Part 7
Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, e i suoi lineamenti stravolti. Sentiva un fremito per tutta la persona, e come una strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni inarticolati, quasi guaiti di fiera.
Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.
Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza. Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura all’avambraccio.
Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva ferita al braccio.
Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e si passò più volte la mano con un’espressione di dolore.
Il muto non aveva udito il grido della giovinetta, ma aveva indovinato la cagione del suo dolore; e mentre Gavina si pizzicava a più riprese l’avambraccio per calmare la puntura, il muto era riuscito a sbottonarle il polsino della camicia, e a rimboccargliene la manica, ponendo a nudo il braccio della fanciulla fin sotto all’ascella.
Sull’avambraccio spicciò una stilla di sangue, grossa come un granello di sabbia. Il muto fissò a lungo quella macchietta rossa sopra quel braccio bianco come il latte, ben tornito, morbido, provocante. Dopo averla guardata anche lei, Gavina volse la testa e sorrise al sordo-muto, abbandonando il suo braccio alle cure di quel medico affettuoso, quasi in compenso del rigore con cui lo aveva poc’anzi trattato.
Il muto però era cieco: afferrò con ambe le mani il braccio nudo della fanciulla, ed appressandovi le sue labbra infuocate, succhiò a lungo quella ferita con una voracità spaventosa.
Il rimedio era peggiore del male.
— Basta, basta! — gridava la fanciulla tentando svincolare il braccio da quelle dita d’acciaio, e già pentita della sua condiscendenza.
Ma Bastiano non sentiva; e continuava a suggere da quella ferita la stilla di sangue — e col sangue un lento veleno che gli struggeva l’anima.
— Basta Bastiano! mi fai male!! — continuò a gridare Gavina, la quale si era proprio dimenticata che Bastiano era sordo!
Le labbra del muto lasciarono per un istante il braccio di Gavina ma solamente per mandar fuori l’aria aspirata, onde poter ritornare all’opera.
Il punto dove Bastiano aveva posto le labbra era diventato bianco. Gavina, un po’ indignata, pose una mano sul petto del muto, per respingerlo; ma il giovine colle due mani compresse sulla carne, fissava con occhio cupido quel braccio candido, morbido il cui contatto lo faceva fremere, dandogli la vertigine. Riaccostò con più ferocia la bocca al braccio della fanciulla, e glielo morsicò leggermente due volte, con un’avidità e con un tal impeto che spaventarono Gavina, la quale trovò la forza di svincolarsi dall’amplesso di quella piovra, di riabbassare la manica della camicia, e di prendere la corsa verso lo stazzo uscendo dall’ombra malefica che proiettava la lunga siepe di biancospino. Corse, ansante, trafelata, senza pur accorgersi che il muto non la seguiva più.
Cieca d’ira, di passione, di vergogna, Gavina arrivò allo stazzo per la porticina dell’orto; entrò non vista nella sua cameretta, e sedette sulla sponda del suo lettino; e dopo aver dato uno sguardo all’intorno, per accertarsi che nessuno la spiava, tirò su di nuovo la manica della camicia e guardò la ferita.
Sull’avambraccio era una macchia livida, rotonda, larga come uno scudo; e in giro a quella macchia si vedevano le impronte lasciate dai denti del muto. Gavina tenne gli occhi fissi su quei solchi bianchi, poi diventò rossa rossa, e si mise a piangere — indignata contro sè stessa per aver permesso una simile audacia.
Era molto indignata, ma si guardò bene dal raccontare alla mamma ed alle sorelle il disgustoso fatto che le era accaduto!
L’ombra del biancospino l’aveva tradita!
*
Il muto non aveva seguito la fanciulla. Era rimasto immobile sotto il ramo di biancospino, seguendo cogli occhi la ragazza finchè la vide sparire alla svolta della siepe. Allora tornò indietro, passo passo; giunse al sito dond’era partito, si lasciò cadere di peso sul macigno che gli ricordava la sua imprudenza, e stette alcuni istanti col volto fra le mani; indi, per sfogare il dispetto che lo rodeva, riprese la zucca d’oro e con moto febbrile si pose a incidere certe foglie sguaiate che facevano orrore. Finalmente, indignato, gettò a terra la sua opera, e la ruppe coi piedi.
*
La più giovine delle figlie di Anton Stefano, il pastore, quella notte tardò a prender sonno. Una delle sorelle, che dormiva a lei vicino, e che la sentiva voltarsi, le disse:
— Che hai stanotte, Gavina? Non hai digerito la cena?
— Ho... che non mi sento bene.
— È forse il muto che ti dà a pensare? Scommetto che, con gli scherzi, finirai per amarlo davvero!
— E se ciò fosse, che ve ne importa — rispose Gavina un po’ piccata per la baia che le davano continuamente per quel benedetto muto che loro per le prime avevano lusingato.
— Confessa almeno che gli vuoi bene!
— Ebbene, sì: gli voglio bene; lo amo perchè gli altri l’odiano. Quel disgraziato ha bisogno d’essere amato da qualcuno. Amatelo voi — e allora cesserò d’amarlo io: ve lo prometto!
Così diceva Gavina alla sorella; ma in cuor suo pensava:
— Peccato che sia muto! Questi disgraziati vogliono bene in un modo singolare; non potendo sfogare con la lingua, si sfogano coi denti!
La figlia di Anton Stefano dormì quella notte colle labbra compresse sull’avambraccio — dov’era stata punta dal biancospino, e dove ancora si vedevano i segni lasciati dal muto. Capriccio da bambina!
Appena l’alba penetrò dalle fessure delle imposte, Gavina gettò un’occhiata al suo braccio.
La ferita non c’era più, ma non poteva rallegrarsene: era passata nel suo cuore.
V.
I regali del muto
Neppure il muto aveva chiuso occhio in tutta la notte. Dalle sue labbra uscivano sospiri, gemiti, rantoli. Era inquieto, smanioso.
Si era aggirato per selve e burroni; aveva camminato tanto, finchè si era trovato alle falde del monte della Crocetta, proprio sul far dell’alba. Salì allora sul monte; pel sentiero a lui ben noto, si trascinò a fatica fin sotto la Conca della Madonna, e sedette spossato sul Gran tamburo.
Era stanchissimo, e dormì alquanto. Sogni strani lo svegliarono più volte di soprassalto. Un’insolita gioia irradiava la sua anima.
Pensava sempre al braccio di Gavina. — Egli pareva di sentir sempre il profumo di quella carne bianca, vellutata, che gli era salito al cervello per inebriarlo.
Si volle illudere — e lasciò libero freno alla fantasia, che lo trasportò in plaghe sconosciute. Vide Gavina ebbra d’amore seduta al suo fianco; vide un sacerdote che li benediva; provò tutte le arcane gioie del suo primo giorno di nozze.
Aveva la febbre.
Sentiva una matta voglia di correre, di arrampicarsi su per i monti del suo paese; pensava a sua madre e a quei pochissimi che lo avevano amato; e, comparando il passato col presente, credette probabile quella felicità alla quale non aveva mai aspirato.
Le scene del giorno precedente tornarono alla sua memoria; riandò tutti gli atti di Gavina — il suo cieco abbandono, il suo pallore, il suo tremito, e persino la sua collera — e in tutto gli parve scorgere i segni manifesti di un amore nascente.
Quel giorno non fece che correre da un punto all’altro; fermo non poteva stare, perchè glie lo impedivano i pensieri che a frotte attraversavano il suo cervello. Prese la via degli stazzi di Giunchiccia e della Trinità, e si recò a visitare i parenti che da qualche mese non aveva riveduti. Volle lasciar passare alquanti giorni, prima di riprendere le visite allo stazzo dell’Avru; perocchè comprendeva che non era prudente recarsi subito, dopo l’accaduto. Voleva farsi desiderare; ed impose a sè stesso il sacrificio della privazione.
Dopo quattro giorni d’assenza, Bastiano presentavasi d’improvviso sul piazzale dello stazzo di Anton Stefano. Le donne, che lavoravano fuori dell’uscio, lo salutarono e gli fecero feste, chiedendogli conto della sua lunga assenza.
La Gavina, che stava in piedi sciorinando i panni sopra una corda tesa fra il muro della casa ed un mandorlo, si fece tutta rossa nel vederlo, ma continuò il suo lavoro dopo aver salutato il nuovo venuto con un cenno del capo. Ella volle fare la risentita; ben sapeva che non era conveniente mostrar buon viso a Bastiano, dopo il bacio temerario che aveva ricevuto sul braccio.
Il muto si mostrava impacciato; non aveva la solita disinvoltura, nè il solito buonumore — e la ragione si può comprendere.
La vecchia madre e le due figlie maggiori fecero a Bastiano un’accoglienza più cordiale e più espansiva del solito, mostrandosi dispiacenti di non averlo veduto per quattro giorni. Il muto, però, sembrava sulle spine; per certo era venuto allo stazzo con un disegno prestabilito, che non aveva coraggio di tradurre in atto. Aveva una mano in tasca, come se celasse un oggetto che voleva, ma non osava mostrare.
Finalmente ruppe ogni indugio, e mostrò alle donne due piccoli orecchini di corallo montati in oro.
— Oh belli! — esclamarono in coro le tre donne; e i loro occhi scintillarono per compiacenza.
Gli orecchini passarono dall’una all’altra mano, e vennero rivoltati, pesati, ed esaminati attentamente. Nessuna delle donne, chiese a chi fossero destinati... forse perchè lo avevano indovinato.
La sola Gavina aveva continuato a stendere i panni di bucato sulla corda tesa, ma senza levar gli occhi e senza voltarsi. Le sue orecchie però erano più tese della corda, e non perdevano una sillaba di quanto si diceva.
— Guarda! guarda, Gavina! che graziosi orecchini — esclamò la vecchia, rivolgendosi alla figliuola che faceva la distratta e l’indifferente.
A quella chiamata Gavina volse la testa verso le sorelle; ma poi continuò l’opera sua, dicendo con freddezza e senza alcuna curiosità:
— Molto belli!
— E... di chi sono? aveva osato chiedere la vecchia al muto, per non mostrarsi troppo sfacciata confessando che sapeva a chi erano destinati.
— Sono i miei — fece il muto, puntandosi sul petto l’indice della mano destra.
— Vuoi forse metterli tu?
— No: voglio regalarli — fece intendere il muto coi gesti.
— Regalarli! e a chi?
Il muto arrossì un pochino, e accennò cogli occhi la Gavina, che in quel momento gli dava le spalle affaccendata più che mai nella biancheria, per la quale in quella sera mostrava un’insolita cura.
— Non senti Gavina? Il muto dice che gli orecchini sono per te. È un regalo che egli vuol farti!
Le due sorelle maggiori si fecero un po’ serie, punte forse dall’invidia per il bel regalo toccato alla Gavina; e cercarono sfogare l’interno cruccio con un po’ di sarcasmo e di burletta.
— Già! la Gavina ci guadagna sempre in questa ridicola commedia! — disse l’una.
— Pare che questo stupido imbecille prenda la cosa sul serio! — esclama l’altra.
— Fa già dei regali, l’amico!
— E non sarà certo l’ultimo!
— Tacete, maldicenti! — aveva esclamato la madre. — Bisogna sempre accettare ciò che Dio ci manda! Badate piuttosto, che egli non si accorga delle vostre celie!
— Se è sordo più del granito!
— La nostra Gavina è ben fortunata se sposa un sordo muto. Dev’essere una bella felicità per una moglie, vivere con un marito che non parla e non ode!
Il muto, poveretto, non poteva udire i discorsi che gli facevano sul muso; ed era ben lontano dall’immaginare di qual natura fossero. Quelle scaltre parlavano di lui chine sugli orecchini, come se tessessero le lodi del dono e del donatore.
Dopo esser stati esaminati per ogni verso, gli orecchini vennero restituiti al muto, il quale li prese, si accostò a Gavina, e con un’occhiata supplichevole che voleva significare tante cose, la pregò di accettarli per ricordo di un amico affettuoso.
La fanciulla — già indispettita e addolorata per gli sconvenienti discorsi fatti dalla madre e dalle sorelle — dimenticò il suo risentimento, e sorrise al muto, ringraziandolo con uno sguardo che partiva da due occhi pieni di lacrime. Ella non poteva tollerare che si deridesse o s’insultasse il suo povero muto, che non poteva difendersi. L’odio altrui, e l’altrui disprezzo, erano state le cause prime del suo affetto per Bastiano: lo aveva già dichiarato alle sorelle — e non aveva mentito!
Con una grazia tutta infantile, quasi per compensare il muto delle maligne parole scambiate fra le sorelle, la Gavina prese gli orecchini dalle mani di Bastiano e se li appese alle orecchie.
Gli scherzi, e le celie e le mormorazioni che seguirono a questa scena, si possono bene immaginare; ogni donna disse la sua e non si cessava mai dal ringraziare il donatore della prova di gentilezza data in quella sera.
Quando sul tardi Anton Stefano rientrò nello stazzo gli fecero il racconto dell’accaduto, e si cominciò da capo con le matte risa. Il vecchio pastore non rispose, e sedette a cena molto serio. Egli si lasciò scappare:
— Temo le cose siano troppo spinte. Dio voglia che non abbiamo a pentircene!
— Uh! che scrupoli — esclamò la moglie.
— Ti par possibile, concedere nostra figlia ad un sordo-muto, ad un bandito?
— Per l’appunto, e neppur lui lo crederà.
— E se lo credesse sul serio?
— Allora la colpa sarà sua.
— No: sarà la nostra; anzi la tua.... tutta tua!
— Ti pare?
— Proprio così... E a te Gavina, che pare?
La Gavina, all’interrogazione del padre, abbassò gli occhi e la faccia sul petto; arrossì, ma non rispose.
Il vecchio la guardò un istante; scambiò un’occhiata con la moglie, e si accinse a mangiare la zuppa, dando una scrollatina di spalle.
— Temo molto che...
E inghiottì in una volta il cucchiaio di zuppa, e la metà della frase!
VI.
Battaglia dello spirito
Non erano ancora trascorsi due mesi dagli avvenimenti da noi narrati.
Una gran parte del genere umano pretende conoscere la sera dalle promesse del mattino — ed è pretensione fallace!
Il giorno che nasce non dà l’immagine del giorno che muore: perocchè un’alba serena e limpida non garantisce la limpidezza e la serenità d’un tramonto.
Il tempo passa, e l’uomo invecchia. Chi non sa che l’esperienza può dare un nuovo impulso alle nostre idee, ai nostri desideri, ai nostri propositi? Le passioni turbano sempre il mare della vita, così quando si destano, come quando si assopiscono.
Insensato chi si crede padrone del domani. L’uomo non falla quando manca alle promesse — falla quando promette. Più a lungo accarezziamo una speranza, e più saremo sicuri del tedio quando l’avremo realizzata. Chi giura dichiara già di mancare al proprio giuramento. Giurare non è indizio di fermezza di carattere, nè di onestà d’intenzione, è un confessare la debolezza del nostro carattere e l’instabilità dei nostri propositi. L’animo forte ed energico non ha bisogno di vincolare la sua volontà col giuramento.
Il tempo passa. Coi giorni che corrono l’uomo diventa vecchio — e la fanciulla può diventar donna. Si sa che il tempo può fortificare, o infiacchire una fibra. Col tempo l’uomo ha diritto di cambiar le proprie opinioni, e la donna di cambiar le mode — il primo può diventar deputato e ministro, e la seconda potrebbe diventar fidanzata e madre.
Come possiamo noi contar sul domani, quando non ci è dato strappare il velo che circonda l’ignoto? Perchè tacciare d’incostante e di volubile la natura umana se essa non è responsabile del vento che spirerà il domani? Il vento increspa la superficie del mare, come il tempo increspa la superficie dell’uomo... che non è sempre la pelle!
*
Se, dopo due mesi dagli avvenimenti da noi narrati, il lettore avesse fatto una visita alla famiglia di Anton Stefano il pastore, si sarebbe subito accorto che un mutamento era venuto nello stazzo dell’Avru. Era un mutamento sensibile, ma che ancora non si era manifestato palesemente. Gli animi tutti erano preoccupati, ma si aveva paura di una confessione reciproca. Ciascuno teneva chiuso in cuore il proprio pensiero, e aspettava rassegnato il responso degli eventi.
Come la sarebbe finita? — era questa la domanda che ciascuno si faceva nel segreto della propria coscienza; ma la risposta era nella mente di Dio, e si aspettava la soluzione degli avvenimenti con impaziente trepidanza.
Che cosa dunque era avvenuto nello stazzo di Anton Stefano? Passiamo in rassegna ed esaminiamo i diversi personaggi del nostro racconto — giacchè tra gli uffici del romanziere è pur quello di giudice istruttore!
La Gavina era smaniosa, irrequieta. Mostravasi stanca, svogliata, e soffriva di frequenti distrazioni. Sentimenti diversi si alternavano nel suo cuore. Quella strana alternativa di contrari sentimenti non era frutto dell’assidua e occulta cura che da tempo la travagliava; qualche cosa di nuovo era penetrato nella sua anima. Due opposti sentimenti si combattevano in lei: era una lotta disperata, accanita, tra due forze uguali; un desiderio indefinito di una felicità insperata, contro il rimorso di una colpa che sapeva di non aver commesso.
Si sentiva perplessa, incerta dinanzi a un sogno che la lusingava, e ad un ricordo che l’accusava di ingratitudine.
Erano torture inesprimibili e inesplicabili!
Ella diventava sempre più pallida, più sofferente; soffriva di capogiro, mangiava poco, e poco dormiva. Provava un senso di peso alle palpebre e una stanchezza insolita nelle membra. Erano strani per lei quei patimenti angosciosi — ma più strano l’accorgersi che nessuno de’ suoi cari le chiedeva ragione del suo malessere. Perchè ciò? Era forse perchè coll’astuzia sapeva celare il suo malore, deludendo la vigilanza materna? O forse tutti la lasciavano in pace per non tormentarla maggiormente?
Per certo ella si avvedeva che qualche cosa di nuovo accadeva nello stazzo: perocchè più volte aveva sorpreso in segreto colloquio le sorelle e la madre, e si era ben accorta che al suo appressarsi i discorsi venivano interrotti, o cambiati all’improvviso. Il cuore le diceva che si tramava qualche cosa per il muto.
Anton Stefano era diventato serio e meditabondo; pareva che fosse imbronciato con tutti, specialmente con la moglie. Spesso cenava senza dire una sola parola; o si allontanava bruscamente, senza che la moglie gli chiedesse ragione del suo broncio: — segno evidente che quei malumori erano frutto di precedenti diverbi fra marito e moglie. Talvolta Anton Stefano rispondeva di mala grazia a chi gli moveva qualche domanda; e si adirava senza motivo, cercando futili pretesti per dare in escandescenze. E questa sua condotta tanto più faceva meraviglia, inquantochè il pastore era piuttosto di carattere dolce e di una pazienza ammirabile.
Bastiano, dal suo canto era diventato ringhioso come un cinghiale. Girava intorno i suoi grandi occhi spalancati, quasi con essi volesse udire; e li piantava in faccia a tutti con una diffidenza, che da qualche mese non gli era più abituale. Giammai, come in quel tempo, gli era sembrata tanto penosa la mancanza dell’udito e della parola. Diventato dispettoso all’eccesso, era capace di sedersi in un canto del piazzale, e di rimanere colà due ore di seguito coi gomiti sulle ginocchia e col capo fra le mani.
Un nuovo personaggio era venuto nello stazzo dell’Avru:
— Giuseppe, uno dei nipoti di Anton Stefano. Costui parlava assai spesso colla Gavina; ma la Gavina si tratteneva con lui con una certa titubanza — massime quando il muto era presente. E tanto il muto, quanto la fanciulla, si erano accorti di una singolare dimestichezza fra Giuseppe e i due vecchi di casa. Anzi si era notato che parlavano sempre insieme, a bassa voce, in modo che gli altri della famiglia non udissero i loro discorsi.
Tutti dunque — nell’Avru — parevano sotto il peso d’una cura segreta che li tormentava. Le diverse cure parevano divise in tre distinti gruppi. L’uno si componeva dei due vecchi e del nuovo venuto; il secondo delle due sorelle di Gavina; e il terzo finalmente, di Gavina e di Bastiano il muto — i quali però non facevano causa comune, ma meditavano ciascuno per proprio conto, celandosi a vicenda i sospetti e l’inquietitudine da cui parevano turbati.
E perchè il lettore conosca le cause intime del turbamento che regnava nella famiglia di Anton Stefano, racconteremo i nuovi fatti avvenuti nello stazzo dell’Avru nel breve giro di due mesi.
VII.
Il cugino Giuseppe
Giuseppe, parente di Anton Stefano, possidente di terre e di bestiami, da qualche tempo visitava con frequenza lo stazzo dell’Avru; e più volte s’era trovato col muto, ch’egli già conosceva per la trista fama che aveva acquistato nelle inimicizie dei Vasa coi Mamia.
Le visite di Giuseppe, prima rarissime, e ormai troppo frequenti, dovevano per certo avere una causa — e la causa c’era e si può di leggeri indovinare quando si consideri che Giuseppe era un bel giovine di vent’otto anni, e che nell’Avru abitava una bella cugina di sedici.
Una sera, Giuseppe, mentre trovavasi nello stazzo dello zio, si era messo a meditare sui propri casi, e si era persuaso ch’era ormai tempo di mettere su testa e casa; che la vita di scapolo a lungo andare viene a noia; e che era cosa saggia formare una famiglia per dividere coi propri figli quel po’ di fortuna che il buon Dio gli aveva concesso. Pensò che ancora era giovine; che con gli anni le forze mancano, e che è una grave sventura non aver molte braccia per lavorare le proprie terre.
E così ragionando, volse lo sguardo in giro, e i suoi occhi si fermarono per caso sulla cuginetta che faceva la calza sul limitare dell’uscio.
Guardate combinazione! per la prima volta soltanto si accorgeva, che la cuginetta, che per tanti anni egli aveva considerata come una bambina, si era fatta grande, belloccia, e buona padrona di casa.
Da quel giorno Giuseppe frequentò con più assiduità lo stazzo dello zio, e trascurò alquanto le sue faccende. Seduto in mezzo alla famiglia di Anton Stefano, egli raccontava qualche storiella, inventava burlette, e cercava tutti i modi possibili per entrare poco per volta nelle grazie della Gavina, la quale lo ascoltava con piacere, e faceva le grosse risate ai motti di spirito del galante cugino.
Dico _entrare nelle grazie_, poichè nei matrimoni sardi il volere dei genitori è sacro, e la volontà della donna è quasi sempre sottomessa all’autorità paterna. L’ottenere però le grazie di una fanciulla è già la metà dell’opera — e Giuseppe queste cose le sapeva.
La Gavina, in su le prime, prese gli scherzi di Giuseppe come si prendono i complimenti dei congiunti: con un po’ di riso, un po’ di celia, e molta compiacenza. I cugini innamorati hanno però un sopravvento sopra gli altri mortali: avendo vissuto insieme alle cugine, ne conoscono meglio i capricci e le debolezze, i pregi e i difetti; quindi, volendo spiegarsi vanno per la via più breve, e arrivano più presto all’intento. Aggiungete a questo la maggior fiducia e libertà che loro si concede dai parenti, e vi convincerete che ho tutte le ragioni del mondo per farmi forte di questa asserzione.
Quando però la Gavina si avvide che il cugino andava troppo oltre nelle celie, e che le sue occhiate erano troppo significanti, pensò bene di ritirarsi un po’ indietro e di opporre un po’ di ritegno alle scappatelle dell’innamorato. Il cugino, che diventava amante cessa per diritto d’essere parente; e non è più ammesso nei segreti di gabinetto, finchè il prete non gli conceda la benedizione nuziale.