Part 6
Anche Porfirio guardava, appoggiato a una mezza botte, certi pescatori che risciacquavano le loro reti tutte piene d'erbe marine, e, vedendole gocciolare contro il sole d'oro, pensava quanto egli sarebbe stato ricco e felice se avesse conosciuto il segreto per trasformare quelle gocciole iridescenti in tante belle pietre preziose. Ma nel suo sacco, che stava posato floscio ai suoi piedi, non c'erano che stracci e un vecchio orologio a pendolo che da un pezzo aveva cessato di segnare il tempo. Anche Porfirio era vecchio come quell'orologio, e il suo cuore aveva da un pezzo cessato di battere al semplice richiamo delle illusioni. Era stato giovane come tutti gli uomini, e anche lui aveva avuto i suoi sogni. Ma quanto quei giorni felici erano ormai lontani! C'è chi sogna una donna amata, c'è chi sogna la gloria, c'è chi sogna la ricchezza, tesori nascosti, colpi di fortuna, eredità favolose, affari indovinati. Il sogno costante di Porfirio, durante tutta la sua vita, finchè la vecchiaia non aveva steso un velo opaco sulla sua immaginazione, era stato quello di trovare a un angolo di strada, camminando camminando, come faceva lui, da mattina a sera, di porta in porta, con il suo sacco in spalla e gli occhi bassi, qualche cosa di molto prezioso, che non gli costasse assolutamente nulla, perchè era roba trovata, e che, rivendendola, egli potesse ricavarne tutto guadagno.
Fra sè, il vecchio meditava sulla sua sfortuna, mentre quei pescatori, risciacquando le loro reti, pescavano le false gemme del mare. Il suo tubino calato sulla fronte, il naso arcigno, la pipa corta spenta fra i denti, la barba bianchiccia che gli pioveva giù dal mento sulla vecchia palandrana verde, stava fermo come una statua, incantato dalle magiche luci che saltavano sull'acqua. Ma quando alfine si riscosse, come se improvvisamente al vecchio orologio chiuso nel suo sacco fosse scoccata l'ora fatale, i suoi occhi furono attratti da ben altra visione. Accanto a lui era posata a secco una barca, mezzo rovesciata, con larghi squarci nel ventre e tutta spalmata di nero catrame. Ma di sotto quella barca spuntavano due piccole mani di bambina che giocavano con una pietra verde, simile a una di quelle scheggie di vetro verde, levigate dal mare, che si raccolgono lungo le spiagge. Senonchè quella pietra sprigionava lampi meravigliosi, come avrebbe fatto un vero smeraldo, tanto che al confronto l'acqua verde del mare pareva pallida e opaca.--Vecchia sgualdrina, pensò Porfirio indirizzandosi alla fortuna, quando finirai di tentarmi con i tuoi falsi miraggi? E, dato di piglio al sacco, sputò e fece due passi per andarsene lontano da quel luogo pieno di supplizi.
* * *
Ma, fatti due passi, Porfirio si voltò. Egli non sapeva distaccarsi di là nel dubbio che quel falso smeraldo potesse essere invece uno smeraldo vero. Quanti non tradirono così la fortuna, proprio per averla disprezzata quell'unica volta ch'essa era realmente a portata della loro mano! E Porfirio, perplesso, non sapeva distogliere gli occhi da quella pietra verde che ora, posata sopra un sasso, splendeva ferma al sole; e avrebbe pagato non si sa quanto per sapere con certezza se era un pezzo di vetro verde oppure un vero smeraldo.
Egle intanto era già stanca di quella collana; già non le piaceva più. Poichè certo quella collana, con quella pietra così verde, era una bella collana; ma il nastro d'oro di Rosina era pure un bel nastro; e, come nastro, era senza dubbio tanto bello quanto la sua collana. Egle sarebbe stata mille volte più felice se invece della collana avesse potuto mostrare a Rosina un nastro dorato che fosse più bello del suo. Allora certamente Rosina sarebbe stata umiliata e non avrebbe più portato il nastro di Andromaco come se fosse il più bel nastro dell'universo.
Quando Porfirio, apparendo improvvisamente di dietro la barca, si fermò dinnanzi a lei, e le domandò:--Bambina, che cos'è quella pietra verde che ci giuochi? Egle lo guardò senza paura e rispose:--È una collana, non la vedi? E quando Porfirio, con la voce più buona del mondo e sorridendo amorevole, le disse:--Ah! come faccio a vederla se sono mezzo cieco? Dammela un momento che guardo che razza di vetro è quello...--Egle gliela porse tranquillamente, e si mise a grattar la terra con un sasso.
Porfirio accostò gli occhi allo smeraldo e lo scrutò per ogni verso, lo palpò col polpastrello di ogni dito, lo pesò sul palmo della mano e si mise a ridere.--Scommetto, disse, che l'hai pagato più di quattro soldi. Egle lo guardò con disprezzo e rispose pronta:--Quattro soldi? Più di venti, ne costa...--Per Dio! esclamò Porfirio, più di venti soldi? Se erano soltanto quindici, te lo ricompravo io.
Egle abbassò il capo. Quindici soldi! Forse con quindici soldi, forse anche soltanto con dieci, avrebbe potuto comprare un bel pezzo di nastro d'oro, più bello, più largo, più ricco del nastro che Andromaco aveva regalato a Rosina. Nella vetrina d'una bottega di merciaio, ne aveva veduti dei gomitoli immensi, tutti d'oro, oppure d'oro e argento intrecciati, che erano nastri non mai veduti altrove. Quindici soldi valevano forse quindici volte più di quella collana, che non aveva di bello se non quella pietra verde!
Porfirio sentiva il suo vecchio cuore scoppiare, e di sotto il tubino nero gli gocciolava sulla fronte un sudor freddo. Quello era proprio un vero smeraldo. Ma come la fortuna gli si mostrava fino all'ultimo avara! Quella stupida bambina lo aveva certamente trovato per via, e mentiva quando diceva d'averlo pagato più di venti soldi. Ma lui, Porfirio, nella migliore ipotesi, per averlo, avrebbe ora dovuto pagare almeno quindici soldi, anche se la bambina non ne avesse pretesi ad ogni costo venti. E così la sua gioia non sarebbe stata neppure quella volta piena ed intera.
Allora Porfirio afferrò il suo sacco per il collo, lo squassò e lo sbatacchiò per terra. Il vecchio orologio, risvegliato da quell'imprevisto sconquasso, digrignò i denti di tutte le sue ruote arrugginite e incominciò a battere come un tamburo. E Porfirio, spalancando gli occhi e soffiandosi furiosamente nella barba, disse con voce cupa:
--Bambina, lo vedi questo sacco? Lo senti questo tamburo che suona là in fondo? Questo è il sacco nero dove sta chiuso l'uomo nero, e questo tamburo è la pancia dell'uomo nero che ha fame di bambine vanitose e cattive che portano collane con una pietra verde. Ora guardalo che salta fuori e ti si mangia tutta in un boccone!
Quando Porfirio ebbe pronunciate queste spaventose parole, l'orologio nel sacco, stanco, si era già riaddormentato. Ma Egle coi capelli ritti fuggiva ancora gridando:--Mamma, mamma! e Porfirio non la rivide mai più.
* * *
Porfirio aveva la sua bottega in un vicolo triste dove non risplendeva mai raggio di sole. Era una stanzina umida piena di luridi stracci, di vecchi orologi, di scarpe sfondate, di ferramenta rugginose e di bottiglie vuote. Una bilancia stava appesa a un chiodo. In fondo, tra gli altri stracci, c'erano quelli che gli servivano da letto. Quando Porfirio si fu chiuso nella sua bottega e, acceso un moccolo di candela, aprì finalmente le dita che stringevano la bella collana di Daria, sembrò al vecchio che quelle nere pareti, tutte coperte di ragnatele, si illuminassero di una luce stupenda, come se per il tetto scoperchiato vi fosse piovuta dentro la luna in una notte serena. Ora egli poteva godere liberamente di quello splendore magico, inebbriarsene, e magari piangere di contentezza al pensiero che quello smeraldo era suo, assolutamente suo, e che non gli costava nemmeno un soldo. Sentiva, Porfirio, di non aver vissuto invano tanti anni ingrati a vuotare i guardarobe dei poveri, a frugare nelle immondezze, a raccogliere i rifiuti dei morti, se poi, in fondo a tanta miseria, doveva splendere per lui quello smeraldo meraviglioso che vinceva in fulgore la luce stessa del sole. Dio l'aveva infine premiato!
Porfirio non volle mostrarsi da meno del suo sublime benefattore, e quando il pensiero della Divina Provvidenza balenò alla sua mente eccitata, subito egli cadde in ginocchio; e senza staccare gli occhi dallo smeraldo che la fiamma tremula della candela illuminava in tutto il suo splendore, egli pregò a lungo, umilmente e in silenzio. Chi lo avesse veduto allora avrebbe pensato ciò che tutti falsamente pensano degli avari, e cioè che egli adorasse in ginocchio quello smeraldo. In realtà nello smeraldo di Daria Porfirio adorava unicamente Iddio. Poi si levò, e volle che una giornata tanto memoranda non avesse altro seguito. Se fosse stato un nume, avrebbe comandato al sole di anticipare il tramonto. Non essendo che un povero rigattiere, fece la notte per conto proprio, spense il moccolo, e stringendosi al cuore quella collana tanto amata, si coricò, per dormire, nel suo lettuccio di stracci. Ma il sonno non fu così ubbidiente come egli avrebbe voluto. I suoi occhi non potevano addormentarsi, come accade quando, in estate, coricati sotto un verde albero, un raggio di sole, attraverso il folto fogliame, cade a piombo sulle vostre palpebre chiuse. Quella luce che feriva gli occhi chiusi di Porfirio era un raggio verde smeraldo.
Alfine, senza accorgersene, egli si addormentò, e sognò tutta la notte, ma di quei sogni non conservò, al ridestarsi, alcun preciso ricordo. Appena riaperti gli occhi, egli si sentì felice. Ma prima di afferrare la ragione di quella felicità gli abbisognò di ricercarla a fatica per più d'un minuto. Quando l'ebbe afferrata, se ne rallegrò vivamente. Ma avendo già pagato il suo tributo d'entusiasmo alla propizia fortuna, tenne spenti i fuochi di fantasia e chiamò invece a raccolta le idee pratiche. Il grande affare di Porfirio in quel giorno e per molti giorni successivi, fu di cercare per le cantonate se qualcuno avesse perduta una collana con uno smeraldo e facesse appello all'onestà di chi l'aveva trovata per ricuperarla con la promessa di un premio. Porfirio si sentiva sicuramente superiore a un'onestà che per manifestarsi aveva bisogno di così fatte lusinghe. Ma avrebbe volentieri letto un manifesto concernente lo smarrimento di quella collana poichè quella collana poteva esser stata smarrita, ma poteva anche essere stata rubata; e Porfirio aveva fretta di risolvere con certezza questo dubbio grave, per sapere in che modo comportarsi nel commercio che pensava di farne.
Ma nessuno fece ricerche della collana di Daria. I muri delle case non suggerirono nulla a Porfirio, e Porfirio dovette affidarsi alla propria prudenza, che era in tutto degna di un savio suo pari. Egli dunque continuò a commerciare in stracci e in bottiglie usate, girovagando di porta in porta con il suo vecchio sacco sulle spalle, il tubino unto calato sugli occhi, e in tutti i suoi atti la solita modestia e semplicità. Il suo tesoro lo portava annodato in un fazzoletto e sepolto in una tasca misteriosa che s'apriva nella fodera della sua palandrana. Come tutti gli eroi, egli aspettava pazientemente la sua ora. Quando vedeva una bambina con un vestito scozzese, senza affrettare il passo imbucava la prima porta che gli si parava dinnanzi o voltava l'angolo della prima strada. Con un gesto naturalissimo si calava ancora più sul naso le falde del cappello, e così procedeva fiducioso che la sorte non avrebbe disfatto ciò che aveva fatto una volta. Ma una mattina, mentre avrebbe dovuto svegliarsi con il pensiero deciso di affrontare finalmente l'inevitabile quanto sospirata conclusione di quella strana avventura, il vecchio Porfirio non si svegliò. Un rigattiere suo concorrente gli chiuse gli occhi, che pur senza svegliarsi si erano aperti. Ed è importante sapere che egli fu seppellito nudo in una cassa d'abete.
* * *
L'autunno era trascorso: incominciò il grigio inverno. Io allora mi aggiravo per la mia casa, pallido come un morto, appoggiandomi ad un bastone, cercando a poco a poco di riconoscere le cose alle quali avevo già detto addio quando credevo che non le avrei più rivedute. La mia febbre era durata molte settimane, e quando alfine mi ridestai dal suo sonno malefico, tutti mi dissero che io, più d'una volta, avevo varcata d'un passo la soglia dell'al di là. Ma sempre il peso vivo dei miei vent'anni m'aveva tirato indietro, ed ero infine rimasto con quanti ad ogni costo volevano che non me ne andassi da quello che, per ironia, si chiama il banchetto della vita.
La stagione era triste, grigia, piovosa. Io non potevo arrischiarmi nè al vento, nè alla pioggia, nè all'aria gelida di novembre. Dalla finestra dietro la quale rimanevo per lunghe ore seduto, vedevo le colline deserte e squallide, i campi grigi, il bosco tutto giallo e nudo. Se dal cielo sempre nuvoloso un povero raggio di sole per un momento appena illuminava quel paesaggio invernale, si accendeva qua e là, sorridente, qualche raro cespuglio ancor verde, come una speranza subito soffocata di primavera. Il cielo non aveva più luna, non più stelle. Perciò quella stagione era senza notti. Era tuttavia piena di tenebre, che calavano assai presto e duravano a lungo, e costringevano tutte le cose ad una dolorosa cecità. Allora io mi rifugiavo accanto al fuoco, e l'immagine di Daria, quella di Clauss, quella di Sterpoli, disgraziato, mi visitavano, e si sedevano al mio fianco, rimanendo là mute ed immobili finchè io con uno sforzo non le mandavo via. Ma non appena se ne erano andate, bastava che distrattamente rivolgessi loro un pensiero, per vederle subito riapparire dall'ombra in cui erano scomparse, come se il loro compito fosse di tenersi sempre pronte a comparirmi dinnanzi ad ogni mio richiamo. La mia sola speranza era, prima di addormentarmi, di vedere la mattina dopo la neve candida e silenziosa posarsi sulle colline, sui campi, sui boschi.
Una di quelle sere si festeggiava il compleanno di Silvina. Eravamo tutti seduti intorno alla tavola imbandita. Mia madre, guardandomi più teneramente che mai, mi supplicava con gli occhi di sorridere un poco, e Silvina, vestita con un bellissimo abito nuovo di seta cangiante, non staccava mai le pupille da un anello di platino con un piccolo fiore di smalto azzurro che portava all'anulare destro, ed era il dono che le avevano fatto le sorelle insieme. Mio padre era stato in città tutto il giorno, e la diligenza era arrivata allora allora dinnanzi alla nostra porta, e s'udivano i cavalli nitrire, scalpitare e scuotere le loro squillanti sonagliere. Non aspettavamo che lui per incominciare il pranzo. Ed egli entrò ridendo, abbracciò la mamma, baciò tutti noi, e si fermò dietro a Silvina. Si frugò in tasca, e guardandoci uno per uno con occhi che esprimevano una gran meraviglia, ne trasse una collana adorna d'uno stupendo smeraldo. A quell'improvvisa apparizione io mi sentii tutto gelare il sangue e chiusi gli occhi per non vedere quello smeraldo; li chiusi per non vedere l'immagine alta e diritta di Daria che era apparsa al fianco di mio padre quando la luce verde dello smeraldo aveva brillato fra le sue dita. E quando li riaprii, Silvina aveva al collo quella collana, e la pietra verde splendeva sulla sua esile gola.
Mio padre disse onestamente:
--Deve essere roba rubata, perchè l'ho presa quasi per nulla.
Poi baciò in fronte Silvina e soggiunse:
--Neppure tua madre, un gioiello di questa bellezza, non l'ha avuto mai!
Si sedette soddisfatto e spezzò il suo pane.
PARTE TERZA
Silvina.
I.
Delle mie tre sorelle, Silvina, la minore, è oggi una principessa. Porta vestiti sfarzosi che il principe paga per lei, grossi brillanti alle dita, ed esce per la città adagiata in una grande carrozza a due cavalli, con cocchiere e lacchè. Lungo la strada semina occhiate come elemosine. I suoi occhi, che erano un tempo semplicemente chiari, come quelli di mia madre, sono ora grandi il doppio e cerchiati di una spessa ombra. Ciglia e sopracciglia, che erano bionde, sono diventate nere; e somigliano al velluto. Attraverso questo negrore notturno i suoi occhi scuri mandano luci fredde e pallide come scintille.
Se non sapessi che è veramente Silvina, io stesso non la riconoscerei. Soltanto i suoi capelli sono rimasti quelli che erano; se mai con riflessi dorati qua e là più vivaci, specie dove a ondate si riempiono di bagliori. Si ricorderà mai, la piccola, dei giorni in cui mia madre glieli pettinava, quei suoi capelli meravigliosi, lei seduta dinnanzi allo specchio, mia madre in piedi dietro le sue spalle a dipanarli come oro filato? La mano di mamma si posava ogni tanto sul suo capo e vi si indugiava un poco, come si posa la mano sul capo di un bimbo sperduto e gli si dice:--Ti protegga Iddio, poverino, così bisognoso d'aiuto!--E anche continuando a passare il pettine nelle sue chiome disciolte, e poi a spartirgliele e ad annodarle, per tutto il tempo mia madre la guardava attentamente nello specchio, come se cercasse qualche cosa di molto nascosto in quell'immagine che lo specchio racchiudeva nella sua cornice.
Allora Silvina era appena fanciulla; aveva sì e no sedici anni. Le piaceva vestir bene. Nella nostra casa si avevano abitudini signorili, ma da gente di campagna, semplici. Mia madre vestiva e si pettinava all'antica. Era bellissima, ma come le donne potevano piacere un tempo. Così appunto era piaciuta a mio padre. Silvina invece voleva abiti di seta, tagliati con uno stile che doveva essere nuovo. In realtà ella inventava i suoi abiti, ricercando, per lunghe ore e spesso per interi giorni, fra pieghe di stoffe di solito cupe come il suo carattere, fogge capricciose come i suoi pensieri, che erano d'una volubilità straordinaria e più stravaganti delle nuvole. Il suo segreto, credo, consisteva nel comporre intorno alla sua persona, che era mingherlina, esile e di statura poco più che infantile, dei larghi e ariosi fiori, un fiore unico anzi, come un gran giglio o una gran rosa rovesciata, entro cui, senza scomparire del tutto, il suo corpo piccolo stava come un gambo. Così vestita pareva che il suo abito la portasse, e che volasse come una farfalla.
Mio padre era un uomo ruvido, e per ciò gli piaceva quella piccola creatura delicata e difficile. Egli la seguiva sempre con occhi pieni di allegrezza, quando la vedeva passare per il giardino o muoversi per la casa spaziosa e nuda. Credo che la paragonasse anch'egli a una farfalla o a un fiore, e che fosse felice e teneramente innamorato di lei. Gli piacevano i suoi capricci, la stranezza e la novità dei suoi modi, il suo carattere scontroso e indipendente, e quella grazia, come dire? isolata, che ella non dedicava a nessuno, ma soltanto a sè stessa. Silvina infatti non viveva che per sè sola. Non aveva per la mamma nè tenerezze nè confidenze nè abbandoni. Per mio padre non dimostrava nessun sentimento cordiale, ma semplicemente rispetto. Con le sorelle non era legata da nessuna intimità. Quanto a me, si degnava appena, e raramente, di farmi sentire fino a che punto mi disprezzasse. Rimaneva lunghe ore chiusa nella sua camera. Si cambiava più volte d'abito, per l'unica gioia di vedersi nello specchio. Faceva e disfaceva la sua pettinatura per il solo gusto di stabilire in quanti modi avrebbe potuto trasformarsi, rimanendo sempre bella abbastanza per essere contenta di sè.
Debbo confessare che la spiavo spesso in questa sua bizzarra vita, perchè anch'io, come mio padre, come tutti noi, ero teneramente innamorato di lei. Ella esercitava su me un fascino che allora non sapevo spiegarmi, ma che ora spiego, e posso anche analizzare. Silvina somigliava a un mio ricordo; somigliava a qualcuno di cui ero stato perdutamente innamorato. Non potevo guardarla senza avere la precisa e viva percezione di tutto il male di cui la sentivo capace, quella creatura così delicata e graziosa, con quelle piccole mani bianche e affilate. Ma aveva nel profondo del mio pensiero un nome che non oso ripetere, e che non era: Silvina. Io la vedevo poi in procinto di partire da quel medesimo punto al quale ero appena arrivato per miracolo ancora vivo, e avevo paura per lei di ciò che avrebbe potuto compiere inconsapevolmente a danno di chiunque si fosse incontrato con uno suo capriccio. Non aveva mai conosciuto, Silvina, l'ingenuità fiduciosa dei miei vent'anni. Ignorava che cosa volesse dire essere buoni, cioè considerare con benevolenza tutte le cose, andare incontro alla vita sorridendo, disarmati, a braccia tese, con quella beata cecità che conduce al precipizi. Ella era armata di un tremendo egoismo; e credo che la sua piccola testa fosse tutta piena di calcoli.
II.
Forse, se la nostra casa non fosse stata prossima alla strada maestra, Silvina, già così pallida allora, sarebbe a poco a poco sfiorita in questa specie di semplice e riposante clausura in cui si vive qui forzatamente, fra usanze antiche, e da molti anni sempre uguali. Sarebbe oggi o fra poco una zitella taciturna ed arcigna, come se ne incontrano di domenica in questi dintorni, brutte più di anima che di corpo, con cuffie strette e begli abiti passati di moda nei quali ancora per dispetto si pavoneggiano. Ma la nostra casa, i vecchi, la costruirono sulla strada, con giardino ed orto alle spalle, anzichè tutto intorno, e per di più con una grande e bassa terrazza che si affaccia sul via vai, alle cui ringhiere s'intrecciò poi il glicine, che ora fiorisce e la ricopre. Molti bussano alla nostra porta. Molti che passano, molti mendicanti, molti curiosi, non possono fare a meno di fermarsi e di bussare, di guardare in su alle finestre e di scambiare parole con la gente di casa. Anche noi apparteniamo alla strada. Io capisco benissimo che è una tentazione troppo forte questa casa signorile a portata di tutti gli occhi e di tutte le mani, dinnanzi alla quale si passa impolverati, stanchi dopo ore ed ore di strada attraverso colline brulle e campagne in gran parte desolate, prima di arrivare al paese. Anch'io forse farei come tutti gli altri, se fossi dalla loro parte.