Il muto di Gallura

Part 6

Chapter 63,806 wordsPublic domain

Un giorno, mentre Gavina era seduta sotto il grosso mandorlo del cortiletto, vide Bastiano sull’opposta altura. Era sdraiato sul musco di un granito, col gomito destro a terra e colla guancia appoggiata alla palma della mano. Il sole cadente, i cui raggi gli battevano sul viso poneva in risalto quella maschia fisonomia, la bionda barba che gli ornava il mento e i lunghi capelli ricci che gli cadevano sulle spalle. Il muto pareva tutto assorto in un oggetto che teneva colla mano sinistra, e che Gavina, per la distanza non poteva discernere.

Il volto di Bastiano, illuminato dal sole, in quel momento era bello — sovranamente bello; e la fanciulla notava quella bellezza con una segreta compiacenza, che non si curò di nascondere perchè si sapeva sola e inosservata. Ella lo fissava con tenerezza pietosa, mentre una moltitudine di pensieri le attraversavano la mente....[21]

Già le cicale avevano cessato i loro canti di saluto al sole — e dal seno di Gavina uscì un sospiro lungo, profondo. Se in quel momento qualche indiscreto si fosse accostato a lei, avrebbe sentito pronunciare, con un’espressione di rammarico, queste parole:

— Che peccato ch’egli sia sordo-muto!

E Bastiano — che non aveva veduto la fanciulla — continuava a tener gli occhi fissi sull’oggetto misterioso: il quale non era che un piccolo specchio rotondo con astuccio di metallo, recente acquisto fatto a Tempio.

Bisogna dirlo, da qualche tempo il muto faceva un po’ di toeletta; si pettinava con cura i capelli, si lavava assai spesso al fiume e cambiava la camicia due volte la settimana. Aveva bisogno di farsi bello — più bello che gli fosse possibile. — Curiosa invero l’insolita toeletta d’un povero infelice, tiranneggiato dagli uomini e dalla natura, nel deserto d’una campagna silenziosa! Il sordo-muto sognava giorni lieti e sereni; riandava il suo triste passato per contrapporgli il sogno d’un avvenire di rose; richiamava alla mente il giorno memorando in cui aveva assistito all’abbraccio di suo cugino Vasa con la figlia di Antonio Mamia; e guardandosi allo specchio augurava per sè quella bella giornata, persuadendosi che non era brutto, e che non era follia aspirare alla mano della figlia di Anton Stefano il pastore.

Che più? il fiero bandito era diventato anche galante. Quando si recava allo stazzo di Anton Stefano, non mancava mai di portare alla Gavina il mazzolino di violette, colte nei sughereti o ai piedi degli elci, nella selva dell’_Inferno_, poco distante dall’Avru. Onde le donne solevano dire per scherzo:

— Vengono dall’_Inferno_ — dunque sono i fiori del diavolo![22]

La madre e le sorelle di Gavina lusingavano sempre il muto con le belle maniere e coi benevoli sorrisi, facendogli quasi sperare che lo avrebbero ben volentieri accettato in seno alla loro famiglia. Le loro premure, però, avevano ben altra mira. Non era il desiderio d’imparentarsi con lui, nè la possibilità di concedergli in isposa Gavina, che rendeva gentili ed affabili le tre donne; esse volevano trar partito dall’abilità del muto che, con la lesina, coll’ago o col temperino sapeva cucire scarpe e ventriere, trapuntare i cappotti d’orbace, e incidere le zucchette da vino e il corno dei cervi. Esse volevano fruire dell’ingegno del muto in quel luogo disabitato — ben sicure che il muto avrebbe finito per persuadersi che le sue speranze non erano che deliri, e che le lusinghe della famiglia non potevano essere che uno scherzo innocente. Le imperfezioni fisiche del povero disgraziato sarebbero bastate per farlo ricredere delle sue follie, nel caso che esso le avesse manifestate audacemente — ciò che non credevano. E come mai poteva un deforme, un bandito, uno sciagurato aspirare alla mano d’una fanciulla sedicenne, che oltre all’avvenenza vantava una discreta dote in terre e in armenti? Era mai presumibile che il muto avesse pensato alla possibilità delle nozze? Dove avrebbe potuto celebrarle? Dove avrebbe fabbricato il suo nido d’amore, sicuro di non venir disturbato? Dove mai si sarebbero potuti cacciare i due colombi innamorati per scongiurare le ricerche e gli assalti degli avvoltoi, celati sotto la divisa del carabiniere? E se Dio avesse loro concesso dei figli, dove li avrebbero nascosti per difenderli? Era loro possibile trasportare di roccia in roccia i teneri nati, per non far cadere su di essi l’odio che il padre s’era tirato addosso con le sue colpe?

A tutto ciò pensavano la madre e le sorelle maggiori della Gavina, mentre continuavano la loro opera di lusinghe con lo scopo di far lavorare il muto e di burlarlo a suo tempo.

Ma il muto non era uomo da scoraggiarsi, nè da torturarsi con simili ragionamenti. Egli si credeva amato; si credeva in pieno diritto di pretendere l’affetto della Gavina, da lui guadagnato coll’amore, colle premure, e colle prove del suo lavoro e della sua abilità, a cui teneva, e che in lui compensavano la mancanza della lingua e dell’udito.

Quantunque per natura diffidente, pure Bastiano non dubitò un solo istante d’essere deriso o burlato. Col muto nessuno poteva scherzare — ed egli ben lo sapeva!

Se la madre e le sorelle della Gavina prendevano a gabbo il muto, il vecchio Anton Stefano lo tollerava, anzi gli voleva bene. In quanto alla simpatia di Bastiano per la sua figliuola, di cui più volte ebbe a sentir parlare, l’aveva sempre ritenuta uno scherzo innocente, e non se n’era preoccupato. Intento com’era alle faccende domestiche, od alla preparazione dei formaggi, da cui sperava un buon lucro, Anton Stefano lasciava che a tavola si chiaccherasse, e talvolta non ascoltava neppure. Terminato il pranzo e le chiacchere, si rimetteva al lavoro, o fumava la sua pipa sul limitare della porta, non pensando nè punto nè poco al muto ed alle sue aspirazioni amorose.

Un diverso sentimento guidava invece Gavina. Essa capiva bensì lo scherzo della madre e delle sorelle, e qualche volta lo secondava per contentarle; pure quello scherzo le faceva male perocchè non le dispiacevano le gentilezze di Bastiano, e le pareva perfidia e crudeltà ridere delle smanie di quel disgraziato. Dirò di più; — la Gavina si compiaceva in segreto delle premure del muto. Una donna che sa d’essere amata, ben raramente ride delle smanie d’un amante. Nell’amore è sempre un’intima soddisfazione; l’essere fatta oggetto di cure speciali è sempre una lusinga che non dispiace ad una donna, anche quando non si sente inclinata a corrispondere con pari amore.

A sedici anni, sola in quello stazzo silenzioso, vivente in aperta campagna dove son rare le visite, posta a contatto con un uomo che la colmava di gentilezze e di attenzioni, Gavina doveva finire per lasciarsi trascinare ad un sentimento di gratitudine, che, ingrandito più tardi, dalla pietà e dalla compassione, doveva per fermo trasformarsi in amore. A sedici anni si sente l’assoluto bisogno di un amante purchessia. Ma come si spiega la scelta di un sordo-muto? — Non ce n’erano altri — ecco la vera ragione. Se invece del muto si fosse presentato a Gavina un uomo con la parola, forse lo avrebbe preferito. D’altra parte quella fanciulla ragionava a suo modo: — Bastiano era muto: ebbene? — ella lo comprendeva. Era sordo; ebbene? ella si faceva intendere da lui.

— Buon Dio — pensava nel segreto del cuore — per fare il marito c’è proprio bisogno di aver la lingua che parli e le orecchie che ascoltino? Credo di no! Ad ogni modo non ho detto di sposarlo, nè lui me ne ha parlato; e se ciò accadesse, farei in modo di parlare e di ascoltare per due!

III.

Le piccole attenzioni

Bisognava vedere, con quale affetto e con quanta premura il muto offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar l’acqua dalla fontana dei _Frassiggioli_;[23] a sciorinar la biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.

Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito, terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle spalle e il fucile sotto il braccio; e mentre rideva, gettava uno sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma _benemerita_ non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le mani occupate.

Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere quà e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche. Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col grembiale teso, ricevendo le more che il muto gettava, e ridendo a scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani la propria libertà, la propria vita!

Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi canterellando come una capinera — e lui le teneva dietro con gli occhi a terra mesto, meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto docile la sua snella cerviotta della collina.

La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiule, per mostrare loro l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:

— Te la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!

— Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!

— Quello scimunito ti sta abituando a far la signorina!

La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, nè immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocchè le furbe donnette avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.

Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza della famiglia.

Anton Stefano soleva dire:

— Povero diavolo! dopo aver ucciso tanti uomini, Bastiano sente il bisogno di uccidere il tempo. È proprio un’abitudine.

— Ma con diverso risultato — aggiungeva sollecita la Gavina, che voleva sempre difenderlo; — prima faceva del male, adesso invece fa del bene.

— A te solamente! conchiudeva la sorella maggiore, con un tono in cui si celava un leggero dispetto.

Una sera, attraversando la stanza di Gavina per recarsi al cortile, Bastiano si era fermato dinanzi al lettino della fanciulla, e vi era rimasto alcuni minuti fissando a lungo il ramoscello d’olivo e la palma benedetta che adornavano il capezzale.

La vecchia scherzando, fece intendere al muto:

— E che? vorresti forse la _luna_?[24]

Il muto diede in uno scroscio di riso; e dondolando la testa rispose co’ segni:

— Non saprei davvero dove appenderla. Non ho avuto mai letto io!

Quando Gavina — dopo molti anni — raccontava alle amiche gli avvenimenti dell’Avru, soleva dir sempre:

— Fra i miei ricordi, questo della _luna_ mi riuscì sempre penoso. Fu l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!

E diceva il vero; poichè dal giorno in cui seppe che al capezzale di Bastiano non vi era alcun ramo benedetto, Gavina si mostrò molto più inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli, mille disgrazie. Dacchè aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso, incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un agguato.

Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo, salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole; ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar dal letto le sorelle.

Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto! Egli era completamente trasformato.

Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.

Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno — ma non l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava, trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazzareno.

La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perchè lo avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.

Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perchè sentiva che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi — lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice protetto.

Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto, e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli — ed aveva la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile — e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.

Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius. A quella vista — narra il testimonio oculare — il muto si trasfigurò; si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri, pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sè il berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come un limite; quasi volesse dire: — se avete coraggio oltrepassate quel segno! — La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva centuplicato l’istinto della conservazione — il bisogno della vita che aveva consacrata alla sua cara fanciulla.

Quando Bastiano ricevette dalle mani di Gavina la medaglia di rame, rispose con un gemito nel quale aveva trasfuso tutta l’anima. Era il suo modo di ringraziare. Per mezzo dei segni egli aveva detto a Gavina:

— Quando sarò stanco della vita, mi strapperò dal petto la tua medaglia — e sarò sicuro di morire!

La pietosa fanciulla si era però ben guardata di dire al muto che quella medaglia l’aveva sempre portata addosso fin da bambina, e che se n’era separata per donarla a lui. Guai se il muto avesse potuto immaginare che quel talismano era stato tanti anni sul vergine seno di Gavina testimonio occulto dei palpiti di quel cuore generoso!

La vigile madre si era un giorno accorta che dal seno della figliuola mancava la medaglia della Madonna; e gliene domandò il perchè. Gavina rispose arrossendo, che l’aveva smarrita.

La fanciulla però era ben lieta che il talismano fosse passato sul petto di Bastiano. Egli ne aveva bisogno, perchè tutti l’odiavano: essa poteva farne senza — forse perchè sapeva di essere molto amata!

IV.

All’ombra delle spine

Era la seconda metà di giugno, e il sole co’ suoi raggi ardenti sferzava inesorabilmente uomini e cose. Di poco era oltrepassato il meriggio, e in quella giornata si era sofferto un caldo eccessivo, eccezionale. I graniti infuocati rimandavano un calore insopportabile, e le cicale, col canto importuno, parevano lamentarsi dei soverchi rigori del sole.

La famiglia del pastore era tutta raccolta fuori della porta a fare la siesta, in cerca dell’arietta che veniva dal mare. Anton Stefano aveva fatto capezzale del suo cappotto ripiegato, e appoggiata la nuca sulla palma delle due mani.

Dopo aver finito la sua fumatina faceva l’indispensabile sonnetto, prima di rimettersi al lavoro. Le donne, sul piazzale dello stazzo, filavano, e chiaccheravano.

La campagna, sotto ai raggi ardentissimi era calma e silenziosa. Il cielo — di un limpido azzurro carico — moriva lontano lontano nella linea purissima del mare, che andava lambendo la costa settentrionale dell’isola, la quale somigliava ad un lunghissimo nastro bianco, frastagliato.

La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.

La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche, raccolte all’alba nell’orticello — fave già quasi appassite dentro i baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.

Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto disegnava macchinalmente — senza proprio sapere quel che si facesse. E infatti, bastava guardarlo per persuadersene; gli tremavano le mani, e grosse goccie di sudore gli imperlavano la fronte.

E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave. E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli neri — segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana dall’innocente legume che doveva servire per la cena!

Il caldo era soffocante, la terra infuocata mandava vampe sul volti di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono, incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava all’intorno.

La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione — finchè la sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello, senza aprirlo.

E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il coltellino cui quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo nè simmetria.

La zucchetta color d’oro, quasi sapendo d’essere importuna o indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di andarla a raccogliere.

Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante. Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che andava morendo in una febbriciattola dei sensi.

Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel languore, quella sonnolenza, quella febbre.

Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che l’uno non si curasse dell’altra — mentre invece si vedevano entrambi senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava avviticchiarsi alla robusta quercia.

Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli di Gavina si riabbassarono subito — quelli del muto si fissarono audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito: — parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compresso sotto il vermiglio corsetto, gli dava la vertigine: — era un’insidia pudica — un pudore insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni. La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.

Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito — a cui rispose Gavina con un lungo sospiro.

Strano caso! — La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva di udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.

Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rivelarsi senza bisogno degli organi della parola e dell’udito. La natura ha una voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola — dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per l’orecchio!

Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi. La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza opporre resistenza — credeva sognare. Senza sapere che si facesse, ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani della fanciulla, e mandò un gemito lungo....

Il caldo era soffocante — la stanchezza diventava più penosa. Il muto afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una stretta che sapeva troppo d’umano.

Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la siepe spinosa.