Part 2
— Babbo — esclamò Serafina con un lampo di quel lirismo che le dettava le lettere — babbo, devo stare con te a rifare i letti e a dar sesto alla casa; invece di andartene a desinare alla trattoria, desineremo insieme qui... proprio qui... Anna Maria farà la cucina, ed io l’aiuterò. In collegio ho imparato a cuocere le uova nel tegamino; imparerò il resto.
Io baciai mia figlia in fronte per ringraziarla; ma essa ripetè:
— Vuoi?
— Non è ancora il momento — dissi; — hai dodici anni soltanto.
— E mezzo...
— Devi compiere almeno almeno gli studi elementari; ma ti prometto che, quando sarai più grandicella, non ti negherò questa consolazione, e piglierai tu il posto della tua povera madre...
Che cosa diamine mi era venuto in mente di tirare in ballo i morti? Eccoti Serafina in lagrime, come una fontana.
* * *
Quando mia figlia se ne andò, ed io mi ritrovai un’altra volta solo nelle mie stanze, dissi a me stesso che quella difficile prova della paternità era andata meglio di quanto potessi ragionevolmente presumere, e che l’idea di Serafina di lasciare il collegio prima del tempo per fare la padroncina di casa aveva del buono. Ne aveva tanto, che cominciai a pensarvi sul serio. Era cosa certa che io spendeva più che non comportassero i miei bisogni — la mia casa era troppo ampia per me solo, ed io non mi sarei più potuto adattare alla prigionia di una cella da scapolo; la mezza pensione del collegio, anche così dimezzata, si mangiava tutto intero uno stipendio di professore di filosofia; a mangiarmi io l’altro, non avrei avuto bisogno d’un grande appetito; e se il mio appetito era robusto e rimaneva soddisfatto, lo dovevo agli interessi dotali della mia defunta, la quale mi aveva voluto nominare usufruttuario del suo piccolo patrimonio.
Certamente, mia figlia doveva assomigliare in tutto a sua madre; essa sarebbe vigilante, affettuosa, ed un poco indovina per prevenire i miei desiderii. Si spenderebbe meno e si starebbe meglio, lei ed io — sopratutto lei. Cominciai a non potermi togliere dal capo questo sogno; — ogni mattina, quando entrava in casa Anna Maria, mi pareva di vedere quel donnone massiccio sotto gli ordini d’una donnina minuscola, e, non so perchè, ci trovavo gusto; era una immagine non ancora abbozzata, che già mi prometteva un capolavoro. Non succede forse così ai grandi artisti?
La tentazione fu lunga, perchè bisognava guardare le cose da tutti i lati, e almeno almeno aspettare il termine dell’anno scolastico prima di dare quella grande felicità a mia figlia. Fu un giorno che, sul punto di dar fuoco al fornelletto per farmi il caffè, mi avvidi che mancava l’alcool e che non ce n’era nemmeno in cucina; fu quel giorno che presi la determinazione.
«Serafina — dissi a me stesso — verrà a passare le vacanze col babbo, ma ignorerà tutta la sua felicità per un poco: se essa, e non ne dubito, farà la padrona di casa con un certo garbo, se, sottoposta da te ad un esame quotidiano, ti darà saggio di aver imparato almeno ciò che le ragazze non devono ignorare, promettimi che l’anno venturo non la manderai più in collegio.»
Lo promisi.
Serafina venne durante le vacanze, e fu messa alla prova senza che se ne avvedesse. Quella ragazza era nata colle chiavi della dispensa e della guardaroba in tasca! Aveva tredici anni appena, ma ne dimostrava più di quindici, tanto era sviluppata; rizzandosi in punta di piedi, arrivava non solo ai cassetti più alti per chiuderli e per aprirli, ma anche all’orologio a pendolo del salotto per caricarlo. Serafina non poteva vedere un bruscolo di polvere sopra uno stipite senza sentirselo addosso; — dove non arrivava colle sedie adoperava lo scaleo, o chiedeva l’aiuto di Anna Maria, e quando era riuscita nel suo intento, non era soddisfatta ancora, guardava in alto come cercando il nemico.
— Chi sa — mi diceva talvolta sospirando — quanta polvere vi è sul cornicione che corre in giro alla vôlta!
— Chi lo sa? — rispondevo scherzando; — spero bene che non ti sarai arrampicata fin lassù.
A me quella guerra spietata alla polvere sembrava soverchia.
— Un giorno o l’altro, la polvere si vendica — dissi a mia figlia; — ma essa non comprese il significato profondo della mia sentenza, ed io stesso non credeva che ne potesse avere un altro; bisognerebbe guardare sugli stipiti ora che la polvere della mia casa non ha altro nemico che Anna Maria, per intendere quanto si è vendicata.
Serafina teneva i miei conti con un’esattezza mirabile; mi sapeva dire a memoria quanto avevamo speso ogni giorno ed ogni settimana, poi mi offriva una prova della sua infallibilità: il registro della spesa diaria.
Da questo lato le cose andavano benone, ed io fui più d’una volta tentato di darle la notizia della felicità che le serbavo; ma se le chiedevo chi era Sesostri, chi era Tutmes o chi era Demetrio Poliorcete, la mia donnetta di casa diventava ad un tratto una bambina, si faceva rossa rossa, e dopo un disperato tentativo per indovinare, mi confessava che non lo sapeva.
— Ma non studiavate la storia in collegio?
Sì, la studiavano, ma di Tutmes e di Sesostri se ne era dimenticata.
Qualche volta sbagliava io stesso nell’interrogarla; le chiedevo, per esempio, chi era Carlo Alberto, o perchè un corpo abbandonato a sè stesso cade. Essa apriva tanto d’occhi a guardarmi estatica, e quando io diceva con accento di rimprovero: è _storia patria moderna_, è _fisica elementare_, essa alzava la voce, e le splendeva la gioia in viso nel farmi sapere che, in collegio, quelle cose non si insegnavano ancora.
— Sai bene? — diceva — non ero che in quarta!
La sua educazione letteraria era abbozzata appena; quanto alla storia, alla geografia, alla storia naturale, alla fisica, alle prime nozioni filosofiche, era tutto da fare.
— Non sa proprio nulla! — dicevo disperatamente. — Come si fa? Non sa proprio nulla!
Nulla proprio, no; delle quattro operazioni, per esempio, era padrona; sapeva anche i numeri decimali e le frazioni. Mettendole in mano dei buoni libri, facendo patti chiari e severi, forse era possibile ancora combinare il mio desiderio coi miei doveri paterni, e renderla felice. Forse... La guardavo e non le dicevo nulla.
Quando si vedeva così guardata, Serafina, temendo forse un’insidia storica o geografica, si affrettava a mettere tutta la sua attenzione in qualche cassetto, e, appena poteva, se ne andava in un’altra stanza. Io, rimasto solo, pensava alle cose che le fanciulle _devono sapere_, e riconoscevo che, a conti fatti, non sono molte, e che quelle che _possono ignorare_ sono assai più.
Un giorno, qualcuno mi suggerì: «Le ragazze ne sanno sempre di troppo per un marito accorto.» Ed io ripetei fra me e me con una piccola variante: «Le ragazze ne sanno sempre abbastanza per un babbo indulgente.»
— Sai? — dissi forte a Serafina, che erasi arrampicata sullo scaleo e stava nettando la cornice d’un quadro — mancano venti giorni a rientrare in collegio, ma io ho deliberato di renderti felice; scendi e vieni ad abbracciare tuo padre. Sulle prime non comprese; ma si voltò e mi vide ai piedi dello scaleo, a braccia aperte, come la provvidenza. Allora mi si buttò addosso, dall’alto, scrollandomi tutto.
— Dici davvero? Non andrò più in collegio?
— Sì — risposi, cercando inutilmente di staccarmela di dosso — non vi andrai più; sei contenta? Ma bisognerà fare dei patti.
— Facciamoli.
— Tu studierai la storia e la geografia in casa.
— Sì... sì... le studierò.
— Leggerai i libri che ti darò io.
— Sì... sì... leggerò i libri che mi darai tu.
— Studierai anche il francese.
— Sì... si... studierò il francese.
Prometteva tutto.
— Ed avendo sempre in mente — soggiunsi con un po’ di solennità — che se io faccio questo sacrifizio è perchè ho promesso alla tua povera madre di renderti felice, t’ingegnerai di pigliare nella nostra casetta il posto della cara defunta. Me lo prometti?
Essa stentava a dire di sì; le scostai il viso dal mio panciotto, e vidi che aveva incominciato a piangere.
— Mi devi pure promettere che non piangerai con tanta frequenza; il povero babbo lavora per la tua felicità, e tu lo compenseresti malamente facendogli vedere delle lagrime quando torna da scuola...
Allora essa si asciugò il volto e rise.
* * *
Qui comincia il mio secondo tempo felice. Furono sei anni di pace, durante i quali mia figlia cresciuta fino a non aver bisogno della seggiola per arrivare col piumino agli stipiti delle porte, si fece anche bella e vezzosa. Assomigliava in tutto a sua madre buon’anima, ed a me pareva di aver ritrovato quel tempo della mia vita, in cui, professore e marito novellino, ero ugualmente contento della mia sposa e della mia cattedra. Più tardi, mi si era ammalata la moglie, e mi si era ammalata la filosofia; e più tardi ancora, anche quell’ombra della prima felicità mi doveva essere contesa — si ammalò mia figlia.
Si ammalò all’improvviso, una brutta sera di maggio, attraversando la Galleria Vittorio Emanuele al mio fianco. Fu una specie di colpo di sole all’ombra, e quando essa, ridotta alle ultime trincee dalla mia dialettica, me lo confessò piangendo, io non seppi credere alle mie orecchie, e la pregai di ripetere. Essa, invece di contentarmi, pianse più forte e se ne fuggì nella sua camera — ed io rimasi là, colle braccia in croce, a contemplare sull’ammattonato il mio bel balocco infranto.
Serafina dunque si era innamorata; aveva 19 anni appena, e già pensava di abbandonare suo padre, e per chi? per un giovincello non mai veduto, coi baffetti a punta, l’occhialetto sul naso, bruno, piccolo e grasso — forse un tenore od un baritono a spasso, domiciliato in Galleria Vittorio Emanuele.
Quel messere aveva visto mia figlia, e mia figlia aveva visto lui; io non aveva visto nulla. Egli ci era venuto dietro fino al portone di casa, e da quel giorno aveva cominciato a passeggiare sotto le mie finestre. Me lo trovavo fra i piedi sempre che andavo a scuola, e un giorno l’imprudente ebbe anche l’audacia di sorridermi e di salutarmi.
Avevo sperato sul principio che mia figlia facesse giudizio, ma invano. Essa non mi trascurava, tutt’altro; era sempre attenta e pronta, sempre in guerra colla polvere di casa; ma da poco in qua, cantava delle romanze, mentre non ne aveva cantato mai, e piangeva più del solito.
Era chiaro che mia figlia aveva capito, come me, che il suo innamorato cantava, ed io temeva che sapesse già in che chiave, e in quali piazze e quale era il suo repertorio. Questa gente di teatro è avvezza agli intrighi del melodramma, e perciò è ardita. «Forse le ha scritto!» pensavo. Sapevo mia figlia afflitta da un’antica mania epistolare, e dicevo: «Forse gli ha risposto, forse, a quest’ora, si scrivono e si rispondono liberamente, in barba alla filosofia di un padre minchione.»
Sospettavo di Anna Maria; guardando quel donnone col mio sospetto, lo vedevo tutto imbottito di lettere e di mistero.
Un giorno la presi in disparte, per dirle a bruciapelo:
— Anna Maria, voglio sapere la verità.
Ella si fece rossa in viso, ma mi rispose con franchezza che di bugie non ne aveva dette mai.
— Ebbene, allora confessa che quel signorino che passeggia sotto le finestre.... tu lo conosci quel signorino, devi averlo visto anche tu, non lo negherai.
— Un signore bruno, un bel giovane...
— Non è quello, è anzi piuttosto brutto, ma è bruno, è piccolo, ha i baffetti a punta...
— Sissignore, l’ho visto.... un bel giovane bruno, piuttosto piccolo, ma non troppo, coi baffetti a punta... Sissignore, l’ho visto.
— Ebbene, quel signore non ti ha mai dato qualche lettera per mia figlia?
— Me le voleva dare, ma non le ho volute prendere, e gli ho detto che trovasse un’altra... così gli ho detto, ma che Anna Maria questi servigi non li faceva.
— E tu credi che abbia trovato un’altra?...
— Non ne so nulla io...
— E mia figlia non ti ha mai pregato di...
— La signorina mi conosce meglio di lei: del resto, senta, se due innamorati vogliono scriversi, ci è la posta, mi pare, ci sono i fattorini di piazza.
Quelle parole fecero la luce nel mio cervello.
Il seduttore di mia figlia, quando mi vedeva uscire per andare alla scuola, poteva benissimo mandare una lettera a casa ed aspettare la risposta; un giorno o l’altro poteva anche fare di peggio, portar la lettera in persona.
— Anna Maria — dissi — hai tu mai veduto capitare in casa dei fattorini di piazza durante la mia assenza?
Tremavo aspettando la risposta.
Anna Maria non seppe mentire.
— Ne ho visto venire uno — disse... — uno solo — soggiunse, come per temperare la crudezza di quella rivelazione.
— Una volta sola o più volte? — insistei, volendo arrivare al fondo della mia disgrazia.
— Due volte, mi pare, o tre; ma sempre lo stesso fattorino.
— Grazie, Anna Maria, grazie!
Io me n’andava difilato nella camera di mia figlia, e Anna Maria, volendo rimediare alla propria sincerità, mi venne dietro.
— Non la faccia soffrire, la povera creatura — mi diceva: — se sapesse come piange per il timore di affliggere lei!... Deve essere un bravo giovinotto anche quell’altro... Lasci che si sposino.
Ero giunto all’uscio della camera di mia figlia; mi voltai e dissi semplicemente, guardando la mia consigliera ben bene in faccia:
— Grazie, Anna Maria, grazie!
Non osò più fiatare, ed io picchiai all’uscio.
— Avanti! — disse la voce di Serafina.
Entrai. Mia figlia stava ritta dinanzi al letto; aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto; sul guanciale s’indovinava ancora l’impronta della sua faccia e delle sue lagrime.
— Non sono io tuo padre? — dissi senza collera; — non vivo io forse per la tua felicità, e non hai tu promesso di considerarmi come il tuo migliore amico?
— Oh! babbo, babbo mio! — esclamò; e tese le braccia verso di me senza muoversi.
Compresi subito che le mie parole lasciavano aperta la via all’equivoco, poichè vidi brillare negli occhi di Serafina una speranza irragionevole. Brillano anch’esse le speranze irragionevoli, tali e quali come le altre.
— È mai possibile — proseguii — che mia figlia abbia dimenticato sè stessa fino a ricevere lettere da un giovinotto e forse scriverne?
Essa chinò il capo sul petto — non negava nulla.
— Sai tu almeno chi è quest’uomo che hai preso sulla strada per metterlo fra te e tuo padre? Sai tu che egli è un commediante, peggio ancora, un cantante, un tenorino forse, che ieri ancora faceva il parrucchiere od il macellaio, e domani canterà in un teatro di provincia?
Serafina faceva di no col capo, ma non osava rispondermi.
— Dove sono le lettere che ti ha scritto? — dissi.
Non isperavo già che essa mi avesse a consegnare le lettere, come fece, estraendole dal seno; e fu quest’atto romantico, ma leale, che mi troncò in bocca le parole.
Io presi quei fogli colla punta delle dita, guardando da un’altra parte. Non volevo vedere la preghiera muta che mia figlia mi faceva cogli occhi, per non lasciarmi vincere dalla debolezza, ed uscii tranquillamente com’ero venuto. Nel richiudermi l’uscio alle spalle, giunse fino a me un singhiozzo ed il rumore d’un corpo che ripiombava sul letto.
Andai a chiudermi nella mia camera, e lessi quelle lettere. — Erano tre in tutto, e le lessi in ordine di data. Nella prima, Iginio Curti domandava a sè stesso se egli avesse o no la fortuna d’essere stato _veduto_ da mia figlia; nella terza, Iginio Curti chiedeva a mia figlia se si sarebbe lasciata sposare. Soltanto a quest’ultima mia figlia aveva risposto per iscritto; appariva chiaro dal tenore delle altre due che prima si era solamente ingegnata di rispondere cogli sguardi e coi languori; quando essa mi camminava al fianco in Galleria e quando io beveva ingenuamente la birra di Vienna al caffè Gnocchi, allora appunto essa tradiva la fiducia di suo padre.
Dalle tre lettere risultava che Iginio Curti non cantava nè in chiave di tenore, nè in chiave di baritono, ma bensì in chiave di basso, e che faceva il basso comico, in altri termini, il _buffo_. Era di buona famiglia — diceva lui — suo padre faceva l’avvocato, e solo l’amore dell’arte aveva spinto lui nella carriera del teatro. Non era ricco, ma possedeva pure qualche cosuccia; metteva ai piedi di mia figlia ogni cosa presente e futura, egli diceva «_il suo avvenire_» — questo avvenire doveva essere bello; già aveva cantato a Vigevano ed a Lecco, e v’aveva _fatto furore_ (era costretto a confessarlo vincendo la modestia) — le _scritture_ non gli mancavano; doveva _fare_ il _Barbiere di Siviglia_ e i _Falsi monetari_ a Taganrog in primavera. Il suo proposito era di sposarsi subito e passare la luna di miele in Taganrog.
Si stenta a comprendere che una fanciulla di diciannove anni non cascasse dall’alto trovando un buffo dove aveva sicuramente immaginato un tenore; ma superato questo passo difficile, si capisce benissimo tutto il resto. Iginio Curti era, come volgarmente si dice, un bel giovane, aveva della baldanza, scriveva con un certo spirito e faceva balenare alla ragazza l’allettatrice idea d’un matrimonio immediato, d’un lungo viaggio di nozze e d’una luna di miele all’estero.
Io afferrai subito ciò che v’era di buono in questa lettera — la scrittura di Taganrog. Cacciai l’autografo di Iginio Curti in un cassetto, e proibii a mia figlia di ricevere lettere in mia assenza.
Che fanno le ragazze quando non vogliono dire nè sì, nè no? Piangono. Così fece Serafina, ed io mi fidai, perchè le sue lagrime mi parevano spremute dal pentimento.
Due giorni dopo, Iginio Curti scriveva a me stesso, facendomi la domanda esplicita della mano di mia figlia. Non mi nascondeva d’aver fretta, essendo scritturato per cantare nel teatro di Taganrog; mi dava ampie notizie della sua famiglia e del suo parentado, e mi pregava di prendere subito le informazioni. Non chiedeva se mia figlia avesse dote, dichiarandosi pieno di fiducia nella bell’arte del canto, che doveva nutrire il buffo, la moglie del buffo e i figli nascituri del buffo.
Ai lumini della ribalta aveva un ben di Dio; anche qualche cosa al sole non gli mancava. Dunque?...
Egli scriveva colla baldanza di chi si crede sicuro del fatto suo; faceva la cosa più seria della vita in uno stile vivace e allegro. La mia risposta fu breve, ma pronta.
«Serafina — dicevo al buffo — ha diciannove anni soltanto, e non pensa ancora al matrimonio; sa che il suo povero padre non ha che lei al mondo, e non vorrà abbandonarlo mai per seguire il marito in paesi lontani, per esempio a Taganrog. Mia figlia — conchiudevo — piglierà marito a suo tempo, lo piglierà di suo genio, col consenso del babbo, e lo sceglierà fra gli uomini che non viaggiano. Dolente...... eccetera....»
Non avevo voluto informare Serafina di questo carteggio per risparmiare a me ed a lei nuove lagrime; mi lusingavo d’aver condotto il negozio con arte e di essermi sbarazzato per sempre di Iginio Curti. Invece no. Il basso comico tornò alla carica con una lettera di quattro pagine fitte, in cui negava con sfacciata ipocrisia tutte le mie parole. _Forse_ non era vero che mia figlia non fosse disposta a seguire il marito anche agli antipodi, sebbene adorasse il babbo; _forse_ non era vero che mia figlia si adatterebbe a sposare più tardi un uomo qualunque scelto fra quelli che non viaggiano. Bensì era vero, proseguiva, lasciando risolutamente la sua parte di _Don Basilio_, che i genitori devono rassegnarsi a fare la felicità delle loro ragazze, anche col sacrificio dei propri affetti e dei propri comodi.
Conchiudeva con una sentenza: «l’eccesso di zelo nel preparare la felicità dei figliuoli, qualche volta è egoismo, o almeno sembra.» Implorava dal mio cuore paterno.... eccetera.
Questa volta mi parve d’aver in pugno la distruzione del basso comico, o di tutte le sue speranze almeno.
— Leggi — dissi a mia figlia — e apprendi a quale uomo tu eri disposta a legarti per tutta la vita; leggi e giudica tu stessa, quanto valga questo buffo che anteponevi a tuo padre.
Essa lesse piangendo, e dopo aver letto pianse ancora.
— È vero quello che egli dice, che tu saresti disposta a seguirlo anche in Taganrog? Rispondi.
Nessuna risposta.
— È vero che abbandoneresti tuo padre per seguire un ignoto anche agli antipodi? Rispondi.
Nessuna risposta.
— Lo sapevo bene io che non è vero. Ma questa commedia ha durato troppo; il signor Curti non avrà nemmeno l’onore di una risposta alle sue insolenze, e dimostrerai a quel basso comico di avere un padre diverso da quelli che egli rappresenta nelle opere buffe. Mi raccomando, non se ne parli più.
Non se ne parlò più, ma io vedeva bene che la cosa non era finita. La vigilia di partire per Taganrog, il buffo ebbe l’impertinenza di mandarmi il suo biglietto di visita p. p. c.; dopo di che, non ne seppi più nulla per un buon mese.
Un giorno, mi capitò sotto fascia una gazzetta teatrale, in cui si narrava che il pubblico di Taganrog aveva fatto non so che feste a Iginio Curti, insuperabile nella parte di _Don Basilio_. La gazzetta era diretta _al Signor Abate prof. Marco Antonio_, tale e quale come le lettere che mi scriveva un tempo mia figlia.
Non occorre dire che Serafina non vide la gazzetta, e che di Taganrog, di _Don Basilio_, di battimani e d’altro, almeno da me, non seppe nulla.
Io intanto veniva studiando sul viso e nei modi della mia ragazza come si fosse accomodata all’idea di perdere il suo cantante. Mi pareva propriamente che non vi pensasse più; non la vedevo piangere più del solito, e la trovavo mattina e sera pronta a far la guerra alla polvere domestica. Solamente, non aveva più smesso di cantare, ed erano le cabalette del repertorio buffo quelle che essa preferiva. Per esempio, quando seppi che Iginio Curti si era fatto applaudire a Taganrog nella parte di _Don Basilio_, notai che Serafina cantava da qualche tempo: _Ma se mi toccano dov’è il mio debole;_ e quando un’altra gazzetta venne a farmi sapere che Iginio Curti si era coperto di gloria facendo la parte di _Crispino_, Serafina, già da una settimana, non aveva altro in bocca che: _Se trovasti una comare, io trovar saprò un compare_.
Salvo questi indizi, che in fondo non provavano nulla di male, non notai altro. La mia casa era sempre la più netta fra tutte le case dei professori: la mia camera non era indegna di albergare un filosofo mondano, e la mia mensa modesta poteva nutrire benissimo un paio di filosofi epicurei.
Bisognava, a buon conto, prevenire il ritorno trionfale di Iginio Curti. Quando il buffo fosse un’altra volta a Milano con un carico di allori esotici da deporre ai piedi di mia figlia, le ostilità potevano ricominciare, ed io non mi sentiva voglia di leticare con _Crispino_ dei Tacchetti imbaldanzito dai battimani. Il mio disegno era semplice: maritare mia figlia, darle uno sposo di mio genio, che non ispiacesse nemmeno a lei, s’intende, perchè non volevo sacrificare il mio sangue; uno sposo che non fosse costretto a viaggiare e che appartenesse alla nostra famiglia, fosse cioè professore d’un liceo.