Part 14
In questo modo, dall’idea inattuabile di una partecipazione ai guadagni, nacque l’idea pratica di partecipazione alle ruberie. «Pagateci di più, e rifatevi sul pubblico», divenne il grido di guerra dei Sindacati prosperosi. E questa politica egoistica riuscì qua e là. Facendo pagare i clienti, si faceva pagare la gran massa del lavoro non organizzato, o debolmente organizzato. Erano in realtà i lavoratori che procuravano un maggiore aumento di salario ai loro compagni, membri dei monopolî di lavoro. Questa idea, come ho detto, fu semplicemente spinta alla sua conclusione logica su vasta scala, dalla unione degli oligarchi con le associazioni privilegiate[88].
Appena la defezione dei Sindacati privilegiati fu nota, sorsero, nel mondo dei lavoratori, mormorii e proteste. Poi le associazioni si ritirarono dalle organizzazioni internazionali, e si sciolsero da ogni impegno di organizzazione e di solidarietà. Allora nacquero torbidi e violenze. I loro membri furono messi all’indice come traditori: nei _bars_ e nei caffè, nelle strade e nelle officine, ovunque, furono assaliti dai compagni che essi avevano con tanta perfidia abbandonato.
Vi furono numerosi feriti, e molti morti. Nessun privilegiato era sicuro, ormai; così che gli operai dovevano, per recarsi al lavoro o a casa, unirsi in ischiere. Erano esposti al pericolo di avere la testa rotta per le strade, dalle tegole e dai sassi gettati dalle finestre o dai tetti. Venne dato loro il permesso di armarsi, e le autorità li aiutavano in tutti i modi. I loro persecutori furono condannati a lunghi anni di carcere, o furono trattati crudelmente; nessuna persona estranea ai Sindacati privilegiati aveva diritto di portare le armi, ed ogni infrazione all’osservanza di questa legge era considerata come un grave delitto e come tale punita.
Tutti i lavoratori così oltraggiati continuarono a vendicarsi dei rinnegati. Subito, s’intravidero all’orizzonte nuove caste. I figli dei traditori erano perseguitati dai figli dei lavoratori traditi, al punto che non potevano più giocare nelle strade e andare a scuola. Le mogli e le famiglie dei rinnegati erano condannate all’ostracismo; così che il droghiere del rione era boicottato se vendeva loro qualcosa.
Avvenne che, respinti da tutte le parti, i traditori e le loro famiglie formarono delle tribù. Essendo loro impossibile vivere sicuri in mezzo al proletariato ostile, si trasportarono in nuove località, abitate esclusivamente dai loro simili.
Questo movimento fu favorito dagli oligarchi: furono costruite per loro case igieniche e moderne, circondate da giardini e cortili: i figli di quella gente frequentavano scuole create per loro, con corsi speciali di insegnamento manuale e scienze applicate. Così, fin dal principio, e fatalmente quasi, da quell’isolamento, nacque una casta. I membri dei Sindacati privilegiati diventarono gli aristocratici del lavoro e furono separati dagli altri operai. Meglio alloggiati, meglio vestiti, meglio nutriti, meglio trattati, essi presero parte alla divisione del bottino, con frenesia.
In questo tempo, il resto della classe operaia era trattato più duramente che mai. Alla maggioranza furono tolti molti dei piccoli privilegi che godeva; i salarî ed il livello economico si abbassarono rapidamente; le scuole pubbliche frequentate dal popolo, ben presto decaddero, e a poco a poco, l’educazione cessò di essere obbligatoria. Il numero degli analfabeti della nuova generazione crebbe in modo impressionante.
La conquista da parte degli Stati Uniti del mercato mondiale, aveva scosso l’insieme del mondo. Le istituzioni e i Governi cadevano e si trasformavano ovunque. La Germania, l’Italia, la Francia, l’Australia e la Nuova Zelanda, stavano organizzandosi in repubbliche cooperative. L’Impero Britannico se ne andava in pezzi. L’Inghilterra era stremata. L’India era in piena rivolta. Il grido di tutto l’Oriente era: «L’Asia agli asiatici». E dall’estremo Oriente, il Giappone spingeva e sollevava le razze gialle e brune contro la razza bianca, e mentre sognava un impero continentale e si sforzava di avverare il sogno, distruggeva la sua stessa rivoluzione proletaria. Fu una semplice guerra di caste, di _Coolies_ contro _Samurai_, e i lavoratori socialisti furono giustiziati in massa. Quarantamila furono uccisi nella battaglia per le strade di Tokio, e nell’inutile assalto al palazzo del Mikado. A Kobe, vi fu un macello; il massacro dei filatori di cotone, al fuoco delle mitragliatrici, è diventato classico, come il più terribile esempio di sterminio compiuto dalle macchine moderne di guerra.
E l’oligarchia giapponese, nata dal sangue, fu la più feroce di tutte. Il Giappone dominò l’Oriente, e prese per sè tutta la parte asiatica del mercato mondiale, tranne l’India.
L’Inghilterra riuscì a domare la rivoluzione de’ suoi proletari e a conservare l’India a costo d’uno sforzo che per poco non la distrusse. Dovette abbandonare le grandi colonie; perciò i socialisti poterono far dell’Australia e della Nuova Zelanda delle repubbliche cooperative, e il Canadà fu perduto per la madre patria. Ma il Canadà soffocò la rivoluzione socialista con l’intervento del Tallone di Ferro; il quale aiutava, nello stesso tempo, il Messico e Cuba a reprimere le loro rivolte.
Il Tallone di Ferro dopo aver saldato in un sol blocco politico tutta l’America del Nord, dal Canale di Panama all’Oceano Pacifico, si trovò solidamente piantato nel nuovo mondo.
L’Inghilterra, sacrificando le sue grandi colonie, era riuscita a salvare l’India, ma anche questa era una vittoria momentanea; aveva semplicemente ritardato la sua guerra per l’India, col Giappone e il resto dell’Asia. Era destinata, fra poco, a perdere quella penisola, e quell’avvenimento a sua volta, sarebbe stato causa di una lotta fra l’Asia unificata e il resto del mondo.
Mentre la terra intera era dilaniata dai conflitti, negli Stati Uniti l’avvento della pace era sempre lontano. La defezione dei grandi Sindacati aveva impedito la rivolta dei nostri proletarî, ma la violenza regnava ovunque. Oltre i torbidi dei lavoratori, oltre il malcontento dei fittavoli e dei pochi superstiti della classe media, sorgeva e si diffondeva una rinascita religiosa. Un ramo della setta degli Avventisti del Settimo Giorno era sorto, e s’era subito sviluppato considerevolmente. I suoi fedeli proclamavano la fine del mondo.
— Non mancava altro, nella confusione universale, — esclamò Ernesto. — Come sperare che vi sia solidarietà, fra tante tendenze contrarie e divergenti?
E, realmente, il movimento religioso assumeva uno sviluppo allarmante. Il popolo, a causa della miseria e della profonda delusione per tutte le cose terrene, era preparato, pronto e infiammato per un cielo dove i suoi tiranni industriali sarebbero entrati più difficilmente che un cammello attraverso la cruna di un ago. Predicatori dagli occhi torvi vagabondavano di paese in paese, e, nonostante le proibizioni delle autorità civili e le persecuzioni contro i delinquenti, la fiamma di questo fanatismo religioso era mantenuta viva da innumerevoli riunioni segrete.
— Gli ultimi giorni sono venuti! — esclamavano; era cominciata la fine del mondo! I quattro venti erano scatenati: Iddio agitava i popoli per la guerra. Era un’opera di visioni e di miracoli, in cui i veggenti e i profeti erano legioni.
Le persone, a centinaia di migliaia, abbandonavano il lavoro e fuggivano verso le montagne ad aspettare l’imminente discesa di Dio e l’ascensione dei centoquarantaquattromila eletti. Ma Iddio non appariva, ed essi morivano, in gran parte di fame. Nella loro disperazione, invadevano le fattorie per trovarvi il cibo; il tumulto e l’anarchia, invadendo anche le campagne, non facevano che esasperare la disgrazia del povero fittavolo spodestato.
Ma poichè le fattorie e i granai erano proprietà del Tallone di Ferro, numerose truppe furono mandate nei campi, e i fanatici furono, con la punta delle baionette, ricondotti al lavoro, nelle città. Ma continuavano a sollevarsi. I loro capi furono giustiziati per sedizione, o rinchiusi in manicomî. I condannati andarono al supplizio con la gioia dei martiri. Il paese attraversava un periodo di contagio mentale. Perfino nei deserti, nelle foreste, nelle paludi, dalla Florida all’Alaska, piccoli groppi di indiani sopravvissuti erravano come fantasmi in attesa dell’avvento dell’atteso Messia.
In questo caos, continuava a inalzarsi, con serenità e sicurezza quasi prodigiose, la forma del mostro di tutte le età: l’Oligarchia, che pesando con la sua mano e col suo Tallone di Ferro su tutto quel groviglio di milioni di esseri, faceva uscire l’ordine dalla confusione, e poneva le sue fondamenta sullo stesso marciume.
— Aspettate che siamo a posto, — ripetevano i fittavoli. — Ce lo diceva il signor Calvin, nel nostro appartamento in Pell Street. — Osservate gli Stati che abbiamo a nostra disposizione: con l’appoggio di voi socialisti, faremo cantare loro un’altra canzone, appena cominceremo a esercitare le nostre funzioni.
— Abbiamo dalla nostra, — dicevano i socialisti, — milioni di malcontenti e di poveri. Alle nostre file si sono aggiunti i fittavoli, i fattori, la classe media e i giornalieri. Il sistema capitalistico cadrà in pezzi. Fra un mese manderemo cinquanta rappresentanti al Congresso. Fra due anni, tutti i posti ufficiali saranno nostri, da quello della Presidenza Nazionale all’impiego municipale di accalappiacani.
Al che Ernesto replicava, scotendo il capo:
— Quanti fucili avete? Sapete dove trovare il piombo in quantità? Quanto alla polvere, credetemi, le combinazioni chimiche sono migliori dei miscugli meccanici.
CAPITOLO XVI.
LA FINE.
Quando giunse il momento, per Ernesto e per me, di recarci a Washington, il papà non volle accompagnarci: si era appassionato alla vita proletaria. Egli considerava il nostro misero rione come un vasto laboratorio sociologico, e sembrava travolto in una interminabile orgia di ricerche. Fraternizzava con gli operai, ed era ammesso con intimità in numerose famiglie; inoltre faceva dei lavori in pelle, essendo il lavoro manuale, per lui, una distrazione e, nello stesso tempo, oggetto di osservazioni scientifiche. Vi prendeva gusto e rincasava con le tasche piene di appunti, sempre pronto a raccontare qualche nuova avventura. Era il tipo perfetto dello scienziato.
Non era obbligato a lavorare, perchè Ernesto guadagnava, con le sue traduzioni, tanto da mantenere tutti e tre; ma papà si ostinava a voler conquistare il suo tipo d’ideale preferito che, a giudicare dalla varietà delle metamorfosi professionali, doveva essere Proteo.
Non dimenticherò mai la sera in cui ci portò il suo inventario di merciaio ambulante, venditore di lacci e bretelle, nè il giorno in cui entrai per comperare della roba nella drogheria d’angolo e fui servita da lui. Dopo ciò, seppi, senza troppa sorpresa, che era stato per tutta una settimana, garzone nel bar di fronte a noi. Fu, successivamente, guardia notturna, rivenditore ambulante di patate, incollatore di cartellini in un negozio d’imballaggio, facchino in una fabbrica di scatole di cartone, portatore d’acqua in una squadra impiegata nella costruzione di una linea tranviaria; e seppi pure che si era fatto accogliere nel Sindacato dei lavoratori di vasellame, poco tempo prima che questo fosse sciolto.
Credo che fosse affascinato dall’esempio del vescovo, o, perlomeno, dall’abito di lavoro di quello, perchè usava anch’egli un camiciotto di cotone di poco prezzo, e un vestito di tela con una stretta cintura sui fianchi. Della sua vita antica, conservò solo l’abitudine di cambiarsi l’abito pel pranzo, o, meglio, per la cena.
Io ero felice, in qualunque luogo, con Ernesto; e la felicità di mio padre, in quelle condizioni, aumentava la mia.
— Da piccolo, — diceva, — ero molto curioso. Volevo sapere tutti i perchè e i come. In questo modo, del resto, divenni uno scienziato. Oggi, la vita mi sembra degna di osservazione, come nella mia infanzia; e in fondo, è la nostra curiosità che la rende degna d’essere vissuta.
Talvolta, si spingeva a nord di Market Street, nel quartiere dei negozi e dei teatri, e là vendeva giornali, faceva commissioni, il portiere. Un giorno, chiudendo lo sportello di una vettura, si trovò a faccia a faccia con il signor Wickson. E con gran giubilo ci raccontò di quell’incidente, la sera stessa.
— Wickson mi ha guardato attentamente, mentre chiudevo lo sportello, e ha mormorato: — Oh! che il diavolo mi porti! — Proprio così si è espresso: — Oh! il diavolo mi porti! Era arrossito, così confuso, che ha dimenticato di darmi la mancia. Ma riacquistò il suo spirito ben presto, giacchè, dopo pochi giri di ruota, la vettura ritornò al punto di partenza, e Wickson si sporse dal finestrino e si rivolse a me:
— Voi, professore, come mai? Oh! è troppo! Che cosa posso fare per voi?
— Ho chiuso il vostro sportello, — risposi. — Secondo l’uso, potreste darmi una piccola mancia.
— Non si tratta di questo, — borbottò. — Voglio dire fare qualche cosa che vi possa giovare.
— Parlava seriamente; provava senza dubbio, un dolore lancinante, nella sua coscienza indurita. Indugiai un po’ prima di rispondere: quando apersi la bocca, egli mi ascoltò attentamente: ma avreste dovuto vederlo quando ebbi finito.
— Ebbene, — dissi, — potreste forse rendermi la casa e le mie azioni delle Filande della Sierra.
Papà s’interruppe.
— Che cosa rispose? — chiesi con impazienza.
— Nulla: che cosa poteva rispondere? Ma io ripresi la parola: — Spero che siate felice. — Egli mi guardava con curiosità e sorpresa. Insistetti: — Ditemi, siete felice? — Immediatamente, diede ordine al cocchiere di partire, e lo udii che bestemmiava furiosamente. Quel malnato non mi aveva dato la mancia e tanto meno restituito la mia casa e i miei poderi. Vedi, dunque, cara, che la carriera di tuo padre, come _factotum_ di strada, è cosparsa di delusioni.
Per questo amore all’osservazione, papà rimase nel nostro appartamento di Pell Street, mentre Ernesto ed io andavamo a Washington. L’antico ordine delle cose era virtualmente morto, e il colpo di grazia stava per giungere prima di quanto immaginassi. Contrariamente alla nostra aspettativa, non fu fatto nessun ostruzionismo per impedire ai socialisti eletti di prendere possesso dei loro seggi al Congresso. Sembrava che tutto camminasse su delle ruote, e io ridevo di Ernesto che vedeva perfino in questa facilità come un sinistro presagio. Trovammo i nostri compagni socialisti pieni di fiducia nelle loro forze, e pieni di disegni ottimisti.
Alcuni fittavoli eletti al Congresso avevano accresciuto la nostra potenza; così che elaborammo con loro un programma particolareggiato di ciò che v’era da fare. Ernesto partecipava lealmente ed energicamente a questi lavori, quantunque non potesse fare a meno di ripetere, ogni tanto, e apparentemente fuori di proposito: «Quanto alla polvere, le combinazioni chimiche valgono meglio dei miscugli meccanici, credetemi!».
Le cose cominciarono a guastarsi, per i fittavoli, negli Stati di cui si erano impadroniti con le elezioni: non fu permesso ai nuovi eletti di prendere possesso della loro carica. I predecessori si rifiutavano di cedere loro il posto, e, col semplice pretesto di irregolarità elettorali imbrogliarono le cose in un dedalo di procedura burocratica.
I fittavoli furono ridotti all’impotenza: i tribunali, loro ultima speme, erano nelle mani dei nemici. Il momento era difficilissimo: tutto sarebbe stato perduto se i contadini, così ingannati, avessero fatto appello alla violenza. Noi socialisti impiegavamo tutte le nostre forze per trattenerli.
Ernesto passò giorni e notti senza chiudere occhio. I grandi capi dei fittavoli vedevano il pericolo e operavano in perfetto accordo con noi. Ma tutto questo non servì a nulla: l’oligarchia voleva la violenza, e mise in azione i suoi agenti provocatori, i quali, indiscutibilmente, provocarono la rivolta dei contadini.
Questa scoppiò nei dodici Stati. I fittavoli espropriati si impadronirono, a forza, dei loro Governi. Essendo questo modo di procedere incostituzionale, gli Stati Uniti misero in moto l’esercito; gli agenti del Tallone di Ferro eccitavano ovunque la popolazione, travestiti da artigiani, fittavoli o contadini. A Sacramento, capitale della California, i padroni erano riusciti a mantenere l’ordine, quando un nuvolo di poliziotti segreti si rovesciò sulla città condannata. Dei gruppi composti esclusivamente di spie incendiarono e saccheggiarono diversi fabbricati e officine, e infiammarono le menti del popolo a tal punto, che esso si unì con loro nel saccheggio. Per alimentare questo incendio, fu distribuito l’alcool a flutti nei quartieri poveri. Poi, quando tutto fu pronto, entrarono in iscena le truppe degli Stati Uniti, che erano in realtà i soldati del Tallone di Ferro. Undicimila uomini, donne e bambini, furono fucilati per le strade di Sacramento, o assassinati nelle case. Il Governo nazionale prese il posto del Governo di Stato, e tutto fu perduto per la California.
Anche altrove le cose andarono in modo analogo. Tutti gli Stati dell’Unione delle Fattorie, furono domati con la violenza e affogati nel sangue. Come sempre, dapprima il disordine era scatenato dagli agenti segreti e dalle Centurie Nere, poi, immediatamente le truppe regolari erano chiamate in soccorso. La sommossa e il terrore regnavano in tutti i distretti.
Giorno e notte fumigavano gl’incendî delle fattorie e dei negozi, delle città e dei villaggi. Si ricorse all’uso della dinamite: si fecero saltare ponti, gallerie, deragliare i treni. I poveri fittavoli furono fucilati e impiccati in massa. Le rappresaglie furono terribili: numerosi plutocrati e ufficiali furono massacrati. I cuori erano assetati di sangue e di vendetta. L’esercito regolare combatteva i possidenti con l’accanimento che avrebbero usato contro i pellirosse, nè mancavano le scuse per questo. Duemilaottocento soldati etano stati annientati nell’Oregon da una spaventosa serie di esplosioni di dinamite, e numerosi treni militari erano stati distrutti nello stesso modo, così che i soldati difendevano la loro pelle, proprio come i fittavoli.
Circa la milizia, la legge del 1903 venne applicata, e i lavoratori di ogni Stato furono obbligati, pena la morte, a fucilare i loro compagni degli altri Stati. Naturalmente le cose non andarono lisce in principio: molti ufficiali furono uccisi, e molti cittadini condannati dal Consiglio di guerra. La profezia di Ernesto si avverò con spaventosa precisione, circa il signor M. Kowalt e il signor Asmunsen. Tutti e due, dichiarati idonei per la milizia, furono arruolati in California per la spedizione di repressione contro i fittavoli del Missuri. Tutti e due rifiutarono di prestar servizio; ma non fu loro concesso neppure il tempo di confessarsi: sottoposti a un Consiglio di guerra improvvisato, furono subito bell’e spacciati. Morirono tutti e due con la schiena rivolta al plotone di esecuzione.
Molti giovanotti, per non servire nella milizia, si rifugiarono sulle montagne e diventarono disertori, ma vennero in seguito puniti, in tempi migliori. Non avevano guadagnato nulla aspettando, perchè il Governo fece un proclama invitante i cittadini abili ad abbandonare le montagne entro il termine massimo di tre mesi. Alla scadenza del termine, mezzo milione di soldati furono mandati ovunque nelle regioni montuose; e non ci fu nè processo, nè giudizio: ogni uomo che incontravano era ucciso sul posto. La truppa agiva secondo il criterio che solo i proscritti erano restati in montagna. Qualche gruppo, trincerato in forti posizioni, resistette valorosamente, ma alla fine tutti i disertori dalla milizia furono sterminati.
Nello stesso tempo, nella mente del popolo era impressa una lezione più immediata, col castigo inflitto alla milizia ribelle del Kansas. Questa rivolta importantissima avvenne proprio al principio delle operazioni militari contro i fittavoli. Seimila uomini della milizia si sollevarono: da parecchie settimane erano turbolenti e malcontenti, ed erano tenuti prigionieri per questo motivo. È fuori dubbio, però, che la prima rivolta fu precipitata da agenti provocatori.
Nella notte del 22 aprile, gli uomini di truppa si ammutinarono ed uccisero gli ufficiali, di cui solo pochi poterono sfuggire al massacro. Questo oltrepassava il programma del Tallone di Ferro, i cui agenti avevano lavorato sin troppo bene. Ma tutto era grano buono da macinare per la plutocrazia, ormai preparata all’esplosione: l’uccisione di tanti ufficiali avrebbe fornito una giustificazione per quanto sarebbe accaduto dopo.
Come in sogno, quarantamila uomini dell’esercito regolare circondarono l’accampamento, o, meglio, la trappola. Gl’infelici militi si accorsero che le cartucce prese al deposito non erano del calibro dei loro fucili, ed innalzarono la bandiera bianca per arrendersi, ma fu vano: nessuno di essi sopravvisse. I seimila furono sterminati.
Dapprima bombardati da lungi con scariche di obici e di shrapnels, furono poi falciati, a colpi di mitragliatrice, mentre si lanciavano disperatamente contro le linee che li attorniavano. Ho parlato con un testimonio oculare: egli mi ha detto che neppure un milite potè avvicinarsi a meno di cinquanta metri da quella macchina micidiale. Il suolo era cosparso di cadaveri. In una carica finale di cavalleria, i feriti furono massacrati a colpi di sciabola e di rivoltella e schiacciati sotto gli zoccoli dei cavalli.
Mentre avveniva la distruzione dei contadini, accadeva la rivolta dei minatori, ultimo rantolo d’agonia del lavoro organizzato. Dichiararono sciopero in centocinquantamila. Ma erano troppo sparsi in tanti paesi, per poter avere vantaggio della loro forza numerica. Furono isolati nei loro rispettivi distretti, battuti e obbligati a sottomettersi. Fu la prima operazione di reclutamento di schiavi, in massa. Pocock vi guadagnò i galloni di capociurma supremo, e nello stesso tempo un odio inestinguibile da parte del proletariato[89]. La sua vita fu soggetta a numerosi attentati; ma sembrava che possedesse un talismano contro la morte. I minatori devono a lui l’introduzione di un sistema di passaporto alla russa, che tolse loro la libertà di andare da una parte all’altra del Paese.
Pure, i socialisti resistevano. Mentre i contadini spiravano fra le fiamme e il sangue, mentre il sindacalismo era smantellato, noi rimanevamo compatti e perfezionavamo le nostre organizzazioni segrete. Inutilmente i fittavoli ci facevano rimostranze: noi rispondevamo, e con ragione, che qualunque rivolta da parte nostra sarebbe stata la fine di ogni rivoluzione, per sempre. Il Tallone di Ferro, dapprima titubante circa il modo di agire con l’insieme del proletariato, avrebbe trovato le cose più semplici e lisce che non si aspettasse, e non avrebbe desiderato altro, per finirla una buona volta, che una sollevazione da parte nostra. Ma noi sventammo questo, a dispetto degli agenti provocatori che brulicavano nelle nostre file, e usavano sistemi molto grossolani, in quei tempi, e avevano molto da imparare. Costoro furono dai nostri gruppi di combattimento soppiantati a poco a poco.
Fu un compito arduo e sanguinoso, ma lottavamo per la nostra vita e per la Rivoluzione, ed eravamo obbligati a combattere il nemico colle sue stesse armi. Però noi combattevamo con lealtà. Nessun agente del Tallone di Ferro fu giustiziato senza processo. Può darsi che si siano commessi errori, ma se vi furono, furono molto rari. I nostri Gruppi di Combattimento erano formati dai migliori nostri compagni, dai più arditi, dai più disposti al sacrificio di se stessi.