Il perduto amore

Part 8

Chapter 83,904 wordsPublic domain

--Silvina, le dissi con dolcezza, tu non sai, non hai mai voluto sapere il bene che io ti voglio. Ma credimi: tu non hai e non avrai nella vita un amico più sincero, più fedele di me. Io ti amo teneramente, perchè sei la mia piccola sorella, perchè sei Silvina nostra; sei la più piccina, la più giovane. Se tu fossi in pericolo, io mi ucciderei per salvarti. Ora, ti supplico, sii sincera con me: non mi nascondi nulla? Non c'è assolutamente nulla fra te e quel giovane? Se sapessi a che cosa ci conducono talvolta i nostri sentimenti! Tutto ci sembra bello, buono, desiderabile, innocente. Ci lasciamo andare. Le illusioni ci trasportano. La prima mano che ci viene tesa, noi siamo sempre pronti a stringerla con effusione, a riconoscere una mano amica, una mano fraterna. Poi le illusioni crollano, e la realtà è ben triste. Tu potresti anche amare Silvio. Dopo tutto è un bel ragazzo, punto volgare; i sentimenti che egli esprime in questa lettera sono nobili, sebbene piuttosto vaghi, e romantici; a vederlo sembra un ragazzo di buona condizione, un signore, e potrebbe anche offrire ad una ragazza come te una vita agiata e felice. Ma che cosa ne sappiamo noi? Chi è, chi sarà poi questo Silvio?

Silvina, mentre io parlavo, era tutta intenta a intrecciare il nodo della sua cintura. Lo faceva e rifaceva continuamente, e sembrava, più che indifferente, estranea, alle mie parole.

--Tutte le tue supposizioni, disse poi tranquillamente, senza interrompere il lavoro delle sue dita, senza alzare gli occhi su me, sono inutili. Sia chi vuole. A me non importa.

Il fiocco della cintura era ben fatto, ed ella si alzò, e andò dinnanzi allo specchio a rimirarsi. Con piccoli tocchi delle dita, leggieri, aggraziati, precisi, ne volle perfezionare ancora la forma che era già abbastanza perfetta. Si specchiò di fronte, di fianco, di schiena, e specchiandosi disse:

--Io vi trovo semplicemente ridicoli, tutti e due: tu con i tuoi dubbi, lui con le sue dichiarazioni. Non ho bisogno di nessuno, io; nè di protettori, nè di innamorati. L'uomo che deve piacere a me non è forse nato ancora. Se dovessi innamorarmi di tutti quelli che mi guardano, ah! ah! Paris, credimi: dovrei esser morta già mille volte trafitta da mille occhiate!

Pronunciate queste parole Silvina si staccò dallo specchio, e senza neppure voltarsi a guardarmi, uscì dalla mia camera e si rinchiuse nella sua con due giri di chiave. Io rimasi un momento perplesso a guardare l'uscio per il quale se ne era andata, silenziosa a piedi scalzi; poi feci la lettera in mille pezzi e li gettai dalla finestra. Che infinito silenzio! Che infinito spazio! Poveri noi, piccoli uomini, fratelli, sorelle, amanti, gelosie, litigi, contrarietà, delusioni, attaccamento alle cose d'ogni giorno, limitazioni, divieti, paura della vita! Silvina nel vano della sua finestra, alla luce della luna, stava sciogliendo le sue trecce bionde, che a quel lume pallido eran d'oro pallido.

--Silvina, dissi sottovoce, ma abbastanza forte per essere udito da lei, guarda che meravigliosa notte, quale divina gioia sarebbe morire! Ma tu vivi, vivi felice, Silvina! Sii altrimenti felice!

Silvina ripiegò indietro il capo e i capelli le caddero sulle spalle; scrollò il capo e i capelli sciolti si agitarono e si sparpagliarono sulle sue spalle, circondandole il viso d'un nembo d'oro.

--Silvina! Silvina! esclamai, difendi la tua giovinezza, salva la tua innocenza! Perduti questi beni, notti simili a questa non se ne godono più con gioia...

Silvina chiuse le persiane, e scomparve. Fui riscosso dal passo di Battista nella stanza dell'ammalato. Lasciai la finestra e andai a vedere che cosa faceva Battista. Egli era curvo sul capezzale di Silvio, e versava dell'acqua in un bicchiere.

--Non si agiti così, diceva, le farà male. Beva piuttosto un sorso d'acqua, e cerchi di riposare ancora.

Ma egli non vedeva che Silvio, quantunque avesse gli occhi aperti, non era sveglio, e non comprendeva le sue parole, e forse nemmeno le udiva. I suoi occhi erano dilatati nel delirio; parole rotte e sconnesse uscivano dalla sua bocca. Erano:

--Amore... giuro sulla vita... vi ucciderò... fuggite fuggite...

Ad un tratto udii, udii distintamente che, come in un sospiro, disse:

--Silvina....

V.

Tre giorni dopo Silvio lasciò il letto e prese commiato da noi. Silvina uscì dalla sua camera proprio nel momento in cui Silvio baciava la mano a mia madre, e si mostrò per un attimo appena nell'arco della scala. Ma quell'attimo bastò a me ed a Silvio per vedere che ella portava una bella rosa rossa alla cintura. Io ne ebbi il cuore trafitto e, nella mia sconfinata stupidità, arrossii per lei di quel gesto. La notte seguente Silvina, mentre tutti dormivano, fece un piccolo involto delle cose sue più care, attraversò il frutteto e, per la piccola porta dell'orto dove Silvio la stava aspettando, se ne fuggì. La mattina mia madre andò come sempre a bussare all'uscio della sua camera. Entrò, trovò la camera vuota, il letto intatto. Io ritornavo allora dalla mia caccia d'insetti; avevo raccolto alcune «monachelle» verdi lungo la roggia: avevo visitato il mio formicaio. Ero lontano mille miglia dalla mia vita, la testa piena di strane idee sulla potenza della natura che governa l'universo intero con una legge sola, e fece l'insetto e l'uomo allo stesso modo, Daria e la mantide assolutamente simili; l'una dotata di occhi dolcissimi, di una bocca soave, d'una carne diafana e profumata, d'una intelligenza sottile per sedurre i maschi della sua specie; l'altra tutta colorata del più tenero verde, con ali meravigliosamente trasparenti ed iridate, e d'aspetto così pio da ingannare non soltanto gli insetti, ma gli uomini, che la chiamano «monachella» anzichè chiamarla «pantera». Prega, prega sempre la «monachella» con le braccia congiunte, il collo torto, i grandi occhi ipocriti levati al cielo. Sembra che non faccia che sospirare avemarie. Verso la fine di agosto, quando cadono più stelle dal cielo che dal susino susine mature, e il ciuffolotto per la selva vede con gioia arrossire i corbezzoli, ecco un giovine mantide innamorato dell'amore che, dopo aver molto girovagato qua e là per le insalate, vede alfine all'ombra d'una foglia di zucca, sul bordo del ruscello, la creatura dei suoi sogni lungamente desiderata, sospirata con spasimo. Divina creatura! Una Beatrice. Assorta nella mistica visione del paradiso, ella è l'immagine viva della sorella-amante, la purissima, la pietosa, la consolatrice. Ed ecco, per attrarre sopra di sè misero i suoi sguardi sublimi, il mantide apre le ali variopinte e le agita, le fa vibrare di delicate armonie, finchè gli sembra che gli occhi di lei ora confondano in un unico sguardo l'immagine lontanissima di Dio e la sua persona presente. Legge un invito amoroso in quell'affascinante sguardo, e, tremando, le si avvicina e l'abbraccia sospirando:--Mia! Finalmente mia! Questo innamorato è un bel maschio agile, vigoroso, ardente. Passano ore lente d'ebbrezza. Beatrice lo tiene stretto come in una dolce catena; egli si abbandona felice. Poi Beatrice lo prega languida:--Dammi la tua nuca che io la divori di baci! Egli le offre la nuca, e Beatrice gliela morde, ed egli le sospira:--Uccidimi! Uccidimi! Non vorrebbe veramente morire. Vorrebbe poter desiderare così la morte per tutta la vita, stretto in quel delirante abbraccio. Ma la pia «monachella» lo ha già morso, e prima che egli abbia potuto ripetere:--Deh! Uccidimi!--è già morto, e ora Beatrice, incominciando dal collo, giù giù tutto se lo divora, finchè non rimarranno che le ali, le belle ali con le quali egli s'illuse di conquistarla, le belle ali che scoloriranno al sole come petali caduti ad un fiore.

Pensavo appunto che gli uomini avevano dovuto circondare l'amore di molte idealità per non vedere l'istinto crudele che lo produce e lo domina, quando m'incontrai con mia madre che scendeva le scale in gran fretta, pallida, gli occhi pieni di lacrime, chiamando con voce angosciata Adalgisa, Marta, Battista, Maria.

--Oh, Paris, Paris, esclamò abbracciandomi. Dov'è Silvina? Dove, dove è andata? Paris, Paris non mi lasciare anche tu...

Ogni ricerca fu vana. A forza d'interrogare quanti passavano dinnanzi alla nostra casa, si seppe di uno che l'aveva veduta uscire a notte dalla porticina del frutteto, di un altro che si era imbattuto, sulla via maestra, in una carrozza a due cavalli dove stava Silvina in compagnia di un giovane dalla fronte bendata. Allora dovetti raccontare a mia madre e a mio padre quanto sapevo di quella fuga, la storia della lettera trovata nel corridoio e il mio dialogo con Silvina. Mio padre montò in furore e minacciò di spianare il mondo. Ma si ridusse a piangere come un bambino e da quel giorno non fu più l'uomo sereno e gioviale di un tempo. Mia madre anche pianse, e pregò molto devotamente, come se Silvina fosse morta ed ella volesse raccomandarla alla clemenza di Dio. Poi incominciò a sbiancarsi, a spegnersi a poco a poco sotto i nostri occhi, consumata da quel dolore.

Silvio portò Silvina a vivere in città. Egli non aveva più nè cavalli nè carrozze nè denari per comprarsi dei begli abiti di non comune eleganza. Aveva fatto anche lui alla svelta un piccolo fagotto delle cose sue più care, e aveva lasciato padre e madre tristi e soli ad aspettare che la vita gli insegnasse a rinsavire. Era tutto felice di aver sacrificato ogni cosa all'amore per Silvina, come se il fatto di aver sposato con tanto slancio la povertà, fosse il degno complemento del fatto principale: d'avere cioè sposato Silvina a modo suo, rubandola alla sua propria casa contro tutte le regole che inceppano ancora in questo secolo la libertà dell'amore. Silvio era molto giovane; non aveva che ventitre anni. Egli condusse Silvina ad abitare al settimo piano di una casa di operai, in una piccola stanza illuminata da un abbaino, che aveva come giardino un bellissimo vaso di garofani rossi e una scatola di legno con una pianticella di salvia. Affacciandosi a quell'abbaino, si poteva dire di avere l'intera città ai propri piedi, perchè non c'era tetto che lo superasse, e, per uno spazio immenso, era tutto un mare rotto e fumoso di tegole, di antenne, di comignoli, disteso da ogni lato. Silvio celebrava molto la bellezza di quell'abbaino, e, il suo primo pensiero, quando al mattino apriva gli occhi svegliato dal sole, era quello di precipitarsi a spalancarne le imposte, gridando:--Libertà, libertà, che è sì cara!

Silvina che dormiva ancora, si destava a quel grido, e allora Silvio correva ad abbracciarla; poi rovesciava il lenzuolo e così, solo coperta dalla sua camicina, la conduceva dinnanzi all'abbaino, e mostrandole la distesa dei tetti che non finivano mai, le cupole alte delle chiese, le cupole basse dei teatri, i comignoli fumanti delle officine, tutta la città immersa nel sole alto d'agosto:

--Silvina, Silvina, le diceva, amor mio, vedi, tutto ciò ci appartiene! Chi è più ricco di noi?

E Silvina guardava con gli occhi abbarbagliati dalla gran luce il vasto dominio di Silvio, e posando il capo sulla sua spalla:

--Silvio, diceva, come erano belli quei fazzoletti di seta colorata di tanti colori che vedemmo l'altrieri! Brutto cattivo! Non ti ricordi che uno, uno almeno, me lo avevi promesso?

E Silvio rispondeva:--Oh, è vero! Che smemorato! Oggi, oggi certamente me ne ricorderò.

Silvio correva la città tutto il giorno, sotto il sole torrido, offrendo a chi volesse comprarla, anche per poco, la sua divina libertà.--Sono libero, diceva, sono libero come l'aria. Pochi uomini sono liberi come me. Io non ho falsi orgogli da difendere, scrupoli da osservare. Sono giovane, sono intelligente, pieno di volontà. Prendetemi, utilizzatemi, fatemi fare ciò che volete. Non c'è lavoro che non sia buono e onorevole per me. Dove troverete un altro che possa dirvi altrettanto? E tutti lo abbracciavano, gli battevano benevolmente la mano sulle spalle, e dicevano di lui:--Che bravo, che caro ragazzo! Silvio si sedeva sul bordo d'una fontana all'ombra di un tiglio, e contava i pochi soldi che gli rimanevano. Il gruzzolo scemava ogni giorno, ma c'era ancora posto per una mezza dozzina di fazzoletti di seta. Del resto poteva Silvina rimanere senza fazzoletti di seta? Avrebbe egli voluto vedere Silvina asciugarsi le labbra con fazzoletti che non fossero di seta morbida e profumata? Le delicate labbra di Silvina, ch'egli sciupava con i suoi baci ardenti, dalle quali beveva a lunghi sorsi la felicità, che, sorridendo, lo incantavano, e quand'erano tristi lo riempivano di paura? Ed egli si decideva finalmente al gran passo, sceglieva sei colorati e leggieri fazzoletti di seta, e, rientrando in casa, baciava Silvina sulla bocca, le mordeva il labbruzzo, e poichè ella diceva: Ahi! egli con uno di quei fazzoletti nuovi, morbidi e profumati, le medicava il dolore, ridendo felice.

--Ecco, ecco, la medicina! esclamava. Vedi che oggi non me ne sono dimenticato!

Silvina guardava attentamente uno per uno i sei fazzoletti e li contava.

--Mi darai un bacio, ora?

Ed ella gli dava un bacino sulla gota, e diceva:--Peccato! Sei fazzoletti non dureranno molto...

Silvio l'attirava a sè, le copriva il viso di baci, e raccontava ciò che aveva fatto, veduto, e detto in città.

--Ah! esclamava, tutti mi vogliono un gran bene. Vedi che cosa significa essere poveri, essere veramente liberi? Non c'è uno che ti consideri come un nemico, o che pensi di attraversarti la via, o che diffidi di te. Al contrario tutti sono pronti ad aiutarti, a darti una mano perché tu possa riuscire....

Guardava intorno le miserabili suppellettili della loro stanza, e soggiungeva:

--Certo questa stanza è troppo misera, troppo nuda. Se non avesse quell'abbaino dal quale si domina tutta quanta la città, sarebbe troppo triste vivere qui. Ma noi potremo cambiare questi mobili, sostituirli con altri meno rovinati e sudici, oppure cercare un'altra stanza, con una veduta anche più bella di questa. Quanto a me, purchè tu mi voglia bene, sarò in ogni modo felice!

Silvina si alzava senza parlare, posava i fazzoletti sul cassettone, e si buttava supina sul letto. Là, con le mani annodate sul capo, contemplava i travi del soffitto imbiancati di calce, seguendo il paziente lavoro che i ragni facevano tra l'uno e l'altro. Allora Silvio andava a sedersi accanto a lei, le prendeva il viso tra le mani e guardandola teneramente:

--Silvina, amor mio, sussurrava, mi vuoi bene? Non sei mica stanca già di me? Non sei mica annoiata? Se tu sapessi come ti amo, come ti adoro! Tutte le altre donne non esistono più per me; è come se non esistessi che tu sola.

Silvina staccava gli occhi dal soffitto, li fissava su lui, lo guardava a lungo, in silenzio.

--Che cosa mi dici con quei tuoi occhi di cielo? le domandava Silvio allora baciandoglieli lievemente. Occhi tutta trasparenza, tutto azzurro! Se non ci intendessimo tra noi, miei cari occhi, questa Silvina cattiva non direbbe mai di amarmi! Ma voi dite:--Ti amiamo, povero Silvio, ti amiamo tanto!--e io sono felice. Non è vero che parlano così i tuoi occhi?

E Silvina assentiva con una piccola mossa del capo, e riattaccava i suoi occhi al soffitto.

Allora Silvio si distendeva accanto a lei, posava la testa sul guanciale, avvicinava la gota alla sua gota, e rimaneva in silenzio a respirare il profumo dei capelli d'oro di Silvina, della sua pelle bianca e liscia, dei suoi abiti che ancora odoravano dello spigo che la mamma distribuiva ogni anno nei guardarobe. E così, preso da una vaga malinconia, egli meditava ad una ad una le sue illusioni, l'amore di Silvina, la gioia della povertà, la benevolenza degli uomini, l'avvenire radioso che lo avrebbe compensato ad usura della fede coraggiosa ed ardente con la quale aveva affrontato un destino incerto, e sopportava ora le difficoltà di quell'avviamento alla vita. L'aria imbruniva, e le pianticelle del garofano e della salvia nel vano dell'abbaino diventavano due neri bizzarri arabeschi contro il cielo viola; le rondini in frotte passavano e ripassavano nel rettangolo pallido, salutando con lunghi squilli il sole morente, e le voci lontanissime che salivano dalla strada parevano anch'esse attutite da quell'ombra morbida che circondava ogni cosa. Allora con il cuore traboccante di tristezza Silvio stringeva a sè Silvina, e, impadronendosi della sua bocca, con voce singhiozzante mormorava: Mia! Mia! e non se ne distaccava più, finchè non la sentiva morire fra le sue braccia.

VI.

Io ho spesso orrore di questa crudele passione che mi trascina a risuscitare dal mio passato tante immagini dolorose, e rimescolare tanta tristezza, tanto fango, tanta miseria di cui la sorte volle contaminare le cose più pure, le più sante, le più care della mia vita. Io credo d'essere malato, un poco toccato forse, perchè il piacere che mi dà questo fantasticare so bene che non è cosa naturale, ma è il prodotto di un vizioso pervertimento della ragione, un male che confina con la pazzia. Infatti chi può godere a riaprire con le proprie mani una ferita già chiusa, e a spargerla poi d'aceto perchè il dolore straziante mai non si plachi un momento? Io non ho nessuna colpa da espiare, non posso desiderare la tortura per rigenerarmi, e questa mia crudeltà se si rivolge contro me stesso è ingiusta e vana, ed è triste se si rivolge contro coloro di cui parlo. No: le creature che più ho amato, in cui più confidavo, non hanno saputo darmi alcun bene. Erano per me la personificazione della gioia, della purità, della bellezza, e hanno creato dolore, vergogna, bruttura. Pure esse hanno seguito il loro destino, che era infame così come era disgraziato il mio.

Mia sorella Silvina (è di lei che parlo, di lei piccola sorella mia, triste immagine di mia madre, triste immagine di me stesso) passava la massima parte delle sue giornate nell'inerzia più vuota ad aspettare Silvio. Amava Silvio, Silvina? Voglio credere che lo amasse. Ella si lasciava accarezzare da lui. Era timida, sottomessa, paziente. Come avrebbe potuto essere così docile, così mite, se non lo avesse amato? Silvina amava Silvio, perchè Silvio in ogni suo pensiero, in ogni sua parola, poneva Silvina ad una grande altezza sopra tutte le cose, incominciando da sè stesso, che non si stancava mai di umiliare dinnanzi a lei.

--Il mio posto, le diceva, è ai tuoi piedi. Ti vedo come sopra un trono, tu regina, io tuo schiavo. E le diceva:--Come sei bella, Silvina! Che capelli morbidi, fluidi, dorati! E sono miei, soltanto miei! Io solo li tocco, io solo vi affondo le mani, li sento scorrere tra le mie dita, li accarezzo, li bacio! E le diceva anche:--Come ammiro, Silvina, la forza del tuo carattere, il tuo coraggio, la tua volontà, la chiarezza dei tuoi pensieri! Non sai quanto le altre donne siano deboli, timorose, volubili, sciocche? E infine le diceva:--Tu mi guiderai ed io ti seguirò, sarò la tua forza materiale, quella che manca alla grazia del tuo corpo, alla fragilità del tuo sesso....

E Silvina lo stimava un uomo debole, ma dotato d'una intelligenza superiore. Lo trovava bello, pieno di delicate premure, modesto, e cieco d'amore per lei. Ma le ore erano lente a passare, e Silvina aspettava con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto lasciare quella miserabile stanza, in quella miserabile casa, la compagnia insoffribile di quelle masserizie troppo usate, troppo umili, quella grigia uggiosa veduta di coperchi di case, quella distesa di tetti tutti uguali che Silvio invano cercava di abbellire con la sua fervida immaginazione. Ella non osava affrettare questo giorno tanto desiderato, perchè voleva potersi vantare poi di aver fermamente sopportato, per amore, giorni tristi, ore difficili e lamentevoli, il pericolo d'una esistenza scolorita, tutta solitudine, malinconia, rinunzie, privazioni, e persino lo spettro sinistro della miseria e della fame. Bisognava essere un'eroina per affrontare simili eventi, e Silvina se ne vantava già in cuor suo, e pensava che Silvio poteva bene gloriarsi di lei, perchè non tutte le donne sarebbero state capaci di tanto. Per consolarsi, per consolarsi un poco, e anche per piacergli sempre più, per non perdere nulla del suo fascino, ella si pettinava con cura; si incipriava bene bene, si cambiava sempre quei due abiti che aveva portati con sè e si metteva al collo la collana con lo smeraldo che Silvio trovava bellissima. Così, come faceva in casa nostra, anche lassù al settimo piano di quella casa, Silvina passava lunghe ore allo specchio, e sognava gioielli e vesti splendide, con scollature e strascichi, ventagli di piume magnifiche, e nei capelli un diadema.

Il padre e la madre di Silvio erano molto ricchi e non avevano altro figlio che lui. Essi possedevano una grande villa con un grandissimo parco alle porte della città; avevano carrozze, cavalli, servitori in gran numero, ed erano anche molto vecchi. Silvio avrebbe cercato di lavorare, poi si sarebbe stancato. Si sarebbe stancato di quella vita miserabile, di abitare al settimo piano d'una brutta casa, di mangiare poco e mai cose ghiotte, di addormentarsi al lume di una candela, di andare in giro con abiti consumati, e infine di sciupare così la bellezza di Silvina sua, senza che potesse risplendere in alcun modo. Allora le sue manie di libertà, d'indipendenza, sarebbero svanite, ed egli avrebbe pensato di riavvicinarsi alla sua famiglia, avrebbe scritto una lunga lettera al suo signor padre, nella quale gli avrebbe chiesto perdono e si sarebbe esteso assai nel celebrare la grazia, la beltà, la fine educazione, il nobile animo e l'amore di Silvina, pregandolo in ultimo di accoglierla come figlia in casa sua e di benedire la loro felice unione. Poi pensava, Silvina, che Silvio le aveva dipinto suo padre come un uomo di vecchio stampo, rigido nei suoi principi, autoritario e violento... Allora la sua fantasia prendeva il volo per cieli meno sereni, e con freddo cinismo immaginava che, essendo tanto vecchi, il padre e la madre di Silvio avrebbero potuto presto morire, forse erano già morti; la loro carrozza avrebbe potuto rovesciarsi nel fiume mentre facevano la loro passeggiata la sera, o dei ladri, aggredendoli nel parco, avrebbero potuto ucciderli; e così, ogni ostacolo sarebbe scomparso d'un tratto, ed ella, con Silvio, sarebbero andati ad abitare in quella bella villa, avrebbero avuto quelle belle carrozze e quei bei cavalli, tutti quei servitori, e di tutto quanto la padrona era lei.

Ma Silvio, per mezzo di una vecchia nutrice, aveva potuto sottrarre da casa sua alcuni oggetti preziosi suoi personali che nella fretta di fuggire non era riuscito a portare con sè. Rimpinguò così il suo tesoro, che già era esausto, e riprese coraggio nella fiducia incrollabile che l'aiuto da tutti promesso con tanto slancio sarebbe infine venuto a rischiarargli durevolmente la via. Erano già tre mesi che Silvio e Silvina vivevano insieme. Egli s'era fatti alcuni amici, non si sa dove pescati, poichè veramente Silvio non frequentava nessuna speciale categoria di persone, ma tutta gente che incontrava per caso nel suo continuo peregrinare in cerca di lavoro. Egli passava la maggior parte del suo tempo, quando non era con Silvina, da un caffè all'altro, e con pretesti d'ogni genere cercava di entrare in discorso con i suoi vicini di tavolino, interloquiva non richiesto della sua opinione nelle dispute più disparate; sempre nell'intento di dichiarare l'esser suo, di richiamare sopra di sè l'attenzione della fortuna, che può presentarsi sotto l'aspetto di una bella matrona con gli occhi bendati e in equilibrio sopra una ruota, ma può anche assumere le meno classiche sembianze di un commesso viaggiatore, di un diplomatico a riposo, di un vecchio signore vestito a lutto o di un avvocato molto versato in politica. E a tutti diceva alla fine, conducendo abilmente ogni conversazione a quel punto ch'egli non perdeva mai di vista: