Il perduto amore

Part 12

Chapter 123,868 wordsPublic domain

--No, caro, rispose Silvina immobile, nessuna principessa. Un'amica mia d'infanzia, ritrovata in questi giorni per caso.

Silvio scosse il capo e mormorò:

--Quanta gente, quanta gente nuova nella tua vita...

Allora Silvina si volse e, fissando sopra di lui uno sguardo acuto acuto, come uno spillo, gli si avvicinò di due passi, si tolse il pastrano e lo gettò ai suoi piedi con sgarbo.

--Ricordati, gli disse, scandendo una per una le sillabe, che senza tutta questa gente nuova non sarei ancora qui a sopportare le tue stupide inquisizioni. Nuove o vecchie, io sono libera di scegliere le mie amicizie, di ricevere i fiori che m'offrono, e di portare i vestiti, le pellicce, i cappelli che mi piacciono, e di fare e disfare il mondo intero a modo mio... Ed ora vattene, perchè sono annoiata di te.

A viso alto, sdegnata, ella si avviò verso il cassettone. Silvio in gran fretta, come se le parole di Silvina avessero suscitato in lui una viva collera, s'infilò il soprabito ed uscì.

Rimasta sola Silvina indossò il migliore dei suoi vestiti, e tranquillamente incominciò a pettinarsi. Da qualche giorno portava i capelli annodati alti sul capo, con solo due brevi riccioli che le ricadevano sulle tempie. Quella pettinatura le allungava graziosamente il viso e la faceva più alta di tutta la persona. Poi si incipriò le mani, le braccia, il collo, le gote; si tinse di nero gli occhi, di rosso le labbra e si contemplò soddisfatta. In quel medesimo istante alcuni colpi affrettati risonarono contro l'uscio e Soave entrò correndo.

--Silvina, disse concitata, non ne possiamo più! Tutta la notte non ha fatto che piangere, che smaniare. Credo che impazzirà, se tu non vieni a calmarlo...

--Ma non lo sapete dunque, gridò Silvina, non lo sapete che Silvio è tornato?

--Lo sappiamo, lo sappiamo, rispose Soave, e per questo appunto si dispera così.

--E perchè si dispera? domandò Silvina. Non sapeva anche lui che quando fosse ritornato Silvio tutto doveva finire tra noi?

Furono bussati altri colpi contro l'uscio, ed entrò correndo Odette:

--Per carità! disse ansando, non indugiate un minuto di più! Lo abbiamo ripreso per miracolo a metà delle scale. Veniva qui correndo come un indemoniato, e ora in quattro non riusciamo a tenerlo disteso sul letto.

--Silvina! supplicò Soave, giungendo le mani.

Allora Silvina prese una subita risoluzione, si buttò sulle spalle la mantellina e si precipitò nel corridoio.

Soave e Odette la seguirono. Scese di corsa le scale, esse trovarono madama Humbert sulla porta, tutta stralunata, col viso tutto in lacrime.

--Dov'è? chiese seccamente Silvina.

Madama Humbert la guidò correndo in fondo alla casa. Là, in una stanza semibuia, disteso bocconi sul letto, con le gambe e le braccia buttate una qua e una là, stava il principe Stroztki. Egli mordeva furiosamente il cuscino e ruggiva come un leone. Il parrucchino gli era volato chi sa dove, e nella penombra la sua testa tutta pelata sprigionava lampi gialli.

--Ebbene? gridò Silvina, scuotendolo violentemente per una spalla. Che cosa sono queste scene? Volete che io chiami Silvio, perchè veda in che modo vi riducete voi, quando amate una donna?

--Dov'è? dov'è? rantolò il principe, sollevandosi sul letto, guardando minaccioso tutto intorno.

Ma i suoi occhi s'incontrarono con gli occhi di Silvina, sfavillanti di sdegno e d'ira, e subito ammutolì.

--Scende le scale, rispose Silvina, ed ora sarà qui. Se vi piace d'esser ridicolo potete continuare a smaniare.

--Silvina, gemette il principe, mostrandole con un gesto disperato la sua persona, vedete fino a che punto? Non sono più un uomo. Sono un povero straccio. Silvina non mi ama più!

--Questo è delirio, disse Silvina. Silvina non vi ha mai amato.

--Ah! Silvina, gemette il principe, se lui non fosse mai ritornato, voi sareste stata sempre mia, non m'avreste trattato così. Fino a ieri siete stata buona con me, amorevole, piena di promesse. Mi diceste, proprio ieri, prima di lasciarmi:--Se sarete degno di me, sarò vostra per sempre!

--Ma oggi, disse solennemente Silvina, così come vi vedo, mi sembrate mille volte indegno di qualunque donna.

--Silvina, Silvina, gemette il principe, come siete crudele! Perchè indegno? Chi mi ha ridotto così? Basta una vostra parola, perchè io ritorni quello stesso di ieri.

Silvina non parlò.

--Una piccola elemosina di speranza, supplicò il principe. Che io possa almeno vedervi, parlarvi, adorarvi in silenzio, e attendere umilmente che il destino vi riconduca a me...

--Se voi foste savio! esclamò Silvina. Ma insensato a questo modo?

--Savio, savio! balbettò il principe illuminandosi d'un sorriso. E in furia si alzò, cercò di ricomporre i suoi abiti disordinati, si precipitò allo specchio, vide la sua testa pelata, cercò affannosamente la parrucca sopra e sotto il letto, se la calzò con destrezza dalla nuca alla fronte, riannodò la cravatta, e così, in sembianze più umane, si rivolse a Silvina e attese in silenzio una parola di perdono. Silvina lo guardò dalla testa ai piedi e disse:

--Così, Stanislao, potete sperare qualche cosa da me, e non piangendo come un bambino....

Egli le si avvicinò timido, le prese la punta di una mano e gliela baciò.

--Grazie, disse con un sospiro, voi mi ridate la vita.

Silvina gli volse le spalle ed uscì. Ritornata nella sua stanza, si guardò nello specchio, e rifece alcuni degli atteggiamenti corrucciati e minacciosi che avevano atterrito il principe Stanislao. Soddisfatta rise, e vedendo che al suo collo mancava la collana, andò a prenderla sul cassettone dove l'aveva posata la sera innanzi, prima di coricarsi. La cercò tra i fazzoletti e le bottiglie di profumi, sotto il cuscinetto appuntaspilli, dietro lo specchio, nel primo, nel secondo cassetto, ma con sua gran meraviglia non la trovò. Forse era caduta per terra. Ed ella scostò delle sedie, rimosse un paio di vecchie pantofole, s'inginocchiò, la cercò sotto i mobili. Ma la collana non c'era. Allora pensò con sgomento, che, essendosela appuntata in fretta prima di uscire dalla stanza, doveva averla perduta nel corridoio, o per le scale, o in casa di madama Humbert, durante quella scena col principe. A precipizio aprì l'uscio e mosse qualche passo nel corridoio. Ma il corridoio era troppo buio perchè ella potesse vedere la collana, se proprio l'aveva perduta in quel tratto. Allora rientrò in camera, accese la candela, e, curva, esaminò a palmo a palmo il corridoio in tutta la sua estensione. Ma la collana non c'era. Già presa da un principio di orgasmo, Silvina posò la candela in un angolo e fece le scale arrestandosi ad ogni scalino, scostando col piede i pezzi di carta che incontrava qua e là, senza nulla trovare. Bussò con forza alla porta di madama Humbert, dichiarò alla signora, che la guardò esterrefatta, la ragione di quell'improvviso ritorno, e madama Humbert chiamò a gran voce Soave e Odette che accorsero, e accorse anche il principe, e tutti in silenzio, mentre Loreto, sul poggiolo strombettava la sua canzone:

Loreto, lo reee! Chi l'è che passa? Lo re che va alla cacciaaaa... Tacca trombetta! Trrrr...

si misero a cercare la collana per tutte le stanze attraverso le quali era passata Silvina per giungere a quell'ultima stanza dove il principe Stanislao era stato rinchiuso. Furono sollevati tappeti, spostati mobili, rovesciate sedie; il letto in quella stanza fu tutto sfatto, e le lenzuola sbattute per ogni verso, e il principe, ginocchioni, frugò sotto tutti i mobili. Ma la collana non venne fuori.

Allora Silvina s'attaccò ad una speranza, e cioè che la collana fosse proprio là dove l'aveva posata la sera innanzi. Risalì a salti le scale, e preso il candeliere, che aveva posato sull'ultimo gradino, rifece il corridoio passo passo, e mentre se ne andava così curva, scrutando il pavimento, fu raggiunta da Silvio che rientrava in casa.

--Sai, gli disse Silvina con voce accorata, credo di aver perduta la mia bella collana...

--La collana dello smeraldo? domandò stupito Silvio.

--La collana, la collana! ripetè Silvina irritata. Quale vuoi che sia? Non ne ho centomila...

Il corridoio era finito. Silvina spense la candela, entrò nella stanza, e corse nuovamente al cassettone, e ricominciò a cercare. Vana speranza! Non c'era.

--Ma dove l'hai perduta? domandò Silvio.

--Se lo sapessi, sibilò Silvina, non farei tanta fatica a cercarla...

Di nuovo si mise in ginocchio a frugare sotto i mobili, e Silvio, inginocchiatosi accanto a lei, la seguiva in ogni movimento, in base al principio che quattro occhi vedono meglio di due. Poi il campo delle ricerche si estese, e dal cassettone si passò all'armadio, tutti i vestiti, che fortunatamente erano pochi, furono spiccati dagli attaccapanni e agitati come bandiere. E mentre Silvio diceva:--Vedrai che te l'hanno rubata!--Silvina rovesciò il letto, buttò all'aria lenzuola, coperte, cuscini e materasse, e poichè ormai non c'era più dove cercare, si lasciò cadere di traverso sul mucchio delle coltri disfatte e ruppe in un pianto disperato. Allora Silvio, smettendo anche lui l'inutile ricerca, andò, per consolarla, ad accarezzarle i capelli, e, affondata una mano in una delle ampie tasche del suo pastrano nuovo, ne trasse un cartoccio tutto fiorito e ricamato, e legato da un bel nastro rosa; e prendendo con due dita il mento di Silvina cercò ch'ella sollevasse il capo. E quando, dopo molte riluttanze, ella lo ebbe sollevato, Silvio le offrì quel cartoccio profumato, dicendole:

--Ti regalerò una collana più bella di quella, con uno zaffiro meraviglioso. Che serve ormai disperarsi? Vieni, piccina. Addolcisciti la bocca, dopo tante lacrime amare.

Silvina, lacrimando, prese quel cartoccio e lo aprì. Vide tanti bei canditi verdi, rossi e gialli, brillanti come pietre preziose. Allora sollevò gli occhi su Silvio, e avrebbe voluto frugargli nell'anima. Ma l'anima semplice di Silvio, incapace più di nascondersi, affiorò sul suo viso in un rossore di minuto in minuto più intenso, tanto che Silvina ebbe come in un lampo la rivelazione della verità.

--Tu! tu me l'hai presa! gridò soffocando d'ira. Tu sei stato, tu, tu, tu...

E gettato lungi da sè il cartoccio dei canditi, che rotolarono qua e là come tante pallottole colorate di vetro, si scagliò su di lui e lo tempestò rabbiosamente di pugni.

XII.

Proprio in quel momento io avevo bussato all'uscio di quella stanza. La voce irata di Silvina domandò:--Chi è?--e ne seguì un rumore di sedie rovesciate, e poi un silenzio assoluto. Senza che avessi udito nessun passo avvicinarsi alla porta, la molla della serratura scattò improvvisa in quel silenzio. Mi trovai di fronte a Silvina. Dal giorno in cui era fuggita, e mi pareva un'eternità, non l'avevo più riveduta. Rivedendola allora, il mio povero cuore ebbe una trafitta dolorosa, come se in quell'attimo io rivivessi tutte le pene che ella aveva fatto soffrire a noi duramente cinque lunghi mesi. Se non fossi stato preparato alla più triste realtà, il suo viso tanto mutato mi avrebbe allora detto brutalmente fino a che punto ella si fosse allontanata da noi in quello spazio di tempo. Ma io non coltivavo più nessuna illusione, e perciò potei guardare Silvina senza avere orrore di quell'immagine che, sotto le sue sembianze, vedevo dinnanzi a me per la prima volta. E mentre Silvina, sorpresa dalla mia inaspettata apparizione, mi guardava senza fiatare, io le parlai calmamente così:

--Silvina, non temere nulla da me. Non mi vedresti qui senza una grave ragione... La mamma muore, Silvina, la nostra cara, la nostra buona, adorata mamma!

--La mamma? mormorò Silvina, abbassando triste il capo.

--Sì, Silvina, soggiunsi, la mamma ti ha perdonato. Devi venire con me...

La porta era aperta a metà, e Silvina l'aprì del tutto, e io vidi quella misera stanza in disordine, Silvio che mi volgeva le spalle abbandonato sopra una sedia, le rose bianche nel secchiello sul tavolo, i canditi sparsi per terra. Ma non entrai.

--Subito? domandò Silvina.

--Subito.

Silvina si ritrasse a capo chino, andò nell'angolo dove stava l'armadio, si gettò sulle spalle la mantellina, si mise in capo una cuffietta di lana, e ritornando verso me, mormorò:

--Andiamo.

Sulla soglia si arrestò un attimo indecisa, poi si voltò a Silvio, che non s'era mosso, e duramente gli disse:

--Non aspettarmi... Non tornerò mai più...

La nostra vecchia carrozza, guidata da Battista, ci aspettava all'angolo della strada. Incominciò quel triste viaggio di tre lunghe ore. Silvina, seduta al mio fianco, tenendo gli occhi fissi dinnanzi a sè, non parlava. Avvolto nel mio mantello, il cappello calcato sulla fronte, me ne stavo anch'io muto, cercando di non guardarla, e il mio pensiero non si allontanava un istante da mia madre, da lei che non viveva più ormai se non per quella ultima consolazione che io le portavo. Subito dopo la fuga di Silvina, mia madre aveva incominciato a deperire, e di giorno in giorno il suo viso si faceva più affilato e più bianco, come se a goccia a goccia le venisse meno il sangue nelle vene e un freddo fuoco consumasse la sua povera carne. Verso la metà di settembre, una mattina, la trovammo svenuta in giardino, dove scendeva sempre appena fatto giorno per pregare dinnanzi a una madonnina di marmo, un'Assunta in cielo, che era stata messa là, in una nicchia d'edera, il giorno in cui era nata Silvina. Trasportata nel suo letto, riaprì gli occhi, ma non erano più i suoi soavi occhi di prima. Una tristezza infinita vi aveva distesa per sempre la sua ombra, e da quel giorno furono due imploranti occhi che invocavano da Dio la fine di una vita ormai divenuta insoffribile. Alla fine di ottobre ella non era già più che un'ombra, un'ombra dal viso diafano, che si muoveva per la nostra casa a passi silenziosi e incerti, come desiderosa di uscirne, d'involarsi, e ancora trattenuta da non so quale peso e costretta ad aggirarsi inquieta per quelle stanze. Una mattina volle come sempre alzarsi per scendere e pregare in giardino, ma le forze le mancarono. Da quel giorno non lasciò più il suo letto. Ella teneva accanto a sè un ritratto di Silvina, una miniatura di lei bambina di dieci anni, quando ancora portava i capelli sciolti per le spalle, che pareva la dolce immagine d'un angelo. Allorchè la lasciavano sola, la mamma fissava gli occhi su quell'immagine e non se ne distaccava se non quando qualcuno, entrando nella stanza, veniva ad interrompere con la sua presenza quella specie d'ipnosi. Dopo due settimane il suo stato era disperato. I medici avevano rinunciato a ogni cura poichè il male che consumava mia madre non apparteneva ad alcuna delle categorie iscritte nella loro scienza. Era un male assurdo. Non era propriamente un male. Come un lume stanco ella si spegneva a poco a poco. Questa similitudine tranquillizzò presto la coscienza dei medici, che rassegnati rimisero i loro poteri nelle mani di Dio. Neppure sul tempo che poteva occorrere a quel fioco lume per spegnersi interamente, essi seppero fare previsioni. Poteva durare soltanto poche ore, poteva durare ancora settimane e mesi. E noi, a cuore stretto, ci preparammo ad aspettare che il destino irreparabile si compiesse secondo la sua misteriosa legge. Ma era venuto un giorno in cui mia madre, con i suoi occhi già fissi in un miraggio lontano, aveva veduto l'Invisibile trasvolare come un vento gelido per quella landa dove lei sola l'aspettava paziente da tanto tempo; aveva sentito il soffio della sua ala avvolgerla come in un freddo abbraccio. Quando ella ci chiamò era sera inoltrata, e ognuno di noi, in cuor suo, aveva già chiuso quel giorno, mettendolo nel numero di quelli che, per grazia di Dio, non si sarebbero mai più rivissuti, e stava preparandosi con accorata malinconia al giorno che doveva cominciare domani. Volle che tutti fossimo intorno al suo letto, e quando ci vide tutti presenti, si rivolse a mio padre, che la guardava attonito, e prendendogli le mani e accarezzandogliele dolcemente:

--Tu sei stato sempre buono con me, disse, non mi negherai ora questa grazia. Vada qualcuno a cercare Silvina... Che io possa darle ancora almeno un bacio...

Mio padre rimase muto, tossì, si coprì gli occhi con la mano, e per qualche minuto non si mosse. Poi, come se avesse preso una penosa risoluzione, chiudendo le palpebre per nascondere le lacrime, si curvò su mia madre, la baciò in fronte, e mormorò:

--Sia fatta la tua volontà.

Pronunciate queste parole, mio padre uscì precipitosamente dalla stanza come per dare degli ordini. Udii il suo singhiozzo soffocato. Mia madre levò i suoi occhi su noi, che le eravamo rimasti vicini, e ci sorrise.

--Voletele sempre bene, disse con un filo di voce. È la vostra piccola sorellina...

Quando, poco dopo, uscii dalla stanza, trovai mio padre seduto, al buio, nell'anticamera, che da solo smaniava con parole rotte e minacciose.

--Prima uccidete me, diceva, prima che ella rimetta il piede in questa casa!

Si alzò d'impeto, chiamò Marta, chiamò Battista, che accorsero atterriti a quella voce.

--Nessuno si muova, senza mio ordine, gridò mio padre. Nessuno entri in questa casa, senza il mio permesso. Intendetemi bene: nessuno!

E andò di persona a sprangare l'uscio.

Passai una notte angosciosa. Vidi l'alba grigia di novembre diffondere la sua luce spettrale sulla campagna tutta triste, deserta, immobile; vidi i veli labili delle nebbie sciogliersi dai rami stecchiti degli alberi, svanire come lieve fumo; udii i galli cantare dai chiusi pollai, poi li vidi sbandarsi sull'aia, e udii le prime voci umane, i primi passi nelle case dei contadini; vidi i paperi incamminarsi in fila lungo la roggia ghiacciata, come galleggiando nell'aria sporca di inchiostro, più bianchi della brina che faceva candida l'erba; quindi nel silenzio soltanto rotto da quei lievi rumori, udii lontano lo squillare delle sonagliere, e poi il rotolio delle ruote sulla via maestra, e lo schioccar della frusta, della prima carrozza di posta, che dal paese si muoveva per andare in città. Allora ebbi la sensazione che quel nuovo giorno, che allora incominciava, non c'era più speranza di poterlo rimandare ad un altro giorno; di poterlo sopprimere, di poterlo comunque evitare, sostituendolo con un altro giorno, preso lontano, fra quelli passati o fra quelli futuri, che non fosse dominato da una così imperiosa necessità di fare, e di vedere, e di patire ciò che in quel giorno doveva essere fatalmente fatto, veduto e patito. Ma io solo, fra tutti gli uomini, non potevo certo spostare il corso del tempo. E poichè tutti accettavano quel giorno come ogni altro giorno dell'eternità, e già incominciavano a viverlo, a muoversi, a riscaldarsi del suo debole sole, a consumare la sua poca luce, a riempirlo dei loro dolori e delle loro gioie, a convalidarlo con le loro parole ed azioni, io non potevo in alcun modo sottrarmi alla legge comune, ovvero in un modo solo, uccidendomi. Allora scesi le scale ed entrai nella stalla. Battista, in maniche di camicia, stava strigliando Casacca, la nostra vecchia cavalla bolsa, e mentre la strigliava, in quella loro affettuosa intimità che durava ormai da tanti anni, egli parlava alla bestia, confidandole tutti i malanni della propria vecchiaia e commiserando la sua.

--Sarìa tempo, vecia Casacca, pora bestiacca, diceva Battista, che ne mettessero tutti due addosso una bella coperta de tera alta e nera com' l'orinal del re de Fransa. Dalla tua tomba nasserebbe poscia un fiore dinominato Casacca, con la spuzza dei tuoi porci petti, brutta porca vecchia stramaledetta bestia, in omnia saecula saeculorum.

Ed egli tirò alla bestia un'amorosa pedata e mi disse:--Buon dì!

Ma quando lo chiamai sulla porta, prima ancora che avessi incominciato a parlare, aveva già capito, Battista, che cosa volevo da lui. Egli, che m'aveva veduto nascere, mi strinse le mani in silenzio con le sue dita nodose come radici, e con quella stretta volle baciarmi e abbracciarmi, e dirmi che era pronto a morire per assecondarmi in quell'impresa. Casacca, da vecchia porca stramaledetta che era, fu accarezzata da lui con i nomi più dolci, mentre in fretta quanto più poteva, le infilava i vecchi finimenti, e la cavezza tutta rattoppata. Cocottina, signorina, Brigidina, angiol del paradiso, santa bestia, tutti i nomignoli più delicati uscirono dalla sua bocca, mentre la sospingeva rinculoni tra le due stanghe della nostra sgangherata carrozza, e attaccava i tiranti al bilancino e le ficcava il morso tra le ganasce sdentate, finchè in un fiat fu pronta. Ed egli salito in cassetta, io rannicchiato sotto il mantice, s'era presa di gran trotto la via maestra alla volta della città.

Quanto m'era sembrata miracolosamente breve la strada nell'andare, tanto ora mi sembrava lunga al ritorno. Allora Casacca zoppicando zoppicando trottava di buona lena, fresca del lungo riposo, la pancia ben rimpinzata d'avena, e bastava l'ombra della frusta a farle drizzare le orecchie e supplire con la buona volontà al difetto d'una gamba. Ma ora quella gamba anchilosata imbrogliava maledettamente le altre tre, ed era un continuo inciampare e scapicollarsi, che non bastavano le redini tese di Battista a tenerla su. Ad ogni minaccia di frusta era un sobbalzo spaventato che trascinava la carrozza fuori di carreggiata a traverso della strada, e nella pancia vuota della bestia l'acqua bevuta alla fontana risciacquava con un rumor cupo di botte. Era passato da più di due ore il mezzodì e anch'io avevo fame. Silvina, digiuna come me, pallida, rincantucciata al mio fianco, gli occhi chiusi e le mani abbandonate in grembo, si lasciava sballottolare. Questa tortura durò quattro interminabili ore. Finalmente dopo l'ultima salita, sotto il monte rosso, ci apparve il campanile tutto annuvolato di olivi, che crescevan fitti sulla collina. Prima di giungere alla nostra casa si passa dinnanzi al cimitero, che è sopra un poggio erboso, recinto da un muro di pietre nude, grigio grigio, tra un ippocastano altissimo e aperto come un pino, e una fila di cipressi neri che si affacciano sulla via maestra. In quel punto fermai Battista. E mentre egli riconduceva la carrozza vuota a casa, noi altri due prendemmo di traverso i campi, e cercando di camminare nascosti dietro le canne delle viti e i tronchi fitti dei gelsi, raggiungemmo la porticina del frutteto che era, come sempre, socchiusa. Da quella stessa porta era fuggita Silvina cinque mesi innanzi. Entro il recinto del frutteto, addossata al muro, c'era allora una capannuccia di paglia, che aveva fatto Battista per appostare i merli. La mostrai a Silvina e le dissi:

--Aspettami qui nascosta.

XIII.

Mia madre era assopita. Accanto a lei, ai due lati del letto, come i due angioli oranti ai lati della culla del bambino Gesù in certe oleografie che si vedono in queste case di contadini, Adalgisa e Maria vegliavano raccolte il riposo dell'inferma. Esse mi guardarono, interrogandomi con gli occhi, non osando parlare. Soltanto dopo un poco Adalgisa mi disse sommessamente:--Tutto il giorno ha chiesto di te prima di assopirsi!

Incontrai mio padre nel corridoio. Egli mi si fermò un istante dinnanzi, e temetti che volesse interrogarmi. Ma abbassò il capo, e, accigliato, in silenzio passò oltre. Mi avvicinai a una finestra che s'apriva sull'aia, e vidi un po' di luce nella stalla, dove certamente Battista stava rigovernando il letto di Casacca dopo averle versata l'avena nella mangiatoia. Incominciava a imbrunire. I rami spogli del frutteto erano così fitti e intricati che non potevo vedere la capannuccia di paglia, laggiù in fondo, dove Silvina aspettava. Pensai che ella dovesse sentirsi morire di fame e di freddo, e le mandai Marta con una tazza di latte caldo, del pane e una coperta di lana.