Il richiamo della foresta

Part 8

Chapter 83,706 wordsPublic domain

In seguito, alla fine dell’anno, egli salvò la vita di Giovanni Thornton in maniera del tutto differente. I tre soci tiravano una lunga e stretta barca, con la pertica, lungo un cattivo tratto di corrente, sul Forty-Mile Creek. Hans e Piero camminavano lungo la riva, trattenendo la barca con una sottile corda manìla che avvolgevano di albero in albero, mentre Thornton, rimasto sulla barca ne aiutava la discesa per mezzo di una pertica, e gridando ordini alla riva. Buck, sulla riva, preoccupato e ansioso, si teneva alla stessa altezza della barca, senza mai distogliere gli occhi dal padrone.

In un punto, particolarmente cattivo, dove una catena di nudi scogli appena sommersi sporgeva sul fiume, Hans passò la corda sopra, rallentandola, e, mentre Thornton spingeva con la pertica la barca fuori nella corrente, corse giù lungo la riva col capo della corda in mano per trattenere la barca dopo sorpassati gli scogli. La barca passò gli scogli, trascinata precipitosamente dalla corrente rapida come una gora, allorchè Hans tirò la corda troppo bruscamente. La barca ondeggiò, sobbalzò e si capovolse contro la sponda, mentre Thornton lanciato dalla barca, era trasportato dalla corrente verso la parte peggiore, un tratto di corrente furiosa nella quale nessun nuotatore avrebbe potuto salvarsi.

Buck, che s’era gettato in acqua subito, a trecento metri raggiunse Thornton. Quando sentì che il padrone gli s’era afferrato alla coda, Buck si diresse alla riva, nuotando con tutto il suo meraviglioso vigore. Ma il progresso verso la riva era lento; il progresso verso la corrente incredibilmente rapido. Da sotto giungeva il fatale rombare del punto dove la corrente diveniva più furiosa, rotta in contorti stracci spumosi dalle rocce che tagliavano il fiume come i denti di un enorme pettine. Il risucchio dell’acqua, là, dove incominciava l’ultima pendenza, era terribile, e Thornton capì che sarebbe stato impossibile raggiungere la riva. Passò furiosamente sopra una roccia, si ferì contro la seconda punta e sbattè con terribile violenza contro una terza. Allora s’afferrò a una punta sdrucciolevole, con tutte due le mani, e liberando Buck, sopra il frastuono delle acque agitate, gridò:

— Va’, Buck! Va’!

Buck non riuscì a fermarsi: trasportato dalla corrente, lottava disperatamente, incapace di ritornare indietro. Quando udì il comando di Thornton, ripetuto, si sollevò in parte fuori dell’acqua, come per dare un ultimo sguardo, poi si volse, obbediente, verso la riva, e nuotò poderosamente, sinchè non fu tratto in salvo da Piero e da Hans, proprio al punto dove nuotare diveniva impossibile e la distruzione era certa.

Essi sapevano che un uomo può tenersi afferrato ad una roccia sdrucciolevole nel mezzo di una simile corrente, solo per pochi minuti, e corsero quanto più rapidamente poterono su per la riva ad un punto molto più su di quello dove si teneva afferrato Thornton. Attaccarono la corda, con la quale avevano trattenuto la barca, al collo e alle spalle di Buck, curando che non lo strangolasse nè gl’impedisse di nuotare, e lo lanciarono nella corrente. Egli si mise a nuotare poderosamente, ma non abbastanza diritto nella corrente. S’accorse dello sbaglio troppo tardi, quando Thornton gli era quasi di fronte, soltanto a cinque o sei colpi di distanza, mentre egli era trasportato senza speranza oltre.

Hans, prontamente, tirò la corda, come se Buck fosse una barca. La corda gli si strinse addosso, nel punto più forte della corrente, e il cane fu sommerso, e sommerso rimase finchè il suo corpo non battè contro la riva e fu tirato su. Era mezzo annegato, e Hans e Piero si gettarono su lui facendolo respirare artificialmente, e facendogli ributtare l’acqua. Il cane barcollò per rialzarsi, ma ricadde; ma il debole suono della voce di Thornton giunse sino a loro, e benchè essi non potessero intendere le parole, compresero che egli era agli estremi. La voce del padrone agì su Buck come una scossa elettrica. Il cane balzò in piedi e corse su per la riva precedendo gli uomini sino al punto dov’era partito prima. Nuovamente fu attaccata la corda e lanciato, e nuovamente egli nuotò, ma questa volta diritto nella corrente. Aveva mal calcolato la prima volta, ma non avrebbe sbagliato la seconda.

Hans mollava la corda, ma senza permettere allentamenti, mentre Piero la teneva libera da nodi. Buck continuò a nuotare finchè fu in linea retta sopra Thornton; poi si volse, e con la velocità di un treno espresso piombò su lui. Thornton lo vide arrivare, e mentre Buck lo colpiva come un montone che desse di cozzo, con tutta la forza della corrente dietro, si sollevò sulla roccia e si afferrò con tutt’e due le braccia al collo irsuto. Hans attorcigliò la corda ad un albero, e Buck e Thornton furono sbattuti sott’acqua. Quasi soffocati, l’uno talvolta sopra, talvolta sotto l’altro, trascinati sul fondo roccioso e ineguale, sbattuti contro rocce e tronchi d’albero sommersi, raggiunsero la riva.

Thornton ritornò in sè con la pancia in giù, violentemente spinto innanzi e indietro, su un tronco portato dalla corrente, da Hans e Piero. Il suo primo sguardo fu per Buck, sul cui corpo floscio e apparentemente senza vita Nig urlava, mentre Skeet leccava il muso bagnato e gli occhi chiusi del cane. Thornton, che pure era ferito e ammaccato, esaminò accuratamente il corpo di Buck richiamato in vita, e trovò tre costole spezzate.

— Questo fatto decide, — annunciò egli. — Ci accamperemo qui dove siamo. — E s’accamparono, finchè le costole di Buck non furono salde ed egli potè viaggiare.

Quell’inverno, a Dawson, Buck compì un’altra prodezza, non così eroica, forse, ma tale da porre il suo nome di molte tacche sul palo della fama, in Alaska. Questa prodezza fu particolarmente vantaggiosa per i tre uomini; poichè essi avevano bisogno dell’equipaggiamento ch’essa fornì, e poterono così fare un viaggio da lungo tempo desiderato, nel lontano vergine oriente, dove non erano ancora apparsi dei minatori. Il fatto ebbe origine da una conversazione nella _Birreria Eldorado_, nella quale gli uomini vantavano con orgoglio i loro cani favoriti. Buck, a causa della sua fama, era la mira di quegli uomini, e Thornton era spinto gagliardamente a difenderlo. Dopo una mezz’ora, un uomo affermò che il suo cane poteva smuovere una slitta con un peso di cinquecento libbre sopra, e tirarla; un secondo vantò che il proprio cane ne poteva tirare seicento; e un terzo, settecento.

— Puf! puf! — fece Giovanni Thornton; — Buck può smuovere mille libbre.

— E trarle dal ghiaccio? e tirarle per cento metri? — domandò Matthewson, Re di Bonanza, un riccone, quello che aveva vantato le settecento libbre come prodezza del suo cane.

— E rompere il ghiaccio, intorno, e tirarle per cento metri, — ripetè Thornton, freddamente.

— Ebbene, — disse Matthewson, lentamente e deliberatamente, in modo che lutti potessero udire, — scommetto mille dollari che non può farlo. Ed eccoli qui. — Così dicendo, sbattè sul banco un sacchetto di polvere d’oro delle dimensioni di una mortadella di Bologna.

Nessuno parlava. Il _bluff_ di Thornton, se era un _bluff_, era posto alla prova. Egli sentì un’ondata di sangue caldo salirgli al volto. La lingua l’aveva compromesso: giacchè non sapeva se Buck potesse tirare mille libbre: mezza tonnellata! L’enormità della cosa lo spaventava. Egli aveva una grande fiducia nella forza di Buck, ed aveva spesso pensato che il cane fosse capace di tirare un simile carico; ma mai, come ora, egli ne aveva considerato la possibilità, con gli occhi di una dozzina di uomini fissi su lui, in attesa silenziosa. Inoltre, egli non aveva mille dollari; nè li aveva Hans o Piero.

— Ho una slitta qui fuori, ora, con venti sacchi da cinquanta libbre di farina, — continuò Matthewson con brutale sfida: — perciò non vi preoccupate delle difficoltà.

Thornton non rispose: non sapeva che cosa dire. Guardava ora una faccia ora un’altra, come un uomo distratto che abbia perduto la forza di pensare, e cerchi in qualche luogo un oggetto che gli richiami il pensiero. La faccia di Nino O’ Brien, un Re dei Mastodonti, altro riccone, fermò i suoi occhi. Fu per lui come un lampo, che sembrava spingerlo a fare quello che non avrebbe mai sognato di fare.

— Puoi prestarmi mille dollari? — domandò, quasi mormorando.

— Certo, — rispose O’ Brien, gettando un sacchetto rigonfio accanto a quello di Matthewson. — Benchè abbia pochissima fiducia, Giovanni, che il cane possa compiere una tal prodezza.

Tutti quelli che si trovavano nell’_Eldorado_ uscirono sulla strada per vedere la prova. I tavoli divennero deserti, perchè i giocatori e quelli che tenevano il banco uscirono a vedere il risultato della sfida e a far scommesse. Parecchie centinaia di uomini impellicciati e con manopole circondarono la slitta, tenendosi a poca distanza da essa. La slitta di Matthewson, carica di mille libbre di farina era rimasta lì ferma per un paio d’ore, e nel freddo intenso, (erano sessanta gradi sotto zero) gli strisci s’erano gelati sulla neve battuta. Degli uomini scommettevano, offrendo il doppio della posta, che Buck non sarebbe riuscito a smuovere la slitta. Sorse un cavillo sul significato della frase «liberare». O’ Brien asseriva che spettava a Thornton liberare gli strisci dal ghiaccio, lasciando a Buck il compito di trascinare la slitta dal peso morto; Matthewson insistette sostenendo che la parola comprendeva anche il compito del cane di liberare gli strisci dalla presa della neve gelata. La maggioranza di quelli che avevano assistito alla scommessa decisero in suo favore, e allora le scommesse salirono da tre ad uno contro Buck. Non vi era nessuno che scommettesse in favore di Buck. Nessuno lo credeva capace di quella prodezza. Thornton, ch’era stato spinto a scommettere, pieno di dubbi, ed ora vedeva la slitta, il fatto concreto, con il tiro regolare di dieci cani arrotolati nella neve davanti ad essa, sentiva ancora più impossibile quel compito.

Matthewson si pavoneggiava, giubilante.

— Tre contro uno, — proclamò. — Metto giù altri mille dollari, a tre contro uno, Thornton. Che ne dite?

Il dubbio pareva scritto sul volto di Thornton, ma lo spirito di lotta era ormai desto, — lo spirito combattivo che s’eleva al disopra delle scommesse, non riconosce l’impossibile, ed è sordo a tutto, tranne al clamore della battaglia. Egli chiamò a sè Piero e Hans. Ma i loro sacchi erano smilzi: col suo, i tre soci non potevano mettere insieme, più di duecento dollari. Nella bassa marea delle loro fortune, quella somma era tutto il loro capitale; tuttavia essi lo arrischiarono, senza esitare, contro i seicento dollari di Matthewson.

Fu tolto l’attacco dei dieci cani, e Buck, col suo finimento e i suoi tiranti, fu posto alla slitta. Egli aveva preso il contagio dell’eccitamento generale, e sentiva di dovere rendere un gran servizio a Giovanni Thornton. Si levarono mormorii di ammirazione, per lo splendido aspetto dell’animale. Era in perfette condizioni, senza un’oncia di carne superflua; formando le centocinquanta libbre ch’egli pesava, altrettante libbre di risoluta energia. Il suo pelo luceva come seta. Giù per il collo e attraverso le spalle, il suo manto, in riposo com’egli era, mezzo irsuto, pareva sollevarsi ad ogni movimento, come se l’eccesso di vigore rendesse vivo ed attivo ogni pelo. Il largo petto e le pesanti gambe davanti erano proporzionate al rimanente del corpo, dove i muscoli apparivano come saldi rotoli sotto la pelle. Qualcuno palpò quei muscoli e li proclamò duri quanto il ferro, e le scommesse scesero a due contro uno.

— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò un membro dell’ultima dinastia, un re delle Skookum Benches. — Vi offro ottocento dollari per il cane, prima della prova, signore; ottocento com’è.

Thornton scrollò il capo e andò al fianco di Buck.

— Dovete stare lontano dal cane, — protestò Matthewson. — Gioco onesto e spazio in abbondanza.

La folla divenne silenziosa: soltanto si potevano udire le voci dei giocatori che offrivano in vano, due contro uno. Tutti riconoscevano in Buck un magnifico animale, ma venti sacchi da cinquanta libbre di farina apparivano troppo grossi, ai loro occhi, per aprire i cordoni della borsa.

Thornton s’inginocchiò accanto a Buck. Gli prese la testa fra le mani e appoggiò la guancia alla guancia del cane. Non lo scosse scherzosamente, come faceva volentieri; nè mormorò dolci male parole d’amore; ma gli mormorò all’orecchio: — Come tu mi ami, Buck. Come tu mi ami, — e Buck gemette con frenata ansia.

La folla guardava incuriosita. La faccenda si faceva misteriosa. Sembrava come una congiura. Mentre Thornton s’alzava in piedi, Buck afferrò la mano ricoperta dalla manopola tra le mascelle, stringendola tra i denti e lasciandola andare lentamente, mezzo riluttante. Era la risposta, non con parole, ma con segni d’amore. Thornton si tirò bene indietro.

— A te, Buck, — diss’egli.

Buck tese i tiranti, poi li rallentò, per alcuni pollici; come aveva imparato.

— Va! — risuonò la voce di Thornton, tagliente, nel silenzio perfetto.

Buck girò a destra, con un movimento che finì con un balzo che tese i tiranti, e fermò, dopo una forte scossa, le centocinquanta libbre del cane. Il carico tremò, e dagli strisci s’alzò un leggero crepitìo.

— A sinistra! — comandò Thornton.

Buck duplicò la manovra, questa volta a sinistra. Lo scricchiolìo si mutò in un brusco frangersi del ghiaccio, la slitta girò leggermente su se stessa, e gli strisci scivolarono graffiando la neve. La slitta era liberata. Tutti trattenevano il respiro, intensamente, inconsci del fatto.

— Ora, avanti!

Il comando di Thornton risuonò come un colpo di pistola. Buck si gettò in avanti, tendendo i tiranti, con sbalzi a scosse. L’intero corpo era raccolto strettamente in sè nel tremendo sforzo, i muscoli si gonfiavano e contorcevano come delle cose vive sotto il pelame di seta. Il suo largo petto era proteso e abbassato sino a terra, la testa in avanti, mentre le zampe gli si muovevano furiose, e gli unghioni scavavano la neve battuta, in solchi paralleli. La slitta oscillava e tremava, quasi smossa. Uno dei piedi del cane sdrucciolò, e un uomo gemette rumorosamente. Poi la slitta si mosse, con un succedersi rapido di scosse, benchè, in realtà non si fosse fermata più... Mezzo pollice... un pollice... due pollici... Le scosse diminuirono percettibilmente; a mano a mano che la slitta avanzava, Buck cessava le scosse, finchè alla fine la slitta filò, senza oscillare.

Gli uomini mandarono un gran sospiro e ricominciarono a respirare; chè senz’accorgersene, avevano cessato per un momento di respirare. Thornton correva dietro la slitta incoraggiando Buck con brevi parole liete. La distanza era stata misurata prima, e mentre il cane s’avvicinava alla pila di legna da ardere, che segnava il termine dei cento metri, incominciava a levarsi un plauso sempre più alto, che divenne clamore di urli, allorchè, oltrepassata la legna da ardere, il cane si fermò, ad un comando. Tutti gli uomini esultavano pazzamente; persino Matthewson. Gettavano in aria cappelli e manopole; scambiavano strette di mano col più vicino, chiunque fosse, vociando, come in una confusionaria babele.

Ma Thornton cadde in ginocchio accanto a Buck. Con la testa centro la testa, lo scrollava in avanti e in dietro. Quelli ch’erano corsi dietro a lui l’udirono che malediceva Buck, e lo malediceva a lungo e con fervore, ma dolcemente e amorosamente.

— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò rauco il re di Skookum Bench — Vi dò mille dollari per lui, mille, signore, mille e duecento, signore.

Thornton s’alzò in piedi: aveva gli occhi bagnati. Le lagrime gli rigavano liberamente e copiosamente le gote.

— Signore, — disse al re di Skookum Bench, — no, signore. Potete andare al diavolo, signore. Non ho altro da dirvi e da fare.

Buck afferrò tra i denti la mano di Thornton, che lo scrollò avanti e indietro. Come animati da comune impulso, gli spettatori si ritirarono a rispettosa distanza; abbastanza discreti per interromperli nuovamente.

CAPITOLO VII.

IL RICHIAMO DELLA VOCE.

Buck, facendo guadagnare mille seicento dollari in cinque minuti a Giovanni Thornton, rese possibile al suo padrone di pagare alcuni debiti che aveva e di partire con i suoi soci verso oriente, alla ricerca di una favolosa miniera, la cui storia era vecchia quanto la storia del paese. Molti uomini l’avevano cercata; pochi l’avevano trovata; e molti non erano più ritornati dalla ricerca. Questa perduta miniera era immersa nella tragedia e avvolta nel mistero. Nessuno sapeva chi fosse stato il primo a scoprirla. La più antica tradizione finiva prima della scoperta di essa. Si diceva che a principio era un’antica e diroccata capanna.

Uomini sul punto di morire avevano giurato affermando l’esistenza della capanna, e della miniera della quale la capanna segnava il luogo, ribadendo la loro testimonianza con mostrar pepite ch’erano diverse, per qualità, da qualsiasi tipo d’oro conosciuto nel Nord.

Ma nessun essere vivente aveva potuto saccheggiare quel tesoro, e i morti erano morti; perciò Giovanni Thornton e Piero e Hans, con Buck e una mezza dozzina d’altri cani, s’avventurarono nell’oriente lungo un cammino sconosciuto, per ottenere ciò che uomini e cani capaci come loro non avevano ottenuto. Essi risalirono in slitta, per sessanta miglia, lo Yukon, volsero a destra nello Stewart River, passarono il Mayo e il Mac Question, e continuarono, finchè lo stesso Stewart non divenne un ruscello, varcando gli alti picchi che segnano la spina dorsale del continente.

Giovanni Thornton chiedeva ben poco agli uomini o alla natura. Non aveva alcuna paura della terra vergine e selvaggia. Con una manata di sole e un fucile, poteva tuffarsi nelle selve, e nutrirsi in qualunque luogo egli volesse e quanto a lungo gli piacesse. Non avendo fretta, all’uso indiano, cacciava procurandosi il cibo durante il viaggio; e se non gli riusciva di trovarne, come gl’indiani, continuava a viaggiare, tranquillo nella certezza che prima o dopo avrebbe trovato di che sfamarsi. Così, in questo grande viaggio nell’oriente, la selvaggina costituiva il vitto, e munizioni e attrezzi formavano il carico principale della slitta, lungo un cammino illimitato.

Per Buck, era una gioia sconfinata quel cacciare, pescare e vogare attraverso luoghi sconosciuti. Per intere settimane andarono innanzi senza tregua; e per settimane e settimane s’accamparono qua e là; i cani riposando e gli uomini bucando col fuoco il fango gelato o la ghiaia gelata, e lavando innumerevoli padelle sporche, al calore del fuoco. Qualche volta soffrivano la fame, qualche volta banchettavano tumultuosamente, a seconda dell’abbondanza della selvaggina e della fortuna della caccia. Arrivò l’estate, e gli uomini e i cani si caricarono le loro cose sulle spalle e attraversarono su zattere azzurri laghi montani, e discesero o risalirono fiumi sconosciuti, in sottili barche segate e costruite alla meglio, con alberi della foresta.

Così, per mesi e mesi, avanti e indietro, essi girarono per tutta la vastità della terra sconosciuta, senza trovare alcun uomo, dove, tuttavia, degli uomini dovevano essere stati, se la Perduta Capanna era vera. Attraversarono passi nelle montagne, durante tormente estive; tremarono di freddo sotto il sole di mezzanotte, su nude montagne, tra la linea delle foreste e le nevi eterne; si calarono giù in valli soleggiate, tra sciami di zanzare e di mosche, e all’ombra dei ghiacciai raccolsero fragole e fiori mature e fragranti quanto i più vantati frutti e fiori delle terre del Sud. Circa la fine dell’anno, penetrarono in un fantastico paese di laghi, triste e silenzioso, dove vi erano state delle anitre selvatiche, ma dove, allora, non vi era alcuna vita o segno di vita, tranne di venti freddi, il formarsi del ghiaccio in luoghi riparati e il malinconico leggero mareggiare delle onde sulle sponde solitarie.

Durante un nuovo inverno, vogarono sulle orme cancellate di uomini passati prima di loro. Una volta, trovarono un sentiero segnato tra gli alberi nella foresta, un antico sentiero, e la Perduta Capanna parve molto vicina. Ma il sentiero non incominciava in nessun luogo e non finiva in nessun luogo, e rimase un mistero, come rimase un mistero l’uomo che l’aveva tracciato, e il perchè l’aveva tracciato. Un’altra volta scoprirono gli avanzi di un vecchio rifugio da caccia; e tra i fili di marcite coperte, Giovanni Thornton trovò un fucile a canna lunga e a pietra focaia. Riconobbe in quello, uno dei vecchi fucili dell’_Hudson Bay Company_, dei primi tempi dell’America del Nord-ovest, allorchè un tal fucile valeva un mucchio di pelli di castoro poste l’una sull’altra, quant’era alto. E non trovarono altro, nemmeno il più piccolo indizio dell’uomo che in tempi primitivi aveva costruito quel rifugio di caccia e lasciato il fucile tra le coperte.

Ancora una volta, ritornò la primavera, e alla fine delle loro peregrinazioni trovarono, non la Perduta Capanna, ma un giacimento poco profondo, in un’ampia valle, dove l’oro appariva come burro giallo attraverso al colatoio. Non cercarono oltre. Ogni giorno di lavoro faceva loro guadagnare migliaia di dollari in polvere d’oro e in pepìte, ed essi lavoravano ogni giorno. L’oro era posto in sacchi di pelle di alce, ognuno dei quali conteneva cinquanta libbre, ammucchiati come cataste di legna fuori della loro capanna di rami di abete. Faticavano come giganti, e i giorni si seguivano ai giorni, come sogni, mentre essi ammucchiavano il tesoro.

I cani non avevano altro da fare che trascinare nell’accampamento la selvaggina uccisa di tempo in tempo da Thornton; e Buck passava lunghe ore a meditare accanto al fuoco. La visione dell’uomo peloso dalle gambe corte gli ritornava più di frequente, ora che vi era poco lavoro da fare; e spesso, socchiudendo gli occhi accanto al fuoco, Buck vagava con lui in quell’altro mondo ch’egli ricordava. La cosa più notevole di quell’altro mondo sembrava la paura. Quand’egli guardava l’uomo peloso dormire accanto al fuoco, con la testa tra le ginocchia e le mani congiunte sul capo, Buck vedeva ch’egli dormiva inquieto, con molti sussulti e destandosi spesso, guardando atterrito nelle tenebre e gettando dell’altra legna sul fuoco. Se camminavano lungo la spiaggia del mare, dove l’uomo peloso raccoglieva molluschi e li mangiava a mano a mano che li raccoglieva, egli procedeva con occhi che cercavano intorno pericoli nascosti e con gambe pronte a correre come il vento, alla prima presenza di pericolo. Attraverso la foresta passavano senza far rumore, Buck alle calcagna dell’uomo peloso; ed erano sempre in ascolto e vigili, tutt’e due, le orecchie che si muovevano e drizzavano e le narici tremanti, chè l’uomo udiva e fiutava con la stessa finezza di Buck.

L’uomo peloso poteva saltare sugli alberi, e andare innanzi tra le rame come per terra, dondolandosi da un ramo all’altro, per le braccia, spesso saltando da un’estremità all’altra, alla distanza di una dozzina di piedi, lasciandosi andare e afferrandosi, senza mai cadere, senza sbagliare mai. Infatti, egli pareva a suo agio tra gli alberi come a terra; e Buck ricordava notti di veglia passate sotto alberi sui quali era appollaiato l’uomo peloso, tenendosi afferrato stretto, mentre dormiva.