Il quaderno della zia

Part 4

Chapter 43,694 wordsPublic domain

Egli non mi lasciò finire la frase, e con uno sforzo gagliardo alzò la testa dal capezzale, e piantandomi in viso due occhi fiammeggianti — Bada — esclamò — io ho ancora ore di vita che bastano a rifare il mio testamento. Sol che tu non muti proposito, chiamo oggi stesso il notaio e dispongo di tutto il mio a favore d’una pia fondazione. Passerò alla posterità per un grande filantropo, ma la casa che porta il mio nome sarà fra pochi anni nella miseria, e tu, tu sconsigliata che ripudii il benefizio non potrai assistere nè tua madre, nè tua sorella. Ah tu vorresti ch’io scioccamente prestassi mano a folli scialaqui, tu vorresti ch’io permettessi che ciò che fu accumulato dall’onesto lavoro servisse ad alimentar parassiti.... Senti, Maddalena, io rispetto in te la ragazza e la figlia, non costringermi a dire di più...

— Oh — proruppi piangendo — Siete pur crudele nella vostra generosità. Ma Clara, Clara, che conta poco più di nove anni, che colpa ha, che cosa vi ha fatto?

— Che colpa ha? Che cosa mi ha fatto? — diss’egli rapidamente e con un tuono che mi metteva i brividi addosso — Maddalena, non insistere, per quanto hai di più caro al mondo, non insistere. — Indi, mutando a un tratto l’inflessione della voce e l’atteggiamento della fisonomia, continuò con inusata dolcezza: — Clara, tu dici. Ha essa con le sue manine carezzato i miei capelli bianchi, come tu solevi dieci anni fa? Ha essa indovinato, come tu indovinasti, che, quantunque taciturno e severo, io avevo bisogno d’affetto come il fiore di rugiada? È ella venuta al pari di te nella mia biblioteca a cacciar la bionda testina fra i polverosi volumi, a sorridermi d’uno di quei sorrisi infantili che riscaldano come raggi di sole? Fu essa, come tu fosti, l’amica, la confidente, la discepola del mio Carlo, di colui nel quale io avevo riposto il mio orgoglio e le mie speranze? No, Maddalena, essa ha vissuto in un altro mondo, ha obbedito ad altre influenze. E tu pretenderesti che questo povero vecchio, sul punto di morire, la considerasse simile a te? Pur non credere, fanciulla mia, ch’io ti voglia figliuola snaturata e cattiva sorella. Quando l’imprevidenza avrà portato i suoi frutti, sarà allora il momento di stendere la mano soccorritrice, sarà allora il momento di esser generosa. Ma la tua generosità potrà ricondurre nella nostra casa la quiete e il decoro, la mia sarebbe oggi una complicità invereconda.

— Dio buono! Ma qual parte volete impormi? A vent’anni volete farmi arbitra e giudice?

— Io voglio farti — egli ripigliò solennemente — la vigile custode dell’onor del tuo nome. Chi potrebbe tener le tue veci...? Ah lo so ciò che intendi dirmi. La tua parola non avrà autorità. La tua presenza non basterà a nulla impedire.... Ebbene, checchè avvenga, quando sia colmo il calice delle umiliazioni, quando sentirai che questo tetto non deve più accoglierti, tu avrai almeno, retaggio supremo, la tua indipendenza. Rammentalo, ancora un anno, e la legge ti fa padrona di te.

Io piangevo.

— Piangi, piangi, figliuola mia — egli mi disse — chè il tuo cammino non è cosparso di rose. Inesperta della vita, tu resti sola in mezzo a fiere battaglie, ma gli esempi domestici t’insegnino che la grazia e la bontà a nulla valgono nella donna senza l’energia della lotta, come a nulla vale nell’uomo la rettitudine dell’animo senza il coraggio di smascherare le ipocrisie e di tagliare i nodi che non si sciolgono. No, Maddalena, la virtù vera non è quella che tutto sopporta e a tutto si piega. La tolleranza del male porta seco l’indifferenza del bene. Chi non sa armarsi d’un santo flagello per colpire l’iniquità non trova più sul labbro il sorriso che accoglie le cose belle, non trova nel petto la calma serena dei sentimenti gentili. Io posso dirtelo, o figliuola, io che l’ho provato in me stesso, io che ne fui testimone in altri. Quante esistenze non furono, più delle mie, bersagliate dalla fortuna! Pure se il mio volto fu di rado illuminato dalla gioia, se una cura assidua mi fu quasi sempre stampata sul fronte, quale credi tu che ne fosse la causa? Questa dolorosa certezza di aver più volte nella mia vita assistito come spettatore impassibile ai danni che con uno sforzo gagliardo avrei potuto riparare, di essermi sentito mancare nei momenti più solenni l’energia necessaria per porre ad effetto i generosi propositi. Ero giovanissimo, ero pieno della baldanza dei vent’anni, quando, in uno de’ miei primi viaggi a Parigi, vagando per un sito remoto e disabitato, vidi un ubriaco cader nella Senna. Corsi sul ciglione dell’argine donde l’infelice era scivolato. Il freddo dell’acqua l’aveva ridesto al senso del pericolo, il suo volto, pur dianzi spirante unicamente la stupida ebbrezza, s’era atteggiato allo spavento e alla disperazione. Avvertì la mia presenza, tese verso di me le sue mani convulse, mi domandò aiuto con grida strazianti. Io, nuotatore esperto, ero sul punto di slanciarmi nel fiume, ma esitai all’aspetto di quella corrente sì rapida, e, nel suo sordo muggito, sì minacciosa. Il tapinello scomparve, nè più venne a galla. Ripigliai il mio cammino contristato, arrossente di me medesimo. Avevo sempre dinanzi agli occhi quella fisonomia disfatta dal terrore, quelle mani protese, nè l’immagine potè più dileguarmisi dalla fantasia. E, da quel giorno, ogni volta che lasciai morire infecondo un buon pensiero, ogni volta che per mancanza di coraggio non feci intero il debito mio, la tetra visione mi si ripresentò paurosa e beffarda, e una voce insistente mi ripetè in fondo al cuore: Tu non sei un uomo!

Lo zio Baldassare andava accendendosi in volto con visibile esaltazione. Tentai calmarlo.

— No, no — egli rispose — non cercare inutili parole di conforto. Cerca piuttosto d’essere tu stessa quali non fummo nè tuo padre, nè io, quale era Carlo soltanto, Carlo che, oggi forse, se non lo coprisse la terra, spazzerebbe via le immondezze di casa nostra...

— Oh zio, mio padre, morendo, ha perdonato!

— Tuo padre era un santo — egli rispose — nè la virtù dei santi può chiedersi a tutti.

— Oh sono pure infelice! — sclamai, lasciando cadere il capo sulla sponda del letto.

— Coraggio, Maddalena — egli ripigliò con voce più dolce. — Forse brilleranno giorni migliori per te. Tu non sei bella, ma la virtù e la ricchezza ti chiameranno gli adoratori d’intorno. Però sii guardinga, fanciulla mia. Serbati a chi possa meritarti coll’ingegno operoso, coll’animo libero, sii un premio all’amore, non uno stimolo al capriccio. Diffida dei nomi sonori, diffida d’un’aristocrazia infracidita che forse vorrà sciogliere un poco del tuo oro nel suo sangue azzurro, ricordati che abbiamo i nostri antenati anche noi, quantunque non siano di quelli che si fanno effigiare nei medaglioni. Il tuo bisavolo paterno, o Maddalena, portava un ruvido cappotto di lana spesso stillante onda marina, il suo braccio non aveva maneggiato la spada, ma il timone ed il remo, le sue labbra non sapevano piegarsi a sdolcinature, ma sulla fronte ampia e severa gli si leggeva l’ardimento del marinaio che sfidò le tempeste, l’orgoglio dell’uomo che superò mille pericoli. Non dimenticare, o ragazza, queste tue origini, non arrossirne.

— Io arrossirne! Che dite mai? — proruppi rizzandomi in piedi con moto subitaneo.

— Il Cielo ti rimeriti di quella onesta fiamma di sdegno che ti lampeggia negli occhi — egli sclamò consolato. — Ed ora promettimi che tu rispetterai il mio testamento.... promettimelo.

Il tuono delle sue parole non ammetteva repliche. Chinai il capo assentendo.

Levò le scarne sue braccia, mi prese faticosamente la testa con ambo le mani, e appressata la mia fronte alle sue labbra, vi stampò un bacio. — Indi mi disse:

— Addio, Maddalena, il nostro colloquio è finito.

Mi tolsi di là cogli occhi inondati di pianto. Giunta alla soglia mi voltai nuovamente. Lo sguardo dell’infermo era sempre fisso sopra di me; pareva ch’egli volesse scolpire la mia immagine nelle pupille da cui fuggiva la luce. Esitai, fui sul punto di gettarmi io ginocchio a’ piedi del suo letto, d’intercedere grazia presso di lui per quelli che avevano amareggiato i suoi ultimi anni, ma egli mi arrestò con un gesto, e mi ripetè: — Addio, addio, a più tardi.

. . . . . . .

Tre giorni dopo, immobile dietro le vetrate della mia camera io vedevo sfilare il funebre corteo che accompagnava all’estrema dimora colui che, mancati mio fratello e mio padre, simboleggiava per me la famiglia.

Nella turba mercenaria che, camuffata in foggie strane, seguiva la bara con aste e gonfaloni, tra le femminuccie pettegole e i bimbi curiosi accorsi al gradito spettacolo, correvano intanto i comenti che io udivo, non avvertita.

— Le disgrazie vengono sempre a tre a tre — diceva gravemente una portatrice d’acqua alla sua vicina.

— Come a tre a tre? — domandava un’altra meno informata delle faccende di casa nostra. — Non son stati due i defunti? Prima il signor Antonio e poi il signor Baldassare?

— E il signor Carlo non lo mettete nel conto? Sapete, il figlio del primo letto del signor Antonio, quel bel giovinotto che partì sei o sette anni addietro e morì nel febbraio in guerra?

— Ah! è morto anche quello lì?

— Sicuro, non lo sapevate?

— Però, disse una vecchia zitella gran frequentatrice di chiese — il signor Baldassare aveva assai poca religione.... Dicono che non volesse nemmeno il prete.

— Gesumaria! che tempi! — esclamò la fruttajola della cantonata.

— E sapete — saltò su a dire un omaccione il quale aveva una voce sì grossa che gli era impossibile parlare adagio — che ha lasciato tutto il suo alla nipote?

— Cospetto! Quella lì diventa una bella signora.

— Ma! che fortuna! bisogna nascere con la camiciuola.

— Del resto, ei dev’esser stato un incubo pella famiglia quel signor Baldassare. Sempre così serio e taciturno. Il vero contrapposto di Sua Eccellenza Lucietta, tutta gaja ed affabile.

— Che angiolo è quella donna! Anche in questa occasione diede venti zecchini alla chiesa, e venti ne fece distribuire ai poveri.

— In fin dei conti, adesso la starà meglio anche lei. Era tanto sacrificata! —

Mi parve che fosse ora di metter termine a quel cinguettio, e sporsi un momento il capo dalla finestra.

Gli oratori parvero turbati assai e si dileguarono guardandosi in viso. Molti alzarono gli occhi verso di me e mi fecero un umile e profondo saluto. Una donna alzò il bambino per disotto le ascelle affinchè mi vedesse meglio. Avrei giurato ch’ella gli susurrava all’orecchio: — Vedi, quella giovane lì è la più ricca della parrocchia. Che fortuna!

Ero invidiata e mi sentivo tanto infelice. L’innocente allegria dei prim’anni era sfumata. Sfumate le speranze, retaggio prezioso della mia età. Scoloriti i cari volti, mute le domestiche voci che avevano popolato di sorrisi e di suoni la casa. Le persone così diverse d’indole, ma così concordi noi cingermi del loro amore, erano scomparse dalla terra. Prima di tutti il povero Angelo, cui già da dieci anni copriva la tomba, e ch’io avevo ognor presente allo spirito con quella sua fede cieca ne’ suoi principî, con quella sua schietta affezione per mia madre e per me. E, ora, nel corso di pochi mesi, mio fratello, mio padre, mio zio! Mio zio che mi aveva detto: _tu resti sola!_ Sola! Ma non viveva mia madre, ma non viveva Clara, la mia sorellina! Oh maledetto lo spettro che si era frapposto tra me e loro!

Ecco: mi sembra ancora udirlo il campanello che chiama alla colazione. Esco della mia camera, traverso la sala, guardo i vecchi medaglioni appesi alle muraglie (non v’è più Angiolo che si prenda cura di loro e ne levi la polvere e i regnateli!), guardo l’antico orologio di cui mi suonò all’orecchio fin da bambina l’uniforme _tic-tac_, ed entro nel nostro gajo tinello d’estate. La luce del sole, moderata dalle tendine verdi a larghi festoni, si riposa compiacente sui paesaggi a vivi colori onde sono dipinte lo pareti, e sui fiori e le frutta che adornano le soprapporte. Mia madre ha lasciato appena il suo telaio da ricamo, è vestita di mussolina nera, porta un monile di granate al collo bianchissimo, e un pajo di buccole pur di granato agli orecchi. Com’è bella, com’è giovane malgrado i suoi quarant’anni! Clara, anch’essa abbrunata, ripone in fretta la sua pupattola, dono del signor Venanzio. La mamma mi dà un bacio in fronte; io stento a non piangere vedendo preparata per tre quella tavola ove solevamo sedere in cinque. Seggo nondimeno al mio posto, ma non so portare un pezzo di pane alla bocca. Alla fine il dolore prorompe, e nascondendo il volto fra le mani, scoppio in singhiozzi.... È pur mia madre quella che mi tocca, che mi carezza, che mi conforta, sono i suoi capelli ch’io sento lambirmi le guancie e rasciugar le mie lagrime, è la sua voce che mi dice: — Su, Maddalena, fatti animo.

— Oh, mamma, mamma, eppure, malgrado tante disgrazie, noi potremmo ancora esser felici.

— Come? Parla, la mia figliuola, che vuoi ch’io faccia per te?

Le ho cinto il collo delle mia braccia, i miei occhi sono fissi nei suoi, mi pare che un vago senso d’inquietudine sia dipinto sul suo bel viso; m’è tuttavia impossibile di trattener la frase che ho già sulle labbra.

— Viviamo soli, mamma, voi, Clara ed io. Non dovremmo forse bastare a noi stessi? —

Ahi! La sua fronte si è annuvolata, ed ella cerca di svincolarsi dalla mia stretta.

— Va, tu se’ una cattiva e una visionaria — ella esclama allontanandosi alquanto. Indi con accento di dolore sentito: — Ah! mi hanno tolto il cuor di mia figlia!

— Non è vero, non è vero, mamma — io grido correndole appresso.... In quell’istante odo nella sala un suono di passi ben noti, mia madre si ricompone rapidamente, Clara muove verso l’uscio, ed ecco farsi innanzi lindo, azzimato, il signor Venanzio.

Le mie lagrime cessano di cadere, le parole mi s’impietrano sulle labbra, un tremito m’invade tutte le membra.

Il signor Venanzio è pure un uomo compito. Il suo abbigliamento è quale si addice a persona che viene a fare una visita di condoglianza, il suo volto è coperto da un velo di profonda mestizia; anche il suo passo di ballerino ha rimesso alquanto della sua elasticità, quasi per dimostrare che nemmeno le gambe sono in lui estranee al nobile sentimento della simpatia. Egli bacia la mano a mia madre, poi si china ed abbraccia Clara che gli è corsa incontro sollecita, e finalmente viene verso di me umile, ossequioso e compunto.

Il sangue mi sale al capo, e con un gesto imperioso: — Indietro! — grido — non mi parlale, non mi toccate. Voi siete la causa di tutti i guai della nostra famiglia. S’io fossi padrona, questa casa vi sarebbe chiusa per sempre. —

Mi beai un istante della sua confusione, assaporai la voluttà dell’offesa; indi, senza por mente a ciò che diceva mia madre, uscii della stanza.

Accoglimi nuovamente, o mia camera silenziosa. Qui, contemplando i rabeschi delle tue travi, gli stucchi delle tue pareti, ordirò la tela de’ miei pensieri. Io popolerò di cari fantasimi la tua solitudine, io ti farò il nido dell’anima mia. Tu ridimmi la calda, allegra parola che suonava sullo labbra di Carlo, quand’egli veniva, mattiniero, a svegliarmi; tu serbami i dolci lineamenti paterni, e le austere ma oneste sembianze di mio zio! Però fino a quando, o mia camera silenziosa, potremo noi vivere insieme, fino a quando potrò io accettare l’ospitalità di questo tetto profanato?

V.

Ma ormai non sarà fuori di proposito il dire qualche parola di più sul signor Venanzio. Chi era egli? Che cattiva stella l’aveva messo sul nostro cammino?

Nata di madre nobile e di padre appartenente a quella classe che i francesi intitolarono _terzo stato_, ho attribuito a questa disparità d’origine tra i miei genitori le principali amarezze della mia adolescenza e della mia gioventù; schieratami per tempissimo dalla parte di quegli ond’io portavo il nome, non ho mai amato l’aristocrazia. Pur non disconobbi ciò che in lei v’era di buono, non chiusi gli occhi allo splendore che le era rimasto in onta alla sua decadenza. La vidi spensierata, corrotta, con la mente ingombra da pregiudizi, scettica nei crocchi e bigotta nel confessionale, affabile con la plebaglia e disdegnosa con la media cittadinanza; pur quella corruzione di rado scendeva fino alla frode e all’intrigo; quell’imprevidenza si accompagnava sovente a una certa liberalità, a un bisogno di spargere intorno a sè l’allegria ed il benessere, quell’angustia d’idee non escludeva una vivacità sempre spontanea e talora piccante. In mezzo poi alla turba passava di tratto in tratto qualche veneranda e austera figura di gentiluomo, sulla cui fronte mesta e pensosa si confondevano il ricordo dell’antica grandezza e la coscienza dell’umile stato presente. Pochi di questi eletti avrebbero bastato a salvar dal disprezzo tutta una casta.

Non ho amato dunque l’aristocrazia, ma nemmeno l’odiai, nemmeno fui accesa verso di lei d’un cieco livore.

Ove ho portato tutta la mia potenza di odio e di sprezzo fu su quegli uomini, i quali, usciti della classe di mezzo che ha per blasone il lavoro, si avvinghiano alla nobiltà come piante parassite, rinunciano a ogni indipendenza di pensiero e d’azione, e cercano di confondersi seco, acquistandosene i titoli con la consuetudine e facendosi da lei perdonare l’abuso coi sorrisi compiacenti e con le blandizie servili. Uno di questi uomini era il signor Venanzio. Il padre di lui aveva goduto d’una certa riputazione come amministratore di alcune case patrizie. Non era legale, ma la gran pratica degli affari gli teneva luogo di studi, e molti dicevano che, quando si aveva lui per confidente, si poteva fare a meno d’avvocato. Il giovinetto Venanzio lo accompagnava di qua e di là, e poich’era piuttosto prestante della persona e aveva un cotal garbo di modi, gli si faceva dappertutto buon viso. Suo padre voleva iniziarlo nella sua professione, affinch’egli potesse essergli intanto d’ajuto e succedergli col tempo. Venanzio obbediva di malavoglia, ma era parimenti un prezioso alleato pel genitore, rendendosi caro prima alla parte infantile e poi alla parte femminina della nobiltà. Fanciullo, giuocava coi piccioli rampolli delle _Eccellenze_, si lasciava dar qualche scappellotto senz’aversene a male, e non faceva mai opposizione alle _penitenze_ che gli erano imposte dai futuri membri del Gran Consiglio e del Consiglio dei Dieci. Ai sedici o diciassett’anni cominciò ad entrare nelle buone grazie delle gentildonne sulla cinquantina; ai venti, osò voli più alti, e non dispiacque a meno appassite bellezze. Cinguettava un po’ francese, ballava con grazia e cantava in voce di falsetto. I servitori delle famiglie patrizie a poco a poco s’erano avvezzati a chiamarlo _Eccellenza_, e i barcajuoli dei _traghetti_, che lo vedevano sempre con una gentildonna o con l’altra, gli davano anch’essi il medesimo titolo. Quantunque il vecchio Agliucci si fosse accorto che il suo Venanzio cresceva egoista e doppio come le cipolle, egli non rifiniva di cantarne le lodi, tant’era lusingato dalle accoglienze che si facevano al suo figliuolo nella buona società. Egli morì, prima assai che cadesse la repubblica, e molto prima che io nascessi, dimodochè io parlo di lui soltanto per le relazioni che n’ebbi, non perchè l’avessi mai conosciuto. So che chiuse gli occhi tranquillo, sicuro che il suo erede manterrebbe la sua riputazione di valente e probo amministratore e di confidente dei nobili. Questa seconda parte del suo presagio si avverò ad esuberanza; non così la prima. Venanzio raccolse la clientela paterna, ma molti osarono dubitare della sua abilità, e taluno (ci son tanti maligni a questo mondo!) spinse l’audacia sino a non crederlo un fior di galantuomo. Su dieci de’ suoi amministrati, otto andavano in rovina in un pajo d’anni, ma egli aveva la fortuna che, in onta a tutto, la grande maggioranza dei corbellati non gli scemava punto la propria benevolenza. Non era un ragioniere come suo padre, ma vestiva così bene, era così officioso, e, nelle occasioni solenni, aveva sempre un brindisi pronto. Così campava discretamente, conduceva una vita elegante, e per le maniere e per l’abito c’era da scambiarlo con un gentiluomo. Tra le famiglie ch’ebbero la rara ventura di aver questa gioja per uomo d’affari, vi fu pure la famiglia di mia madre, Rezzinelli. Il mio nonno materno, per quanto m’assicuravano, lo teneva caro come la pupilla degli occhi suoi, e pur vedendo ogni giorno assottigliarsi il suo patrimonio, ripeteva sempre che non poteva esservi più brava e buona persona di questo signor Venanzio. Allorchè la mamma, sedicenne appena, uscì di convento, il vecchio Rezzinelli, che non aveva null’altro di suo tranne un palagio ipotecato, stette in forse se darla in isposa al nobiluomo Renier o all’Agliucci. Ma il nobiluomo Renier passava i sessanta, era sciancato e paralitico, e la mamma, bella come un amore, non volle saperne. L’Agliucci invece, pur sentendosi assai onorato dall’idea che un’Eccellenza non fosse alieno dal farlo suo genero, si schermì abilmente, locchè fu giudicato dal nonno come una prova di singolare modestia. Si presentò mio padre, vedovo con un figlio, ma ricchissimo e riputatissimo negoziante. Al momento non c’era di meglio; Venanzio stesso fece vedere al suo cliente che un partito simile non era da sprezzarsi, che il signor Lisari non pretendeva dote, che c’era il guajo della nascita plebea, ma che in casa la superiorità sarebbe stata della moglie, che nessuno avrebbe detto la signora Lisari, ma bensì avrebbero continuato a dire _Sua Eccellenza Rezzinelli_: onde il buon vecchio vinse le sue riluttanze, ammirò il disinteresse e l’abnegazione del suo Venanzio, e consentì a questa unione.

Visto sua figlia maritata e certo che non le mancherebbero i savi suggerimenti del suo beniamino, come avesse fornito il suo còmpito sulla terra, morì. L’Agliucci fu amico di casa...... e il resto si sa, o almeno s’immagina. Mio padre lo credeva dapprima sincero e leale, e quando s’avvide dell’inganno non ebbe più la forza di sbarazzarsene. E, in verità, sbarazzarsi del signor Venanzio era la cosa più difficile del mondo. Non v’era, in apparenza, uomo meno permaloso di lui, attribuiva le offese a effetto di cattivo temperamento o di cattiva digestione, e moveva incontro con dolce sorriso a quelli che non gli avevano risparmiato nè sfregi, nè ingiurie. Terribili avversari son questi a cui manca ogni dignità; credete di averla finita, e vi tocca sempre incominciare da capo. La scena, ch’io avevo fatto a quest’uomo spregevole il giorno dei funerali dello zio Baldassare, non aveva sortito alcun pratico risultamento. Ero io che mi ritiravo quando lo sentivo venire: ecco tutto. Così tirammo innanzi per qualche mese, mentr’io aspettavo con l’ansietà con cui il malato aspetta l’aurora, che si compisse il mio ventunesimo anno, e che la legge mi sciogliesse da ogni subordinazione.

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