Part 10
Tutto quel giorno, Buck vagò meditabondo e irrequieto sulla riva dello stagno e per l’accampamento. Egli conosceva bene la morte, come cessazione di movimento, come un trapasso dalla vita dei viventi, all’immobilità, e sapeva che Giovanni Thornton era morto. E sentiva che quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male, e che il cibo non poteva riempire. Talvolta, quando si fermava a contemplare le carcasse degli _yechats_, dimenticava per un momento la sua pena, e in quei momenti era consapevole di un grande orgoglio di se stesso; un orgoglio maggiore di ogni altro provato sino allora. Aveva ucciso degli uomini, la migliore selvaggina: e li aveva uccisi secondo la legge della mazza e del dente. Annusava curiosamente i corpi. Erano morti così facilmente! Era più duro uccidere un cane _husky_, che loro. Non sarebbero stati punto avversari degni, senza quelle frecce, quelle lance e quelle mazze. Ormai avrebbe avuto paura di loro soltanto quando li avesse visti con frecce, lance e mazze.
Discese la notte, e una luna piena s’alzò sopra gli alberi, nel cielo, illuminando la terra, che parve immersa in una luce spettrale, simile a quella del giorno. E col cader della notte, meditando e gemendo accanto allo stagno, Buck si destò al rumore della nuova vita nella foresta, diversa da quella creata dagli indiani. S’alzò ad ascoltare e ad annusare. Veniva da lontano un leggero acuto ululato, seguito da un coro di altri ululati acuti. Dopo qualche, tempo, i guaiti divennero più alti e più vicini. Ancora una volta, Buck riconosceva quei guaiti come uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua memoria. Camminò sino al centro dello spiazzo e rimase in ascolto. Era l’appello, il richiamo dalle molte note, che risuonava più allettante e imperioso che per il passato. E mai come allora, egli s’era sentito così pronto ad ubbidire. Giovanni Thornton era morto. L’ultimo vincolo era spezzato. Gli uomini e i loro diritti non lo legavano più.
Cacciando la loro carne viva, come la cacciavano gli _yechats_, sui fianchi degli alci emigranti, il branco di lupi aveva anch’esso alla fine attraversato il monte, dalla terra dalle molte correnti e dalle distese di boschi, ed invasa la valle di Buck.
Nella radura dove la luce lunare fluiva, essi si riversarono come un fiotto argenteo; mentre al centro della radura stava Buck, immobile come una statua, ad attenderli. Essi furono presi da paura, tanto egli era grande e immobile, e si arrestarono per un momento, fino a quando il più ardito non gli fu sopra con un balzo. Come un lampo, Buck colpì, rompendogli il collo; ridivenne immobile, mentre il lupo colpito ruzzolava, agonizzante, dietro a lui. Altri tre provarono, con rapida successione; e l’uno dopo l’altro indietreggiarono, spargendo sangue, dalla gola e dalle spalle lacerate.
Bastò perchè l’intero branco, agglomerato, confuso, si slanciasse, nell’impazienza di abbattere la preda. La meravigliosa prontezza ed agilità giovarono assai a Buck. Girando sulle gambe posteriori, e morsicando e squarciando, egli era pronto ad ogni assalto, presentando sempre la stessa fronte apparentemente intatta; girando rapidamente su se stesso e difendendosi da tutti i lati. Ma per impedire ch’essi gli girassero alle spalle, fu forzato a indietreggiare, giù, oltre lo stagno, e nel letto del torrentello, sino a che giunse contro un banco di ghiaia assai alto. Indietreggiò abilmente riparando in un angolo retto del banco che gli uomini avevano fatto durante i loro scavi; e rifugiato in quell’angolo, protetto da tre lati, non ebbe altro da fare che difendersi di fronte. E così bene si difese, che dopo mezz’ora i lupi indietreggiarono sconfitti. Le lingue di tutti essi erano fuori, a penzoloni, e i denti bianchi brillavano in modo crudele alla luce lunare. Alcuni erano accovacciati per terra ma con le teste alte e gli orecchi tesi; altri rimanevano in piedi, sorvegliandolo; ed altri ancora bevevano acqua allo stagno. Un lupo, lungo, magro e grigio, s’avanzò cautamente, in maniera amichevole, e Buck riconobbe il fratello selvatico col quale aveva corso una notte ed un giorno. Esso mugolava dolcemente. Quando Buck mugolò a sua volta, si toccarono il naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e pieno di cicatrici, s’avanzò verso di loro. Buck contrasse le labbra, preparandosi a un ringhio, ma poi toccò il naso dell’altro, annusandolo. Ciò fatto, il vecchio lupo s’accosciò, e, puntato il naso alla luna, si mise a ululare. Anche gli altri s’accosciarono e ulularono. Ormai il richiamo giungeva a Buck con accenti chiarissimi. Egli pure s’accosciò e ululò. Finito ch’ebbe di ululare, egli uscì dal suo angolo, e il branco gli si affollò attorno, annusando in modo tra amichevole e selvaggio. Poi i capi mandarono un guaito di richiamo al branco, e si lanciarono nel bosco. Il lupi li seguirono ululando in coro. E Buck si mise a correre con loro, al fianco del fratello selvatico, ululando mentre correva.
E qui può ben finire la storia di Buck. Non passarono molti anni, e gli _yechats_ osservarono un cambiamento nella razza dei lupi della selva; vedendone alcuni con macchie brune sulla testa e sul muso, e con una striscia di pelo bianco nel mezzo del petto. Ma un fatto più notevole raccontano gli indiani; parlano dell’esistenza di un Cane Spettrale che corre alla testa del branco di lupi. Essi hanno paura di questo Cane Spettrale, perchè è più furbo dei lupi, ruba nei loro accampamenti, durante i terribili inverni, spoglia le trappole, uccide i cani, e sfida i più bravi cacciatori.
Ma la storia diventa anche più truce. Narrano di cacciatori che non ritornano più all’accampamento, di cacciatori che i loro compagni di tribù hanno trovato con le gole crudelmente squarciate, tra impronte di lupo, sulla neve, più grandi delle impronte di qualsiasi lupo. Ogni autunno, allorchè gli _yechats_ seguono il movimento degli alci, si fermano davanti una valle nella quale non osano penetrare. E vi sono delle donne che diventano tristi quando si racconta, intorno al fuoco, come lo Spirito del Male abbia scelto quella valle per dimora.
Tuttavia, l’estate, appare un visitatore in quella valle; un visitatore del quale nulla sanno gli indiani. È un grande lupo dal mantello meraviglioso, simile e pur diverso da tutti gli altri lupi. L’animale attraversa, solo, il monte ridente di boschi, e scende in uno spazio aperto tra gli alberi; dove un ruscelletto giallo sorge tra imputriditi sacchi di pelle di alce, e s’affonda nella terra. E tra le alte erbe che crescono dove il ruscello scompare, e tra muschi che ne nascondono il giallore al sole, egli rimane assorto per qualche tempo; poi ulula e se ne va.
Ma egli non è sempre solo. All’approssimarsi delle lunghe notti invernali quando i lupi seguono le loro prede nelle valli più basse, lo si vede correre alla testa del branco, alla pallida luce lunare o alla luce fioca delle aurore boreali; e balzare come gigante tra i suoi compagni, e precederli, ululando coll’ampia sua gola il canto del mondo più giovane, il canto del branco.
FINE
IL FIGLIO DEL LUPO.
L’uomo stima di rado la donna secondo il giusto merito, se non quando rimane privo della sua compagnia. Egli, di solito, vive immerso nell’atmosfera femminile, nella quale, in certo modo, si lagna, senza sospettar neppure quant’essa sia penetrante. Ma il giorno in cui essa gli manca, comincia a farsi, nell’esistenza dell’uomo, un vuoto che s’ingrandisce sempre più. Allora l’uomo aspira vagamente a qualche cosa di poco definito, ch’egli non è capace di spiegarsi in che consista. Se ha per caso degli amici inesperti come lui, questi scuotono il capo guardandolo e gli raccomandano un rimedio energico. Senonchè il malessere s’accresce, col tempo; i piccoli fatti della vita quotidiana perdono importanza, ai suoi occhi, sinchè, alla fine, un bel giorno, il vuoto gli diventa insopportabile e l’animo gli si illumina di nuova luce, a un tratto.
Quando questo accade nel paese bagnato dal Yukon, l’uomo che si trova in tali condizioni morali si procura subito una barca, se può, oppure attacca i cani a una slitta, se l’inverno è rigido, e si dirige verso il sud.
Dove, se ha fiducia nel progresso del paese, ritorna mesi dopo, conducendo con sè una donna che sarà partecipe della sua confidenza e, all’occorrenza, della fatica. Questo ci mostra l’egoismo innato nell’uomo e ci fa ricordare le disavventure di «Scruff» Mackenzie, nel tempo in cui il paese non era ancora invaso dall’afflusso dei nuovi avventurieri, i _che-cha-quas_, e il Klondyke era noto solo per la pesca del salmone.
L’aspetto di Scruff Mackenzie mostrava ch’egli era nato sul confine e c’era vissuto. Il suo viso portava i segni di venticinque anni di lotta incessante contro la Natura, nella sua vita più aspra e più selvaggia. Egli aveva trascorso gli ultimi due anni, più difficili e più duri di tutti, a cercare tastoni l’oro che ai trova all’ombra del cerchio polare artico.
Quando la solitudine incominciò a pesargli, egli non fu punto sorpreso della cosa, da uomo pratico che aveva conosciuti altri colpiti a quel modo: non manifestò, esteriormente, alcun segno di sofferenza, anzi, si rimise al lavoro con maggiore applicazione di prima.
Durante tutta l’estate lottò contro le zanzare africane e lavorò nei terreni auriferi di Stuart River, per potere provvedersi d’una quantità doppia di viveri.
Quindi, ammassato un certo numero di tronchi d’alberi, costrusse una zattera sulla quale seguì il corso del Yukon sino a Forty Mile, dove costruì una delle più graziose capanne dell’accampamento. Quella capanna era così comoda, che parecchi gli fecero la proposta di abitarvi e di vivere, da buoni compagni, con lui; ma egli distrusse subito le loro speranze con poche parole dure, risentite e sbrigative, e comperò provviste abbondanti, sì, ma per due persone. Scruff Mackenzie era, come si vede, un uomo pratico: quando aveva bisogno di qualche cosa, riusciva di solito a procurarsela, ma senza incomodarsi più del necessario. Sebbene avvezzo alle fatiche più penose, non aveva però nessuna voglia di fare prima un viaggio di novecento chilometri sul ghiaccio, poi un secondo sul mare — duemila chilometri circa, — quindi, un terzo viaggio di circa mille e cinquecento chilometri a piedi, per andare, in fin dei conti, in cerca di una donna. No: la vita gli pareva troppo breve, per agire così. Egli attaccò i cani, fissò sulla slitta un carico molto originale, e partì lungo la grande pianura che, digradando in occidente, viene irrigata dalle sorgenti del Tanana.
Era un viaggiatore infaticabile, e aveva dei cani-lupi che, pur consumando razioni minime di cibo, potevano percorrere un lungo cammino e compiere maggior lavoro di qualsiasi altro tiro in tutta la regione bagnata dal Yukon.
Tre settimane dopo, egli giunse a un accampamento di cacciatori della tribù degli Sticks, stabilitisi lungo il Tanana; i quali furono colpiti della sua audacia, giacchè non godevano buona reputazione, ed erano giustamente malfamati per avere uccisi parecchi bianchi allo scopo di toglier loro delle inezie, come un’accetta o una carabina in cattive condizioni. Pure, Scruff Mackenzie s’avanzò solo tra essi, con un’aria che conciliava in modo meraviglioso umiltà, familiarità, _sang-froid_, e insolenza.
Occorrevano una profonda conoscenza dell’indole dei barbari e una grande finezza di tatto per usare armi così diverse, ma il nostro eroe era diventato maestro in quest’arte, e sapeva, secondo i casi, mostrarsi remissivo o minacciare con accento di collera olimpica.
Egli andò diritto al Capo Thiling-Tinneh, e gli fece un profondo inchino offrendogli una libbra di tè nero e una di tabacco, conquistandosi, così, immediatamente, le buone grazie del capo. Poi s’unì agli uomini e alle ragazze e annunziò che avrebbe dato, la sera, un _potlach_[2].
Entro un rettangolo di circa cento piedi di lunghezza, e venticinque di larghezza, fu battuta la neve sino a formarne una superficie compatta, e preparato nel centro un gran fuoco, mentre con rami di abete veniva formata come una cinta adorna ai due lati. I membri della tribù, una settantina circa, lasciate le loro capanne, incominciarono a cantare delle canzoni popolari in onore dell’ospite.
In due anni di dimora in quelle regioni, Scruff Mackenzie aveva imparato le poche centinaia di parole che formano il vocabolario di quelle popolazioni, impadronendosi dei loro suoni gutturali e assimilando, al tempo stesso, il loro frasario giapponese, le costruzioni e le particelle onorifiche. Di modo che pronunziò un discorso secondo il loro gusto, avendo cura particolare di soddisfare il loro istintivo amore di poesia con voli d’eloquenza grossolana e contorsioni di metafore. Quando Thiling-Tinneh e il Shaman[3] gli ebbero risposto con lo stesso tono, egli fece dei piccoli regali agli uomini e incominciò a cantare con loro, poi prese parte al loro gioco dei cinquantadue bastoni, nel quale era molto forte.
E quei selvaggi fumarono il suo tabacco e erano contenti. Ma i giovanotti assunsero un atteggiamento di diffidenza. Serpeggiava tra loro come un’aria di sfida, che le allusioni chiare delle vecchie e i sogghigni delle ragazze rendevano palese.
Essi avevano conosciuto pochi bianchi. — o «Figli del lupo», com’essi dicevano — ma da costoro avevano appreso strane lezioni.
Scruff Mackenzie, quantunque mostrasse un’aria d’indifferenza, si rese ben conto di quello stato d’animo; e durante la notte seguente, tutto raccolto nelle sue pelliccie, riflettè seriamente ai casi suoi e meditò, pur fumando numerose pipe, il da fare. Tra quelle ragazze, una sola gli piaceva, ed era, nientemeno, la figlia del capo della tribù, la bella Zarinska, che per lineamenti, taglio della persona ed andatura, impersonava un tipo di bellezza bianca, in modo da sembrare una specie di anomalia fra le altre ragazze della tribù. Egli l’avrebbe condotta con sè, come moglie, e ne avrebbe mutato il nome in quello di Geltrude. Così deciso, egli si voltò su un fianco e s’addormentò subito, da vero figlio di razza conquistatrice.
Ottenere quell’intento, però, non era facile; occorreva molta abilità per riuscire. Scruff Mackenzie si comportò con molta accortezza e ostentando un’indifferenza che metteva in imbarazzo gli Sticks. Egli seppe, con molta cura, convincere gli uomini della sua abilità di cacciatore fanatico e di buon tiratore; così che da un estremo all’altro dell’accampamento si sparsero le lodi della sua bravura, quando uccise un moose[4] a cinquecento metri.
Visitava, di sera, la capanna del Capo Thiling-Tinneh, tutta adorna di pelli di moose e di cariboo; e parlava dandosi grandi arie, distribuendo generosamente tabacco, non trascurando di far partecipe dello stesso onore il Shaman; giacchè egli si rendeva conto del prestigio che questa specie di medico esercitava sul popolo ed era ansioso di farsene un alleato. Ma costui, ch’era sdegnoso ed altero, non si lasciò corrompere, e Scruff Mackenzie lo incluse, giustamente, nel numero di quelli che gli si sarebbero voltati contro.
Mackenzie, non intravvedendo la possibilità di rimanere solo con Zarinska, le rivolse degli sguardi incendiari che rivelavano chiaramente le sue intenzioni; mentre lei, che aveva intuito, si circondava, da civettuola qual’era, d’uno stuolo di donne, ogni qualvolta gli uomini uscivano, e Mackenzie, aveva l’occasione desiderata. Ma egli da parte sua, non aveva fretta, sapendo che lei non poteva fare a meno di pensare a lui, e che tenendola costantemente preoccupata di lui per alcuni giorni, avrebbe potuto attuare meglio i suoi disegni.
Finalmente, una sera, giudicando il momento propizio, egli uscì bruscamente dall’abitazione annerita del capo e si diresse alla capanna prossima. Zarinska era seduta, come soleva, tra donne d’ogni età, intenta a far _moccasins_ e lavori di perle; così che, quando egli entrò, tutte incominciarono a ridere, unendo il nome di Zarinska con quello di lui. Egli le prese, senza riguardo, l’una dopo l’altra e le spinse fuori, sulla neve, donde partirono in fretta per andare a divulgare la notizia in tutto l’accampamento.
Rimasto solo, egli difese con calore la sua causa, usando l’idioma della giovane, che altrimenti, non l’avrebbe potuto comprendere, non conoscendo altra lingua, ed alla fine, dopo due ore, s’alzò per andarsene.
Dunque, Zarinska verrà nella capanna dell’uomo bianco? Bene! Ora, vado a parlarne a tuo padre, che forse non sarà dello stesso parere. Gli farò molti regali, ma bisogna che non pretenda troppo. E se dice di no? Bene! Zarinska verrà ugualmente nella capanna dell’Uomo Bianco».
Aveva già sollevato la portiera fatta di pelli di bestie per uscire, allorchè un’esclamazione soffocata lo richiamò presso la giovane. Questa gli si inginocchiò davanti sulla pelle d’orso che tappezzava la capanna, e, arrossendo, da vera figlia d’Eva, gli sciolse timidamente la pesante cintura. Sorpreso e insospettito, egli la guardava, tendendo l’orecchio al menomo rumore di fuori. Ma il movimento ch’ella fece poi allontanò ogni timore, ed egli sorrise dal piacere. Zarinska s’alzò, andò a prendere nel suo sacco da lavoro un fodero di cuoio di moose tutto lucente di perle dal ricamo fantastico e tolto il coltellaccio di caccia di Mackenzie, ne osservò rispettosamente la lama, quasi tentata di provarlo sul pollice, e l’infilò nell’astuccio. Poi rimise l’arma nel fodero, al posto solito, alla cintola, proprio sull’anca. Pareva uno spettacolo medioevale: quello della dama che arma il cavaliere.
Mackenzie rialzò la giovane, e sfiorò coi suoi mustacchi le labbra vermiglie di Zarinska, che conobbe per la prima volta, la carezza del Lupo. Fu come l’incontro dell’età della pietra con l’età del ferro. E fu come un fremito nell’aria, poco dopo, quando Scruff Mackenzie, portando sotto il braccio un enorme pacco, sollevò la portiera della tenda di Thiling-Tinneh. I ragazzi correvano, qua e là, portando legna secche nel luogo dove doveva avvenire il _potlach_; un mormorio di voci femminili s’udiva sempre più distinto, e i giovanotti, in gruppi, si consultavano, con aria cupa, mentre dalla tenda dello Shaman proveniva uno strano rumore, come di scongiuro.
Il capo era solo con la moglie, dagli occhi cisposi. Bastò uno sguardo a Mackenzie per capire che la notizia era già divulgata; di modo che affrontò senz’altro la questione, avendo cura di mettere bene in vista il fodero ricamato, regalo del fidanzamento.
— O Thiling-Tinneh, capo possente degli Sticks e della terra di Tanana, — esclamò. — Sei tu che regni sul salmone, sull’orso, sul moose e sul cariboo! L’uomo bianco si presenta a te, per un gran disegno ch’egli ha concepito, sono ormai trascorse molte lune, ed egli vive ancora da solitario, in una capanna vuota. Il suo cuore, raccolto nel silenzio, sospira pensando a una donna che gli segga accanto, sotto la sua tenda, e gli prepari, al ritorno della caccia, un buon pasto che lo ristori. Egli ha udito strane cose: il rumore di piccoli passi di bambino e il suono di voci giovanili che gli giungono di lontano agli orecchi. Una volta la sua notte di solitario è stata turbata da una apparizione: egli ha visto il Corvo, che ti è padre, il Gran Corvo, padre di tutti gli Sticks, e il Corvo ha parlato così all’uomo bianco: «Metti i tuoi _moccasin_, attacca i pattini e prepara la slitta; mettivi su delle provviste di viveri per numerosi giorni; e bei regali pel Capo Thiling-Tinneh. — Quindi volgi gli occhi dalla parte dove il sole è solito scomparire in piena primavera, e viaggia sino all’accampamento di caccia del grande capo. Tu gli offrirai magnifici regali, e Thiling-Tinneh, che mi è figlio, diverrà un padre per te. Sotto la sua tenda c’è una fanciulla alla quale ho dato vita per te: quella fanciulla sarà tua moglie».
«Così parlò il Gran Corvo, o capo! E perciò io pongo ai tuoi piedi numerosi doni e desidero condurre con me tua figlia.»
Con una mossa non priva di maestà, il vecchio s’avvolse nelle sue pelli, ma indugiò a rispondere, mentre un omuncolo ficcatosi nella tenda e detto rapidamente che il consiglio, radunato, desiderava il capo, spariva.
— O Uomo Bianco che abbiamo soprannominato l’Uccisore di Moose, tu sei noto anche col nome di Lupo e figlio di Lupo. Noi sappiamo che la tua razza è potente e siamo orgogliosi di averti come ospite, al nostro pollach, ma il salmone-re, non può far comunione col salmone inferiore, come non può il Corvo col Lupo.
— Come! — esclamò Mackenzie. — Ma se ho incontrato le figlie del Corvo negli accampamenti del Lupo! Per esempio, la moglie di Mortimer, la moglie di Tregidgo, la moglie di Barnabè, che è ritornata due inverni fa, e ho udito parlare di parecchie altre figlie del Corvo, che però non ho viste.
— Tu dici il vero, figliuolo, ma sono unioni infelici, come quella dell’acqua colla sabbia o del fiocco di neve col sole. Hai incontrato Mason e la sua compagna? No?... È venuto qui dieci corvi di gelo fa: è stato il primo, di tutti i Lupi. Con lui, c’era un uomo robusto, grande, diritto come un salcio; forte come l’orso grigio, dalla faccia senza peli, dal cuore come la luna piena d’estate; il suo...
— Oh! — interruppe Mackenzie, riconoscendo in quello l’uomo noto in tutto il Nord, — è Malemute Kid!
— È lui, un uomo fortissimo. Ne hai visto mai la moglie? Pareva sorella gemella di Zarinska.
-No, capo, non la conosco, ma ne ho sentito parlare. Mason, giù, giù nel Nord, è stato schiacciato da un enorme vecchissimo abete; ma il suo amore era grande ed egli possedeva molto oro. Mediante quest’oro, sua moglie ha potuto viaggiare col figlio per molti giorni alla volta del paese dove si vede il sole a mezzo inverno; e là essa vive. Non più geli, nè neve, nè sole a mezzanotte, d’estate, nè notti a mezzogiorno, d’inverno.
Giunse un secondo messaggero che portò una chiamata urgente del Consiglio. Mackenzie, nel respingerlo fuor dell’uscio, sulla neve, intravvide con un rapido sguardo alcuni uomini curvi davanti al fuoco del consiglio; indi le profonde voci basse degli uomini che cantavano a coro, ritmicamente, e comprese che il Shaman eccitava la collera del popolo contro di lui. Bisognava sbrigarsi... allora si volse al Capo:
— Insomma, io desidero tua figlia. E ora guarda: Ecco tabacco, per te, un gran numero di vasi pieni di zucchero, coperte che riscaldano, fazzoletti belli e grandi, infine una carabina, una vera carabina con molte palle e polvere.
— No. — replicò il vecchio, resistendo alla tentazione di tutte quelle ricchezze esposte davanti a lui — ormai il mio popolo è adunato; non vuole questo matrimonio.
— Non sei tu il loro capo?
— Certo; ma i giovani sono furiosi perchè i Lupi hanno preso le ragazze della tribù ed essi non possono ammogliarsi.
— Ascolta, o Thiling-Tinneh: prima che alla notte succeda il giorno, il Lupo avrà già preso con i suoi cani la via delle montagne dell’Est, diretto al paese del Yukon e Zarinska andrà avanti ai cani.
— E prima che metà della notte sia trascorsa, i miei giovani forse avranno dato in pasto ai cani la carne del Lupo e disseminato le sue ossa sulla neve, dentro la quale rimarranno sepolte, sino al giorno in cui, la primavera le scoprirà.
Minaccia opposta a minaccia. La faccia abbronzata di Mackenzie divenne rossa, d’un rosso cupo; egli alzò la voce. La vecchia moglie rimasta sino a quel punto spettatrice impassibile, cercò di svignarsela strisciandogli accanto verso la porta. Il canto degli uomini cessò di botto; si udì, però un gran mormorio quando Mackenzie respinse rudemente la vecchia sul tappeto di pelle.