Il richiamo della foresta

Part 7

Chapter 73,863 wordsPublic domain

Attraverso questo inferno, Buck andava avanti, barcollando, alla testa del tiro, come in un penoso incubo. Tirava quando poteva: quando non ne poteva più, cadeva e rimaneva a terra, finchè i colpi di frusta o di mazza non lo rimettevano in piedi. Tutta la compatta lucentezza del suo magnifico pelo era scomparsa; esso pendeva dal corpo: ora floscio e sporco, o appiccicato di sangue, dove la mazza di Rico aveva ammaccato e ferito la pelle. I suoi muscoli erano deperiti al punto che parevano cordoni a nodi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi; sicchè ciascuna costa ed osso del suo corpo appariva chiaramente attraverso la pelle cadente e rugosa. Era in uno stato da spezzare il cuore; ma quello di Buck era infrangibile. L’uomo dalla maglia rossa l’aveva provato.

Come Buck erano i suoi compagni: simili a scheletri in movimento. Erano, ora, in sette, compreso Buck. Nella loro grande miseria erano diventati insensibili ai morsi della frusta e alle ammaccature prodotte dalla mazza. La pena delle bastonature era oscura e lontana, come le cose che i loro occhi vedevano e i loro orecchi udivano. Essi non erano mezzi vivi, nè un quarto vivi: ma ridotti a sacchi di ossa in cui palpitavano debolmente dei bagliori di vita. Ad ogni sosta, essi cadevano sulla traccia del cammino come cani morti, e il bagliore di vita s’affievoliva e pareva spegnersi. E quando la frusta o la mazza cadeva su loro, il bagliore si ravvivava debolmente, e si rimettevano traballanti in piedi e andavano avanti barcollando.

Un giorno, Billee, l’allegro, cadde e non potè più rialzarsi. Rico invece della rivoltella venduta, prese l’ascia e colpì Billee sulla testa mentre giaceva ancora tra i tiranti, poi tagliò la carcassa fuori dai finimenti e la trascinò da un lato. Buck e i suoi compagni videro, e capirono che lo stesso sarebbe accaduto, fra non molto anche a loro. Il giorno dopo, fu la volta di Koona; cosicchè rimasero cinque cani: Joe, troppo malandato per essere ancora maligno; Pike zoppo e storpio, soltanto mezzo conscio e non conscio abbastanza per fingersi ammalato; Sol-leks, quello da un occhio solo, ancora fedele alla fatica del cammino e del tiro, e malinconico perchè aveva poca forza per tirare; Teek, che non aveva viaggiato tanto quell’inverno, e veniva bastonato più degli altri, perchè era più fresco; e Buck, ch’era ancora alla testa del tiro, ma non costringeva più gli altri alla disciplina nè si sforzava di ottenerla; quasi cieco per la debolezza, cosicchè seguiva il cammino intravedendolo come una incerta penombra, e procedeva ancora, sostenuto da quel poco di vigore rimasto alle sue zampe.

Era un magnifico tempo primaverile, ma nè i cani nè le creature umane se ne accorgevano. Ogni giorno, il sole sorgeva più presto e tramontava più tardi: alle tre del mattino spuntava l’alba, e il crepuscolo si prolungava sino alle nove di sera. Tutta la giornata era come una gran fiamma di sole. Lo spettrale silenzio dell’inverno aveva lasciato il posto ai sussurri della primavera e al ridestarsi della vita. I sussurri salivano da tutta la terra, e recavano la gioia del vivere. Venivano dalle cose che erano vive e ritornavano a muoversi, cose che erano state come morte, in letargo, durante i lunghi mesi di gelo. La linfa saliva su per i pini. Dai salci e dalle tremule sbocciavano giovani gemme; i cespugli e le viti selvatiche si rivestivano di verde; i grilli cantavano, la notte; e esseri striscianti e rampicanti, d’ogni genere, uscivano, con infiniti fruscii, al sole. Pernici e picchi risuonavano e picchiettavano nella foresta; gli scoiattoli, cianciavano, gli uccelli cantavano, e sopra il capo s’udivano le anitre selvatiche che venivano dal Sud disposte in abili stormi a cuneo, che tagliavano l’aria.

Da ogni pendice giungeva il mormorìo d’acque correnti, la musica d’invisibili fontane. Tutte le cose sgelavano, si piegavano, s’aprivano. Il Yukon si sforzava di rompere il ghiaccio che lo teneva fermo, rodendolo di sotto; mentre il sole rodeva di sopra. Si formavano dei fori d’aria, si aprivano e s’allargavano fessure, mentre sezioni sottili di ghiaccio cadevano intere nel fiume. E in mezzo a tutto questo aprirsi, sbocciare e palpitare di vita che si risvegliava, sotto il sole fiammeggiante e al dolce sospiro delle brezze, come viandanti della morte, barcollavano i due uomini, la donna e gli _huskies_.

Coi cani cadenti e Mercede che piangeva sulla slitta, e Rico che bestemmiava, e gli occhi di Carlo terribilmente acquosi, essi entrarono barcollando nell’accampamento di Giovanni Thornton, alla foce del fiume Bianco. Quando si fermarono, i cani caddero come fulminati. Mercede s’asciugò gli occhi e guardò Giovanni Thornton. Carlo si sedette a riposare s’un tronco d’albero: sedette molto lentamente e dolorando, a causa del suo grande indolenzimento.

Rico parlò anche per gli altri. Giovanni Thornton stava dando gli ultimi colpi di coltello ad un manico d’ascia che aveva fatto con un pezzo di betulla. Tagliava e ascoltava, e rispondeva con monosillabi, dando, solo quando era richiesto, chiari e concisi consigli. Conosceva quella razza di gente, e dava consiglio con la sicurezza che non sarebbe stato seguito.

— Ci hanno detto lassù che il fondo avrebbe ceduto, e che la miglior cosa per noi era attendere, — disse Rico, in risposta all’ammonimento di Thornton di non tornare ad esporsi a pericoli sul cattivo ghiaccio. — Ci hanno detto che non avremmo potuto raggiungere il fiume Bianco, ed eccoci qui. — Quest’ultime parole le pronunciò in tono di dileggio trionfante.

— Vi hanno detto la verità, — rispose Giovanni Thornton, — Il fondo può cedere ad ogni momento. Soltanto dei pazzi, assistiti dalla cieca fortuna dei pazzi, possono essere giunti fin qui. Vi dico, francamente, che non rischierei la mia carcassa su quel ghiaccio, per tutto l’oro dell’Alaska.

— Forse perchè non siete un pazzo, — disse Rico. — Ciò nonostante, noi proseguiremo per Dawson. — E agitò la frusta. — Su, là, Buck! Ih! ih! Su, là! Avanti!

Thornton continuò a levigare il suo manico. Era tempo perso, lo sapeva, interporsi tra un pazzo e la sua pazzia; mentre due o tre pazzi o stupidi di più o di meno non avrebbero mutato la faccia del mondo.

Ma i cani non si alzarono al comando. Da lungo tempo ormai erano ridotti in uno stato tale, che a smuoverli e a rialzarli erano necessari dei colpi. La frusta fischiò qua e là, senza pietà. Giovanni Thornton strinse le labbra. Sol-leks fu il primo a levarsi a fatica in piedi. Segui Teek. Poi venne Joe, che ululava dalla pena. Pike fece degli sforzi penosi. Due volte cadde, quand’era già mezzo in piedi, e al terzo sforzo riuscì a levarsi. Buck non fece alcun sforzo. Giaceva tranquillo dove era caduto. La frusta lo colpì ripetutamente, ma egli nè mugolò nè si mosse. Parecchie volte Thornton fece l’atto di voler parlare, ma poi mutò idea. Mentre gli occhi gli s’inumidivano e le sferzate continuavano, egli si alzò e si mise a camminare in su e in giù, irrisoluto.

Quella era la prima volta che Buck mancava, ragione sufficiente per far diventare furioso Rico. Egli lasciò la frusta e prese la mazza. Buck rifiutò di alzarsi anche sotto la scarica di pesanti colpi che ora s’abbattevano su lui. Come i suoi compagni, egli aveva appena la forza sufficiente per alzarsi, ma, contrariamente a loro, aveva deciso di non alzarsi. Egli aveva la vaga sensazione del destino che gli sovrastava. Questa sensazione era stata fortissima in lui dacchè era entrato nel banco, e non l’aveva più lasciato. Il ghiaccio sottile e cattivo che sentiva sotto le zampe, tutto il giorno, pareva che gli annunciasse un disastro vicino, e fuori, sul ghiaccio dove il suo padrone cercava di trascinarlo. Rifiutò di muoversi. Egli aveva talmente sofferto, ed era in così cattive condizioni, che i colpi non gli facevano ormai molto male. Mentre essi continuavano a cadere su di lui, quella scintilla di vita che gli rimaneva, vacillò e si spense. Egli era quasi finito: si sentiva stranamente intorpidito. Quei colpi gli arrivavano come da una lunga distanza. Le ultime sensazioni di pena erano scomparse. Egli non sentiva più nulla, tranne, come attutito, l’urto della mazza sul suo corpo, anzi su quello che non pareva più il suo corpo; tanto era lontano.

Ma, improvvisamente, in modo inatteso, emettendo un grido inarticolato simile al grido di un animale, Giovanni Thornton balzò sull’uomo che maneggiava la mazza, e Rico fu scaraventato indietro, come colpito dalla caduta di un albero. E mentre Mercede strillava, Carlo guardava pensosamente asciugandosi gli occhi pieni d’acqua, immoto, a causa del suo indolenzimento.

Giovanni Thornton stette davanti a Buck, facendo sforzi per dominarsi, troppo agitato dalla collera per parlare.

— Se voi colpite ancora una volta questo cane, vi uccido, — riuscì a dire alla fine, con voce rauca.

— È il mio cane, — rispose Rico, asciugandosi il sangue dalla bocca mentre ritornava sui suoi passi. — Levatevi d’innanzi, o vi accomodo io. Vado a Dawson.

Thornton stava in piedi tra lui e Buck, e non mostrava alcuna intenzione di togliersi di là. Rico tirò fuori il suo lungo coltello da caccia, mentre Mercede strillava, piangeva, rideva, in preda a una crisi d’isterismo. Thornton battè le nocche della mano di Rico col manico dell’ascia, facendo cadere il coltello a terra; e quando l’altro cercò di raccogliere l’arma, picchiò, nuovamente; poi s’abbassò, prese il coltello, e con due colpi tagliò i tiranti di Buck.

Rico non aveva più modo di lottare, ma aveva le mani, o, piuttosto, le braccia piene di sua sorella; mentre Buck era quasi finito e non poteva servire pel tiro della slitta. Alcuni minuti dopo uscirono dal banco, e scesero giù per il fiume. Buck li udì andarsene e alzò la testa a guardare.

Pike conduceva, Sol-leks era al timone, e tra loro erano Joe e Teek. Zoppicavano e barcollavano. Mercede era adagiata sul carico della slitta. Rico guidava, al timone, e Carlo veniva dietro zoppicando.

Mentre Buck li guardava, Thornton s’inginocchiava accanto al cane e con ruvide mani gentili, tastando, cercava di accertarsi se vi fosse qualche osso spezzato. Quando ebbe accertato che il solo male, erano le molte ammaccature e uno stato di terribile sfinimento per fame, la slitta era già a un quarto di miglio lontana. Il cane e l’uomo stettero a guardarla mentre strisciava sul ghiaccio.

Improvvisamente videro sprofondare l’estremità posteriore, come in un alto solco, e la stanga, con Rico che la teneva afferrata, agitarsi nell’aria, mentre giungeva ai loro orecchi uno strido di Mercede.

Videro Carlo voltarsi e fare un passo per correre indietro, ma in quel momento un’intera sezione del ghiaccio cedette, e cani e creature umane scomparvero. S’era spalancato come un baratro, sotto il ghiaccio, che aveva ceduto al peso della slitta.

Giovanni Thornton e Buck si guardarono.

— Povero diavolo! — fece Giovanni Thornton, e Buck gli leccò la mano.

CAPITOLO VI.

PER L’AMORE DI UN UOMO.

Quando Giovanni Thornton ebbe un piede gelato, nel precedente dicembre, i soci l’accomodarono bene, e lasciatolo perchè guarisse, andarono lungo il fiume a preparare una zattera di tronchi segati, per Dawson. Egli zoppicava ancora un po’ quando salvò Buck, ma poichè la buona stagione continuava, guarì e cessò di zoppicare. E lì, accovacciato sulla sponda del fiume, durante i lunghi giorni di primavera, guardando l’acqua corrente, ascoltando pigramente i canti degli uccelli e il ronzìo della natura, Buck riguadagnò lentamente le sue forze.

Un riposo è veramente salutare, quando si è viaggiato per tremila miglia; infatti bisogna confessare che Buck diveniva pigro a mano a mano che le ferite gli si guarivano, e i muscoli gli si gonfiavano e la carne ricominciava a coprire le sue ossa. In verità, erano tutti placidamente in ozio, Giovanni Thornton, e Skeet e Nig, in attesa della zattera che li portasse sino a Dawson. Skeet, ch’era un piccolo setter irlandese, fece subito amicizia con Buck, il quale, in condizioni d’agonia, era incapace di risentire le prime offerte del cane. Quella bestiola aveva capacità mediche, che alcuni cani possiedono; e come una gatta fa con i micini, essa lavorava e puliva le ferite di Buck. Regolarmente, ogni mattina dopo ch’egli aveva finito il primo pasto, essa sbrigava quel compito prefissosi, tanto ch’egli finì per attendere le cure di essa, come attendeva quelle di Thornton. Nig, egualmente amichevole, benchè meno espansivo, era un immenso cane nero, mezzo segugio e mezzo cerviero, con occhi che ridevano, e illimitato buonumore.

Con sorpresa di Buck, quei cani non manifestavano alcuna gelosia verso di lui. Sembravano condividere la bontà e generosità di Giovanni Thornton. A mano a mano che Buck diveniva forte, essi l’allettavano ad ogni sorta di giochi ridicoli, ai quali non poteva fare a meno di partecipare anche Thornton; e in questa maniera Buck passò dalla convalescenza ad una nuova esistenza. Per la prima volta, egli aveva amore, amore genuino e appassionato. Questo sentimento egli non l’aveva mai provato nella casa del giudice Miller, giù nella soleggiata Valle di Santa Clara. Con i figli del giudice, andando alla caccia o a camminare, egli aveva stretto una specie di società; con i nipoti del giudice, esercitato una specie di pomposa tutela; con lo stesso giudice aveva una salda e dignitosa amicizia. Ma amore, che fosse febbre e bruciore, adorazione, pazzia, non l’aveva provato: c’era voluto Giovanni Thornton a suscitarlo.

Quest’uomo gli aveva non solo salvata la vita, — il che aveva la sua importanza, — ma, si dimostrava, inoltre un padrone ideale. Mentre altri curavano il benessere dei loro cani per un senso di dovere e per necessità degli affari, egli curava il benessere dei suoi come se questi fossero suoi figlioli; perchè non poteva fare altrimenti. Ed andava oltre. Egli non dimenticava mai una buona accoglienza o una parola di incoraggiamento, e sedeva a conversare a lungo o a «cianciare», — come egli diceva — con gran divertimento suo e dei cani. Egli aveva un modo tutto suo di prendere rudemente la testa di Buck tra le mani, e di posare la sua testa su quella di Buck, scrollandolo in avanti e indietro, chiamandolo con cattivi nomi che per Buck erano nomi d’amore. Buck non conosceva gioia più grande di quel rude abbracciamento e di quelle finte male parole borbottate, e a ciascuna scrollata in avanti e indietro, sembrava che il cuore gli balzasse fuori del corpo, tanto era grande la sua estasi. E quando egli, lasciato libero, balzava in piedi, con la bocca ridente, gli occhi espressivi, la gola vibrante per suoni non pronunciati e rimaneva, così, immobile, Giovanni Thornton esclamava con ammirazione:

— Dio! ti manca solo la parola!

Buck aveva una forma di esprimere l’amore, che commoveva sino a far male al cuore. Egli afferrava spesso la mano di Thornton in bocca e chiudeva i denti così furiosamente da lasciarne le tracce sin molto tempo dopo. E come Buck capiva che le male parole erano parole d’amore, così l’uomo capiva che quel finto morso era una carezza.

Di solito, però, l’amore di Buck era espresso con l’adorazione. Quando Thornton lo toccava o gli parlava, egli impazziva di gioia, ma non mendicava queste prove di affezione. Diversamente da Skeet, che doveva fregare il naso sotto la mano di Thornton e spingere e spingere per essere accarezzato, o da Nig, che avanzava a grandi passi e posava la sua grossa testa sul ginocchio di Thornton, Buck era contento di adorare a distanza. S’adagiava per delle ore ai piedi di Thornton, ansioso e attento, guardandolo in volto, esaminandolo, studiandolo, seguendo col più vivo interesse la più fuggevole espressione, ogni movimento di lineamento. O, come voleva il caso, giaceva lontano, di fianco o accosciato, osservando il contorno della figura dell’uomo o i movimenti del suo corpo. E spesso, tale era la comunione in cui essi vivevano, che lo sguardo di Buck faceva volgere il capo a Thornton, il quale contraccambiava lo sguardo, senza parlare, col cuore che gli luceva negli occhi, come luceva il cuore negli occhi di Buck.

Dopo che era stato salvato, Buck non perdeva mai Thornton di vista. Dal momento che questi lasciava la tenda al momento in cui vi rientrava, Buck gli era alle calcagna. Poichè i suoi transitorii padroni gli avevano messo nel cuore il timore che nessun padrone fosse durevole, aveva paura che Thornton svanisse dalla sua vita come Perrault e François e il meticcio scozzese. Persino di notte nei suoi sogni, era perseguitato da questa paura. Allora si scuoteva dal sonno e andava, nel freddo, davanti la tenda, e si fermava ed ascoltava il suono del respiro del suo padrone.

Ma nonostante questo suo grande amore per Giovanni Thornton, che sembrava ricordare il morbido influsso della civiltà, la natura primitiva che la terra nordica aveva ridestata in lui, rimaneva viva ed attiva. Con la fedeltà e la devozione, sentimenti nati dal focolare e dal tetto, egli conservava anche la selvatichezza e l’astuzia. Era una creatura di natura selvaggia, venuta dalla selva ad accovacciarsi al fuoco di Giovanni Thornton, anzichè un cane della mite terra del Sud, con i segni di generazioni civili. Il suo grande amore gli impediva di rubare a quell’uomo, ma di fronte a qualunque altro uomo in qualsiasi altro accampamento, egli non avrebbe esitato un momento; e con la furberìa e destrezza che usava, avrebbe evitato d’essere preso.

Poichè la sua faccia e il suo corpo erano segnati dai denti di molti cani, ora avrebbe combattuto più furiosamente che mai, ma con maggior astuzia. Skeet e Nig erano troppo di buonumore per litigare, eppoi, appartenevano a Giovanni Thornton; ma i cani estranei, di qualunque razza e per quanto valorosi fossero, avrebbero riconosciuto rapidamente la superiorità di Buck e si sarebbero trovati a lottare per la vita con un terribile antagonista. E Buck era senza pietà. Aveva imparato bene la legge della mazza e del dente, e mai si lasciava fuggire un vantaggio o indietreggiava di fronte a un nemico col quale avesse iniziato un combattimento mortale.

Aveva avuta la sua lezione da Spitz e dai principali cani nella lotta di supremazia per la disciplina e pel corriere, e sapeva che non vi era via di mezzo. Doveva o dominare o essere dominato; mostrare pietà era una debolezza. La pietà non esisteva nella vita primordiale: era considerata paura; e tale malinteso conduceva alla morte.

Uccidere o essere uccisi, mangiare o essere mangiati, era la legge; e a questo comandamento, sorto dalle profondità del Tempo, egli obbediva.

Egli era più vecchio dei giorni che aveva visti e dei respiri che aveva emessi: ricongiungeva il passato al presente, e il senso dell’eternità gli palpitava dentro con un possente ritmo al quale egli obbediva come ubbidivano le maree e le stagioni. Egli stava accovacciato accanto al fuoco di Giovanni Thornton, col suo petto largo, di cane dai denti bianchi e dal pelo lungo; ma sapeva che dietro di lui erano le ombre d’ogni genere di cani mezzi lupi e lupi selvaggi, che lo insidiavano e spingevano, che gustavano il sapore della carne ch’egli mangiava, assetati dall’acqua che egli beveva, fiutando con lui il vento, ascoltando con lui e svelandogli i suoni della vita selvaggia della foresta, dettandogli i suoi umori, dirigendo le sue azioni, adagiandosi a dormire con lui e sognando con lui e oltre lui, divenendo essi stessi la materia dei suoi sogni.

Imperativamente, quelle ombre lo chiamavano, ogni giorno più, a mano a mano che il ricordo del genere umano e dei diritti del genere umano s’allontanava da lui. Ogni volta che risuonava profondo dalla foresta un appello, ed egli, udiva quell’appello, misteriosamente attraente e vibrante, si sentiva obbligato a volgere le spalle al fuoco e alla terra battuta intorno a lui, e a immergersi nel profondo della foresta, procedendo senza sapere dove e perchè; senza domandarselo neppure, giacchè l’appello risuonava con tono imperativo e profondo nella foresta. Ma quando era pervenuto alla morbida terra non tocca e all’ombra verde, l’amore per Giovanni Thornton lo riconduceva al fuoco.

Soltanto Thornton lo teneva; il resto del genere umano non esisteva agli occhi suoi. Viaggiatori passanti per caso potevano lodarlo o accarezzarlo; ma egli rimaneva freddo ad ogni premura; e se qualcuno si mostrava troppo espansivo con lui, egli si alzava e se ne andava. Quando i soci di Thornton, Hans e Piero, arrivarono sulla zattera tanto a lungo attesa, Buck non volle accorgersi di loro, finchè non capì ch’erano cari a Thornton: dopo, li tollerava in una maniera passiva, accettando favori da essi come se fosse egli a favorirli accettandoli. Ed essi ch’erano semplici e generosi come Thornton, perchè vivevano vicini alla terra, e pensavano semplicemente e vedevano chiaramente, prima che spingessero la zattera nel largo turbine vicino alla segheria di Dawson, avevano già imparato a capire Buck e i suoi modi, e non insistevano per avere un’intimità quale avevano ottenuta da Skeet e Nig.

Ma l’amore di Buck per Thornton, pareva crescere sempre più. Questi solo, fra gli uomini, poteva porre un fardello sul dorso di Buck, nel viaggio estivo. Nulla era troppo gravoso per Buck quando Thornton comandava. Un giorno, (s’erano vettovagliati con quello che avevano ricavato dalla zattera ed avevano lasciato Dawson per le sorgenti del Tanana) gli uomini e i cani si trovavano a riposare sulla cresta di una roccia che scendeva a picco su un letto di nude rocce giacenti trecento piedi sotto. Giovanni Thornton sedeva vicino al margine della roccia, Buck alle sue spalle. Thornton fu preso da uno sconsiderato capriccio, e invitò Hans e Piero ad un esperimento che aveva in mente.

— Salta, Buck!, — comandò egli, agitando il braccio sul precipizio. Un istante dopo, egli era alle prese con Buck sull’estremità dell’orlo, mentre Hans e Piero li tiravano indietro a salvamento.

— È straordinario, — disse Piero, dopo che il pericolo fu passato ed ebbero ricuperato il respiro.

Thornton scrollò il capo.

— No, — disse, — è magnifico; ed è terribile pure. Sapete che talvolta, mi fa paura?

Non vorrei essere l’uomo che vi mettesse le mani addosso, quand’egli è vicino, — disse Piero, accennando col capo a Buck.

— Per Giove! — aggiunse Hans. — Neppur io.

A Circle City, alla fine dell’anno, le apprensioni di Piero divennero realtà. Burton, il «nero», un uomo cattivo e falso, aveva preso a litigare con un ingenuo al bar, e Thornton s’interpose bonariamente. Buck, stava come soleva, accovacciato in un angolo, la testa sulle zampe, osservando tutte le azioni del suo padrone. Burton, senza che l’altro se l’aspettasse, diede un gran pugno a Thornton. Thornton girò su se stesso ed evitò di cadere a terra aggrappandosi alla barra del bar.

I presenti alla scena udirono non un abbaiamento o un ululato, ma un ringhio che parve un vero e proprio ruggito, e videro il corpo di Buck volare in aria, dal pavimento alla gola di Burton.

L’uomo si salvò avanzando istintivamente le braccia, ma fu rovesciato per terra, con Buck sopra. Buck liberò i denti dalla carne del braccio e cercò di afferrare nuovamente alla gola l’uomo, il quale riuscì a coprirsi solo in parte, ed ebbe la gola squarciata. Allora la folla ai gettò su Buck, che fu trascinato via; ma mentre un chirurgo cercava di arrestare il sangue, Buck girava, su e in giù, ringhiando furiosamente, e tentando di lanciarsi dentro, ricacciato solo da una schiera di mazze ostili. Un’«assemblea di minatori» chiamata sul luogo, giudicò che il cane aveva avuto una sufficiente provocazione, e Buck fu liberato. Ma la sua reputazione era fatta; da quel giorno, il suo nome si sparse per tutti gli accampamenti dell’Alaska.