarchico!» raddoppiarono.
— So che non voterete questo disegno di legge, — continuò Ernesto. — Avete avuto dai vostri padroni l’ordine di votare contro. E osate trattarmi da anarchico, voi che avete distrutto il governo del popolo, voi che apparite in pubblico con la vostra vergognosa livrea rossa! Non credo nel fuoco dell’inferno, ma a volte mi spiace, e sono tentato di crederci, in questo momento, perchè lo zolfo e la pece non sarebbero di troppo per punire i vostri delitti, come meriterebbero. Finchè esisteranno i vostri simili, l’inferno sarà una necessità cosmica.
Ci fu un movimento alle porte. Ernesto, il presidente e tutti i deputati guardarono in quella direzione.
— Perchè non ordinate ai vostri soldati di entrare, di adempiere al loro compito, signor presidente? — chiese Ernesto. — Essi vi servirebbero e accontenterebbero subito.
— Ci sono altri piani in vista, — fu la risposta —: per questo sono qui i soldati.
— Piani contro di noi, suppongo, — schernì Ernesto. — Assassinio o roba del genere.
Alla parola «assassinio» il tumulto ricominciò. Ernesto non poteva più farsi sentire, ma rimaneva in piedi, aspettando la calma. In questo momento avvenne ciò che avvenne. Dal mio posto, sulla tribuna, non vidi altro che il lampo di un’esplosione, e il suo rumore mi stordì: vidi Ernesto vacillare e cadere fra una nuvola di fumo, mentre i soldati si precipitavano in tutti gli spazi liberi. I suoi compagni in piedi, inferociti, erano pronti a qualsiasi violenza, ma Ernesto li calmò in un attimo, ed agitò le braccia per imporre loro silenzio.
— È un complotto, state attenti! — gridò loro con ansia. — Non vi movete, o sarete tutti uccisi.
Detto questo, si abbandonò lentamente, proprio quando i soldati giungevano sino a lui. Un istante dopo, fecero sgombrare le tribune e non vidi più nulla. Non mi permisero di avvicinarlo, sebbene fosse mio marito; anzi, appena ebbi detto il mio nome, fui arrestata. Contemporaneamente furono arrestati tutti i membri socialisti del Congresso, presenti a Washington, compreso l’infelice Simpton, obbligato a letto da una febbre tifoidea.
Il processo fu rapido: tutti erano già condannati. Quanto a Ernesto, come per miracolo, non fu giustiziato. Fu uno sbaglio dell’oligarchia, che le costò caro. In quel tempo, essa era troppo sicura di sè: inebriata del successo, non credeva che un manipolo di eroi potesse avere la forza di minare la sua solida base. Domani, quando scoppierà la grande rivolta, e tutto il mondo acclamerà al passo delle folle in marcia, l’oligarchia capirà, ma troppo tardi, fino a qual punto si sia ingigantita l’eroica banda.[93]
Essendo io stessa rivoluzionaria e fiduciaria delle speranze, dei timori e dei disegni segreti, posso meglio d’ogni altro rispondere all’accusa lanciata contro di loro, di aver fatto esplodere quella bomba al Congresso. E posso affermare sicuramente, senza riserva nè dubbio, che i socialisti, sia quelli del Congresso, sia quelli di fuori, erano estranei all’esplosione. Non sappiamo chi abbia lanciato l’ordigno, ma siamo sicuri che non fu lanciato da nessuno dei nostri.
D’altra parte, diversi indizî tendono a dimostrare che il Tallone di Ferro sia il responsabile di quell’atto. Naturalmente, non possiamo provarlo, e la nostra conclusione è solo fondata su presupposti.
Ecco i fatti, quali li conosciamo. Era stato indirizzato al Presidente della camera, dagli agenti segreti del Governo, un messaggio per prevenirlo che i membri socialisti del Congresso avrebbero usato una tattica terroristica, e che avevano già fissato il giorno per eseguirlo. Quel giorno, era precisamente quello dell’esplosione. Per precauzione, il Campidoglio era stato circondato dalla truppa. Ma siccome noi non sapevamo nulla della faccenda della bomba, e che una bomba era scoppiata realmente, e che le autorità avevano provveduto alla difesa in previsione dell’esplosione, è naturale concludere che il Tallone di Ferro ne sapesse qualche cosa. Affermiamo inoltre che il Tallone di Ferro fu colpevole di quell’attentato, che preparò ed eseguì con lo scopo di accollarcene la responsabilità, e di causare con ciò la nostra rovina.
Dal Presidente, l’avvertimento passò a tutti i membri della Camera che indossavano la livrea rossa. Durante il discorso di Ernesto, essi sapevano che un atto di violenza sarebbe stato commesso; e bisogna render loro questa giustizia: essi credevano sinceramente che sarebbe stato commesso dai socialisti. Al processo, sempre in buona fede, molti testimoniarono che avevano veduto Ernesto prepararsi per lanciare la bomba, scoppiata prima del tempo. Naturalmente non avevano veduto nulla di ciò, ma, nella loro fantasia eccitata dalla paura, credevano di aver veduto.
In tribunale. Ernesto fece la seguente dichiarazione:
«È ragionevole ammettere che se avessi avuto l’intenzione di lanciare una bomba avrei scelto una così piccola bomba, inoffensiva? Non c’era neppure dentro polvere bastante. Ha fatto molto fumo, ma non ha ferito alcuno tranne me. È scoppiata proprio ai miei piedi e non mi ha ucciso. Credetemi, quando mi immischierò in simili faccende e vorrò adoperare macchine infernali, farò danni maggiori. Non ci sarà solo fumo ne’ miei petardi».
Il pubblico ministero replicò che la debolezza dell’ordigno era dovuta a errore dei socialisti, e così l’esplosione intempestiva, avendo Ernesto lasciato cadere l’ordigno, per nervosismo. E quest’argomentazione era rafforzata dalla testimonianza di coloro che pretendevano di aver visto Ernesto maneggiare la bomba e lasciarla cadere.
Dal canto nostro, nessuno sapeva come fosse stata lanciata. Ernesto mi disse che un attimo prima dell’esplosione aveva sentito e veduto battere il pavimento vicino a lui. Lo affermò pure al processo, ma nessuno credette. D’altronde, la cosa era «cucinata», secondo l’espressione popolare. Il Tallone di Ferro aveva deciso di distruggerci e non c’era da lottare contro di lui.
Secondo un proverbio, la verità finisce sempre col trionfare:[94] comincio a dubitarne. Diciannove anni sono trascorsi, e con tutti i nostri sforzi incessanti, non siamo riusciti a scoprire l’autore del lancio della bomba. Evidentemente dev’essere stato un agente del Tallone di Ferro, ma non siamo mai riusciti a raccogliere il benchè minimo indizio sulla sua identità, ed oggi non rimane che classificare la cosa fra gli enigmi storici.
CAPITOLO XVIII.
ALL’OMBRA DEL MONTE SONOMA.
Non ho molto da dire di ciò che mi accadde personalmente in questo periodo di tempo, se non che fui tenuta sei mesi in carcere, senza alcuna imputazione di reato. Ero semplicemente classificata fra i sospetti, parola terribile che doveva essere ben presto conosciuta da tutti i rivoluzionarî. Pertanto, il nostro servizio segreto, ancora in formazione, cominciava a funzionare. Verso la fine del secondo mese di prigionia, uno dei miei carcerieri mi si rivelò come un rivoluzionario, in rapporto con la nostra organizzazione. Alcune settimane dopo, Giuseppe Parkhurst, che era appena stato nominato medico delle carceri, si fece conoscere come membro di uno dei nostri Gruppi di Combattimento.
Così, attraverso tutta la trama dell’oligarchia, la nostra organizzazione tesseva insidiosamente la sua tela. Ero informata di quanto avveniva all’estero, e ognuno dei nostri capi reclusi era in relazione con i nostri bravi compagni, che si celavano sotto la livrea del Tallone di Ferro. Quantunque Ernesto fosse rinchiuso a tre miglia di là, sulla costa del Pacifico, io ero continuamente in comunicazione con lui, così che potemmo corrispondere per mezzo di lettere, con perfetta regolarità. I nostri capi, prigionieri o liberi, potevano dunque discutere e dirigere il movimento. Sarebbe stato facile, dopo alcuni mesi, fare evadere parecchi di essi, ma poichè il carcere non limitava la nostra attività, risolvemmo di evitare ogni tentativo prematuro. C’erano in carcere cinquantadue rappresentanti e più di trecento altri capi rivoluzionarii, che decidemmo di liberare tutti insieme. L’evasione di pochi avrebbe allarmato gli oligarchi, e, forse, impedita la liberazione degli altri. D’altra parte, pensavamo che quella fuga collettiva, organizzata in tutto il paese, avrebbe avuto sul proletariato un’enorme ripercussione psichica, e che quella dimostrazione della nostra forza avrebbe ispirato fiducia a tutti.
Fu convenuto, dunque, quando fui rilasciata dopo sei mesi, che avrei dovuto sparire e preparare un rifugio sicuro per Ernesto. Ma non era facile; appena in libertà, le spie del Tallone di Ferro mi si misero alle calcagna. Bisognava far loro perdere le tracce e andare in California. Riuscimmo nell’intento in un modo abbastanza comico. Aveva già preso grande sviluppo il sistema dei passaporti alla russa. Se volevo rivedere Ernesto dovevo far perdere completamente le mie tracce, perchè, se fossi stata seguita, lo avrebbero ripreso. Non potevo neppure, però, viaggiare travestita da proletaria: non mi rimaneva altro espediente se non quello di fingermi un membro dell’oligarchia. Gli Oligarchi supremi erano pochi, ma migliaia di persone di minor valore, come i signori Wickson, per esempio, che possedevano milioni, erano i satelliti degli astri maggiori. Poichè le mogli e le figlie di questi oligarchi minori erano numerosissime, fu deciso che sarei passata come una di loro. Anni dopo, la cosa sarebbe stata impossibile, perchè il sistema dei passaporti fu così perfezionato, che tutti, uomini, donne e bambini, vennero descritti, e seguiti a passo a passo.
Al momento opportuno le mie spie furono avviate su una falsa traccia. Un’ora dopo, Avis Everhard non esisteva più, mentre una certa signora Felida Van Verdighan, accompagnata da due cameriere e da un cane dal lungo pelo ricciuto, che aveva pure la sua cameriera,[95] entrava nel salone di un vagone Pullman,[96] che, qualche istante dopo, filava verso occidente.
Le tre cameriere che mi accompagnavano erano tre rivoluzionarie, di cui due facevano parte dei Gruppi di Combattimento, e la terza, Grazia Holbrook, ammessa l’anno seguente a far parte di un gruppo, fu giustiziata, sei mesi dopo, dal Tallone di Ferro. Questa serviva il cane! Delle due altre, una, Berta Stok, sparì dodici anni dopo; l’altra, Anna Roylston, vive ancora e ha parte sempre più importante nella Rivoluzione[97].
Giungemmo, attraverso gli Stati Uniti, senza il più piccolo incidente, fino alla California. Quando il treno si fermò a Oakland, alla Stazione della XVIª Via, scendemmo, e Felicia Van Verdighan scomparve per sempre, con le due cameriere, il cane e la cameriera del cane. Le tre giovani andarono con dei compagni fidati, altri si incaricarono di me. Mezz’ora dopo aver lasciato il treno, ero a bordo di un piccolo battello da pesca nelle acque della baia di San Francisco. Sbalzati da terribile raffiche di vento, andammo alla deriva per quasi tutta la notte. Ma vedevo le luci di Alcatraz dove Ernesto era rinchiuso, e quella vicinanza mi riconfortava. All’alba, a forza di remi, raggiungemmo le isole Marin. Là, rimanemmo nascosti tutto il giorno; la notte seguente, portati dalla marea e spinti dal vento, attraversammo in due ore la baia di San Pablo e risalimmo il Petaluma Creek.
Un altro compagno mi aspettava con i cavalli, e senza ritardo ci mettemmo in cammino, al lume delle stelle. A settentrione potevo vedere la massa indistinta del monte Sonoma, verso il quale eravamo diretti. Lasciammo alla nostra destra la vecchia città di Sonoma e risalimmo un canalone che sprofondava nei primi contrafforti della montagna. La strada, da carreggiabile, divenne sentiero, e poi un semplice passaggio per le bestie, che finì col perdersi nei pascoli dell’alta montagna. Raggiungemmo a cavallo la cima del monte Sonoma. Era questo il cammino più sicuro, perchè nessuno, là, poteva osservare il nostro passaggio.
L’aurora ci sorprese sulla cresta del versante settentrionale, e l’aria grigia ci vide andare a precipizio, attraverso boschi di querce intristite nelle gole profonde ancora tiepide in quella fine d’estate; dove s’inalzavano i maestosi sequoia. Poichè quello era per me un luogo familiare e caro, io, ora, facevo da guida. Era il mio nascondiglio, l’avevo scelto io. Entrammo in una prateria abbassando le sbarre ad un passaggio e l’attraversammo; poi, oltrepassato un piccolo rialzo ricoperto di querce, discendemmo in una prateria più piccola, e risalimmo un’altra cresta, questa volta all’ombra dei «mandroños» e dei «manzanìtas» dorati. I primi raggi del sole ci colpirono la schiena, mentre salivamo. Un volo di quaglie si levò con rumore dal bosco; un grosso coniglio attraversò la nostra strada, a salti rapidi e silenziosi; un daino, al quale il sole indorava il collo e le spalle, valicò la cresta davanti a noi, e scomparve. Seguimmo per un tratto la pista dell’animale, discendemmo poi, a picco, seguendo un sentiero a zig-zag che l’animale aveva disegnato, nel folto di un magnifico gruppo di sequoia che contornava uno stagno dalle acque fatte oscure dai minerali disciolti che contenevano. Conoscevo quel cammino sin nei minimi particolari, perchè un tempo, uno scrittore, mio amico, aveva posseduto la fattoria. Anch’egli era diventato rivoluzionario, ma con minor fortuna di me, perchè era già sparito, e nessuno aveva saputo mai dove nè come fosse morto. Lui solo conosceva il segreto del nascondiglio verso il quale mi dirigevo. Aveva comperato la fattoria per la bellezza pittoresca di questa, e l’aveva pagata cara, con grande scandalo dei fattori del luogo. Si divertiva a raccontarmi come quand’egli ne diceva il prezzo, costoro alzassero la testa con aria costernata, e dopo una seria operazione di calcolo mentale, finissero coll’esclamare: «Non potrete ricavarne il sei per cento».
Ma era morto, e i suoi figli non avevano ereditato la fattoria. Caso strano, essa apparteneva al signor Wickson, che possedeva attualmente tutto il pendio orientale e settentrionale del monte Sonoma, dalla proprietà degli Spreckels fino alla linea di cinta della vallata Bennett. Ne aveva fatto un magnifico parco di daini, che si stendeva per migliaia di acri di prateria in pendio dolce, di boschi e di canaloni, dove gli animali si movevano in libertà, come se fossero nello stato selvaggio. Gli antichi proprietarî del terreno erano stati scacciati, e un asilo per deficienti era stato demolito per far posto ai daini.
Come se non bastasse tutto ciò, il padiglione della bandita del signor Wickson era situato a un quarto di miglio dal mio rifugio. Ma questo, anzichè un pericolo, costituiva una garanzia di sicurezza. Saremmo stati sotto l’egida d’uno degli oligarchi secondarî. Ogni sospetto sarebbe stato stornato da questo fatto. L’ultimo angolo del mondo, dove le spie del Tallone di Ferro potessero pensare di cercare Ernesto e me, sarebbe stato certo il parco dei daini del signor Wickson.
Legammo i nostri cavalli sotto i sequoia, vicino allo stagno. Da un nascondiglio fatto in un tronco marcio, il mio compagno levò un rifornimento di oggetti varî: un sacco di farina di cinquanta libbre, scatole di conserva di ogni specie, utensili da cucina, coperte di lana, tele cerate, libri e l’occorrente per scrivere, un grosso pacco di lettere, un bidone di cinque galloni di petrolio, e un gran rotolo di grossa corda. Quell’approvvigionamento era tanto considerevole, che ci sarebbero voluti numerosi viaggi per trasportarlo al nostro asilo. Per fortuna, il rifugio non era lontano. Mi caricai del pacco di corda e, per prima, mi inoltrai in un fitto di arbusti e di viti vergini intrecciate, che formavano, fra due monticelli boscosi, come un viale verde, che finiva bruscamente sul letto scosceso d’un corso d’acqua. Era questo un piccolo ruscelletto alimentato anche da sorgenti, che i più forti calori dell’estate non inaridivano mai. Da ogni parte sorgevano monticelli boscosi: ce n’erano molti, e sembravano gettati là, dal gesto negligente di un Titano. S’inalzavano a qualche centinaio di piedi sulla base, ma erano senza nucleo roccioso, composto solo di terra vulcanica rossa, la famosa terra color vino della Sonoma. Fra quei rialzi, il piccolo ruscello si era scavato un letto molto scosceso e profondamente incassato.