Il richiamo della foresta

Part 11

Chapter 113,859 wordsPublic domain

— Torno a gridartelo: Ascolta, o Thiling-Tinneh! Il Lupo muore a denti stretti, e con lui, dieci uomini, i più forti fra i tuoi, cadranno, uomini necessari, giacchè è appena incominciata la stagione della caccia e quella della pesca sarà fra poche lune. E poi, a che ti gioverebbe la mia morte? Io conosco le costumanze del tuo popolo; tu avrai la minima parte delle mie ricchezze, che, invece, potranno essere tutte tue se mi dai tua figlia. E poi... i miei fratelli verranno, e sono numerosissimi, e la loro fame non è mai sazia. E le figlie del Corvo partoriranno nei capanni del Lupo. Il mio popolo è più grande del tuo. Così vuole il Destino. Concedimi ciò che chiedo, e tutte le mie belle cose saranno tue.

S’udiva un pestìo di _moccasins_, di fuori, sulla neve. Mackenzie caricò la carabina e preparò due rivoltelle che aveva nella cintura.

— Accetta, o capo!

— Sarà il mio popolo a dir di no!

— Accetta, e queste ricchezze saranno tue. Penserò io a intendermela poi col tuo popolo.

— Giacchè il Lupo vuole così, io prendo i pegni... ma ti ho avvisato.

Mackenzie gli consegnò tutti i regali, avendo cura, però, di scaricare la carabina e aggiungendo, come segno di gradimento e conclusione del patto, un fazzoletto di seta screziata di varî colori.

A questo punto, ecco entrare il Shaman, accompagnato da una mezza dozzina di giovanotti. Subito, Mackenzie s’aprì arditamente un varco tra essi, spingendoli con le spalle, e uscì dalla tenda.

— Preparati per la partenza, — fece con un tono reciso a Zarinska, a mo’ di saluto, nel passare davanti alla tenda di lei. Poi andò in fretta ad attaccare i cani.

Pochi minuti dopo, giungeva, alla testa del tiro, in pieno consiglio. La donna gli stava allato. Egli si collocò nella parte più alta del rettangolo, accanto al capo, e mise Zarinska alla sua sinistra, un po’ indietro, al posto che le spettava, anche perchè appressandosi l’ora della lotta, era bene che avesse le spalle salve.

Da ogni lato, gli uomini, accosciati attorno al fuoco, cantavano ad alta voce un motivo popolare, ricordando un passato da lungo tempo dimenticato.

Misterioso, a pause cadenzate, con un ritornello ossessionante, quel canto era tutt’altro che bello; l’aggettivo _terribile_ non basta neppure a definire la sensazione che suscitava. All’altra estremità del rettangolo, danzavano cinque o sei donne, sotto l’occhio del Shaman, il quale sgridava severamente quelle che non s’abbandonavano con tutto lo slancio che ci voleva, di solito, in quelle occasioni. Mezzo nascoste sotto la greve massa dei loro capelli neri che ricadevano in disordine fino alla cintola, esse ondeggiavano lentamente, ora indietro, ora in avanti, facendo oscillare i loro corpi secondo il ritmo, che mutava continuamente.

Era uno spettacolo strano, anacronistico: mentre nel mezzogiorno, il secolo XIX moriva con gli ultimi anni della sua ultima dècade, lì, l’uomo primitivo, frammento negletto del Vecchio Mondo, fioriva, quasi come al tempo degli abitatori delle caverne preistoriche. I cani lupi, dal pelo fulvo erano coricati tra i loro padroni coperti di pelli di bestie o si facevano largo in mezzo ad essi. I loro occhi sanguigni e le loro bocche colanti schiuma riflettevano i rossi chiarori del fuoco. I boschi dormivano, indifferenti, sotto un bianco lenzuolo, e il gran silenzio ricacciato, a quell’ora, ai margini delle foreste, pareva rifugiarsi in fondo in fondo; le stelle danzavano nella volta turchina, come accade di solito al tempo del gran freddo: mentre gli spiriti del polo trascinavano le loro vesti splendide attraverso i cieli.

Scruff Mackenzie ebbe un concetto approssimativo, della grandezza selvaggia, di quello spettacolo, quando percorse collo sguardo i due filari di abeti, per rendersi conto del numero degli assenti. E lo sguardo si posò, un momento, su un neonato che succhiava il seno di sua madre.

S’era a quaranta gradi sotto lo zero. Egli pensò alle donne delicate della sua razza, e sorrise con aria selvaggia. Eppure, egli era nato da una di queste donne, e aveva ricevuto un retaggio regale, come quelli della sua razza: il potere di regnare su terra e su mare, sui popoli e sugli animali di tutte le regioni. Solo com’era contro cento, lontano da tutti i suoi, in pieno inverno artico, egli sentì passare nelle vene l’ardore dei suoi antenati, il desiderio dell’amore selvaggio e pericoloso, e, col fremito della lotta prossima, l’ardore di vincere o morire.

Canti e danze cessarono, e il Shaman incominciò a parlare con eloquenza avvincente; servendosi della loro intricata mitologia, egli sapeva influire abilmente sull’animo credulo del popolo. La faccenda diventava seria. Creando un contrasto tra i principî creatori incarnati nella Cornacchia e nel Corvo, e Mackenzie, egli marchiò costui col nome di Lupo, principio di lotta e di distruzione. — Non si trattava solo di un contrasto di forze spirituali, ma della lotta, ma della lotta dell’uomo contro l’uomo sino alla soppressione. Essi erano i figli di Jelchs, il Corvo, che aveva portato il fuoco; Mackenzie era il figlio del Lupo, o, con parole più precise, il Demonio. Dar tregua per un momento a questa lotta perpetua e maritare le loro figlie con i capi nemici era un tradimento e uno spaventoso sacrilegio... non c’era immagine bassa o parola dura bastante per definire Mackenzie, ch’egli chiamava intruso, sornione, creatura di Satana. Una specie di ruggito selvaggio, subito represso, sfuggì dal petto degli ascoltatori quando egli s’abbandonò al volo della perorazione.

«Sì, fratelli miei, Jelchs è onnipotente. Non ha portato il fuoco dal cielo per riscaldarci? Non ha fatto uscire dalle loro caverne il sole, la luna, e le stelle per darci la luce? Non ci ha insegnato a lottare contro gli spiriti maligni, quali la Carestia e il Gelo? Ora, Jelchs è adirato contro i suoi figliuoli ridotti a un piccolo numero, e rifiuta di aiutarli, perchè si sono abbandonati a male azioni, hanno percorso i sentieri del male e accolto nelle loro case i suoi nemici ch’essi hanno fatto sedere accanto al loro focolare. E il Corvo è afflitto dalla perversità dei suoi figliuoli; ma quando essi si solleveranno e mostreranno di voler tornare a lui, egli uscirà dalle tenebre per aiutarli. O fratelli, il Messaggero del Fuoco è venuto a sussurrare delle parole all’orecchio del vostro Shaman, e le parole sono queste che udrete: «I giovani conducano le giovani nelle loro capanne, si lancino alla gola del lupo, e il loro odio non si estingua mai. Allora le loro mogli diverranno feconde, ed essi cresceranno e moltiplicheranno e formeranno un popolo potente. E i Corvi guideranno tribù numerose dei loro padri e dei padri dei loro padri, dalle lontane terre del Nord; e sconfiggeranno i Lupi sino al punto di farli scomparire come i fuochi dei nostri accampamenti dell’anno passato, e allora i Corvi regneranno su tutta la terra». Tale è il messaggio di Jelchs, il Corvo».

Questo simbolo della venuta del Messia suscitò una specie di urlìo rauco degli Sticks che, a un tratto, balzarono in piedi. Mackenzie liberò il pollice dai guantoni e attese. Sorse un gran clamore: volevano la Volpe. Il clamore s’acquetò solo allorchè un giovanotto s’avanzò per parlare, a sua volta.

«Fratelli! Le parole del Shaman sono dettate da saggezza. I Lupi hanno condotto con loro le nostre donne, e i nostri uomini sono senza figliuoli. Siamo ridotti a un pugno d’uomini. I Lupi hanno preso le nostre calde pellicce e ci hanno dato in cambio degli spiriti maligni che giacciono in bottiglie e vesti fatte con erba e non con pellicce di castoro o di lince. Queste stoffe non serbano calore e i nostri uomini muoiono di strane malattie. Io, la Volpe, non ho moglie... perchè? Due volte, le ragazze che mi piacevano sono partite per l’accampamento dei Lupi; oggi, ho messo da parte pelli di castoro, di moose e di cariboo, per ingraziarmi Thiling-Tinneh e sposare sua figlia Zarinska. Ebbene! Ella ha già calzato i pattini ed è bell’e pronta a guidare i cani del Lupo... Non parlo solo per me: lo stesso è accaduto all’Orso. Anch’egli desiderava tanto d’essere il padre dei figliuoli di Zarinska, ed aveva in serbo numerose pelli di bestie per ottener l’intento... Parlo in nome di tutti i giovani che non hanno moglie. I Lupi sono insaziabili, e si prendono sempre la parte migliore del bottino, lasciando quel che loro avanza, ai Corvi.

«Guardate Gugkla!», esclamò egli, accennando col dito a una donna inferma: «le sue gambe contorte come i fianchi d’un canotto di betulla le impediscono di raccogliere legna e di portare il cibo ai cacciatori. I Lupi se la son presa?

— È vero, è vero! — acclamarono gli uomini della tribù.

— Ecco Moyri, alla quale lo Spirito del Male ha torti gli occhi. I ragazzi hanno paura quando i loro sguardi cadono su di lei: e si dice che l’Orso le apra il cammino sul ghiaccio. È stata scelta, forse?

Risuonò l’applauso crudele.

— Guardate Pischet, seduta là. Le mie parole non giungono sino a lei, che non ha mai udito la voce del marito e neppure il cicaleccio del figliuolo, giacchè vive nel gran Silenzio Bianco. I Lupi si sono curati di lei?... No! Essi scelgono la parte migliore e a noi tocca il resto... Ebbene! Fratelli, d’ora in poi, non sarà più così! Noi non permetteremo più che i Lupi si insinuino nei nostri accampamenti. L’ora è venuta».

Nel momento in cui pronunciava queste ultime parole un immenso chiarore purpureo, verde, giallo, e violetto, si distese da un punto all’altro del cielo: era un’aurora boreale. Colla testa rovesciata indietro e le braccia distese, l’oratore esclamò, terminando:

— Guardate! Gli spiriti dei nostri padri sorgono, e grandi cose stanno per compiersi stanotte!

Egli indietreggiò di alcuni passi, e un altro giovane s’avanzò timidamente, spinto dai compagni ch’egli sorpassava di tutta la testa. Il suo largo petto scoperto, sembrava sfidare il freddo; egli oscillava ora su un piede ora sull’altro, le parole gli si fermavano tra le labbra; era in gran disagio. La sua faccia, orribile all’aspetto, recava i segni dei colpi spaventosi che glie ne avevano tolta una parte. Egli incominciò a colpire col pugno chiuso il suo vasto petto, che risuonò come un tamburo, e la voce s’alzò, rumoreggiando come le onde che rifluiscono da una profonda caverna.

— Io sono l’Orso... la Punta d’Argento e il Figlio della Punta d’Argento. La mia voce rassomigliava ancora a quella d’una ragazza quando già cacciavo la lince, il moose, il cariboo; allorchè il vento soffiava terribile; io ho percorso le Montagne del Sud e ucciso tre uomini dei Fiumi Bianchi, e quando questi sono diventati torrenti, ho incontrato l’orso bianco, ma non gli ho ceduto il passo.

Egli tacque un momento e passò, in modo significativo, una mano sulle sue orribili cicatrici.

— Io non rassomiglio alla Volpe. La mia lingua è gelida come l’acqua. Io non sono capace di fare lunghi discorsi. Posso dire solo poche parole. La Volpe annunzia che grandi avvenimenti si compiranno questa notte. Bene! Le parole scorrono dalle sue labbra come l’acqua dalla fonte, ma egli non è prodigo di azione. Questa notte mi batterò col Lupo. L’ucciderò, e Zarinska verrà a sedersi accanto al mio fuoco. L’Orso ha parlato.

Nonostante un pandemonio infuriasse intorno a lui, Mackenzie non si mosse. Sapendo che la carabina non poteva servirgli così da vicino, trasse le due rivoltelle, e se le pose innanzi pronte a servirsene, e tolse i guantoni a sacco così che le mani erano appena riparate dai guanti che incominciavano dal gomito. Sapeva che a voler prendere tutti i suoi nemici insieme era come perdersi, ma, fedele alla parola, era preparato a morire coi denti stretti. Ma l’Orso tratteneva i suoi compagni, respingendo, col suo terribile pugno, i più avventati. Quando il tumulto cominciò a placarsi. Mackenzie lanciò uno sguardo in direzione di Zarinska. Formava un quadro magnifico. Curva in avanti nei pattini, con le labbra socchiuse e le narici frementi, era come una tigre pronta a balzare. I suoi grandi occhi neri fissavano gli uomini della sua tribù con una espressione tra di sfida e di timore. Era tale la tensione del suo animo che pareva ch’ella non respirasse neppure. Con una delle mani raggrinzite si premeva convulsamente il petto, e con l’altra teneva come in una morsa il frustino pei cani. Sembrava una statua di pietra. Poi i suoi muscoli s’allentarono; rovesciatasi indietro, emise un sospiro, e lanciò a Mackenzie uno sguardo ch’esprimeva più che amore.

Thiling-Tinneh tentava invano di parlare, la voce sua si perdeva nel clamore. Allora, Mackenzie s’avanzò. L’Orso incominciò a lanciare una specie di urlo selvaggio continuo, ma Mackenzie si precipitò con tanto furore sul nemico, che questi indietreggiò e non fece uscire altro dalla sua gola che un suono soffocato. Degli scoppi di risa salutarono la sua sconfitta, e i compagni del vinto, acquetatisi, stettero volentieri ad ascoltare.

— Fratelli, — esclamò Mackenzie. — L’uomo bianco, che vi compiacete di chiamare il Lupo, è venuto fra voi con buone parole. Venne da amico, da fratello, con labbra che non hanno detto menzogne. Ma i vostri uomini hanno spiegato ciò che loro pesava sul cuore, e il tempo delle buone parole è passato. Prima di tutto, permettetemi di dirvi che il Shaman è un falso profeta: egli ha una brutta lingua; i messaggi ch’egli vi porta non provengono dal Portatore del Fuoco; i suoi orecchi non possono intendere la voce del Corvo; ed egli si è preso giuoco di voi raccontandovi le parole che ha immaginate. Egli non ha potere alcuno. Ricordatevi il passato. Quando dovevate uccidere i vostri cani e mangiarli, allorchè i vostri stomachi soffrivano perchè non si nutrivano d’altro che di petto d’animali e di cordicelle dei vostri _moccasins_; quando i vecchi e le donne d’età inoltrata s’addormentavano, per non svegliarsi più, e i neonati morivano sul seno inaridito delle loro madri, e tutto era tetro attorno a voi, e voi perivate in gran numero, come il salmone al momento del passaggio, e la carestia faceva strage. Ebbene! è forse venuto il Shaman a togliere ogni affanno ai vostri cacciatori? Ha egli dato della carne ai vostri stomachi affamati? Ve lo ripeto: il Shaman non ha alcun potere; perciò, gli sputo in faccia!

Sebbene sorpresa a quella specie di sacrilegio, la folla non fece udire alcuna protesta. Alcune donne si spaventarono, ma parecchi, fra gli uomini, parvero attendere un miracolo. Tutti gli occhi erano fissi sulle due figure centrali. Il prete-medico sentì tutta l’amarezza di quell’ora crudele, il potere gli sfuggiva, egli aprì la bocca per minacciare, ma indietreggiò subito davanti all’atteggiamento feroce, ai pugni stretti e agli occhi scintillanti di Mackenzie; il quale sogghignò e proseguì:

— Sono morto, forse? Il fulmine mi ha colpito? Son cadute le stelle dal cielo per distruggermi? Bah! l’ho finita col cane. Ora, vi parlerò del nuovo popolo, che è il più possente di tutti e regna su tutti i paesi. Prima di tutto, noi cacciamo soli, come faccio io; poi, cacciamo in compagnia, e, infine, ci spargiamo in massa sui paesi, come il cariboo in certe stagioni dell’anno. Quelli che noi conduciamo nelle nostre capanne vivono, gli altri, quelli che restano, muoiono. Zarinska è una giovane graziosa e robusta, nata per diventare la madre di Lupi. E ancor io morissi, ella sarà tale, giacchè i miei fratelli sono numerosissimi e seguiranno la traccia dei miei cani. Ascoltate la legge del Lupo: «_Chiunque ucciderà un Lupo sarà punito con la morte di dieci dei suoi_». Parecchi paesi hanno già pagato questo tributo, e sarà sempre così.

— Ora, io mi rivolgo alta Volpe e all’Orso. Tutti e due hanno, com’essi dicono, posto gli occhi sulla giovane. Ebbene? io l’ho comprata! Thiling-Tinneh s’appoggia in questo momento sulla carabina che gli ho data io, i miei regali sono tutti nella sua tenda. Tuttavia, io sarò giusto coi giovanetti. Alla Volpe, la cui lingua è disseccata dalle parole ch’egli ha pronunziate, io darò cinque grossi pacchi di tabacco, che serviranno a inumidirgli la bocca e a permettergli di pronunziare dei discorsi in consiglio. Quanto all’Orso, di cui sono orgoglioso, gli offro due coperte, venti coppe di farina, il doppio del tabacco offerto alla Volpe, e, se vuole seguirmi d’altra parte delle Montagne dell’Est, una carabina simile a quella di Thiling-Tinneh. Altrimenti?... ebbene! Vedremo!... il Lupo è stanco di parlare, e vi ripete per l’ultima volta la legge: «_Chiunque farà perire un Lupo, sarà punito con la morte di dieci dei suoi_».

Così detto, Mackenzie, riprese la posizione di prima, un po’ indietro; ma, in fondo al cuore, provava una grande ansia. La notte era molto oscura: Zarinska s’accostò a lui per parlargli, ed egli ascoltò con la maggiore attenzione tutto quanto ella disse circa la bravura combattiva dell’Orso col suo coltello.

La lotta fu decisa in breve: in un batter d’occhio, un gran numero di piedi calzati di _moccasins_ ingrandì lo spazio della neve battuta presso il fuoco. Si parlava molto della sconfitta apparente dello Shaman; c’era chi diceva ch’egli teneva per sè la sua potenza senza manifestarla per un po’, e chi commentava le vicende del passato, dando ragione al Lupo.

L’Orso s’avanzò verso il mezzo del terreno segnato pel combattimento, tenendo in mano un lungo coltello da caccia di fabbricazione russa. La Volpe richiamò l’attenzione sulle rivoltelle di Mackenzie, che si sciolse la cintura e ne cinse Zarinska, alla quale affidò anche la carabina. Ella fece un cenno del capo per mostrare che non sapeva servirsene, giacchè una donna non aveva punto occasione di maneggiare cose così preziose.

— Dunque, se sono minacciato alle spalle, grida con tutte le tue forze: «Marito mio!» Non così, ma a questo modo: «Marito mio!...».

Egli rise, udendola ripetere le sue parole, le pizzicò la gola e rientrò nel cerchio. Non solo l’Orso era molto più grande di Mackenzie, ma aveva un coltello almeno di due pollici più lungo di quello dell’altro. Mackenzie, che aveva più d’una volta guardato bene in faccia degli uomini, comprese che stava per lottare contro un nemico formidabile. Pure, il luccichìo dell’acciaio sotto la luce, gli fece battere più forte il polso e risvegliò in lui l’istinto dominatore della razza.

Di tanto in tanto, Mackenzie, era respinto vicinissimo al fuoco e all’estremo del terreno, e, ogni volta, la tattica familiare ai pugilisti lo riconduceva al centro. Neppure una voce s’alzava in suo favore, mentre applausi, incitamenti e avvertimenti erano prodigati all’Orso. Ogni qualvolta i coltelli s’incontravano, Mackenzie, stringeva i denti maggiormente, e dava o parava i colpi con una colma coscienza della sua forza. Dapprima, egli sentì pietà per l’avversario, ma questo sentimento cedette in breve all’istinto di conservazione, che, a sua volta, cedette al piacere d’uccidere. Diecimila anni di cultura sparirono e non rimase che un abitante delle caverne che lottava per la donna da lui eletta.

Due volte toccò l’Orso senz’esserne toccato, ma, la terza volta, sentì la lama dell’avversario, e, per iscansarla, toccò con la mano libera il braccio armato dell’Orso. Vennero alle mani. Mackenzie allora si rese conto dell’immensa forza di questi: i muscoli tesi gli si annodavano dolorosamente, nervi e tendini sembravano spezzarsi, dallo sforzo, la lama di momento in momento s’avvicinava sempre più. Egli tentò di svincolarsi, ma non fece altro che perder forza, mentre la cerchia degli spettatori rivestiti di pelli di bestie, si stringeva per vedere la sconfitta e il colpo finale. Allora, con tutta l’astuzia d’un lottatore esperto, Mackenzie si gettò un po’ da lato e diede un gran colpo di testa all’avversario. L’Orso indietreggiò involontariamente e perse, così, il centro di gravità, mentre Mackenzie, si lanciava su di lui con tutto il suo peso e lo precipitava sulla neve spessa e dura. L’Orso inciampò e cadde sul dorso, lungo disteso.

— O marito mio! — risuonò la voce di Zarinska, vibrante di pericolo.

Al rumore del distendersi d’un arco, Mackenzie si curvò a terra, ed ecco una freccia, passando sopra di lui, colpire l’Orso al petto, nel momento in cui stava per gettarsi sul nemico, strisciante innanzi a lui. Mackenzie si rialzò subito. L’Orso giaceva, immobile, ma dall’altro lato del fuoco, lo Shaman si preparava a lanciare una seconda freccia.

Mackenzie prese il suo pesante coltello per la lama e lo lanciò nello spazio. Fu come il guizzo d’un lampo attraverso il fuoco: la lama s’affondò sino al manico nella gola dello Shaman, il quale vacillò un momento e cadde colla persona in avanti tra le ceneri ardenti.

Clic! clic!... La Volpe s’era impossessata della carabina di Thiling-Tinneh e cercava invano di sparare. A un tratto, abbassò l’arma udendo lo scroscio di risa di Mackenzie.

— La Volpe non sa ancora servirsi di quel gingillo? È ancora come una donna. Vieni! Portamela e ti mostrerò come usarla!

La Volpe esitava.

— Vieni, dico!

La Volpe finì coll’avvicinarsi con passo pesante, a testa bassa, come un cane battuto.

— Ecco come si fa, così e così! — e ficcata una palla nella carabina, col cane alzato, portò l’arma alla spalla.

— La Volpe ha detto che grandi cose avverranno questa notte, e non s’è ingannata. Vi sono state delle grandi gesta, ma quelle della Volpe non sono le più notevoli. Ha egli ancora l’intenzione di condurre Zarinska nella sua capanna? Vuol seguire la strada presa dallo Shaman e dall’Orso?... No?... Bene!

Mackenzie si voltò, con aria di supremo disprezzo, e strappò il coltello dalla gola del prete-medico.

— C’è altri giovanotti desiderosi di seguire la stessa sorte? Se vi sono, il Lupo li ucciderà a due o tre per volta, finchè non ne rimanga neppur uno. No? Bene! Thiling-Tinneh, ti dò questa carabina la seconda volta. Se ti capitasse, col tempo, di viaggiare fino al paese bagnato dal Yukon, sappi che vi sarà sempre per te, al fuoco del Lupo, un posto e vitto abbondante. Il giorno è prossimo. Io me ne vado, ma, forse, ritornerò. E per l’ultima volta, ricordatevi della legge del Lupo!

Agli occhi di tutti, egli sembrava un essere soprannaturale quando raggiunse Zarinska. La giovane si mise subito alla testa del tiro, e i cani non tardarono a partire. Pochi minuti dopo, sparivano nel folto della foresta. Mackenzie, da parte sua, attendeva. Dopo un po’ ficcò i piedi nei pattini per seguir lo stesso cammino.

— Il Lupo non ricorda i cinque pacchetti di tabacco?

Mackenzie si voltò, con aria furibonda, verso la Volpe, ma rimase colpito dalla comicità della cosa:

— Te ne darò uno piccolo.

— Come vuole il Lupo, — rispose la Volpe, con voce mite, stendendo la mano.

INDICE

Jack London _pag._ 5

IL RICHIAMO DELLA FORESTA.

_Cap. I_ — Verso la vita primitiva _pag._ 31 » _II_ — La legge della mazza e dei denti » 53 » _III_ — La bestia primordiale preponderante » 73 » _IV_ — Colui che ha guadagnato il primato » 101 » _V_ — La fatica del tiro e del cammino » 119 » _VI_ — Per l’amore di un uomo » 149 » _VII_ — Il richiamo della voce » 177

IL FIGLIO DEL LUPO » 213

I ROMANZI E LE NOVELLE DI JACK LONDON

_Di questo grande scrittore americano, già universalmente noto, la nostra Casa Editrice inizia, e continuerà a mano a mano, la prima ed unica pubblicazione di tutte le opere a cura di Gian Dàuli, il quale fu il primo a segnalare Jack London al pubblico italiano come uno dei genî più originali e possenti che possa vantare la letteratura anglo-sassone._

_IN CORSO DI STAMPA:_

ZANNA BIANCA (_White fang_) — Romanzo.

_IN PREPARAZIONE:_

MARTIN EDEN — Romanzo. L’AMORE DELLA VITA — Romanzo. IL TALLONE DI FERRO — Romanzo di previsione sociale. IL FIGLIO DEL LUPO — Novelle.

OGNI VOLUME LIRE OTTO

«.... _Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait d’anticiper sur les temps_....».

ANATOLE FRANCE.

NOTE: