Part 18
--Capisco, mi diceva, che questa sera non vi va di parlare...
E, facendo uno sforzo che doveva costargli molta fatica, camminava al mio fianco in silenzio, misurando il suo passo sul mio, le mani affondate in tasca, il capo insaccato tra le spalle. Me se per poco avevo il viso sereno, allora incominciava a raccontarmi mille storie diverse e non si stancava di domandarmi che cosa io ne pensassi. Io non pensavo mai nulla di nulla, ma Isacco non si arrendeva facilmente alla mia indifferenza. Spesso non ritornavo subito a casa, ma mi perdevo in lunghi giri per le vie più deserte della città. Senza mostrare nè impazienza nè stanchezza, mi seguiva nei miei vagabondaggi, anche sotto la pioggia o nella neve, come se non avesse altro desiderio che di camminare senza uno scopo in quelle fredde sere d'inverno. Giunti all'angolo della nostra casa, Isacco si separava da me per andare a mangiare in una bettola poco lontana, mentre io salivo quassù dove m'aspettava la mia magra cena. Ma prima di allontanarsi mi diceva:
--Fra poco vi rivedo... Voglio augurare la buona notte alla signora Luisa...
Così bussava discreto alla porta, metteva fra i battenti la sua faccia pallida tutta annerita dai peli e dagli occhi, e domandava dolce:
--Si può?
Io levavo il capo dalla tavola e lo guardavo senza simpatia. Mi era odioso. Non lo potevo soffrire. Lo giudicavo il più grande importuno che fosse mai nato sulla terra e consideravo la sua compagnia come l'ultima delle mie sventure. Ma Isacco, incoraggiato da un mezzo sorriso di Luisa, entrava facendo un profondo inchino alla vecchia che lo guardava dalla poltrona con quei suoi occhi di stupore, e si veniva a sedere fra noi due, accanto al lume.
Io lo trattavo rudemente, quasi con villania, sperando, che, offeso, se ne andasse per non ritornare mai più. Ma Isacco, la sera, non vedeva che Luisa; non si occupava che di lei. Le ripeteva tutte le storie che aveva già raccontato a me durante la strada, e sempre chiedeva che cosa ne pensasse la signora Luisa. Luisa si credeva in obbligo di rispondere, e ne nascevano conversazioni interminabili. A un certo punto, senza parlare, io mi alzavo in piedi e mi avvicinavo lento lento al letto. Incominciavo in silenzio a sbottonarmi la camicia; mi sfilavo la giacca e l'appendevo al piolo. Allora Isacco diceva:
--Lasciamolo che si corichi... Stasera, signor Paris, avete più sonno del solito...
Rimetteva la sedia al suo posto e Luisa lo accompagnava nel corridoio, e là rimanevano ancora a chiacchierare. Io mi spogliavo tutto e mi stendevo tra le lenzuola. Quando finalmente Isacco le dava la buona notte, Luisa rientrava e io le dicevo:
--Basta, basta, per carità! Non la finirete più di parlare... Costui s'attacca come la rogna...
--Piano piano, supplicava Luisa. Lo sai che si sente tutto, di là...
--E che importa a me, se si sente? replicavo. Dico che basta. È peggio della rogna.
Passarono così alcune settimane. A un certo punto Isacco inventò di avere uno zio ricco, che possedeva anche un giardino, e mi capitò davanti una sera con un mazzo di rose.
--Che m'avete detto ieri, passando dinnanzi al fioraio? mi domandò.
--Che cosa?
--Oh! oh! esclamò Isacco ridendo. Non avete detto: «Che belle rose? Un tempo erano la mia delizia, le rose. Chi si ricorda più di quel tempo?»
Era vero. Avevo veduto delle rose carnicine, d'un colore chiaro e vivo come la gota di un bimbo, nella vetrina d'un fioraio, e m'ero lasciato sfuggire quelle parole. Dissi:
--Ebbene?
Isacco mi porse il mazzo.
--Ho pensato a voi, rispose. Le ho colte nel giardino di mio zio.
Presi quelle rose, che erano delicate e profumate, fresche ancora di goccioline d'argento, e vi affondai il viso per odorarle.
--Che soavità, dissi. E le porsi a Luisa.
Luisa le mise in una brocca, posò la brocca in mezzo alla tavola, e mi guardò sorridendo.
--Ah! esclamai senza pensare alle conseguenze che le parole che stavo per pronunciare potevano avere per me, queste sono le vere gioie del ricco! La vita è grama per tutti: per tutti ha un fondo di dolore... Ma alla superficie almeno si hanno delle piccole gioie che versano una goccia di oblio sui più tristi pensieri. Un fiore... Queste rose... E tutto si dimentica per un istante.
--Sì, continuai dopo una pausa, tu per esempio hai freddo: ecco un dolore fisico atroce, una sofferenza che dà la disperazione. Il povero la conosce. Il ricco accende una bella stufa o si avvolge nella sua pelliccia e dimentica che c'è un inverno tetro, la neve, il vento, una desolata stagione...
Isacco che mi udiva per la prima volta parlare, mi guardava meravigliato e non faceva che assentire col capo.
--E tutto forse finisce qui? domandai. Ora, dissi, io ho mangiato, tutti abbiamo mangiato. Possiamo dire di aver fame? Sete? No, certo: non abbiamo nè fame nè sete. Eppure se ci fosse qui, in mezzo alla tavola, una pasta sfoglia, un pasticciotto di crema, e un po' di rosolio, o un bicchiere di vino dolce, non ci sentiremmo forse men tristi? Meno stanchi della nostra giornata? Meno desiderosi di coricarci e di dormire, per non pensare più all'oggi e al domani, alla nostra povera vita di sempre?
--Così è, caro Isacco! soggiunsi battendogli una mano sulla spalla. Io lo so per esperienza. Ma ciò che si è voluto perdere, è inutile che si rimpianga. Allora si finge di credere di non amare più nessuna delle piccole cose che ci davano gioia e piacere un tempo. Addirittura si rinnegano, si disprezzano. Che cosa sono, in fondo, dei fiori? Sono degli stupidi balocchi della natura, una delle tante cose superflue che essa crea, a scapito di tante altre cose necessarie, di cui invece è avara. E a che servono? Quando li hai ben bene tenuti in fresco due giorni, appassiscono e muoiono, e bisogna buttarli via. E i dolci? Siamo forse dei bambini golosi? Vogliamo credere davvero che uno zuccherino ci farebbe contenti? Dobbiamo dichiararci schiavi di una debolezza infantile? Via! Via! Il male è, caro Isacco, che così, a poco a poco, l'uomo discende al bruto. Si riduce, Isacco, alla nostra feroce miseria, alla nostra universale negazione del bene. Con le cose frivole si distruggono anche le cose sublimi, e la nostra vita si riduce arida come un deserto...
Isacco soggiunse:
--È vero, è vero...
Io dissi:
--Ma questa, Isacco, è la nostra vita, ormai...
VIII.
Quando quelle prime rose furono sfiorite, Isacco ritornò a mietere nel giardino dello zio ricco, e mi portò degli anemoni. Poi scese nella cantina di quello zio misterioso e fantastico, e ne rubò uno, due, tre fiaschi di buon vino chiaretto che venne a bere con noi dopo cena. Come se non bastasse, alcuni giorni dopo Isacco si fece amico del cuoco di suo zio. Allora, ogni domenica, ci portò dei pasticcini di pasta sfoglia, o delle frittelle dolci inzuccherate che, di nascosto, quello impastava e friggeva per lui. Ogni qual volta lo vedeva comparire sull'uscio con uno di quegli involti ghiottissimi, il viso di Luisa s'irradiava di gioia. Lo notai la seconda volta, e poi sempre in seguito; ne ebbi piacere per lei. Anch'io bevevo di quel vino, mangiavo di quei dolciumi. Per molto tempo, in principio, mi abbandonai senza sospetti alla modesta gioia che quei fiori, quel vino, quei bocconi prelibati mettevano in alcuni momenti delle mie grige giornate. Senza confessare ad alcuno il piacere che mi veniva da quelle piccole cose, ne godevo segretamente come un bambino. La miseria, le sofferenze, è verissimo che avviliscono l'uomo, e lo rendono debole e incapace di dominarsi. Io ne avevo ancora una prova. Come apportatore di fiori, di fiaschi, di dolci, Isacco non mi pareva più così spregevole e fastidioso come prima, quando si presentava a mani vuote, e solo carico di parole. La sua compagnia incominciava a piacermi. Giunsi persino a pensare che fosse una vera fortuna per noi d'avere un vicino come lui, con uno zio così ricco, con quel bel giardino, quella cantina, quel cuoco tanto sapiente e servizievole. Quando, seduti intorno alla tavola la sera, si sorseggiava quel vinello chiaro, spillandolo giù dal fiasco che gorgogliava contento, in verità mi sembrava che il gelo, che m'ero portato nell'ossa su dalla strada tutta neve e vento, a poco a poco s'intiepidisse, quasi mi si sciogliesse dentro in un liquido vaporoso e caldo che lentamente, sottilmente, s'insinuava poi in ogni vena. Allora la giornata passata sotto il lume, nell'odore nauseabondo della tipografia, mi si presentava al ricordo meno penosa e squallida. La mattina, poi, quando svegliandomi aprivo gli occhi, la prima cosa che vedevo non era più quel sorriso malinconico malinconico nel visuccio di Luisa, ma erano quei fiori con le loro piccole teste variopinte reclinate sull'orlo della brocca, che dal centro della tavola su cui erano posati colorivano di rosa, di viola, di azzurro, di giallo il grigio sporco di queste pareti, la sudicia monotonia di queste quattro carcasse di mobili.
Proprio in quei giorni, certo in conseguenza di quei fiori, di quelle piccole consolazioni che Isacco aveva portato nello squallore della mia vita, pensai per la prima volta, senza ironia, a mia moglie Luisa. La guardavo mentre cuciva cuciva, e non provavo più nessuna irritazione vedendola penare così, mattina e sera, sul bianco accecante delle sue camicie, ma piuttosto incominciavo veramente ad avere soltanto pietà di lei, che così delicata, doveva logorarsi la salute in quel lavoro ancora meno retribuito del mio. Mi pareva anzi che da qualche tempo ella avesse raddoppiata la sua fatica, poichè non si coricava più nemmeno con me, ma rimaneva alzata molto tempo dopo. E se, per non far rumore, non lavorava alla macchina in quelle ore, zitta zitta imbastiva, o tagliava, o cuciva asole a punti fitti e piccini, con gli occhi sull'ago.
--Non affaticarti così, le dicevo ogni tanto. Perchè? In fondo che cosa ne ricavi, da tanto lavoro? Poveri siamo, poveri saremmo se lavorassi anche meno. Purtroppo questo non basta a cambiare il nostro stato... Vieni, vieni a dormire, Luisa. Domani sarai ancora in tempo.....
La vecchia, sempre sveglia, brontolava dietro la tenda che nascondeva il suo letto. Ed io, guardando fra le ciglia semichiuse Luisa tutta infreddolita che si spogliava, consideravo mestamente l'avarizia del suo piccolo corpo di eterna vergine, i suoi senini magri e distanti, le anche su cui la pelle pareva tesa come gomma elastica appena appena rosea, il suo ventre piccino e piatto, ombrato da una strisciolina di peluzzi biondi. E quantunque mi sembrasse una cosina malata e fredda a toccarsi, pure non ne avevo più quel senso di repulsione che fino a pochi giorni prima mi costringeva a chiudere gli occhi per non vederla. E quando m'entrava nel letto rabbrividendo, con la sua camiciola non profumata di bucato o di essenza di rose, ma solo odorosa dell'odore della sua carne che è il profumo del povero, e mi si stringeva contro il fianco per riscaldarsi, io non m'irrigidivo più da capo a piedi, come uno di quei cristi primitivi o di quei morti che si vedono scolpiti nei sarcofagi; ma le posavo (è la parola) le posavo un abbraccio inerte attraverso il fianco, e così cercavo di addormentarmi. Ma prima che il sonno fermasse il moto dei miei pensieri come avrebbe fatto una manata di polvere gettata in un orologio, fingendo di dormire per non muovermi, per non parlare più, chiedevo a me stesso:
--Perchè, perchè non c'è un po' di vero amore in lei? Perchè il suo cuore è così silenzioso, così tepido? Forse se lei volesse, se lei sapesse, un po' di oblio, un po' di gioia potrei anche trovarla in un suo bacio, in una sua carezza, in quello che comunemente si chiama, tutti chiamano: amore. Piccola Luisa... Perchè non sai, perchè non senti nulla? Perchè non indovini? Perchè non tenti? Perchè sei così innocente ed insipida? Piccola Luisa, perchè non mi ami?
Sentivo il suo respiro. Un sibilo sottile sottile le usciva dalla gola. Era quello che la faceva sempre tossire durante il giorno? Povera piccola! E avrei voluto posarle un bacio sulla bocca, un lungo bacio, un bacio d'amore. Ah! se fosse stata un'altra donna! Come quei fiori che mi davano tanta gioia e tanto conforto, così anche lei avrebbe potuto consolarmi un poco delle delusioni passate. Passate da tanto tempo.... Quasi dimenticate... Avrei amato lei sola, per sè stessa, non per il rimpianto o il ricordo di quei lontani giorni.... Non avrei amato nessun'altra in lei... Ormai ero un altr'uomo. Quello d'una volta non esisteva più.
Ma ben presto mi riebbi da quella specie di abbandono all'illusione d'una vita che non poteva essere, che non era la mia. Il piacere di quelle piccole cose godute senza altro pensiero che di goderne si mutò subito in amarezza. Perchè Isacco ci regalava quei fiori? Perchè ci elargiva con generosità tanto metodica il vino delle cantine di suo zio, i dolci della sua cucina? E quei doni erano per me o per Luisa? Quando questo dubbio mi assalì la prima volta, stavo mangiando uno spicchio di torta, tutta ricamata di crema, profumata di vainiglia e soffice come la lana. Mi fermai con il boccone in gola, guardai Luisa, guardai Isacco, e posai il pezzo che ancora tenevo in mano sul tavolo. Luisa anche lei aveva uno spicchio di torta delicatamente stretto fra due dita, e la bocca piena. Ma guardava Isacco, e non potendogli sorridere con le labbra, gli sorrideva con gli occhi. Ah! che luce, che vivacità, che ilarità insolite erano negli occhi di Luisa, quella sera! Parevano due carboncini accesi. La luce della lampada vi brillava dentro. E Isacco dove aveva preso, lui, quegli occhi? Grandi e neri, ma di solito sempre appannati e smorti, anche gli occhi di Isacco brillavano d'una luce insolita, vivi, sorridendo a Luisa. Inghiottii quel boccone che mi era rimasto in gola, e per quella sera non toccai più di quel dolce. Isacco se ne andò. E quando Luisa venne a letto, non la sfiorai nemmeno con la punta delle dita. Sentii tutto il gelo che ella portava con sè nella sua carne anemica, cercai di scostarmi da lei voltandomi con la faccia contro il muro. Così, cercando di non sentire il suo respiro sulla mia nuca, il suo odore di fieno nelle narici, incominciai a frugare in tutti gli angoli del mio cervello divenuto terribilmente lucido, e credetti di indovinare, di scoprire la verità. Mi ricordai che ogni mattina, da molto tempo ormai, quando mi alzavo, trovavo Luisa già vestita e pronta ad uscire. E mentre mi vestivo seduto sulla sponda del letto, ecco due tre colpi discreti bussati qui, sulla parete, fra questa stanza e quella di Isacco. Luisa mi si avvicina, mi dice:--Non hai bisogno di nulla? Dunque vado. Prende il suo involto di camicie, ed esce, salutandomi con la mano. Ha un cappellino nuovo, con una penna rossa. L'abito è sempre lo stesso, ma sembra un altro. Quando nel corridoio passa dinnanzi alla porta di Isacco, la porta si apre, Isacco esce:--Buon giorno, signora Luisa, dice. Ed io so che prende il fagotto delle camicie dalle mani di Luisa, e glielo porta per un buon tratto di strada. Tutte le mattine se ne vanno così, insieme. Ed io lo so. Lo so perchè Isacco e Luisa me lo hanno detto, che per lui portare quel fagotto a Luisa è un piacere da nulla, che non gli costa nessuna fatica. Mentre per lei è un piacere immenso non doverlo portare. La strada è ogni mattina la stessa per tutti e due. Tutti e due vanno verso il centro della città. Io poi esco per conto mio, la mia tipografia è subito passato il fiume, mi chiudo, mi seppellisco in quella spelonca buia come un antro, e mi si rivede la sera.
Questa fu la mia grande scoperta di quella notte. La mattina, appena alzato, ebbi la tentazione di prendere il mazzo di fiori dalla brocca posata sul tavolo e di buttarlo dalla finestra. A mezzogiorno Isacco mi si presentò con un paio di scarpe nuove incartate in un giornale. Disse di averle vinte ad una lotteria. E per l'appunto aveva il piede piccino! Infilate ai miei piedi, quelle scarpe calzarono invece come guanti.
IX.
Eccole qua, quelle scarpe: le porto ancora ai piedi. Hanno preso già tanto fango e tant'acqua che non sembrano più le stesse. Eppure sono quelle, proprio quelle scarpe. Chi avrebbe potuto dire a Luisa, a me, a Isacco, per quale strada m'avrebbero condotto queste scarpe? Lasciamo andare: c'è una fatalità in tutte le cose, anche nelle più infime, nelle più banali. Pur accettando quelle (queste) scarpe che Isacco mi offriva, volli ad ogni costo pagarle. Isacco che me le guardava compiaciuto mentre muovevo qualche passo per la stanza battendo il piede per sentire se spianava comodo, dette alla mia proposta in un'esclamazione di stupore offeso. Disse, mi pare:--Ohibò! e se ne fuggì correndo. Era sopravvenuta Luisa. S'era tolto il cappellino, e anch'essa mi guardava quelle scarpe nuove con un viso soddisfatto e contento.
--Eh! sì, dissi, sono buone. Ma non ti pare, Luisa, che gliele debba pagare? Posso non pagargliele, queste scarpe?
Luisa alzò una spalla e mi fece l'occhietto.
--Non pensarci, disse sottovoce, come per paura che Isacco l'udisse dall'altra stanza. Perchè gliele vuoi pagare? Le avesse comprate... Ma le ha vinte alla lotteria. Eh! Se non ti chiede nulla, che bisogno c'è di pagargliele?
Poi soggiunse:
--È una vera fortuna... Ne avevi proprio bisogno, tu, d'un paio di scarpe nuove.
--Sì, dissi io, ne avevo bisogno. Ne ho bisogno grandissimo. Non le vedi là, quelle vecchie? Si possono più chiamare scarpe? Ma, insomma, qui tutto ormai viene da Isacco... Fiori, vino, dolci, ed ora anche le scarpe! Ti pare possibile?
--No, no, esclamai con convinzione, o gliele pago, o gliele rendo...
Così tenni queste scarpe e cominciai ad usarle. Ma non riuscivo a capire come mai Luisa osasse suggerirmi di non pagarle. Doveva credermi molto stupido... Forse cieco. Ormai non nutrivo più dubbi di sorta. Un intrigo c'era fra lei ed Isacco. Ed io avrei dovuto fare da una parte la figura della vittima, dall'altra quella del beneficato. Mi conoscevano male, tanto l'una che l'altro! Quantunque fingessi di non vedere, di non capire, vedevo e capivo ogni cosa. Vedevo in che modo Isacco guardava Luisa, quando c'ero anch'io, la sera, e non avrebbe dovuto guardarla così. Era uno sguardo tutto tenerezza, che sarebbe stato innocente solo negli occhi di un fratello. Ma Isacco non era fratello di Luisa. Ed Esposito, oh! Esposito, suo fratello, certo non l'aveva mai guardata a quel modo. Quando Isacco se ne andava e Luisa l'accompagnava fino all'uscio, e si fermavano ancora a chiacchierare sulla soglia, poi Isacco, nel salutarla, le prendeva una mano e gliela stringeva, e indugiavano sempre qualche minuto così, con la mano nella mano. Due amiche, due amici avrebbero potuto salutarsi con quelle lunghe strette di mano. Ma una donna e un uomo, che non fossero due fidanzati, due amanti? No, certo: non era un modo naturale di salutarsi. Tuttavia non andavo così lontano, con le mie supposizioni. La gelosia non m'aveva ancora completamente acciecato, come poi mi acciecò. Solo pensavo che Isacco fosse innamorato di lei e che Luisa si lasciasse a poco a poco circuire. Io cercavo sempre di persuadermi che se anche questo intrigo fosse realmente esistito, e nelle sue ultime conseguenze, quelle che nemmeno l'uomo più pio subisce e tollera senza rivolta, a me, a me marito di Luisa, a me solo forse fra tutti i mariti, non avrebbe dovuto nulla importare. Cercavo di rafforzare sempre più in me stesso il convincimento che io non fossi un marito come tutti gli altri, e Luisa una moglie come tutte le altre; ma io una finzione di marito e lei una finzione di moglie. Non mi pareva concepibile la gelosia, là dove non c'era l'amore. Ogni sentimento di gelosia, nel caso nostro, mi sarebbe sembrato mostruoso e ridicolo. Geloso poi di Isacco? Era forse un uomo, Isacco? No, non era un uomo. Non era niente, Isacco. Eppure proprio qualche cosa di mostruoso, di mostruosamente ridicolo, cominciava a nascere in me, al pensiero di Isacco e di Luisa, uniti insieme in un solo pensiero. Era una specie di istintiva repulsione per tutto ciò che s'associava a quel pensiero, e m'impediva ormai di provare la più piccola gioia nel guardare i fiori che ornavano la nostra povera tavola, di bere un bicchiere di quel vino buono, d'inghiottire un boccone di quelle torte, di quei pasticci, che Isacco continuava ad offrirci ogni tanto. Mi versavano il bicchiere colmo, ed io vi intingevo appena appena il labbro. Il bicchiere rimaneva pieno. Mi dicevano:--Perchè non bevi, Paris? Rispondevo:--Questo vino non è come l'altro. Non mi va. Non mi piace. Allora m'alzavo, m'avvicinavo alla poltrona della vecchia, che aveva la sete negli occhi, e, sollevatole il mento, le versavo lentamente il vino del mio bicchiere nella bocca aperta, come dentro un imbuto.
Ben presto riuscii insopportabile a me stesso. Gli altri sembrava che non si accorgessero neppure di me. Non potevo più dubitarne: ero veramente geloso! Ero geloso di Isacco, senza amare Luisa. Il sentimento della gelosia è per sè stesso atroce. Ma quando c'è l'amore, penso che l'amore trasformi in una specie di frenetica voluttà questa dolorosa follia dello spirito. Deve essere come l'incontro di due fuochi che generano fuoco. E nell'ardore che divampa, il bene e il male, dolore e gioia, si confondono come la vita e la morte nel delirio d'un agonizzante. Poichè l'amore distrugge incessantemente ciò che la gelosia ha creato, e la passione incenerisce con un soffio i castelli incrollabili che la ragione crede di costruire sulla realtà. Ma nel caso mio non esistevano che tristezze e dolori. La mia gelosia era un sentimento freddo, isolato, arido, un sentimento cattivo ed immobile, che mi trovava sempre completamente lucido, e sempre sempre solo. In ogni momento ero pronto al suo richiamo, pronto a lasciarmi prendere nel giro dei suoi capziosi sofismi, dai quali nulla veniva a liberarmi mai. Orribile vita! Rimanere lontano da Luisa m'era penoso. Durante il giorno, mille volte ero assalito dalla tentazione di lasciare a metà il mio lavoro, afferrare il cappello e il bastone, correre a casa, sorprendere impensatamente Luisa in un momento qualunque della sua vita. Quella vita che io in fondo ignoravo. Che mi sfuggiva. Che non potevo controllare. Ma quando ero vicino a Luisa, la mia pena, il mio tormento, improvvisamente svanivano, e al loro posto subentrava una specie di deserta e dolorosa stanchezza, come un rilassamento dello spirito che mi piombava in una profonda malinconia. Quand'ero lontano da lei, mi sembrava che Luisa avesse un altro viso, un altro corpo, un'altra figura fisica, e che tutto questo mi appartenesse di diritto, fosse cosa mia che non potevo cedere ad altri pacificamente. Quando le ero vicino tutto mi sembrava insignificante in lei, e indifferente che appartenesse a me o ad altri.