Part 5
Entrai. Stava seduto sul letto, voltato verso l'uscio, con la faccia dipinta di paura.
--Ah!--disse,--sei tu...
Abbassò il capo, si passò un fazzoletto sulla fronte e domandò:
--Dove sei stato?
XI.
Il silenzio che seguì fu lungo e penoso. Nessun rumore nella casa o nella strada. Una solitudine sconfinata. E in quel gran vuoto, in quello spazio senza limite, noi due seduti sul letto, noi due vicini, noi due soli, sperduti in quel mondo vasto e vacuo come un abisso! Ah! come tutto era ridicolo in noi e intorno a noi: i nostri abiti, le nostre tube nere e lucide sui cuscini; i nostri volti attoniti e quel dolore che affratellava improvvisamente due creature estranee, che ci sospingeva l'un verso l'altro, lui e me, con un trasporto pieno di timore e di speranza; di speranza e di tenerezza; di molta tenerezza e di molto amore. Quanto era accaduto un momento prima, quell'eccitazione crudele, quel barlume di coscienza ironica, tutto era svanito. Rimaneva il peso inerte di un doloroso ricordo già lontano. Una commozione insensata. Uno smarrimento cupo e angoscioso. La prima brezza mattutina entrò con un lieve soffio nella stanza e mi accarezzò la faccia. Finalmente Sterpoli, forse scosso da quella stessa carezza di frescura, mormorò:
--Che fare? Che fare? Ormai è finita per sempre. Ah! non si può tornare indietro: non si può ricominciare da capo. Ognuno ha la sua propria sorte, un destino infame. Non c'è scampo. Non c'è modo di fuggire, d'indietreggiare, di resistere! Una voce è sempre presente, una voce imperiosa che dice:--Ubbidisci! E tu curvi le spalle e ubbidisci, umilmente ti sottometti al tuo destino di schiavo. Che fare? Come potevo io resistere o fuggire? Mi aveva detto:--Sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice!--ed io ero come un prigioniero al quale si dice:--Sta lieto! Domani ti apriremo le porte. Il mondo sarà tuo. Promettere la felicità? Io ero già pazzo di gioia al pensiero che sarei stato felice, che ella sarebbe stata mia. Mia! Perchè questa parola è magica? Quale ebbrezza! Ma d'un colpo, in un attimo, questo sogno rovinava. Con frastuono immenso, con scompiglio spaventoso, questo sogno rovinò sul mio capo, su me, e mi seppellì vivo sotto le sue rovine.--Che fare?--urlavo disperatamente.--È possibile? È vero?--e tutto ciò che toccavo, riducevo in frantumi, in briciole, in polvere! L'idea della morte mi balenò subito nel cervello. Subito la sua figura, schifosa e orrenda, m'apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse con il suo sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente.--Che vuoi da me, civetta?--urlavo, ed ella mi additava con gesto servile la sua ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e risonante, per indicarmi che non tutti i fiori che fioriscono sono di questa terra, di questa terra fangosa e verminosa, di questi giardini che noi irroriamo di lacrime e di sangue!--Morire! dicevo a me stesso. Anche questa è una salvezza, un rifugio, uno scampo. Si può morire. E mi pareva di udire una soave musica di trombe angeliche, lontano e meraviglioso concerto. Di essere libero e insensibile, leggiero e felice. Mi vedevo disteso sopra un letto abbrunato, con questo vestito e questa tuba, e intorno a me s'affollavano uomini e donne che dicevano singhiozzando:--Mi pento di averlo offeso! Mi pento di non averlo amato! Poi ad un tratto tutti si traevano da un lato e Daria si avanzava lentamente, tenendo una rosa rossa fra le dita; s'avvicinava e mi appuntava quella rosa sullo sparato.--Mi pento, diceva guardandomi come una madre guarda il suo bimbo morto. Poi si curvava per posare un bacio sulla mia bocca. Ah! io non sentivo quel bacio! La mia bocca era insensibile. Io non potevo muovermi, alzarmi, abbracciarla, stringerla e tenerla contro di me, e dirle--Vedi? per te mi sono ucciso. Ora mi ami? No: non potevo nè muovermi nè parlare. Allora un uomo si faceva largo fra gli altri, la prendeva per le spalle e la spingeva via. Ed io avrei voluto saltare dalla mia bara (ero disteso in una lunga bara), aggredirlo, insultarlo, percuoterlo su quella faccia impassibile, su quella bocca sempre vittoriosa, urlare:--Lasciala! L'ho pagata col mio sangue! È mia! Ma rimanevo inchiodato tra quei quattro assi ed egli se ne andava con lei, tranquillamente. A che giovava dunque morire? Perchè morire? Perchè uccidersi? E il mio furore cresceva, cresceva la mia disperazione. Improvvisamente mi accorsi di correre lungo una strada buia, sulla quale ogni tanto s'aprivano rare stazioni illuminate, e dietro di me con rumor di zoccoli e di scope, con fracasso di forche e di molle, correva saltando una torma di folletti e di streghe, di spiriti neri e indemoniati. Così giunsi correndo dinnanzi alla casa di Clauss. Mi fermai. Improvvisamente tutti quei folletti svanirono, ed io mi ritrovai solo, sotto una luna livida che sbavava su me la sua luce da cimitero. Il cancello era socchiuso. Guardandomi intorno come un ladro, adagio lo spinsi ed entrai. La casa era buia, silenziosa, deserta: tutte le finestre chiuse e spente. Cauto salii le scale. Qualche cosa che era in una delle mie tasche mi punse la coscia. Trattenni a stento un grido di dolore e continuai a salire. Buio. Silenzio. Odor di fiori, di gigli, di rose. Più mi avanzo e più intorno a me le tenebre s'infittiscono. Mi sembra di essere in un castello fatato e di salire sopra una torre. Ad un tratto scopro uno spiraglio, uno spiraglio sottile sottile di luce: scorgo una fessura illuminata, una piccola striscia gialla e lunga al mio fianco. Quella lingua di luce mi punge, mi spaventa. Vorrei indietreggiare e fuggire. Ma le mie gambe vacillano, la mia testa gira come una banderuola, e sono pietrificato. Le orecchie ronzano e sembra che un frastuono immenso di campanelli riempia la casa. E in quel ronzìo, in quel tintinnìo assordante, odo una voce, la sua voce, e poi uno scoppio di risa dietro la porta. Un passo, sì, un passo si avvicina. La mia anima si sprofonda in un imbuto, mi appiattisco in un angolo, divento piccolo, piccolo e trasparente, invisibile. La porta si apre e un'ombra appare illuminata da tergo, si muove, si avvicina. Ora è a due passi da me, e ora a un passo, e ora mi sfiora, quasi mi tocca.--Chi è? domanda imperiosamente quella voce. So bene che dovrei tacere. Ma non posso.--Sono io! dico come in un soffio. L'ombra si arresta.--Chi è? ripete quella voce.--Sono io, Clauss, sono io!--rispondo. Poi alzo il braccio, lo alzo appena e lo abbasso lentamente, lentamente. Una voce rantolante sospira:--Daria! Aiuto!... E odo un tonfo e qualche cosa di molto pesante cade di schianto ai miei piedi.--Sono io,--ripeto ancora. E poi più nulla...
Sterpoli si alzò. Un'ombra spaventosa era nei suoi occhi. Egli si curvò per baciarmi; ma io liberai le mie mani dalle sue, lo respinsi; inorridito lo respinsi e gridai:
--Vattene! Vattene! Assassino!
Egli fece un mezzo giro su sè stesso e si abbattè ai piedi del letto, come morto.
La candela si spense. Allora un gran panico mi invase, e corsi qua e là per la stanza. Rovesciai una sedia e quel rumore mi gelò il sangue. Mi pareva d'udire passi su per le scale e colpi sordi contro l'uscio, voci rauche, grida arrabbiate. Chiusi la finestra, chiusi l'uscio a doppio giro di chiave, e mi rifugiai in un angolo. Mi raggomitolai in un angolo e attesi. Il buio era opprimente. Soffocavo. Vedevo nelle tenebre, comparire e scomparire, accendersi e spegnersi, strane luci bianche. Qualcuno si muoveva, si avanzava strisciando. Sentivo il suo alito gelido sulle mie mani, e con uno sforzo penoso, sempre più penoso, balbettavo:--Indietro! Non mi toccare! Va via! Va via!
XII.
A traverso le tende semichiuse filtrava una luce scolorata e falsa: era come una mano fredda che mi sfiorasse le palpebre. Stavo disteso sul letto, con gli occhi socchiusi, senza muovermi. Quella luce non mi cagionava nessuna maraviglia, nè il fatto di esser disteso sul letto, vestito, nè il fatto di esser desto, nè le rose gialle e spampanate sulle pareti con certi lor gambi intrecciati e irti di spine, nè gli abiti appesi in un angolo come impiccati. Bensì cercavo di spiegarmi che cosa fosse una macchia nera che vedevo a piè del letto, un groviglio nero da cui uscivano, non si sa come, due, due mani... Sì... Vedevo che erano due mani, due mani lunghe e pelose, con strani luccichii sulle dita; e la loro positura era così stravagante che ora pareva chiedessero un'elemosina e ora offrissero un'invisibile offerta, e ora non offrissero e non chiedessero nulla, ma fossero là, abbandonate e senza vita, estranee a qualunque corpo di uomo di donna. Immobilità. Ed io non riuscivo a comprendere. In quel viluppo nero, vicino a quelle mani, si scorgeva anche una macchia rossiccia, come un involto di carta rossa: la testa fulva di Sterpoli. Ma proprio non riuscivo a trovare un cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura. Sapevo che avrei potuto alzarmi e toccare, frugare, trovare ciò che cercavo. Ma mi pareva di non potermi muovere senza turbare la gran pace che, coricato, riposava con me. E poi c'era qualche cosa, non so quale, che continuamente mi distraeva e mi svagava, deviando i miei sensi mal desti. Ora erano gli abiti appesi al muro, quelle gambe e quelle braccia vuote e pendule, quelle ridicole membra di stracci; ora una rosa purpurea che vedevo sul mio petto e che pareva una bella macchia di sangue. Che cos'era quella rosa? Chi me l'aveva appuntata sul petto? O meglio: chi mi aveva fatto quella bella ferita? Ecco: io non riuscivo a comprendere, e di nuovo i miei occhi si posavano su quel mucchio di cose immobili a piè del letto, su quella macchia fulva, e su quelle mani, su quelle due mani abbandonate. Una voce interna mi diceva:--Tu devi esser felice. Ed io, con la stessa voce, rispondevo:--Sono, sono felice. E ancora:--Tu volevi morire. Ed io:--Sì, è vero, volevo morire. E c'era un nodo stretto nel mio cervello, che non si voleva sciogliere; c'era un fiore chiuso che non si voleva aprire; intorno al quale i miei pensieri vaghi, incerti, s'aggiravano come farfalle...
Così vissi. A lungo, a lungo, nere farfalle si aggirarono intorno a quel fiore chiuso.
PARTE SECONDA
Come finì la collana.
Se io non avessi scritto soltanto per alleggerire il peso dell'anima mia la pietosa storia di Daria, ma mi fossi lasciato andare a pubblicarla sotto forma di racconto, come tanti fanno oggidì, che invitano nella loro intimità il maggior numero di persone ad udire i piccoli casi della loro vita, più di un lettore si sarebbe domandato dove mai fosse andata a finire quella collana, adorna di uno smeraldo, che Daria gettò in viso a Sterpoli quando affrontò Clauss all'Alhambra, la sera prima della sua morte. Capisco anche che a molti altri l'omissione di questo particolare sarebbe passata inosservata; tanto più che oggi la moda vuole che l'arte del romanzo e della novella sia trattata sinteticamente, a grandi linee, tutta stretta intorno alle cose essenziali e necessarie, senza quel cumulo di descrizioni minute e di inutili particolarità che usavano i romanzieri d'un tempo, quando gli uomini non avevano la fretta che hanno adesso e l'arte narrativa non aveva dato ancora tanti grandi scrittori. Ma per me, la fine di quella collana dallo smeraldo ha un'importanza grandissima, e non posso assolutamente passare sotto silenzio la sua breve storia.
* * *
Quando Daria si strappò dal collo quella collana e la scagliò con ira contro Clauss, colpendo invece Sterpoli in pieno viso, la collana cadde ai piedi di Sterpoli tra molti cuscini disseminati sopra il tappeto, e là rimase, dimenticata da tutti. Chi volete che pensasse a quel gioiello, per quanto esso fosse prezioso, quando ora sappiamo fino a che punto tutti noi, presenti a quella scena, fossimo intimamente sconvolti, e più di ogni altro Clauss, il quale pure all'apparenza sembrava conservare intera la padronanza di sè medesimo? Sterpoli certo non si curvò a raccoglierlo, mezzo acciecato com'era, e poi non ne ebbe il tempo, perchè se ne fuggì ad inseguire Daria, come abbiamo veduto. Clauss non lo raccolse egualmente, perchè egli avrebbe dato uno smeraldo mille volte più grosso e luminoso di quello per un bacio di Daria, e certo non importava nulla a lui di sapere chi lo avrebbe raccolto e chi se ne sarebbe impadronito. Io non lo raccolsi, perchè dimenticai subito che la collana fosse caduta fra quei cuscini, mentre più d'ogni altro l'avevo ammirata sul candore niveo della gola di Daria. Poi Clauss ed io ce ne eravamo andati, lasciando gli altri ancora seduti sui divani, e gli avvenimenti che seguirono la notte e il giorno dopo ci condussero pur troppo lontani dal ricordo di quel disgraziato gioiello. Quelli che rimasero dopo la nostra partenza avrebbero ben potuto ricordarsene, non solo perchè dovevano essere molto più calmi di noi, ma perchè, discorrendo ancora a lungo tra loro della scena che s'era svolta sotto i loro occhi, avrebbero dovuto anche soltanto incidentalmente parlare della collana e quindi pensare di raccoglierla. Sta di fatto che assai tardi, a notte molto inoltrata, quei giovani chiesero i loro pastrani e le loro tube al guardarobiere, e se ne andarono facendo pronostici sulle possibili conseguenze dell'avvenimento che s'era prodotto quella sera. E la collana rimase fra i cuscini, là dove era caduta.
* * *
È vero che quella notte, fantasticando di Daria, la sua immagine non m'apparve mai disgiunta dallo splendore magico dello smeraldo che avevo veduto brillare sulla nudità del suo collo. Quella pietra preziosa era per me quasi un attributo della sua bellezza, come i suoi occhi oltremarini, come le vene azzurre delle sue tempie, come il rosso crudo di cui ardevano le sue labbra. Anche più tardi, quando il delirio che per intere settimane mi tenne sospeso tra vita e morte finalmente si placò, l'immagine di Daria mi riapparve nella precisione lucida del primo ricordo con quello smeraldo verdissimo sospeso alla gola. Nel delirio non l'aveva mai abbandonata. Vedevo colori meravigliosi, e sopratutto il sangue, di cui tutte le cose mi apparivano macchiate e grondanti, era d'un rosso paragonabile soltanto al fuoco e ai tramonti d'estate. Ma il verde di quella gemma vinceva in splendore, in violenza, in bellezza ogni altro colore, nelle mille strane forme che assumeva nell'incubo. Ora era un lago verde, nella cui trasparenza guizzavano pesci di madreperla, di ambra e di corallo, dal cui fondo sorgevano ondeggiando foreste d'alghe e di piante d'ogni varietà di verde; e su quelle piante sbocciavano fiori enormi, bianchi e neri, che poi si distaccavano dai rami e salivano a galleggiare sull'acqua come meduse. Ora invece era una verde pupilla che s'apriva improvvisa in un cielo buio, e da essa scendeva un raggio verde diritto come dalla pupilla di un dio, fluido, abbagliante, che dove si posava divampavano altissimi incendi, serpeggiavano guizzando fiamme verdi, e intere città con torri e castelli erano avvolte da un alone livido fosforescente, e subito incenerite. Le loro rovine formavano poi alte montagne di verdi tizzi ardenti.
Ma la collana di Daria, chiusa nella buia mano di un miserabile rigattiere, non mandava più alcuno splendore. Un ragazzo, la mattina che seguì quella notte memoranda, spazzando, l'aveva trovata là dove era stata abbandonata da tutti, e senza neppure il tempo di fiatare, se l'era cacciata nella più nascosta tasca dei suoi calzoni, tutti rattoppati davanti e di dietro. Anzi quella tasca segreta altro non era che una delle tante toppe dei suoi calzoni, nella quale il furbo ragazzo aveva fatto un buco. Quel ragazzo si chiamava Bombita, e suo padre era un facchino. All'Alhambra esercitava il nobile mestiere di sguattero, in attesa di vestire una livrea gallonata e di essere promosso ruffiano. Quella mattina Bombita, che era d'umor taciturno e usava di solito accompagnare l'andirivieni della sua scopa con dispettosi grugniti, l'udirono invece cantare, con una bella voce di mezzo soprano, una delle tante canzoni che là dentro sapevano anche i muri.--Guarda, disse il maestro di casa che in maniche di camicia lustrava le maniglie alle porte, nella testa di Bombita è nato un gallo! Nella testa di Bombita poteva essere nato non soltanto un gallo, ma financo un asino, perchè era non solo rotonda come un uovo, ma grossa come una zucca. Quel ragazzo era rachitico, si può dire che fosse tutta testa; sulla testa cresceva poi un arruffio di capelli gialli come la stoppa, e il suo viso era tutto macchiato di lentiggini. I suoi occhi piccini piccini sembravano anch'essi due macchie un poco più rosse delle altre, e non c'era caso che ti guardassero in faccia. Ma non era nato, no, un gallo nella testa di Bombita. Lo sapeva bene lui, che cosa gli fosse nato sotto i piedi, quella mattina, per cantare così.
* * *
A mezzodì Bombita si slacciò il grembiule e lo buttò in un angolo. Ma i calzoni se li tenne addosso, e, senza voltarsi indietro, infilò l'uscio e se ne andò dove era atteso a quell'ora, e cioè al mercato dei pesci, sulla banchina nuova del porto. Come ogni giorno, ad ogni angolo di strada incontrava un amico, tutti in giro allo scoccare di mezzodì per importanti affari d'appetito. Ma Bombita camminava con la testa alta, i capelli al vento, le mani in tasca, a passi da granatiere, e non si degnava di guardare in faccia nessuno di quanti incontrava lungo la via. Il mercato era semi deserto, perchè a quell'ora chi aveva voglia di pesce lo andava a cercare nelle casseruole piene di salse profumate, o nelle padelle dove stava guizzando più che vivo tra gli scoppi e i sibili dell'olio bollente, anzichè nelle ceste umide e algose dei pescivendoli, a pesarlo morto sulle loro puzzolenti bilance. Le navi ormeggiate alla banchina dondolavano i loro alti alberi alla brezza lieve di levante, e sul ponte fumavano i fornelli dei marinai, che, sdraiati sui sacchi e per i mucchi di gomene arrotolate, guardavano sonnecchiando la poca gente passare in fretta lungo il molo. I cani randagi facevano allora le pulizie del mercato, pronti a cedere la più bella collana di smeraldi per una lisca di triglia. Ma Bombita non li guardò neppure, quei suoi modesti colleghi, e tirò via verso una barca tirata a secco dietro il casotto dei doganieri, dove era aspettato da Egle. Egle, la figlia del pescatore, aveva tredici anni, mentre Bombita non ne aveva che dodici. Era una bambina rotonda come una palla, due gote rosse come due mele, e un par d'occhi che parevan fatti con due scaglie di vetro nero. I suoi capelli erano crespi come la lana e opachi, corti e arruffati, e legati dietro in una treccia così grossa e sgraziata che somigliava la coda mozza di un cane.
Egle stava seduta sotto la barca e sgranocchiava tranquillamente una crosta di pane, quando Bombita le si parò dinnanzi con quell'aria fiera che si conviene ad un vero conquistatore. Egli si lasciò andare di peso a sedere accanto a lei, e ridendo silenziosamente le dette una gomitata nel fianco.
--Stupido!--disse Egle.--Non sai fare altro che dar gomitate tu! Guarda Andromaco piuttosto come fa con Rosina. Guarda che bel nastro d'oro porta alla cintola! Quello glielo ha regalato Andromaco.
Bombita strizzava gli occhi, e, guardando Egle, rideva silenziosamente, e batteva il pugno sul ginocchio dove sentiva il duro dello smeraldo. Lo zuccone che soffriva terribilmente di gelosia, e sempre, solo a nominargli Andromaco o Ninotto, copriva Egle di sputi, questa volta si contentò di darle tre pizzicotti nella schiena a denti stretti e schizzando gli occhi dalle orbite. Ma stette muto, e poi ricominciò a sorridere. Egle fece la faccia da lacrime, cercò di tastarsi la schiena dove i pizzicotti le bruciavano, poi mostrò un palmo di lingua all'amico e con disprezzo disse:
--Se non la finisci, me ne vado e non mi vedi mai più...
Buttò in mare quell'avanzo di crosta di pane che teneva in mano, voltò le spalle a Bombita, e, puntati i gomiti sulle ginocchia e il mento sui pugni chiusi, guardò verso le barche che si dondolavano sull'acqua.
--Sei come tuo padre, tale e quale, disse con voce agra, senza nè muoversi nè voltarsi, come se parlasse al vento, che tutti dicono che altro che di bastonate non ha mai nutrito nè te nè tua madre. Almeno mi dicessi dov'è quell'anello che mi avevi promesso, e ne parlavi sempre, quando facevo all'amore con Tristano, e non ne volevo sapere di piantarlo per fare all'amore con te. Se lo saranno mangiato i pesci!
E mentre Egle parlava voltandogli la schiena, Bombita, ficcato il dito nel buco della sua toppa, ne aveva tirato fuori a poco a poco la collana, finchè era venuto alla luce lo smeraldo che il sole d'un tratto riempì di scintille abbaglianti. Poi, curvandosi appena, l'aveva con due dita tenuta sospesa sul capo di Egle, e a poco a poco, abbassando il braccio, gliela calò sul naso, finchè Egle la vide e ammutolì. Vide bene, Egle, che era una bella collana con una bella pietra verde tutta piena di verdi sfavillii; ma non la toccò, e, abbassato il capo, stette silenziosa e imbronciata a raspare con le unghie la terra tra i selci. Poi, vedendo con la coda dell'occhio che quella collana continuava a ciondolare all'altezza della sua fronte, con un gesto improvviso la strappò dalla mano di Bombita e se la nascose in grembo.
Bombita non parlò, non cercò che Egle si voltasse a guardarlo e a sorridergli, non aspettò nemmeno che lo ringraziasse, considerando quanto egli fosse più generoso e grande di Andromaco ed ella più fortunata di Rosina. Aveva appetito. Si alzò, e se ne andò di corsa, sicuro che Egle lo avrebbe aspettato anche un anno intiero là, seduta sotto la barca. Ma, mangiata alla svelta la zuppa, sarebbe ritornato fra un'ora.
* * *
Egle, rimasta sola, allargò le ginocchia e guardò la collana dallo smeraldo che le stava ammucchiata in grembo. Non ebbe neppure un piccolo pensiero di gratitudine per Bombita, e poichè certamente una collana così bella costava più di sette soldi, forse dieci e anche venti, ella giudicò che Bombita doveva averla vinta ai giardini pubblici, giocando al giuoco della campana con qualche ragazzo signore ancora più stupido di lui. La prese fra le dita e incominciò a intrecciarla in mille modi, e spesso, allontanando da sè la mano e tenendola aperta contro il sole, guardava le belle luci di quella pietra verde che splendeva di mille luci diverse. Certo che cosa era il nastro dorato di Rosina in confronto di quella bella collana? Chi sa quanto tutte le sue rivali l'avrebbero invidiata, vedendola apparire nella corte con quello splendore al collo, e come si sarebbero consumate di rabbia perchè non ne avevano una che potesse valere quanto quella! Rosina avrebbe picchiato Andromaco, e forse Andromaco, stanco di buscarne da quella brutta civetta, si sarebbe deciso a fare all'amore con lei. Egle aveva posato lo smeraldo dinnanzi a sè sopra un sasso, perchè il sole lo illuminasse in pieno. Ella guardava l'acqua verde che ondeggiava sotto i fianchi delle navi e pensava che la pietra della collana era proprio verde come una goccia di quell'acqua.