Part 5
Verso la fine del 1807, Venezia era pur lieta e festosa. L’uomo singolare che aveva riempito il mondo della sua fama stava per giungere fra le nostre lagune, l’oltraggio di Campoformio pareva cancellato. Tutti dicevano che si apriva per noi un’era di felicità e di grandezza. E io volevo sollevar l’anima accasciata dai lutti domestici agli alti pensieri della patria e della libertà, volevo esultar della gioja che mio fratello avrebbe provato in quei giorni, se la sorte gli avesse concesso di vivere alcuni mesi di più e di essere allora in Venezia. Pur qualche volta, io mi persuadevo, rimproverandomene, che, per quanto facessi, non riuscivami di sprigionar la vena dell’entusiasmo, mentre altre fiate, io ero assalita dal dubbio che la grandezza e la felicità che ci si prenunziavano non fossero quelle che Carlo mi aveva insegnato ad amare. Nel 1797, egli era insofferente della decrepita repubblica nostra, chiusa, secondo lui, a ogni spiraglio di luce. Veniva di Francia, impregnato di quelle idee, pieno di baldi ardimenti, che parevano destinati a rigenerare il mondo. Dopo, egli fremette contro la tirannide austriaca e fuggì della sua città per prender le armi, ma, sì prima che poi, ciò che gli stava addentro nell’anima era l’ideale della dignità umana restituita a nuovo splendore, l’ideale d’una società ove non vi fossero nè tiranni, nè schiavi. Alzare un uomo fino alle stelle, fosse pur vincitore di cento battaglie, costringere il linguaggio all’espressione dei più servili concetti, rimettere in onore le formule grate ai despoti antichi per rendere omaggio a colui che aveva spiegato la bandiera del secolo, era questo il punto a cui si doveva arrivare, era questa la meta che ci aveva sì lungamente sorriso? Rileggevo le ultime lettere di Carlo. Esse erano ben lontane dallo spirar l’entusiasmo che spiravano le prime. Si vedeva che il mondo reale gli appariva diverso da quello ch’egli si era rappresentato colla fantasia. Finchè si trattava di sottrar Venezia ai Tedeschi, una fede gagliarda gli reggeva la lena, ma raggiunto quello scopo, perchè combattere ancora?
Dissi testè ciò ch’io provassi versa l’aristocrazia. Non m’ero mai chinata dinanzi al prestigio de’ suoi nomi, illustri un giorno per nobili imprese, poscia tristamente famosi per folli prodigalità e per dissolutezze invereconde. Tuttavia a veder gli eredi di coloro che avevano fatto giungere il grido del leone di Venezia sino alle più remote contrade, a vederli gareggiare adesso nel baciar la polvere calcata dal conquistatore, io non potevo a meno di provare un senso di mortificazione....
L’Imperatore, o (come lo si chiamava nelle _Notizie del Mondo_, giornale di quei tempi) _l’eroe de’ secoli, l’augustissimo nostro sovrano, il comune nostro padre_, doveva arrivare in città la domenica, 29 novembre.
— Dicono che bisogna assolutamente andargli incontro con la gondola sino a Fusina — osservò il giorno innanzi mia madre.
— Dicono! — rispos’io — Chi è che lo dice?
— Oh bella, tutti — ella rispose un poco infastidita — Credi che una famiglia come la nostra possa farsi scorgere in un momento simile? Che una Rezzinelli abbia diritto di mancare a una dimostrazione fatta dall’intera città? Tu già non vuoi mai renderti ragione delle esigenze portate dal nome di tua madre.
— Io penso al nome paterno, che è pure il mio e dovrebbe essere il vostro, e penso che questo nome significa oggi tre lutti domestici.
— Già, già, questo è il tuo ritornello. Come se non ci fossi che tu sola a ricordarli.
— Oh, in verità — risposi io con amarezza — che se li ricordaste non vi verrebbe la voglia di assistere domani alla cerimonia.
— Hai colto nel segno. Proprio una festa! Ci sarà da non potersi muovere per cinque o sei ore, si rischierà che ci colga la pioggia, la nebbia, e che so io, e la chiami una festa!...
— Ma sì, ma sì — saltò a dire Clara, alzandosi da un panchettino ov’ell’era seduta e agitando con moto leggiadro la sua bella testina — la mamma ha ragione, e Maddalena è una cattiva... Non badarle, sai, mamma...
— Sta tranquilla, ci andremo, la mia bimba — rispose mia madre baciandola in fronte.
Pur Clara non parve appieno rassicurata, e soggiunse. — Bisogna andarci senza fallo! Non sei già intesa col signor Venanzio?
— Ah! c’è anche il signor Venanzio? gridai.
— No, no, non c’è. So la cortesia di mia figlia e non l’ho invitato, volendo lasciar piuttosto un posticino per lei.
— Per me! Potevate dispensarvene. Lo sapete pure ch’io non vengo. Richiamate il signor Venanzio. Egli farà benissimo le mie veci.
— Non ti ricordi, mamma — riprese Clara — che cosa abbia detto il signor Venanzio? ch’egli non può venire, che va nella _bissona_ dei Savii, e che spera di far presentare un’epigrafe all’Imperatore.
— Oh perchè non gli presenta un sonetto che aveva già bell’e fatto?
— Che sonetto? — chiese mia madre.
— Oh bella! Quello che aveva composto nel 1798 pegli Austriaci e che il povero Carlo aveva imparato a memoria. Cominciava così:
O progenie d’Absburgo alma e famosa...
— Che ragazza! — sclamò mia madre indispettita. — Non sai più aprir la bocca che per dir cose sgradevoli.
Era vero. A poco a poco io andavo perdendo tutta l’amabilità femminile. Nel dolore, che rende molti migliori, non si era affinata che la mia intelligenza. Ero acre nel linguaggio, sgarbata nei modi, sarcastica spesso, avevo acquistata la certezza del male. L’orgoglio nativo, gl’insegnamenti di mio fratello m’erano un usbergo contro la colpa, ma io odiavo il vizio più che non credessi alla virtù, e un simile stato dell’animo è il meno conciliabile con la gentilezza. Esso pone la rampogna sulle labbra e il disprezzo nel cuore.
Per quel giorno non si disse di più.
Il mattino seguente per tempissimo, mia madre, che nei momenti critici ricorreva spesso al sistema degli ambasciatori, mi fece chiedere dalla cameriera se mi fossi risolta ad accompagnarla; ch’ella, dal canto suo, non poteva a meno di andare. C’era di mezzo il decoro della famiglia sua. Se avessero saputo che una ch’era nata Rezzinelli era rimasta a casa in quell’occasione!
Col medesimo plenipotenziario le feci sapere che non avevo mutato d’avviso, ed ella partì sola con Clara.
VI.
Mi ha sempre colpito come una prova delle dovizie accumulate dai Veneziani la indifferenza con la quale essi costruivano i loro palazzi nelle parti più remote della città, lungo le stradicciuole e i canali ove l’angustia dello spazio non consentiva nemmeno di apprezzare il lavoro dell’architetto. Il forestiero, che percorre in gondola il _Canalazzo_ e rimane abbagliato da quella successione meravigliosa di monumenti, non può ancora formarsi una giusta idea della quantità e della ricchezza dei marmi profusi su queste isolette, nei tempi antichi povero asilo di pescatori.
Il palazzo ove noi abitavamo, non era certo tra i più belli di Venezia. Tuttavia esso era vasto e grandioso, e la facciata che dava sopra uno de’ nostri _rii_ aveva al primo piano un ampio terrazzo nel mezzo, su cui si aprivano i cinque finestroni della sala, e tre terrazzini per parte, che rispondevano ad altrettante stanze e ciascuno dei quali abbracciava due finestre. Il piano superiore aveva la medesima disposizione; solo vi mancavano i terrazzini. La cornice che compiva la facciata era sopraccarica d’ornamenti, e l’architetto più ricco di fantasia che di buon gusto aveva voluto farvi tagliare nel marmo teste di mostri, canestri di frutta e di fiori, trofei, e roba simile. Il terrazzo del primo piano figurava poi d’esser sorretto da sei cariatidi sotto le quali si spalancava l’immenso portone dell’approdo, sormontato dallo stemma della famiglia. Ebbene; fin da quando ero bambina, mi faceva l’effetto che da tutta questa mole si levasse un grido affannoso: _aria e luce!_ Non potevo scendere in gondola e guardare io su senza provar compassione per quelle cariatidi a cui non giungeva un raggio di sole, per quelle finestre che a considerarne l’ampiezza parevano destinate a consentire allo sguardo immensi orizzonti, e che invece non avevano dinanzi a sè che un cumulo di tugurî accavallati gli uni sugli altri, sucidi, poveri, cadenti, e una _fondamenta_ larga forse due braccia, spalleggiata da un muricciuolo sconnesso. E, di giorno, nulla in verità m’invitava ad affacciarmi alla finestra. Bisogna però convenire che la sera tutto cambiava d’aspetto. La scena si cingeva d’un’attrattiva misteriosa. Il tremolìo delle stelle nella sottile striscia di firmamento concessa alla vista dalle due file di case che correvano parallele lungo il canale, il silenzio dell’ora rotto soltanto dallo scivolar d’una gondola o dalla misurata cadenza di un passante invisibile che percorreva la _fondamenta_ o attraversava il ponte vicino, e di tratto in tratto ad una finestra un lume improvviso, una voce ripercossa da quella massa ciclopica di fabbricati, oppure, nelle sere di luna, uno sprazzo argentino sopra la vetriata d’un terzo piano, creavano un insieme che offriva largo pascolo alla fantasia. Oggi, signori miei, il gas ha tutto sciupato. Chi gusterà mai più la poesia notturna di un rio se un petulante fanale dichiara guerra alla luna e impedisce allo sguardo abbagliato di riposarsi nel mite chiaror delle stelle?
La mattina del 29 novembre 1807 era, benchè fossimo così innanzi nella stagione, mite e serena, e io potei starmene un paio d’ore nel terrazzino a godere del movimento insolito che regnava nel _rio_ e nella _fondamenta_ dirimpetto. (Non c’è bisogno di rammentare che noi Veneziani diamo il nome di _fondamenta_ alle strade che, fiancheggiate da un lato da case, hanno dall’altro lato un canale). Nelle prime ore vi fu un passaggio interminabile di barche, molte delle quali scoperte, bizzarramente ornate e piene d’uomini e di donne in vestito di gala; poi, fino al mezzogiorno, una furia di popolo che traversava il ponte e si dirigeva verso San Marco. Tre colpi di cannone tirati dal vascello ammiraglio e il suono a doppio delle campane della basilica di San Francesco della Vigna, di San Geremia e dei Frari, annunziarono, secondo l’avviso già pubblicato il 26 dal podestà Renier, il momento dell’imbarco delle autorità alla _Piazzetta_. Indi a poco la contrada si fece silenziosa e deserta. Ad affacciarsi alle finestre pareva di essere in una città incantata. Non il susurro d’un remo, non un passo d’uomo, non l’alito d’una mosca. Se qualche volto umano compariva dietro le vetrate delle case circostanti, era senza dubbio un volto pallido, malaticcio, di persona tenuta a forza lì dentro. Se ad ogni mezz’ora una figura si disegnava dietro il parapetto d’un ponte, era qualche vecchierella che non s’era sentito il coraggio di cacciarsi in mezzo alla folla, o che serbava fede all’antica Repubblica. Suonò il vespero, e alcuni colombi del vicinato mossero, secondo il solito, verso San Marco per recarsi all’usato balcone delle _Procuratie_ a ricevervi il pasto quotidiano, ma li vidi tornarsene indi a poco sgomenti e andar girando su per una cornice quasi tenendo consulta fra loro. Venezia era in quel giorno troppo distratta per pensare ai suoi colombi. Tolsi da un cassetto una ciambella, e sminuzzatala, aprii un momento la finestra e ne sparsi le bricciole sul terrazzino. Vennero a uno, a due, a tre, prima timidi e sospettosi, poi confidenti ed alacri, gemendo di quel loro gemito carezzevole che somiglia il murmure della marina, allungando il collo e alzando gli occhi per veder la mano che attraverso lo spiraglio dell’imposta socchiusa continuava a distribuire loro il nutrimento. Io ero rimasta mezzo appiattata dietro una tendina per non isgomentare i miei ospiti, ma essi parevan voler farmi animo affinchè io mi recassi tra loro, ed uscii. Alcuni spiccarono il volo, tornando però di lì a un istante, altri si sollevarono a mezz’ala fino al davanzale del poggiuolo, altri, ed erano i più, rimasero tranquillamente a piluccare lo bricciole non ancora consumate. Si schiuse una finestra dirimpetto; una giovinetta pallida pallida guardò quella scena curiosa, indi fece un cenno col capo e sparì. Dalla camera ov’ella si trovava s’intuonò una canzone, una delle nostre _vilote_ veneziane così soavi e patetiche. Era una voce di donna. Non poteva esser che quella della ragazza veduta testè, poichè era esile, stanca, come la sua personcina. Mi giunse agli orecchi una strofa:
Voi far far una ghirlanda Tutta rose da maschin, Vogio metterla da banda Fin che morta sarò mi.
Al canto tenne dietro qualche colpo di tosse. Indi la voce riprese:
Voi far far ’na cassa fonda Che ghe stemo drento in tre, Lo mio padre, la mia madre, Lo mio amore in brazzo a me.
Si fece silenzio. Mi portai la mano agli occhi e vi trovai una lagrima. Mi guardai attorno. I piccioni erano tutti scomparsi. Era forse per effetto della malinconia di quel canto? Sciocca! Avevano divorato sin all’ultimo bricciolo. Ecco la vera ragione della loro partenza.
Rientrai frettolosa nella stanza, chiudendo le imposte. Avevo la tristezza nell’anima, e il freddo nell’ossa. Il fuoco del camino era quasi spento e suonai il campanello perchè lo attizzassero. Entrò Giannina.
— O Giannina — diss’io — non sei andata in piazza?
— Con questa furia di gente? S’immagini se son gusti per me!
— Senti — ripresi — chi è quella ragazza che sta nella casa di fronte e ha l’aspetto così pallido e malaticcio?
— Ah! — rispos’ella — la Mariettina. Poveretta! Le è morto lo sposo in guerra nel giugno passato, e lei non seppe più darsene pace e s’è buttata in tisico.
— Sventurata fanciulla! — sclamai — E sarebbe stata bellina!
— Averla vista un anno fa! — soggiunse Giannina — Nessuno avrebbe certo pensato che le dovesse capitare una malattia simile.
Giannina si mise a soffiare nel fuoco. Io mi adagiai sopra una sedia a bracciuoli vicino al caminetto, guardando il bizzarro guizzo delle fiamme che correvano lungo i tizzoni. La breve giornata di novembre volgeva al suo termine, una nebbia sottile si calava lentamente per l’aria, e quasi quasi avrebbe convenuto accendere il lume, quando cominciò a farsi un po’ di moto. S’intesero nuovamente le artiglierie e le campane, poi a questi rumori lontani altri ne successero di più vicini. Cedetti alla curiosità, e, copertami alla meglio, tornai ad affacciarmi al terrazzo con Giannina. Qualche gondola cominciava a passar pel canale. Una fra le prime si fermò dinanzi all’approdo di una casa attigua alla nostra, e i barcajuoli dissero che i loro padroni erano scesi in _Piazzetta_ e li avevano rimandati. Due o tre finestre si aprirono; taluno si fece vedere al muricciolo della _fondamenta_.
— Dunque, Toni — disse uno sciancato, rivolgendosi a uno dei barcajuoli, che stava sparecchiando la gondola — Un grande spettacolo, non è vero?
— Sono domande da farsi! — rispose l’interrogato, che aveva una grande voglia di discorrere. — Una cosa simile non s’è veduta mai.
— Come? — esclamò una vecchia da un quarto piano — Neppure quando han fatto doge il Manin? Neppure quando il _Bucintoro_ andava alle nozze del mare? Neppure quando son venuti qui i Duchi del Nord? Andate lì, che siete giovani voi altri, e restate con tanto di bocca aperta per tutto. Ma quello che s’è visto da noi vecchi non tornerà più, statene certi....
— Oh la comare — disse beffeggiandola il barcajuolo, e guardando in su per cogliere la fisonomia della sua interlocutrice — io vi ripeto che se anche aveste gli anni di _Gerusalemme_ — voleva dire senza dubbio Matusalemme — non potreste raccontare nulla che fosse paragonabile a quello che racconteremo noi a’ nostri figliuoli.
— Lasciala cantare, lasciala cantare, Toni — soggiunse un altro ch’era sopraggiunto in quel momento — e tira innanzi. C’era un’infinità di gondole?
— Che bella novità! Non ne avreste trovata una disponibile a un _traghetto_ a pagarla a prezzo d’oro. Gondole, barche, _bissone, peote_, di tutto c’era. Una flotta....
— Già. E il freddo?
— Chi lo sentiva? Se le aveste viste le nostre gentildonne com’erano in fronzoli! Pareva che le fossero a un ballo. E per veder meglio volevano salir sulla prora o sulla poppa della gondola, e smessa la superbia, si appoggiavano a noi con tutta la persona, tanto da farci venir l’acquolina in bocca....
— Diamine! E i remi intanto?
— O che, li si poteva forse manovrare i remi! Parevano come inchiodati fra una gondola e l’altra, ed era già molto tenerli con una mano diritti come piuoli, tanto per far di tratto in tratto qualche movimento da mandare innanzi la _baracca_. Già, se si è giunti a Venezia, fu tutto merito della marea.
— Di’ su, di’ su, e quali erano le bissone più belle?
— Sì, che ho proprio voglia di fare una filastrocca lunga come una messa cantata. Ma non capite, benedetta gente, che non la finirebbe più? Certo la _peota_ del console di Spagna era fra quelle addobbate con maggior lusso. C’erano i gondolieri vestiti alla spagnola, e poi gli staffieri in piena gala, e a prora e a poppa le bandiere di Spagna e di _Teluria_....
— Asino! Che _Teluria?_ — saltò a dire il suo compagno, il quale aveva fino allora atteso solamente a collocar nell’androne gli arredi della gondola — Etruria dev’essere.
— Via, Etruria e Teluria è tutt’uno.
— Per me — soggiunse il secondo gondoliere salendo lentamente i gradini della riva — ho trovato più bella la _peota_ del Magistrato delle acque, e la _bissona_ dei Savi. E dove lasci poi quelle di ca’ Albrizzi, di ca’ Michiel, di ca’ Pisani, per tacer di tante altre?
— Ehi, Toni — gridò dal ponte un nuovo venuto — e l’Imperatore l’hai visto?
— Come vedo te. Egli era in piedi sulla sua _peota_, circondato da principi e da principesse, il Re e la Regina di Baviera, la principessa di Lucca, il principe Eugenio, o chi so io.
— E gli è piaciuto lo spettacolo?
— To! Come s’io gli avessi discorso. Ma, in verità, egli può essere il più gran principe della terra, che, se non gli piacesse la nostra laguna, sono pronto a dirgli in faccia che non capisce che cosa sia bello. D’ingressi trionfali egli ne ha fatti oramai in tanti paesi, ma Venezia, via, non ce n’è che una. Son cose che abbiamo visto le mille volte, ma quando lasciate da parte le isole, si entra nel bacino del Molo e si ha dinanzi tutta quella meraviglia della Riva degli Schiavoni, e le cupole di San Marco, e il palazzo ducale, e le due colonne di Marco e Todero, e il campanile, e la Zecca, e la Chiesa della Salute, e più in fondo le due torri dell’arsenale, non c’è altro da fare che mettersi in ginocchio e ringraziar Dio e la Madonna santissima che ci fece nascer veneziani.
— Quest’è vero, Toni — disse un’altra donnicciuola della parrocchia. — E figuratevi che quantità di gente vi sarà stata sulla Riva.
— Non se ne discorre neanche. E non solo sulla Riva la gente era pigiata come le acciughe in barile, ma alle finestre, sui ponti, sui campanili, sui cornicioni delle case, sui tetti, sugli alberi dei bastimenti. È un miracolo se non son nate disgrazie....
— Anzi, si dice che ce ne siano nate due — interpose un omaccione venuto in quel punto dalla piazza. — Dicono che sia caduto in acqua e non abbia potuto salvarsi un marinaio, che s’era spinto troppo avanti sulla prora del suo legno, e che da uno dei finestrini del campanile di San Francesco della Vigna sia precipitato un ragazzo, restando sul colpo.
— O che ci credete voi a queste storie? — interruppe l’ottimista Toni. — Son notizie false che mettono in giro i _patatuchi_ che ci voglion male.
Si udì nuovamente la voce stridula del quarto piano:
— Sta a vedere che ora non nasceranno più disgrazie, con sarà più permesso di rompersi il collo o le gambe!
— Taci, brutta strega — gridarono, guardando in alto, parecchi di quelli ch’erano colà radunati....
— Sì, sì, ma intanto la _polenta_ rincara, e rincarirà di più....
— Taci, che ti colga il malanno, uccellaccio di malaugurio....
La finestra si chiuse.
— O chi è quella sputasentenze? — chiesero alcuni.
— Non la conoscete? — risposero più voci. — È la Betta, la vedova del rigattiere. Aveva due figli coi Tedeschi, e le sono morti tutti e due in guerra. Perciò coi Francesi la non ci ha buon sangue.
— Poveraccia! Non ha poi tutto il torto — osservò una donna. E soggiunse: — Meno male che adesso non ci hanno più ad esser guerre.
— È naturale. L’Imperatore ha fatto metter giudizio a tutti. E ormai non c’è più nessuno che osi fiatare. Chi alza il capo suo danno.
— Così dev’essere.
— E anche al caro dei viveri — disse il gondoliere Toni, che non aveva potuto ancora mandar giù il pronostico della Betta — credete voi che l’Imperatore non saprà metterci rimedio? Come? Ha dettato la legge ai Re della terra e non saprà regolare il prezzo del pane e della polenta in modo che la povera gente possa campare? Aspettate un poco. A tutto in una volta non gli è dato provvedere, perchè in fin dei conti gli è un uomo anche lui, e un uomo, per grande che sia, non è Domeneddio, ma quando si sia messo in quiete, vedrete se non ci penserà, se non la farà finita con gli abusi!
— Toni ha ragione da vendere — gridarono molti ad un tempo. — Viva l’Imperatore!
— Viva! viva!
— Come cambiano i gusti! — osservò un venditore di mele cotte, che doveva esser filosofo e che portava al collo un recipiente di latta con la sua merce. — Prima si gridava _Viva San Marco_, poi _Viva la libertà_, più tardi _Viva l’Austria_, e ora finalmente si grida _Viva l’Imperatore_.
Questo discorso non fece effetto. Invece tutti si volsero da una parte donde veniva una voce fessa che domandava in tuono pieno di compunzione:
— E in chiesa gli è andato subito, non è vero?
Era una femminetta, notissima baciapile della parrocchia, la quale smoccolava il lumicino d’un capitello della Madonna infisso nel muro a piedi del ponte.
— Altro che subito! — le fu risposto da uno dei presenti. — Appena sceso in Piazzetta, vi corse difilato col suo seguito.
— Oh benedetto! E dicevano ch’egli era eresiarca!
— Già i preti per un _Te Deum_ più, un _Te Deum_ meno non patiscono indigestione — brontolò il venditore di mele. E si allontanò gridando a più riprese con cadenza uniforme: — _Pomi cotti! Chi vuol pomi cotti?_
Intanto s’era fatto bujo davvero. I due gondolieri diedero la buona notte ai loro interlocutori, e chiusero a catenacci il portone della riva su cui erano stati fino allora. Gli altri si dispersero gradatamente.
VII.
Dopo le cinque, arrivò la gondola di casa con Clara e mia madre. Essa era elegantissima come sempre, mostrava dieci anni meno della sua età, e la sua fisonomia acquistava in quella sera una speciale bellezza dall’animazione che vi era diffusa. Cambiò vestito in un attimo, e poi comparve in abbigliamento da casa nel salotto da pranzo, vispa, leggiadra, serena. Del nostro diverbio del giorno innanzi la non si ricordava nemmeno. Quante cose mi raccontò a tavola! A ogni momento si rivolgeva a mia sorella e dimandava: — Non è vero Clara? — Ma Clara era stanca e assonnata, e aveva appena la forza di rispondere di sì. La gondola nostra, mercè la bravura dei barcaiuoli, era stata sempre in ottima posizione, mia madre aveva visto davvicino l’Imperatore, aveva salutato tante conoscenze, ne aveva anche rannodato di quelle ormai cadute in disuso; tutta gente della _sua classe_ (voleva dir nobili), e molti le avevan chiesto di me, e dettole che pareva impossibile come una giovane della mia età e della mia fortuna si ostinasse a menare una vita così ritirata. Ma già, avevano soggiunto quei tali, non istaremo molto a trovarle noi un partito che le convenga. Bisogna farla diventare _dei nostri_.