Part 14
Alla prima luce dell'alba gli amici si riconobbero da una barricata all'altra. Dapprima non credettero ai loro propri occhi, poi si guardarono in faccia meravigliati, e allibirono. Il primo impulso fu, nei capitani, di rifarsi una reputazione continuando a combattere fra di loro. Ma i gregari s'affrettarono a sventolare bandiere e fazzoletti rossi, e qualcuno certo maledisse il sole il quale impediva che quelle fiaccole di cenci si spegnessero come s'erano spente nella notte le torce di resina. Su quella pace presto fatta da nemici che eran partiti all'assalto sotto la stessa bandiera, spuntarono lampeggiando alla luce dell'aurora le lance fitte della cavalleria.
* * *
In una certa grotta scavata nella scogliera, al di là del faro, Perdifiato, seduto in faccia al mare, aspettava pazientemente che spuntasse la alba. Il mare era livido e agitato, e vomitava contro lo scoglio ondate tutte bavose che si rompevano mugghiando sui suoi fianchi scoscesi. Poi con fischi e singhiozzi assordanti se le risucchiava in tanti mulinelli vorticosi, e, rigonfiandosi tutto, le risputava infuriato contro l'alta scogliera. Non si distingueva ancora la luce di levante, dove il sole insinuava tra cielo e mare la punta d'un raggio pallido pallido, dalla luce di ponente, dove la mezza luna, ancora tutta fuori dell'orizzonte quantunque già coricata, guardava di traverso le ombre a poco a poco sfumare sulla terra. E già i gabbiani, usciti dai loro nidi, assalivano il vento a testa bassa remando affannati con le ali tutte distese. Perdifiato, cercando di allontanare dagli occhi i ciuffi di capelli spioventi che gli impedivano di vedere, malediceva in cuor suo il boia destino che invece di dargli due ali possenti come quelle dei gabbiani, gli aveva anche tolta una gamba, per cui egli doveva tutto fare con una gamba sola, cercando di aiutarsi alla meglio con una stampella di legno. Almeno la gobba, che il destino, previdente di ciò che gli sarebbe mancato poi, gli aveva appioppata sul groppone fin dalla nascita, e di cui egli non sapeva che farsi, avesse potuto cambiarla con un'altra gamba! Ma no! La gamba se ne era andata sotto un carro, e la gobba gli era invece rimasta. E lo chiamavano Perdifiato appunto perchè, camminando con quella stampella e quel fagotto sempre appeso alle spalle, pareva a tutti che per la gran fatica dovesse mancargli da un momento all'altro il fiato.
Se avesse avuto tutte e due le gambe come una volta, anche la gobba gli sarebbe sembrata più leggiera. Ma certo egli non le avrebbe impiegate, come quegli stupidi gabbiani impiegavano le loro ali, a lottare contro il vento senza nessuna speranza di poterlo attraversare. Se mai si sarebbe messo a gareggiare con lui, per fare a chi correva più veloce, e tanto meglio se il vento, prendendolo in poppa, lo avesse anche aiutato. Allora non gli sarebbero occorse due ore per arrivare da quella grotta maledetta al centro della città, e poi altre due ore per mettersi in salvo prima dell'alba. Ma così conciato, che avrebbe potuto fare di più? Appena aveva visto fiammeggiare l'incendio nel porto s'era messo a correre, e, rischiando ad ogni passo di schiantarsi anche quell'unica gamba che gli rimaneva, aveva fatto salti da cavalletta su per la scogliera e poi lungo il molo tutto ingombro di travi, di corde, di àncore, di botti. L'anima agitata gli avrebbe messo le ali ai piedi, se ne avesse avuti due. Ma a una gruccia, a un povero pezzo di legno, come poteva mettere un'ala? Sicchè tutto sfiatato, era giunto appena in tempo a intrufolarsi in una certa bottega che aveva la porta sfondata, giusto per spigolare quello che gli altri più fortunati, cioè più veloci di lui, vi avessero per caso dimenticato. Con un moccoletto s'era messo a frugare, e per quanto quella fosse la bottega di un gioielliere, non aveva trovato se non un paio di vecchie scarpe, in un angolo, in un altro una valigia usata, sopra un tavolo una lente d'ingrandimento e un poco più in là una bilancia di precisione. Nel fondo di uno scrigno di ferro, che doveva aver dato molto da fare per aprirlo c'era un mucchio di cartoccini di carta velina che certo erano stati pieni una volta ma ora parevano tutti vuoti, mezzi strappati e sfatti. Perdifiato, affondando scrupoloso la mano nel mucchio, credette di sentirne uno ancor pieno. Allora, per non perdere tempo, aperta la valigia, vi rovesciò dentro tutta quella carta, e, confidando nella fortuna, così carico di quel magro bottino prese la via dell'uscita.
Ma il ritorno non era andato così liscio come si poteva sperare. Sotto un arco buio aveva fatto un incontro che per poco non gli era costato la pelle; perchè, mentre se ne andava tutto saltellante per la via più breve, due ombre si eran staccate da un angolo e gli avevano sbarrato il cammino.
--Olà! diceva una voce rauca, d'uomo, tu prendilo per il collo e tiello fermo...
E un'altra voce, che pareva di ragazzo, diceva:
--Sbattilo al muro e io lo frugo.
Perdifiato si sentì veramente mancare tutto il fiato che dopo tanto correre ancora gli rimaneva, e balbettò:
--State boni ragazzi! Per chi mi prendete?
Ma due mani possenti lo afferrarono per le spalle, e altre due mani gli abbrancarono il ginocchio, e Perdifiato, barcollando, sentì che quello che lo stringeva alla gamba cercava nell'ombra l'altro ginocchio, per agguantarlo, e non lo trovava. Intanto quello che lo teneva abbracciato per le spalle diceva:
--Maggiolino, cavagli questo fagotto che ha sulla schiena!
Allora sentì la stretta del ginocchio mollare, e due mani gli si infilarono sotto il corpetto e incominciarono a palpargli la gobba.
--Non viene niente! gridò indispettito il ragazzo, che era quello che lo frugava.
Allora l'altro prese Perdifiato per i capelli e lo scrollò con tanta forza, che, perdendo l'equilibrio, egli cadde lungo disteso per terra.
--Lasciatemi andare! gemette. Sono un poveraccio anch'io!
In quel mentre s'udì uno scalpiccio di gente che si avvicinava correndo, e allora quello che gli stava sopra gli assestò un pugno nelle costole, e se ne fuggì a precipizio seguito dal ragazzo che dileguò subito con lui nel buio.
Perdifiato rimase qualche minuto immobile, senza respiro, per l'acuto dolore che sentiva alle costole. Poi, quando non udì più alcun rumore, cercò di sollevarsi, e palpandosi il fianco sentì che versava sangue.
--Maledetti! gemette. M'hanno bucato!
E premendosi con una mano la ferita, e con l'altra aggrappandosi al muro, si alzò in piedi, ritrovò la gruccia, la valigia e le scarpe che, sfuggendogli di mano quando era caduto, erano rotolate poco lontano, e ansando disperatamente raggiunse la grotta dove Prisca ed Accolito dormivano ancora ignari di tutto.
* * *
Ora gli premeva di sapere due cose, e perciò aspettava la luce del giorno: prima di tutto se in quei cartocci che stavano nella valigia ci fosse qualche cosa di buono; poi se la ferita che lo faceva soffrire, e non voleva stagnarsi, fosse grande o piccina, soltanto un graffio oppure un buco profondo. Finalmente un po' di chiarore si fece nell'aria, e Perdifiato, rovesciata la valigia in una specie di buca fatta nello scoglio, incominciò a passare uno dopo l'altro gli involti di carta velina, e non c'era piega ch'egli lasciasse inesplorata. Con sua infinita gioia in uno trovò una pietruzza che al tasto e al colore, alla rotondità, riconobbe per una perla. Era una bella perla bianca, grossa come un cece. Poi trovò, in un altro cartoccino rimasto intatto, quattro o cinque pietre giallognole, trasparenti, lavorate come il brillante, ed erano quattro o cinque topazi. Infine trovò, proprio quando aveva perduta ogni altra speranza e non rimanevano nella buca se non pochi straccetti di carta, una collanina d'oro da cui pendeva uno smeraldo ovale. Perdifiato stava guardando quello smeraldo contro luce per vedere quanto fosse limpido e trasparente, quando un dolore acuto gli attraversò improvvisamente il fianco ferito e gli strappò un lamento. Si rovesciò allora il corpetto, e si vide tutto sporco di sangue. Sotto le costole gli si apriva un taglio di coltello largo due dita che doveva essere profondo assai. Perdifiato si arruffò disperato i capelli sulla fronte e capì che di quel colpo poteva morire. Infatti si sentiva a poco a poco mancare le forze, e già gli occhi gli si annebbiavano. Chiamò con tutta la sua voce:--Prisca! Accolito!--e cominciò a tirar sassi nella grotta per svegliarli.
Prisca dormiva profondamente nel suo letto fatto di stracci e di foglie secche, e sognava di esser presa in mezzo da quattro o cinque giovani che portavano tutti un garofano in bocca e la volevano ad ogni costo spogliare. Ella teneva un braccio disteso e la sua bella testa, bruna e crespa, posata su quel braccio. Si agitava tutta nel sogno e dalle sue belle labbra sorridenti uscivano di quando in quando piccoli gridi lamentosi, come se realmente ella si trovasse alle prese con una muta di innamorati. Uno dei sassi che Perdifiato tirava nella grotta la colpì alla spalla e la destò spaventata. Ed ella, rizzandosi con un salto a sedere sul letto, subito con la mano si nascose i piccoli seni tondi e rosei nella camicia, e si guardò intorno con occhi torvi, come se contasse di non vedere che nemici. Ma non vide nessuno, se non Accolito che, coricato al suo fianco, ronfava con le labbruzze aperte e gli occhi rovesciati, che mostravano fra le palpebre brune un filo di bianco, e parevano due castagne tagliate. Ma subito dopo udì la voce di Perdifiato che la chiamava, e curvandosi sopra un fianco, vide anche lui, nell'arco chiaro della grotta, che si stringeva la faccia con le mani e si torceva come se avesse le doglie. Ella saltò su in piedi, e infilatosi alla svelta un gonnellino, scalza andò a vedere che cosa avesse il suo caro marito per lamentarsi e dimenarsi così.
--Crepa! esclamò poi strofinandosi gli occhi cisposi. Chi ti ha pregato di andare? Manco se avessi tre gambe invece di una, e un paio di ali invece di quella gobba dannata!
--Andiamo, disse Perdifiato che non ne poteva più dal dolore, mettimi a letto e fammi un impiastro...
Prisca lo prese per le spalle e lo trascinò sul letto dal quale s'era alzata allora. Poi ritornò fuori, e raccolta la perla e la collana con lo smeraldo e i topazi che erano posati sulla pietra, li mostrò a Perdifiato e gli chiese:
--Questi cosa sono?
Perdifiato glieli tolse di mano con violenza e senza rispondere li annodò stretti stretti in un angolo della coperta. Prisca si avvicinò a un fornello piantato in un angolo fra quattro sassi, su cui stava una pentola di coccio, e nella pentola c'era un po' di pancotto che galleggiava in un brodo nero. Prisca prese un cencio e se lo distese sulle ginocchia. Poi prese un po' di quel pane spappolato e ne fece una specie di focaccia larga come una mano. Lo involtò bene bene nel cencio e, sollevato il corpetto di Perdifiato, gli appiccicò l'impiastro sulla ferita.
--Non aver paura! disse con sarcasmo. L'anima tua da questo buco non ci passa!
* * *
Quel giorno trascorse così. Perdifiato si lamentava tutto rattrappito sul letto. Dopo qualche ora si strappò dal fianco il corpetto, l'impiastro di pancotto, la cintola dei calzoni, e tutto scaraventò lontano da sè con ira. Si sentiva bruciare dentro, le viscere, come se avesse inghiottito e digerito una pietra infernale. I suoi occhi bovini, tondi e neri, pareva che per il gran dolore gli dovessero schizzar dalla testa, e che egli picchiasse la testa nel muro appunto per farli rientrare nelle orbite.
Era giorno di domenica. Prisca prese Accolito e lo portò ad una pozzanghera d'acqua salata che il mare aveva lasciato nel cavo d'uno scoglio, e senza pietà gli lavò il viso, le orecchie e le mani, che dopo quella lustrata brillarono al sole più nere che mai, perchè erano nere di natura. Anche Prisca era nera. La sua pelle aveva il colore del bronzo: era bruna e dorata, e lucida più del metallo. Asciugò Accolito nella sua sottana e poi gli infilò certe brachette di velluto nero e un camiciottino bianco ricamato. Sulla fronte gli spazzolò bene il ciuffo. Quindi, preso lo specchio, ch'era un pezzo di specchio tutto scheggiato, lo appoggiò ad un sasso, e, accoccolata, incominciò con il pettine, che aveva sì o no quattro denti, a districarsi i capelli, fitti e increspati come la lana. Ma non riuscì che a strappar qualche nodo e a sciogliere qualche ricciolo, e il resto le rimase tutto raggomitolato intorno al capo, che sembrava appunto un gran gomitolo di lana. Un nastro giallo se lo passò sotto la nuca e se lo annodò in due bei cornetti dritti nel mezzo della fronte. Poi, senza vergognarsi del mare che la guardava con i suoi mille occhi sfavillanti di sole, si spogliò nuda nuda, e in breve si rivestì degli abiti di festa, ch'erano certe calze di seta azzurra, un corsettino di lana rossa e una gonnella nera di panno. Alla cintola si annodò un altro nastro verde e i piedi li calzò con due belle scarpette. Così, tutta vestita bene, si accostò al letto dove Perdifiato non la finiva più di gemere e di agitarsi. Egli stava rivoltato con la faccia contro la parete e teneva le braccia intorno al capo. La coperta era tutta ammonticchiata in fondo al letto. Prisca si curvò e cercò quel nodo che Perdifiato aveva fatto in un angolo della coperta per racchiudervi la collana e le altre pietre preziose, lo sciolse, e, presa la catenina d'oro con lo smeraldo, svelta si allontanò senza essere nè veduta nè udita.
Nonostante i disordini della notte tutti erano per le strade in quel giorno di festa, e Prisca, tirando per la mano Accolito, non faceva minor figura delle altre donne giovani e belle che, a braccetto dei loro innamorati, tutte accese in viso per il sole che incominciava a scottare, con vestiti e nastri sgargianti, collane e braccialetti d'oro, se ne andavano dondolando da un marciapiede all'altro. Prisca era giovane, fresca, diritta, e Accolito non si sarebbe detto suo figlio. Ma a lei, tutte le altre domeniche, toccava di trascinarsi al fianco di Perdifiato, che non si staccava un minuto; e camminare tra la folla con quella gruccia e quella gobba era un tormento. Egli poi non stava zitto mai, e bastava che uno guardasse la sua donna, ch'egli si metteva a chiamarla per nome, perchè tutti sapessero subito che quel fiore gli apparteneva. Perciò quel giorno Prisca andava trionfante e libera, e tutti potevano guardarla quanto volevano, e averne da lei in compenso certi bei sorrisi bianchissimi. Ma il meglio sarebbe accaduto in Borgo S. Angelo, ch'era il quartiere dei ladri, dove Perdifiato l'aveva presa ragazza.
* * *
Perdifiato intanto si disperava, solo, nella grotta che già incominciava a riempirsi di ombra. Egli vedeva l'inferno aperto ai piedi del suo letto e tutti i diavoli rossi, con le corna e le forche, che ballavano nelle fiamme. Chiamava Prisca, chiamava Accolito, ma non gli rispondeva se non la propria voce fatta cavernosa. Aveva sete, e beveva ogni tanto un sorso d'acqua da un vaso di coccio che aveva accanto al letto. Ma quell'acqua, che era fredda finchè la teneva in bocca, appena passato il gargarozzo diventava bollente e pareva piombo liquefatto che gli colasse nelle viscere. Si sentiva morire. Si abbrancava con le mani alle pareti scabrose, ma certo sarebbe finito nell'inferno che lo aspettava laggiù spalancato. Sua moglie e suo figlio l'avevano abbandonato. Forse Prisca, tanto coraggiosa, avrebbe potuto scacciare quei diavoli rossi, chiudere quella buca arroventata con delle palate di sabbia! Disperato, egli invocò la Madonna del Parto, che aveva già salvato Prisca quando aveva dato alla luce Accolito; e benchè non sperasse più nulla, con sua gran meraviglia la vide d'un tratto apparire in una nuvoletta candida. Allora le offrì col cuore tutte le sue ricchezze. La Madonna gli disse:--Perdifiato, mi darai la collana d'oro con quello smeraldo ovale. La nuvoletta svanì, e Perdifiato afferrò la coperta e sfece il nodo. Ma non trovò la collana.
E tutti, vedendo passare Prisca con Accolito, le andavano incontro allegri, e, guardandola con ammirato stupore, le dicevano:--Oh! fiorita come una rosa di maggio, la nostra bella Prisca! E il gobbo se l'è bevuto il mare? Come siamo sgargianti! E questa bella collana, con questo bello smeraldo, chi ve l'ha regalata? Dalla gobba dello sposo è uscita? E ridevano, e Prisca rideva più di loro. E gli uni le dicevano, additando Accolito:--Il fagotto più grosso, manco male, l'hai lasciato a casa. Ma anche questo fagottello qui, perchè non lo butti in mare? Accolito si metteva a piangere, e allora Prisca gli dava due sculacciate e gli gridava:--Stupido come tuo padre! Non vedi che te lo fanno apposta? Ed altri diceva strizzando l'occhio:--Eh! Eh! la nostra bella Prisca, che collana ha messo su! Le donne, specie le ragazze da marito, che vedevano come tutti i giovani le corressero dietro a farle mille grazie, bisbigliavano arricciando il naso:--Ohibò! Dove l'avrà tolta quella collana? L'avrà mica rubata?
Perdifiato vedeva la buca dell'inferno ai piedi del suo letto allargarsi sempre più, e gli pareva che le fiamme che ne uscivano fossero lunghe fino al soffitto. Tutto per quella collana che la Madonna gli aveva chiesto, e ch'egli non le poteva dare! Eppure l'aveva annodata nell'angolo della coperta con le altre pietre preziose. Ma ora non c'era più. Disperato si gettò colla faccia contro il letto e rimase così irrigidito nello spasimo che gli lacerava il fianco, finchè non gli parve di vedere, nell'ombra che ormai riempiva la grotta, splendere una fioca luce. Allora alzò il capo e vide Prisca che, tenendo in mano un moccolo di candela, stava curva a guardarlo. Ma subito vide anche pendere dal suo collo lo smeraldo che oscillava come una stella verde, e con un grido furioso glielo strappò, e, stringendolo nel pugno chiuso, si rovesciò svenuto sul letto.
* * *
Quando Perdifiato fu guarito e potè alzarsi dal suo giaciglio, prese la gruccia e se ne andò in città. Là, in cima a una gradinata altissima, sorgeva una vecchia chiesa sul cui frontone era scritto a grandi caratteri: _Virgo tua gloria partus_, dove Perdifiato entrò segnandosi. La Madonna, che gli era apparsa in sogno vestita di rosa e d'azzurro, stava ora seduta in una nicchia fra due colonne, tutta coperta di cuori d'argento, e non aveva quel vestito celeste, ma era tutta di marmo bianco, salvo il piede che era d'oro. Tante lampade pendevano intorno intorno alla nicchia e in ognuna brillava tremando una fiammellina. Contuttociò la nicchia era piena d'ombra. La Vergine aveva in capo una mitra d'oro altissima, e il Bambino, che ella teneva in piedi sulle ginocchia, aveva pure una mitra d'oro, ma un poco più piccola. Ma mentre il pargolo era tutto nudo, la mamma portava sul vestito di marmo una specie di corazza tutta scintillante d'oro e di gemme, e intorno al collo dieci file di perle d'ogni grandezza, e alle dita anelli che splendevano come fari. Perdifiato, prono dinnanzi a quell'immagine, la contemplava estatico, e si domandava perchè mai la Madonna, che aveva già tutti quei gioielli meravigliosi, avesse chiesto a lui, povero ladro di poca fortuna, la sola collana che in vita sua gli fosse riuscito rubare. Egli cercava una risposta a questa domanda e non la trovava. Finchè i suoi occhi non si posarono sopra quelle file di perle che cingevano il collo della Vergine, e allora credette di averla trovata, perchè veramente eran tutte collane di perle, e non ce n'era nemmeno una che avesse uno smeraldo. Allora Perdifiato si alzò lentamente, e senza staccare gli occhi dal volto della Madonna, la quale pareva seguire ogni suo atto con quelle sue pupille bianche, andò verso un frate che, pregando a testa bassa, teneva sulle ginocchia un piatto d'argento. Con un gesto umile, quasi vergognoso, egli trasse di tasca la collana dallo smeraldo, e, sospirando, la lasciò cadere tra le monete di rame di cui quel piatto era pieno. Il frate senza interrompere le sue preghiere assentì gravemente col capo, e disse con un po' più di voce: _Ave Maria gratia plena, domin... tec... benedi..._ E il resto si perdè in un bisbiglio.
* * *
Là, un giorno vuoto, ho riveduto io, per caso, la collana di Daria, la collana di Silvina. Essa ora appartiene al cielo: è di Dio. Sospesa al collo della Vergine, sembra risplendere d'una luce dolce e serena, senza sinistri riflessi. Nessun maligno fascino si sprigiona più dal suo verde lume. Ed io pensai, riconoscendola dalle sue maglie smaltate e dal colore della sua trasparenza, che anche Daria, se è morta come disse Soave, e Silvina che vive ancora, potranno forse un giorno purificarsi.
PARTE QUINTA
Luisa.
I.
Ho trentacinque anni. Sono invecchiato e stanco. Non ho più voglia di vivere. Se rileggo i miei scartafacci scritti dieci, quindici anni fa, e vedo come la vita mi sembrasse già allora disperata, e come poi abbia potuto vivere ancora altri dieci, quindici anni, ho un desiderio pazzo di aprire la finestra e di precipitarmi giù nella strada, per schiacciare questa mia testa contro il selciato e impedirle per sempre di ragionare. Io mi rivolto, con un'irascibilità nella quale riconosco pur troppo i segni della mia malattia e della mia precoce senilità, mi rivolto contro me stesso, perchè m'è intollerabile pensare, come risulta dalle pagine scritte per Daria e per Silvina, che io abbia potuto per lunghi anni considerarmi una vittima del destino e circondare di pietà gli atti più stolti della mia vita, e di tutte le cose avere un'opinione falsa e sbagliata, senza che la verità mi balenasse mai per un istante alla mente, quantunque pretendessi di penetrare il segreto delle cose e a tutte dare un significato. Se mi affaccio alla finestra, solo che abbassi gli occhi sul fondo della strada buia che s'inabissa fra le case, con quei lumicini, laggiù, languidi e opachi e quelle formiche nere che silenziosamente corrono sbucando dall'ombra per rintanarsi in altra ombra, la vertigine mi prende alla nuca e mi tira giù a precipizio nel vuoto. Basterebbe che mi abbandonassi. Ma invece, vile, e in perfetta contraddizione con quanto ho ideato poco fa, mi abbranco con tutte e due le mani alla ringhiera, e chiudo gli occhi per non vedere, e mi ritraggo spaurito, e ripiombo qui, dinnanzi a questo tavolo, dove m'attende e m'inchioda quel pensiero che vorrei uccidere per sempre in me.
Il piccolo Isacco se ne è andato or ora. Mi ha lasciato qui, accanto, un modulo stampato che debbo riempire. Povero ragazzo! Non dimentica nulla, lui. Ora lo sento nella stanza vicina che si toglie le scarpe e le sbatte contro la porta. Sempre così, ogni sera. Luisa non poteva soffrire questi rumori che Isacco fa spogliandosi nella sua camera, e la sottigliezza della parete, che divide questa stanza dalla sua, fu sempre per lei cagione di grandi preoccupazioni, di profonda infelicità. Veramente sembra che Isacco sia ancora qui, accanto a me, e che si spogli in mia presenza, come se nulla ci dividesse, togliendoci l'uno alla vista dell'altro. Ora sento perfettamente che sospira, e dallo scricchiolio della sedia su cui è seduto (la sedia è accanto al letto) capisco che si sta sfilando le calzette di lana bianca, e forse il sospiro è dovuto ad un buco, che, nel cavarsi le scarpe, ha scoperto sulla punta o nel tallone. Durante la notte, lo sento che si rivolta nel letto, e poi percepisco il suo respiro pesante e calmo, quando si è addormentato. Spesso sogna, e allora chiama con voce lamentosa e lontana i nomi più strani, e fa lunghi dialoghi con qualche invisibile e misteriosa ombra.