Il signor Io

Part 3

Chapter 33,821 wordsPublic domain

Ci era appunto il preside d’uno degli Istituti in cui facevo scuola; era uomo ben conservato, valido certamente più di tanti giovinastri, e da qualche tempo pensava ad alta voce al matrimonio. Egli era anche professore di matematica, e un giorno mi aveva parlato con un risolino molto strano d’una X incognita, che ci cammina accanto per tutta la vita e ci piglia poi all’improvviso. L’allusione ad una sposa generica era evidente; ma egli era mio superiore, e non si faceva lecito di alludere apertamente a mia figlia — bisognava rendergli facile la cosa, fare magari mezza la strada io. Più ci pensavo, e più vedevo la convenienza di quelle nozze; il preside Martini era un partitone; aveva forse quarant’anni, forse quarantacinque, ma non più; colla carica di preside e colla scuola di matematica, si guadagnava le sue cinque mila lire tonde; quando volesse, potrebbe guadagnarne anche più dando lezioni private; era cavaliere della Corona d’Italia e dei Ss. Maurizio e Lazzaro, membro di tre o quattro Accademie scientifiche — era anche un bell’uomo, alto, robusto, un po’ calvo, ma pieno di dignità. Ah! se la mia ragazza avesse avuto un po’ di giudizio!

Le svelai la mia idea, e voi indovinate subito come l’accolse: piangendo. Dopo questo preambolo, mi disse addirittura che non pensava al matrimonio.

— Ma ci penso io — dichiarai; — io non sono eterno, e non posso lasciarti sola nel mondo.

Sapete che cosa mi rispose? Che nemmeno il preside Martini era eterno, e in questo non aveva torto. Messa alle strette, finì col dirmi che essa aveva _giurato_ d’essere del buffo o di rimanere zitella.

— Rimarrai zitella — dissi.

Chinò il capo, ed io voltai le spalle per non vederla piangere.

In quel tempo, giunse la notizia che in Russia era scoppiato il colera, e che mieteva molte vittime. «Se infierisce il colera, pensai, i teatri russi si chiudono, la stagione di Taganrog finisce prima del tempo, e fra una settimana il buffo Curti passeggierà in Galleria Vittorio Emanuele.» La notizia aveva pure un lato buono. Poichè il colera mieteva, per esempio, cento vittime il giorno, ed io non aveva alcuna speciale affezione al buffo Curti, potevo benissimo, senza desiderare il male del prossimo, far voti perchè il buffo Curti pigliasse il posto d’un’altra persona seria, che fosse padre di famiglia, sostegno di parecchi figliuoli, e magari d’un vecchio padre ottuagenario. Ma il colera è una epidemia senza giudizio; andò a Taganrog, fece chiudere i teatri, spedì all’altro mondo parecchi galantuomini ammogliati con prole, e lasciò intatto Iginio Curti, il quale, quindici giorni dopo, si arricciava i baffi dinanzi al caffè Gnocchi in Galleria, e contava i suoi trionfi e quelli del colera in Taganrog nello stile dei cantanti e dei superstiti.

Non tardai a ricevere un’altra lettera del mio persecutore.

Mi annunziava che egli era sempre fermo nel proposito di sposare mia figlia, e che io, per fare proprio una bella cosa, dovevo affrettarmi a dare il consenso per il matrimonio; si farebbero le nozze alla lesta, poi si partirebbe per le isole Azzorre, dove egli era scritturato per sei mesi. Mi pregava d’una risposta sollecita.

Piegai la lettera in quattro, e la misi a dormire colle altre due in un cassetto.

Che fece allora Iginio Curti? Si presentò incognito all’uscio di casa mia, chiese del professore Abate, senza dire il proprio nome (così assicura Anna Maria), e si fece introdurre alla mia presenza.

Al primo vederlo, sentii che la filosofia mi abbandonava, e che io stava per commettere qualche grosso marrone, ma egli mi prevenne, mettendo le mani innanzi, e dicendo con accento dimesso:

— La prego di non andare in collera.

Io non risposi ed egli proseguì:

— La prego di lasciarmi parlare, non mi respinga senza avermi ascoltato: poi me ne andrò io stesso.

Si guardò intorno cercando una sedia, il che m’indispettì; fortunatamente, nel mio studiolo tutte le seggiole erano ingombre di libri, ed avendo io finto di non badare alla sua mimica, egli fu costretto a parlare stando in piedi.

Mi ripetè tutto ciò che mi aveva scritto; aggiunse solo che non era sua intenzione fare sempre la vita del vagabondo; non era già balzato dalla platea sul palco scenico, come ora s’usa, aveva fatto buoni studi nel Conservatorio di Milano, e se avesse voluto dar lezioni di canto all’estero, i dilettanti lo avrebbero pagato meglio degli impresari.

Quando ebbe finito di dire, uscì tranquillamente senza aspettare la risposta. Ero rimasto a sedere e non avevo neppure alzato gli occhi a guardarlo; ma quando egli fu fuori dell’uscio, mi balenò in mente l’idea che si potesse incontrare con Serafina in anticamera — perciò mi mossi e gli venni dietro a passi gravi: giunsi in tempo a vedere mia figlia che fuggiva in cucina.

— Serafina! chiamai con voce severa.

Iginio Curti, che si avviava all’uscio d’ingresso, si fermò di botto.

— Chiamo mia figlia — gli dissi semplicemente; ed egli se ne andò.

* * *

La scena che seguì in cucina fu breve.

Anna Maria era rimasta in anticamera, non osando venirmi dietro; io trovai mia figlia gettata bocconi sulla catasta delle legna, come se volesse abbracciarla.

Mi appoggiai al fornello, e lo dissi tranquillamente:

— Serafina, è venuto il momento di scegliere fra tuo padre e il tuo seduttore. Serafina, che cosa hai detto poco fa a quell’uomo?

E poichè mia figlia rispose solo a singhiozzi, ripetei la domanda con una lentezza calcolata.

— Serafina, che cosa hai detto poco fa a quell’uomo?

Essa sollevò la faccia lagrimosa, e mi disse con voce spenta:

— Gli ho giurato d’amarlo sempre.

Quell’ostinazione avrebbe fatto andare in collera un santo.

— Ed io giuro — le dissi solennemente — giuro che non darò mai il mio consenso. Giuro — proseguii accalorandomi — che se tu sposerai quell’uomo contro il mio volere, cesserai d’essere mia figlia per sempre.

— Non giurare, babbo mio, non giurare! — mormorava essa.

Io mi mossi, ed essa si trascinò dietro a me fin sull’uscio, mormorando sempre:

— Babbo mio, non giurare!

Ho pensato tante volte a quella strana miscela di lagrime e di ostinazione di cui era formata la mia ragazza; essa mi adorava, non potevo dubitarne, ma aveva promesso di esser di quel buffo, a costo della propria pace, del proprio avvenire, della pace e dell’avvenire di suo padre; e perchè aveva promesso doveva mantenere. Mi avrebbe ucciso piangendo, e poi sarebbe morta di dolore ella stessa per non venir meno al giuramento fatto.

Le conoscevo queste povere anime combattenti, che hanno per arme la debolezza; esse sono le anime vinte, ma invincibili.

Cominciò ad entrarmi nel cervello l’amaro pensiero che mi toccherebbe cedere alla debolezza di mia figlia; due giorni dopo ne fui persuaso.

Ecco quello che mi scriveva il buffo Curti:

«Fra nove mesi vostra figlia avrà compiuto i ventun anni, e sarà padrona di sè, in forza delle leggi civili che ci governano. Essa ha giurato di esser mia, ed io giuro che saprò esser per lei marito, padre, amico, ogni cosa. Decidete.»

Ebbi presto deciso; non risposi a quella lettera, ed aspettai dal tempo giorni migliori. Il tempo mi ridonò i giorni d’una volta tali e quali; mia figlia si rasserenò quando il buffo fu partito per le Isole Azzorre; picchiò sul suo pianoforte il _Barbiere_ ed il _Crispino_ quando giunsero le notizie dei trionfi del suo innamorato, finchè una mattina si svegliò piangendo più del solito, tanto che venne a sedersi a mensa cogli occhi rossi; era il giorno in cui compiva il ventunesimo anno.

Un mese dopo, Iginio Curti era di nuovo in Milano, e si portava via la mia ragazza per farla sua moglie. Di questa brutalità, commessa per eccitamento del Codice civile, ho scolpiti in mente tutti i particolari.

I due disgraziati — lui sempre ridente, lei sempre lagrimosa — volevano risparmiare gli scandali, ed attesero da me il consenso necessario; ma io volli invece che mi intimassero l’obbligo di dare il mio divieto inutile; e lo diedi per iscritto, dopo di che partii. Era tacitamente inteso che, al mio ritorno, avrei trovato la mia casa abbandonata. Durante la mia assenza, essi si sposarono e partirono, e, quindici giorni dopo, rientravo nella mia casa vuota, per ripigliare la vita da scapolo.

Sulla scrivania, Serafina aveva lasciato un foglio, in cui implorava il mio perdono, e mi dava il suo recapito.... all’estero.

Scrissi sotto quel foglio medesimo queste sole parole: «_io non ho più figlia_» — e lo mandai a Bucarest, salvo errore.

* * *

Stentai ad avvezzarmi alla nuova vita; nei primi tempi non mi sapevo raccapezzare. Il caffè, dove già io soleva andare a prendere il _vermut_ ed a leggere la gazzetta, prima di desinare, aveva fallito; la famiglia che mi aveva tenuto a dozzina, a causa d’un’eredità avuta, aveva rinunciato alla sua piccola industria; i brodi delle trattorie mi sembravano troppo grassi, il vino aspro mi bruciava la gola, il vino denso mi pesava sullo stomaco; la sera, non sapevo che fare del mio tempo, perchè la commedia, in Milano, costa un occhio, e l’opera in musica m’indispettiva dopo il tiro che mi aveva fatto.

Prima di convertirmi alla birra di Vienna ed al prosciutto cotto, prima di trovare il mio posto d’onore alla mensa degli ufficialetti, prima di godermi le maldicenze serotine del mio collega di letteratura italiana, ci volle del tempo parecchio e della filosofia molta.

Del resto, lo confesso, io non soffriva tutto quello che m’era pensato; credo d’essere un padre tenero quanto qualsiasi altro, ma il mio cuore è forte nel sopportare le offese dell’ingratitudine. D’altra parte, i miei affetti hanno una sensibilità così squisita, che offenderli ed ucciderli è quasi tutt’uno. Quando mia figlia ebbe voltato le spalle alla casa paterna, io la considerai come perduta nel mondo, e mi proposi di non pensare più a lei come se fosse morta.

Da Bucarest una volta, poi un anno dopo da Barcellona, mi giunsero lettere di Serafina.

Per quanto vi fossi preparato, la prima volta, la vista dei caratteri di mia figlia sulla soprascritta mi fece battere il cuore — sentii, per essere schietto, curiosità e tenerezza dispettosa.

Mi ricordo che presi la lettera in mano, ne guardai lungamente la soprascritta, ed esaminai il bollo postale di Bucarest per decifrare la data che vi si leggeva — ma che poi chiusi la lettera in un cassetto e me ne andai a desinare. Tornato a casa, era entrato un po’ di ordine nelle mie idee; presi la lettera di mia figlia, e, questa volta senza batticuore, ne cancellai la soprascritta e vi scrissi di mio pugno: _si respinge al mittente Iginio Curti, buffo nel Teatro italiano di Bucarest_.

La stessa cosa feci colla lettera che mi giunse un anno dopo da Barcellona.

Quello che avvenne di poi, me lo aspettavo.

«Mio genero — avevo detto dentro di me — per costringermi a leggere le lettere lagrimose di sua moglie, mi farà un tiro un giorno o l’altro — ma egli non sa che io ricevo pochissime lettere, perchè non ne scrivo mai, e che non mi sarà difficile riconoscere la perfidia anche se abbiano fatto fare la soprascritta dal tenore, o dal baritono, o dalla seconda donna, specialmente se mi verrà dall’estero.

Eppure, fui ad un pelo di cascarci, e fu un vero lampo di genio inquisitorio che mi risparmiò questa piccola sconfitta. Un giorno mi capitò una lettera d’aspetto innocentissimo; veniva da Pavia, dove ho dei colleghi e degli antichi compagni di scuola. Stavo già per lacerare la busta, quando domandai a me stesso: «chi mi può scrivere da Pavia? Il professore Leonardi, no, perchè ne conoscerei la scrittura, il Ponzio nemmeno.... Guardai la soprascritta, e lessi: _Al signor Abate prof. Marco Antonio_, come scriveva un tempo mia figlia, come, dopo mia figlia, mi chiamava sulle soprascritte delle sue lettere il buffo Curti, e come, prima e dopo di loro, nessuno mai mi aveva chiamato.

Questa trasposizione di nomi non era innocente come può parere; mi ricordo d’una lettera di mia figlia così indirizzata, che non pervenne al suo recapito se non dopo essere andata per la città in cerca d’un reverendo che si chiamasse Marco. Mia figlia, tenace come il solito, non aveva smesso di dirigere le sue lettere a quel modo, sebbene io l’avvertissi; e siccome oramai i fattorini delle poste sapevano che era inutile cercare in Milano il reverendo Marco, non ne era nato più verun inconveniente, ed io aveva lasciato che facesse.

Ammirate la semplicità dei mezzi di cui si serve l’_ente_ per scompigliare i disegni e punire le colpe dell’_esistente!_ — Io, senza perdere tempo, cancellai la soprascritta, e scrissi bravamente «_si respinge_...» ed il resto.

Ma quando ebbi fatto ciò, mi rifeci a pensare: «E se questa lettera non fosse di mia figlia?» Allora immaginai di comprare l’ultimo numero di un giornale teatrale, e di accertarmi se a Pavia si rappresentava l’opera buffa. Seppi così che nel Teatro Comunale si rappresentava l’opera di Lauro Rossi, _I falsi monetari_, e che il buffo Curti era molto applaudito dalla scolaresca.

Una voce domandò dentro di me: «Che fa tua figlia? È sana? È felice?» Ma io mi affrettai a rispondere che non me ne importava un fico, che avevo giurato di considerare Serafina come perduta nel mondo, e che mia figlia era morta.

Il buffo Curti dovette rimanere senza fiato quando si vide restituire integra la lettera fatta a trappola, in cui aveva immaginato di pigliarmi. Da quella volta non ricevei più lettere di Serafina.

III.

IL MIO AVVENIRE

_(Dal taccuino di Marcantonio)_

Addio piccole compiacenze, addio piccoli dolori della mia vita passata; ora getto lo sguardo innanzi a me, sulla via deserta, e mi rifaccio serio.

Ah! sì, la via è proprio deserta, e non è mia colpa. Io avrei voluto schierarvi la figliolanza di mia figlia e gli amici vecchi e fedeli; mi sarebbe stato caro disseminarvi una folla di conoscenti cordiali, vivaio d’affetti futuri, dove il dolore avesse potuto venire ogni tanto a prendere per mano un nuovo amico e condurmelo dinanzi dicendo: «costui è degno di te.»

Ma lo spettacolo dell’umano egoismo ha chiuso tutte le porte del mio cuore, e da un pezzo non v’entra più nessuno. Talvolta m’affliggo di questa virtù di pensiero che mette fra uomo ed uomo quell’intervallo medesimo che separa l’umana creatura dal bruto. Vi sono de’ miei simili che cianciano fra di loro come i passeri, che si fiutano, o si adirano, o si acciuffano per le vie come i cani, ed amano, e sono amati, e si sentono felici perchè non pensano. Il pensiero è un tarlo che rode i cuori generosi.

A me, nato per l’amore, non è rimasto neppure un affetto; sono solo!

Uscito or ora, e forse non ancora uscito, dalla calda virilità, l’avvenire mi promette gli anni freddi della vecchiaia, quegli anni in cui l’uomo più generoso ha diritto ad un po’ d’egoismo.

Sono sano ancora, ma sento che la gotta mi aspetta; io posso deluderla per un po’ astenendomi dai cibi troppo azotati o troppo grassi, ma un giorno essa trionferà della mia volontà, come ha trionfato di mio padre e di mio nonno; è una malattia di casa.

Mi sono guardato nello specchio, ed ho visto che potrei illudere me stesso; non dimostro più di quarantacinque anni; i capelli che mi rimangono sono quasi neri; la mia barba invece sarebbe bianca, ma io non la lascerò crescere; mi raderò ogni mattina.

Sento che posso ancora fare la felicità d’una donna, ed ho deciso.

Riprenderò moglie.

Dopo tanti anni di vedovanza, non si dirà che cedo ad un sentimento frivolo; mi arrendo alla necessità; prenderò moglie per avere una donna che abbia la missione d’amarmi.

Voglio che la massima indifferenza di cuore regoli questa _scelta: giudicare e scegliere_ veramente, ecco il punto difficile. Nelle prime nozze ciò è quasi impossibile; ancora non si sa bene che cosa ci convenga e che cosa noi possiamo dare — per questo, le prime nozze sono sempre un giuoco in cui ha troppo parte la fortuna. Ma quello che è fatale la prima volta, non sarebbe scusabile la seconda. Un vedovo che si riammoglia ha l’obbligo di proporsi il quesito della felicità della sua compagna, e di scioglierlo con regole severamente matematiche.

Io conosco parecchie ragazze da marito, ma so che si fanno un romanzetto, di cui non potrei essere il protagonista; di vedove smaniose di passare a seconde nozze ne conosco pure, ma vecchie e brutte — ora la vecchiaia e la bruttezza della sposa non sono in nessun caso elementi necessari di felicità matrimoniale. Io non tradirò me stesso, la mia sposa sarà giovine e bella. Perchè essa mi ami col tempo, basterà che io diventi amabile, ed apprenderò dai vecchi quest’arte ignota ai giovani. E perchè essa mi sposi senza amarmi, bisognerà che il benefizio la tenti. La mia donna deve essere sventurata, sola nel mondo come me, e dovrà gettarsi nelle mie braccia come in un porto sicuro.

Dove e come trovare questa sposa?

Nell’ampio mondo, così...

IV.

INVITO AL TALAMO DI MARCANTONIO.

Qui, nel taccuino di Marcantonio Abate manca un foglietto visibilmente strappato, poi non si legge altro. Queste note, incominciate col fermo proposito di essere il commento dei casi poco ordinarii che il nostro eroe si aspettava, ebbero la sorte di tutte le _memorie_: furono lasciate in tronco.

Senza avvedersene, il filosofo Marcantonio Abate era vittima di quella identica illusione, che incomincia le _memorie_ dei collegiali dei due sessi: affidava alla carta le impressioni non bene determinate e non ancora sue, o già scolorite dal tempo, e non più sue, quasi per guardarle da vicino o per appropriarsele; se egli non riusciva a fare qualche cosa col nulla, come le collegiali volonterose, è merito dei cinquant’anni che aveva vissuti; certo è che oggi — il domani della gran deliberazione — Marcantonio non scrive più una sillaba delle sue giornate, perchè cominciano per lui speranze, compiacenze, dolci incertezze, fantasticherie faticose, mille sentimenti inaspettati che egli sdegnerebbe di colorire colla penna e di vedere riprodotti malamente sulla carta. Anche per le signorine, quando sono uscite di collegio, viene un giorno che fanno così. Si offenderà Marcantonio Abate d’un paragone che lo ringiovanisce un poco? Forse no; appena egli ha fatto il suo tiro, appena ha buttato nel mondo la sua rete, subito si è guardato nello specchio, è corso dal parrucchiere per farsi radere, è passato dal calzolaio per comperare un paio di stivaletti verniciati, ha fatto chiamare il sarto a consulto — e il sarto verrà domani.

Che tiro ha fatto Marcantonio Abate? Che sorta di rete ha gettato nell’ampio mondo?

Egli ha scritto in un foglietto strappato dal suo taccuino, pesando ad una ad una le parole, precedentemente scelte e misurate con grande scrupolo, questo avvisetto:

«_Invito al talamo._ — Un signore di buona età, agiato, sano, di non spiacevole aspetto e di umore eguale, si unirebbe in matrimonio con una signorina o con una vedova che non avesse passato la trentina, fosse di buona famiglia e d’indole modesta. Non si richiede alcuna dote. Dirigere le proposte al signor I. O., fermo in posta, Milano.»

Ha scritto col suo più bel rondo, curando sopratutto la chiarezza, e dopo aver scritto, non contento ancora, ha rifatto amorosamente gli occhi a tutti gli _e_, che sotto la sua penna erano nati ciechi, ha allungato le code agli _a_, assicurato i tagli ai _t_, e rimessi sugli _i_ i puntini che non avevano lasciato traccia o non erano caduti a piombo.

Quando ogni equivoco gli è sembrato impossibile, senza malizia dei tipografi, ha chiuso il foglietto in una busta e mandato il tutto all’agenzia d’annunzi del _Secolo_ per mezzo di Anna Maria.

Anche la scelta di questo messaggiero gli è costata fatica; gli bisognava una persona di cui potesse fidarsi, un po’ ingenua, un poco ignorante, che stentasse a leggere e non fosse prontissima a indovinare; dunque, i bidelli degli istituti, no, perchè leggevano e indovinavano benissimo, e il portiere nemmeno, perchè non leggeva affatto — dunque Anna Maria.

Sulla busta è scritto, e Anna Maria dovrà ripetere all’occorrenza: «da inserirsi la domenica e il giovedì, per due settimane.»

Anna Maria dovrà anche pagare il prezzo anticipato delle inserzioni; se vedrà ridere, starà seria, e se mai da un figliuolo d’Eva le venga chiesto chi fa l’inserzione, risponderà tranquillamente: un figliuolo di Adamo.

Il donnone tutto d’un pezzo ha ricevuto questa gran prova di fiducia del suo padrone colla solita compostezza, cioè colle mani sotto il grembiale, poi ha cavato una mano per afferrare la busta, poi ha cavato l’altra per ricevere il denaro.

— È uno scherzo — ha ripetuto il professore — ma tu bada bene a star seria.

— Sissignore.

— E non dire chi ti manda.

— Sissignore.

— Paghi quanto vogliono, senza ribattere.

— Sissignore.

— Pigli la ricevuta, e torni a casa.

— Sissignore.

Dopo di che Anna Maria si è avviata; il suo padrone l’ha vista passare in cortile, ed ha notato il suo contegno straordinario, perchè il donnone, quest’oggi, non si è permesso di cavare la mano dalla tasca che custodisce il segreto del professore.

Questo tiro ha fatto Marcantonio Abate! E se ora passeggia per la sua casa un po’ agitato, e se tratto tratto si guarda nello specchio, è perchè egli ha avuto tempo d’andare dal parrucchiere e dal calzolaio, e Anna Maria non è tornata ancora.

Dunque, il signor I. O. passeggia e pensa.

Quell’insolito modo di cercar la moglie nella quarta pagina d’un giornale è veramente degno d’un filosofo. A guardarci bene, gli uomini, in questa delicata congiuntura del matrimonio, si comportano assai male; alcuni s’innamorano, e sono i giocatori d’azzardo delle giuste nozze; altri scherzando, si compromettono, e si trovano legati senza saperlo — sono i distratti; altri si informano delle ricchezze e del parentado, non del cuore — e sono i monocoli; il signor I. O. invece con quanto giudizio fa la cosa! Egli si propone apertamente a tutte le ragazze disponibili; non s’impegna a nulla, vede, interroga, scruta; non s’innamora, non si accalora, non s’impazienta — giuoca e lascia giocare sul sicuro — guadagneranno entrambi pigliandosi, guadagneranno, e forse più, lasciandosi. Le trattative di nozze incominciate nella quarta pagina d’una gazzetta mettono il negozio nella vera luce; i falsi scrupoli non vi possono entrare, non vi entrerà l’amor proprio. Una donna che accetta un marito da un giornale, è una donna sicura, senza grilli per la testa, senza sentimentalismi vani; porterà in dote un sodo criterio.

Il Signor Io si promette un altro vantaggio dalla sua trovata. Egli manderà la gazzetta a parecchie ragazze di sua conoscenza, a cui non oserebbe fare la domanda espressa per timore d’un rifiuto — e quante altre ragazze gli verrà fatto di conoscere in seguito, tutte riceveranno per posta la medesima gazzetta, finchè egli sia disponibile.

Perciò, del giornale che conterrà l’avviso, il Signor Io farà una provvista abbondante. Forse taluna delle fanciulle, a cui egli non osa neppur pensare, si disporrà a pigliar marito anche in quel bizzarro modo. Contenta d’un simile matrimonio in genere, chi sa? la giudiziosa fanciulla potrà contentarsi facilmente della specie. Il Signor Io, raso di fresco, coi capelli tirati con garbo a dissimulare la calvizie, fa la sua figura — un uomo ne vale un altro, e un professore di filosofia così rimesso a nuovo, cogli stivaletti di vernice...

Il Signor Io si guarda nello specchio, si ammira senza concedere troppo alla vanità, e continua a passeggiare. Anna Maria non viene, e il Signor Io si frega le mani promettendosi un altro vantaggio dalla sua trovata.