Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato
Part 2
Truouasi che fue uno abate il quale era uno grande amicho di Dio e dera questo abate ungrande luxurioso, e stando cosi tutta uia pensaua modo e uia chom egli potesse trouare medicina di questo pechato. Questo abate auea grande diuozione alla Vergine Maria congni die gli facieua ispeziale orazione, e auea promesso di stare netto echasto allordine ora disse questo abate e promise di maj non auere afare con niuna femmina la quale auesse nome Maria, ora uene questi efue tentato duna garzonetta e uegniendo latentazione siebbe il chonsentimento e ando agiaciere chollej. Istando questo abate achasa di chostei edera nellatto disse questi, tristo a me per che nono io tenuto io quello chio promesso, allora chiamo chostei e disse dimi chome tu ai nome, e questa disse Maria. Allora questo abate fu punto duno dolore grandissimo e inchomincio apiangere molto fortemente, e in questo pianto lanima si parti dal chorpo e fu menata in paradiso, ora rimase questa garzonetta e uedeua chostuj morto e non sapea chessi fare, se non che uenne e debelo sotterrato sotto illetto, ora disse Idio io non uoglio chelle grazie della mia Madre sieno ochulte, in mantanente tutte lechampane della terra chominciarono asonare sanza toccharle persona, allora lagente sicomincio molto amaravigliare e il ueschouo etutta lagente furono raghunati alla chiesa magiore della terra, esendo cosi questa femina uegendo chera uolonta di Dio che questa opera si sapesse, mossesi e andonne al ueschouo e chon molte lagrime gli ebbe questo fatto (_sic_) udendo il ueschouo questo fatto pensosi che questo era grande amicho di Dio e chegli auea grande diuozione alla Vergine Maria, mossesi tutta la gente e andaro etrouaro questo abate, e dal chapo edalpiede auea uno torchio grandissimo accieso, e stauano e non si uedeano chi li tenesse. Allora fu tolto il chorpo e portato alla Chiesa e questi torchi si li andauano dinanzi e non si uedeua chigli portava, e sotterrato chostui, e amenduni itorchi si nandaro in cielo, si che dice che questo abate per lachontrizione chegliebbe alla Vergine Maria che merito di andare in uita eterna epoi il chorpo suo facieua molti miracholi. Amen.
Questa ridevole narrazioncella leggesi anche ne' _Miracoli della Madonna_, ed in più altri antichi testi; ma diversificano tra loro nella dicitura, ed in qualche particolare circostanza.
5. _Duno conte che indugio tornare a penitentia e uiuo ando all'inferno._
Comincia:
Truovasi che fue uno chonte edera uno grande pecchatore e stando grande tempo nel peccato e Domenedio laspettava che tornasse a lui.
Finisce:
Ora pensi ogni persona questo fatto perche none istia nel pecchato perche troppo la Domenedio permale chi pena troppo a tornare alla sua misericordia.
Si pubblicò nel passato anno in numero di soli 12 esemplari numerati. Somiglia a una narrazione del Passavanti, e a un'altra di fra Filippo da Siena.
6. _Duno riccho diuetato pouero che non uolle rinegare la Vergine Maria per auere richeze._
Comincia:
Truovasi che fu un uomo il quale era molto riccho e staua sempre in grande chonviti.
Finisce:
E uene il uescouo e si glidiede molte riccheze per amore della Vergine Maria ed ella gli diede riccheze ispirituale e achatogli qui la grazia e poi la gloria.
7. _Duno fratello duno re che per lacto di dinuntiare la morte, mori, e presa la penitentia fu salvo._
Comincia:
Truovasi che fu in una terra uno Re il quale istava sempre tristo, e giamai non si ralegraua per niuna chagione.
Finisce:
E nella gloria diuita eterna allaquale ci chonducha Iddio perla sua misericordia. Amen.
8. _Questioni del Corpo di Christo, e risposte per exempli de la substantia, de la grandeza, de la diuisione e non diminutione._
Comincia:
L'uomo die credere fermamente che nellostia che tu uedi alaltare che uisia quello medesimo chorpo che Iesu Christo trasse.
Finisce:
E dandare auita beata nella quale Idio che ci amaestrj e aluminia della sua grazia in questo mondo e nellaltro la gloria. Amen.
9. _Exemplo che lomo non de indugiare ilfare penitentia, e non dire domane faro, laltro di faro._
Comincia:
Truovasi che fu uno prete ilquale era grande amicho di Dio, e haveva questo prete uno suo chericho chavea nome Esau.
Finisce:
Allora comincia apiangere negia non gli uale che giamai non puote fare penitenzia dè suoi pecchati. Amen.
10. _Exemplo de chi non esce di peccato, è simile al falcone._
Comincia:
Aviene alchuna volta che luomo legha il falchone in su la stangha, e quando luccello ista in su lastanga e vede passare la preda ec.
Finisce:
E achiechalo del chuore edella mente perche maj non escha del pecchato. Amen.
11. _A fuggire il peccato fuggi ipensieri._
Comincia:
Diciesi che luomo dee istare fermo adifendersi dalle tentationi.
Finisce:
Luomo de fugire icharnali pensierj sopra tutte lechose. Amen.
12. _La predicatione di Christo._
Comincia:
Dicie il glorioso euangelista missere santo matheo, che predicando una fiata el nostro benigno Salvatore ec.
Finisce:
Chi udirà uoluntieri la parola de Dio, fia cosa impossibile che non abbia la gloria de uita eterna. Amen.
VIII.—FIORE DIUIRTU.
Quegli che fece prima le schede de' mss. giacenti in questa Biblioteca, in iscambio di _Fiore di virtù_, lesse _Hore diurne_, e aggiunse che vi si contenevano _diversi Ragionamenti morali sopra le virtù ed i vizii_. E di fatto egli non aggiunse male, però che in questo libricciuolo si tratta propriamente delle virtù e de' vizii. Occupa pagine poco più che 41. Dal capitolo dell'_Avarizia_, sino alla fine, la scrittura è di altra mano. Tutte le iniziali sono scritte in rosso, e qui e qua trovansi spazii in bianco da dipingervi figure allusive all'argomento, secondo che vedesi in altri codici di simile operetta. Manca il prologo, non per difetto del Codice, ma sì bene dell'amanuense: l'indice precede l'operetta, che comincia tosto col primo capitolo. La lezione sembrami non delle più antiche. E vano il parlare di quest'aurea scritturina, tante e tante volte ne' tempi antichi e ne' moderni stampata e ristampata, e della quale stanno più codici in questa Regia Biblioteca.
IX.—ARTICOLI DI DOTTRINA CRISTIANA, ed altro.
Si comprendono in sei colonne, e sono i seguenti: _Virtu de aqua benedecta._—_Segni de la stultitia, cioe del matto._—_Proprietadi del core duro, dice sancto Bernardo a Eugenio libro primo._—_Come ipeccati descendono luno dalaltro._—_Quante sono le uirtu, e come insieme ligate._—_Perche non sono piu che quattro._—_De i doni de lo Spirito Sancto come aiutano a cacciare i uitij e le passioni delanima._—_Di questi Doni seguitano effecti._—_Unione dei Doni con le uirtudi._—_Effecti che nascono dei Doni dello Spirito Sancto uniti con le decte uirtudi, secondo etiandio lo euangelio di sancto Matheo._
X.—SPOSIZIONE DEL SIMBOLO APOSTOLICO.
È preceduta da un lungo prologo, ove si parla in genere della _Fede_; dopo di che si passa alla dichiarazione del _Credo_. Il tutto è compreso in 7 pagine. Comincia:
Scrivesi nel decreto de Consecratione distintione. iiijº Capitolo: Vos ante omnia etc. che el santolo, cioe coluj che tene altri abaptismo etenuto amostrare albaptizato la Fede. Et perche tu figliuolo non se baptizato da persone intendenti che tisapesseno derozare, e forse io non siro altempo che tu arai intendimento perfetto. Acio che tu leggendo ticonfermi in la Fede, nella quale tu se baptizato leggi questa catacumina, cioe digrossatione de Fede.
Finisce:
Non potrà intrare in quella uita chi non diuentera tale quale uno fanciullo, e conuerra che di peccato ueniale sia netto. E Christo dixe. Senon diuenterete come questo fanciullo non intrarete nel regno del Cielo etc. E conuene che lanima stia tanto in purgatorio, che di venialj sia monda. Altramente non entrerà in Cielo.
Molte sono, e fra loro diverse (delle quali pur taluna si trova in istampa) le _Sposizioni del Simbolo degli Apostoli_, ma questa, secondo il mio conoscimento, reputo affatto inedita.
XI. TRATTATELLO SOPRA I PECCATI UENIALI.
Vi si parla stesamente de' peccati veniali, toccando anche in fine e annoverando i mortali. Sta in 5 Colonne, e comincia:
Come per natura lomo et ogni cosa desidera elbene, e per questo si vede che levirtu sono da natura che sono cosa bona et perfetta. Cosi per lo contrario ogni homo et creatura, a in odio et horrore elmale che e contra natura.
Reputo che questo _Trattatello_ null'altro sia, se non che un frammento capitolo d'opera maggiore.
XII.—REGULE DE LA CONFEXIONE.
Sta in 15 colonne: comincia:
_Come de essere la confexione._ Sia simplice, humile, feruente, pura e fedele.
Il _Trattatello_ finisce coi _Comandamenti di Dio_. Secondo che è a mia notizia, lo giudico inedito, ed è affatto dissimile da quello che pubblicò nel 1851 il benemerito e celebre letterato ab. Giuseppe Arcangeli. Quantunque faccia seguito agli altri sopra indicati articoli di _Dottrina cristiana_, pure ciò non è avvenuto che casualmente, essendo i mss. che contengono le prefate materie del tutto disuguali e nelle membrane e nella forma de' caratteri.
XIII.—MALEDIZIONE DI M.º ANT.º DA FERRARA DESPREGIANDO AMORE.
Non conosco in istampa questo Componimento; è in trentatre terzine. Daremo per saggio la prima e l'ultima.
Diuiso sia per luniuerso pace Per gli animi aciesi dellettenalj pene Chomio seghuendo questo dir mi face
De uolgi il poter tuo aumilta Si che pietosa questa dona truoui Per linfiniti guai che dato ma.
XIV.—DISPERATA DEL SAUIOZZO DA SIENA.
È una Canzone di strofe 7, che comincia:
Le infastidite labra incuj gia posi
Finisce:
Poi che Iddio me contro e 'l mondo in ira.
Questo poeta, che scrisse molte _Rime_, delle quali poche abbiamo in istampa, fioriva sul finire del secolo XIV. Egli si chiamò Simone Forestani di Ser Dino Sanese, e fu appellato il _Saviozzo_. La predetta _Canzone_, composta dall'autore pochi dì prima ch'ei s'uccidesse in carcere, si stampò in Firenze dal Bonaccorsi nel 1490, a cura di Cesare Torto, che la inserì nella _Raccolta di Rime di Agostino Staccoli_.
Seguita nel Codice un _Titolario_ appartenente al secolo XV, che occupa presso che 7 colonne, in un carattere quasi inintelligibile: indi il _Sonetto_ che comincia: _Molti volendo dir che fusse amore_, ecc. Poi l'_Ave Maria_ disposta in 16 terzine, che comincia: _Ave stella diana luscie serena_. Amendue questi componimenti sono senza nome d'autore. Il primo però, come è noto, è di Dante; ed il secondo di Maestro Antonio da Ferrara: fu pubblicato da Monsignor Telesforo Bini, a fac. 37 delle _Rime e Prose del buon secolo della lingua_ ec.; Lucca, Giusti, 1852, in 8.º: offre varietà di lezione.
XV.—CANTARI DE LA REINA DORIENTE.
Comincia:
Superna maiesta da cui procede Ciò che nel mondo da ogni sustanza E se cortese a chi tirichiede Diuotamente con fede e speranza Humilemente ti chieggio mercede Che doni gratia ame pien dignoranza Chio rimi sì la presente legenda Che tutta gente dilecto ne prenda.
Carte 9 e una colonna alla decima. Ogni pagina contiene circa 9 ottave. Mancano a quel che si pare due carte, cioè il fine del _tertio cantare_ e il principio del 4.º Generalmente la lezione è buona, ma il carattere è logoro, e si legge con qualche difficoltà. È un curiosissimo popolare cavalleresco poemetto, in ottava rima, diviso in 4 _Cantari_. Vogliono alcuni dotti, che sia il più antico poema di cavalleria che originalmente venisse scritto in Italia. L'autore, che si svela egli stesso al fine del primo cantare, si è Antonio Pucci fiorentino, che vivea sul finire del secolo XIV. Ne abbiamo edizioni antiche, delle quali una si annovera dal cav. Gius. Molini, a faccie 114, N. 13 delle sue _Operette bibliografiche_: due dal prof. Libri nel suo _Catalogo_, ed una dal P. Blasi, che di questo Romanzo fece una diligente analisi, alla pagina 243 de' suoi _Opuscoli di Autori Siciliani_, al vol. XX. Oltre le predette, infinite ristampe se ne fecero poi appresso per uso del popolo.
XVI.—SONETTI SOPRA I SETTE PECCATI MORTALI.
Stanno in tre colonne, compreso il riepilogo, che qui sotto trascriveremo. In molti codici questi sette _Sonetti_ trovansi senza nome d'autore, come accade nel nostro ms.; in altri vengono attribuiti a Fazio degli Uberti; e in altri finalmente a maestro Antonio da Ferrara. Più volte pertanto si pubblicarono ora sotto il nome dell'uno, ed ora sotto quello dell'altro. Il conte Alessandro Mortara ce li dette, come lavoro di quest'ultimo, nel 1820, riducendoli a più corretta lezione di qualunque altra antecedente stampa, e vi tolse molti di quegli errori, onde erano deturpati nelle prime edizioni. In buona lezione li ristampò altresì il ch. sig. avv. Gustavo Galletti. In questo nostro codice, ai _Sonetti_ seguono i seguenti versi:
Superbia fa lom esser arrogante Inuidia de laltrui ben mal dire Ira pien dodio e mal parlante Accidia il fa con desinor morire
Auaritia il fa falso e desliale Luxuria sfrenato e bestiale Gula insensato e del corpo male
Humilta in ciel lo fa salire Carita ilfa doni ben amante Patientia ilfa ben e mal sofrire Bene operare adio il mette auante
Largheza cortese e gratioso Castita benigno e amoroso Temperanza chiaro sauio e gioioso
{ Però prego ciaschun che iuitij scacci _ritornello_ { { E da le septe uirtu mai non si slacci.
XVII.—CANTILENA SOPRA LA PASSIONE E MORTE DI CRISTO.
È un componimento poetico disposto in versi rimati a due a due, e scritti in ordine di sestine. Compreso il _Lamentatio Matris_, la _Pietà di Giuseppe d'Arimatia_, ed il _Pianto della Maddalena_, che seguono la _Passione e Morte_: sono in tutto 88 Sestine, che occupano 12 colonne. Comincia:
Paxio domini nostri Iesu Christi Secondo channo scripto iuangelisti A gram consiglio furon ipharisei Principi sacerdoti e graui iudei Si come gente ciecha e fuor del senno Di prender Christo lor consiglio fenno. El di duna gram festa sapressaua ec.
Finisce:
Non lauete trouato la ouel fu posto Non uindugiate piu andate tosto E dite chel uedranno senza dimoro In galilea dinanzi da loro, Si come alor promisse e disse Nel tempo che infra lor al mondo uisse.
XVIII.—INCOMINCIA IL CANTARE DE APOLLONIO DI TIRO.
Omniposente Dio Signor superno Senza cominciamento e senza fine Che per deliberarci dallinferno Portar degnasti corona di spine Celestiale di noi se Padre eterno Da cui procedon le gratie diuine Donami gratia ora qui al presente Chio dica cosa che piaccia alla gente.
Carte 12: ogni pagina contiene circa 11 ottave: sventuratamente manca l'ultima carta; il carattere è bello e intelligibile, ma la lezione, a parer mio, non è troppo corretta: per chi volesse imprenderne una nuova edizione, sarebbe necessario consultare altri codici, di cui non abbiamo difetto nelle Biblioteche Toscane. Alcune antiche stampe vengono allegate dai Bibliografi, ma tanto sfigurate, camuffate e rimodernate, da non farsene verun capitale. Anche di questo poetico componimento, in sei cantari diviso, non v'ha dubbio, è autore Antonio Pucci. Si conosce chiaramente dallo stile e da certi suoi modi peculiari; senza che egli stesso lo dice, conforme suo costume, in fine al primo cantare:
Nell'altro canto uidiro il tenore Comel pescator del pescio coce E come si porto ben dapollonio Al uostro honor rimo questo Antonio.
Ci viene dal greco, nella cui lingua in origine barbaramente fu scritto; donde poi, come cosa assai popolare, nel medio evo si tradusse in tutte le lingue d'Europa. Una lata versione in prosa dal latino se ne fece nel buon secolo di nostra lingua, di cui trovansi più codici nelle Librerie Fiorentine. Di questo volgarizzamento favellò il cav. Salviati ne' suoi _Avvertimenti_. Esso venne citato dagli Accademici della Crusca nel loro Vocabolario come testo di lingua, secondo un codice che fu di Gio. Batt. Strozzi, oggi nella Riccardiana. Si pubblicò la prima volta con somma diligenza e assennatezza per cura dell'illustre filologo sig. avv. Leone Del Prete nel 1861.
XIX.—TRATTATO DI CUCINA.
È preceduto da due faccie contenenti l'indice delle rubriche; indi seguita il _Trattato_ che si comprende in cinque carte; ma vuolsi notare che questo non è che un frammento, mancandone parecchie a mezzo e in fine: i caratteri precedono per avventura di qualche anno il _Libro_ che segue, e così, per mio avviso, lo stile e la lingua. Eccone un saggio:
_Se uuoli fare blasmangieri._
Se uuoli fare blasmangieri per xij. signori tolli.iij. libre di mandorle et una meza di riso et.iiij. capponi et due libre di sugnactio frescho et mezo quarto di garofani et serba.l. mandorle monde et lautre fae macinare et stempera con acqua chiara et colale bene et tolli lo riso bene lauato a tre acque et rasciugalo bene colla touallia et fallo pestare et stacciare et tolli petti di polli et falli uno poco lessare et filali sotili et falli istare tutta nocte nel lacte delle mandorle et struggi lo sugnaccio in una pentola per se et metti a fuoco lo lacte et serbane due iscodelle et quando il lacte bolle bene stempera la farina dello riso con questo lacte crudo et mettilo a bollire et tienlo indietro in su la brasia et metti incontenente le polpe filate et metti del zuccaro in quantita et quando è bene cotto poni in prima sopra le scodelle un poco d'acqua rosata poi zuccaro poi mandorle soffritte et bianche e poi garofani chabbiano dato uno bollore in acqua. Questa uiuanda uuole essere biancha come nieue e spessa e stretta.
_Se uuoli fare buono burro._
Tolli vj. casci freschi o passi et pestali bene et stemperali con lacqua chiara e fredda el grasso tornera di sopra et questo si puote operare in ogni mangiare o a frigere huoua chi non uolesse lardo.
_Se uuoli fare giunchata di lacte._
Tolli lacte di peccora et mettilo a bollire in uasello istagnato et no lasciare leuare il bollore impero che diuenterebbe granelloso trailo di quello uasello et mettilo in uno altro et quando è freddo mettiui il presame et mesta forte et quando e preso fa giuncata.
_Se uuoli fare pamcia di carne._
Tolli per xij signori libre.vij. di pamcia magra et lessala et battila bene et tolli una libra di cascio gratugiato et.xxiiij. huoua et una merola di pane et speci dolci et forti et gruoco et iiij scudelle di brodo di cappone o di bue et tutte queste metti in uno cattino et poi le metti a bollire senza acqua et mesta bene et fa che sia bene saporoso di spetie et ispessa.
XX.—LIBRO DE LA COCINA.
È pure preceduto dall'indice dei Capitoli, che occupa tre colonne: il carattere sembrami del finire del sec. XIV, o al più de' primissimi anni del susseguente; e di quel tempo medesimo, o circa, sembrami la dettatura: fu da me preferito questo all'antecedente, perchè completo. Sta in diciannove pagine, non compreso l'indice sopraddetto. Ogni argomento è scritto in rosso: in fine leggonsi alcune ricette medicinali, scritte da altra penna. Non è a mia cognizione che fosse giammai stampato. Eccone un saggio nella grafia del codice.
_A fare i cauli bianchi bene cotti._
Tolgli itorsi del caulo e mondali bene siche de le frondi niente ce -magna e troncali nel tenero de la cima, et quando bolle la pentola con oglie et aqua gittaui dentro i detti torsi o uero biancho de cauli, e mettiui del biancho de finocchi. E falli tanto bollire che sia bene spesso. E se uuoli puoi ponerui dentro oglio o brodo de carne o de capone, pepe, poluere di spetie, ova debattute, zaffarano a colorare, e da al signore.
Finisce il codice _Miscellaneo_, come segue:
_Contra 'l male de chi auesse la borsa grossa._
Recipe fegato di gallo, ardilo, fanne poluere, mescola cum duetanto comino pesto sottile, mettiui bolio armenico per la meita che e el comino, mesta insieme, poi prendi di questa poluere uno cuchiaio per uolta e dallo a bere con uino biancho caldo.
Anche quando uene la rottura usa la radice del nagalico pesta. fanne frittelle nell'oglio. mescolaui peli di lepore tagliati bene triti. Stempera con acqua piouana tanto che ne facci frictelle o migliaccio.
_Impiastro proprio a questo defecto a porre di sotto._
Recipe pece nauale. ℥. ij. litargiro. sangue de dragone. cera biancha o uoi rossa. pece greca. galbino. ana. ℥. ij. bolio armenico. ℥. ij. giesso. gomma arabica. ℥. iiij. mastice. ℥. 4. aristologia lunga e tonda ana. ℥. vj. trementina. ℥. ij. verditerra. ℥. 4. galla. ℥. j. consolida maggiore e minore ana. ℥. ij. Sangue de homo da uena dal barbieri de fresco libre. j. et confea cori.—Tolli una pellicella de montone frescha con peli come è scorticata. cocila in acqua piouana e bolla per spatio d'una hora. poi cola questa acqua. poi mettila in una pentola roza. fa bollire tanto che torni a mezo. poi ui metti cera et litargiro. pece greca. mastice. olibano. gomma arabica. galbano lamoniaco. e la galla. Facto questo reponi la decta pentola al fuoco. metteui el gesso et holio. e poi il sangue del omo. tuttauia mesta con diligentia a fuoco lento, poi mettiui l'aristolagia poi l'aloe epatico, mummia et sangue de dragone. Fa queste cose cocere tanto che sieno spesse si che si possino fasciare che non coli, e poni sopra la parte rotta. tegna 'l braghieri. stia in posa _e nonsie maledicente_. Guarditi da pasti uentosi e da gridare. e de non essere stiticho. usi cassia o manna. Non ponti a l'uscire del corpo.
CORREGGI
Alla pag. 38, lin. 1 _tortelii_ in _tortelli_.
» 60, » 18 _e tagliato sottile, e fa_ in _e taglialo sottile e fà_.
» 93, » 11 _ed altri simili_ in _ed altre simili_.
» 94, » 15 _con asterisco_ in _con lineetta_.
» 113, » 17 _a luogo_ in _a lungo_.
IL
LIBRO DELLA COCINA
AL NOME DI DIO. AMEN.
INCOMINCIASI IL LIBRO DE LA COCINA.
=Dei Cauli.=
_A fare i Cauli bianchi bene cotti._
Togli i torsi del caulo, e mondali bene, sì che de le frondi niente ci rimagna; e troncali nel tenero de la cima: e quando bolle la pentola, con oglio et aqua, gittavi dentro i detti torsi, o vero bianco de' cauli, e mettivi del bianco di finocchi, et fàlli tanto bollire, che sia bene spesso. Et se vuoli, puoi ponervi dentro oglio, o brodo di carne, o di cappone, pepe, polvere di spezie, ova dibattute, e zaffarano a colorare; e dà al Signore.
_A fare i cauli verdi con carne._
Togli le cime dei cauli sane, e gittale nella pentola bugliente con la carne, e fàlli bullire; et cavali e metti nell'aqua fredda. Et tolto d'altro bruodo in un'altra pentola, mettivi del bianco de i finocchi; et quando è ora del mangiare, poni i detti cauli col brodo nella pentola predetta; fà bullire un poco, e puoi mettarvi brodo di carne di cappone, o oglio.
_Dei predetti._
Togli i cauli e poni a cocere con carne di castrone, o di porco, o carne insalata; e mettivi dentro del bianco del finocchio e del petrosello, e mesta forte. Poi cavatane la carne, mesta i detti cauli, sì che sieno bene triti. E dentro puoi mettere ova dibattute, pepe, zaffarano, polvere di spezie. E possonsi fare a questo muodo el dì de digiuno, con oglio, con pesce insalato[1].
_Dei predetti._