Part 17
Traversammo il lago Jakkasjarvi, livido e nero fra le sue rive piatte, poi riprendemmo il cammino l’un dietro l’altro, seguendo la guida. A lungo andare l’uniformità silenziosa del paese ci accasciava. Ognuno di noi si era taciuto, vinto più da una stanchezza d’anima, da un’intima tristezza, anzichè dal cammino.
L’uniformità ininterrotta mette ad una ben dura prova ogni nostra facoltà di attenzione e di osservazione, finisce per fiaccare, per annebbiare la mente e ci lascia in uno stato torbido dal quale emergono poche idee, che sono sempre le stesse e segnano come gli ultimi guizzi di un’attività che si addormenta.
Ho parlato più volte del silenzio di quelle terre. Noi non possiamo averne che un’idea molto relativa, perchè non conosciamo l’assoluto silenzio. Viaggiando in Lapponia ne conobbi il tragico impero. Tutta quanta la natura era immersa in un silenzio infinito. A volte non si udiva neppure il rumore dei nostri passi. Nè un grido, nè un suono remoto, nè uno squillo, nè una eco, nè un fremito, nulla, assolutamente nulla se non l’immobilità taciturna. Ne eravamo disorientati, sperduti. Ci si guardava, a volte, come in uno stato di sonnambulismo.
Il sole segnava la mezzanotte, e cioè rasentava l’orizzonte, quando udimmo da una piccola altura un forte abbaiar di cani. Aguzzammo gli occhi e una leggera nube di fumo ci rivelò la presenza dei lapponi. Eravamo giunti a Sevuvuoma.
Dopo un breve consiglio tenuto circa l’ora inadatta ad una visita di curiosità e le convincenti ragioni della guida, la quale ci dimostrò che, durante l’estate, i lapponi dormono e non dormono, che non hanno ora fissa di sonno e lo interrompono e lo riprendono a loro piacere, decidemmo di proseguire il cammino e chiedere un’udienza alla piccola tribù.
Salita l’altura, vedemmo su l’altro versante otto o dieci capanne di miserrimo aspetto. Erano capanne coniche, formate da un impasto di torba e di zolle, sorrette da alcuni pali. Un’apertura praticata in alto dava la via al fumo; in basso un’altra apertura triangolare, chiusa da una tela, fungeva da porta. Quest’ultima era talmente stretta da doversi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura. Conveniva chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso; in altro modo non s’entrava. Qualche lappone era all’aperto, richiamato dall’abbaiare dei cani. Distinsi a tutta prima un vecchio ed un fanciullo. Indossavano il loro costume tradizionale. Una casacca di pelliccia di renna stretta alla cintola, un paio di brache di pelle di renna, una specie di cioce dell’identica sostanza ed un berretto simile ad una tiara, tutto azzurro e terminato da un gran fiocco rosso. Stavano vicini, senza movimento, il capo inclinato sopra una spalla e il viso contratto in una smorfia indefinibile. Ci lasciarono avvicinare fino a pochi passi senza muoversi, senza batter le ciglia, senza modificare quella loro smorfia. Solo ad una parola della guida si scossero e sorrisero. Poco dopo varcai la soglia di una capanna. Appena entrato fui costretto a sedermi in causa al fumo che empiva quella specie di imbuto rovesciato; ma quando potei aprire gli occhi, vidi intorno a me non so quante persone distese promiscuamente su pelli di renna in un arruffio tale di braccia, di gambe, di teste da non poter distinguere ogni singolo individuo. Solo in alto, da una singolar cuna appesa al fusto della capanna, un viso rotondo di poppante mi guardava fra il fumo come una paffuta luna fra le nebbie autunnali. Aspettavo che gli ospiti miei si togliessero dal sonno, nè molto rimasi nell’attesa che, dall’incomposto cumulo umano, vidi sorgere prima una testa, poi un torso, poi una figura completa di donna, la quale mi guardò sorridendo e cominciò a parlare.
Poco dopo la guida mi disse:
— Questa è la madre. Si chiama Anda e ti dà il buon giorno.
Un dopo l’altro sorsero dal comune giaciglio vecchi, giovinette e fanciulli. I giovani erano lontani, avevano condotto le renne a _bere il mare_, come dicono i lapponi, e cioè ai pascoli estivi. Furono pronti in un battibaleno. La toletta dei lapponi si riduce a poco: quando vanno a letto sfibbiano la cintura della casacca, quando si alzano l’affibbiano, e tutto è fatto. Non si spogliano mai, non si lavano mai, tutt’al più si ungono col grasso di renna, e ciò dà al loro viso rotondo, dai grandi zigomi e dagli occhi obliqui, quella tinta olivastra che non è naturale, ma è semplicemente un risultato del sudiciume. Il loro abbigliamento non varia. D’estate portano la casacca col pelo verso l’interno, nella stagione invernale non fanno che rovesciarla. Sotto la casacca non c’è altro; c’è la creatura come la fece Iddio; solo le scarpe sono imbottite da una specie di fieno che supplisce le calze. Altra particolarità notevole è la pipa. Tutti fumano, vecchi e fanciulli, il bel sesso compreso.
Offrii una sigaretta alla signora Anda, la quale l’offrì a sua volta al poppante, che la masticò senza disgusto.
I lapponi sono fra gli uomini più piccoli del mondo e sono anche fra i più fetidi in causa dell’olio del quale si imbevono. Quella loro tremenda vita nei deserti polari li rende forti e resistentissimi. Pare soffrano rarissime volte di tisi. Curano molti mali interni bevendo sangue caldo di renna e curano il mal di denti fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine.
Tutta la loro fortuna consiste nelle mandre di renne che posseggono. Dalle renne traggono le vesti e l’unico alimento. Qualche volta mangiano pesce. Il pane è quasi sconosciuto. Tutta la loro vita si riassume in tre parole: la capanna, la slitta e la renna. La slitta principalmente su la quale viaggiano di continuo in cerca di nuovi pascoli.
Tanto a Sevuvuoma come ad Enontekis e a Kautokeino ho avuto occasione di vivere in continuo contatto con tale popolo povero e randagio, e l’ho trovato d’indole mite ed eccezionalmente ospitale. Certo non ebbi a gloriarmi della sua vicinanza dal lato, dirò così, della mia immunità personale. Durante il breve soggiorno a Sevuvuoma, all’ora del riposo, quando mamma Anda mi offriva il posto accanto al fuoco, per riposare (la nostra tenda non era sufficiente a ripararci dal freddo) era con vero terrore che abbassavo il capo su le pelli di renna.
Il rifugio era adattatissimo per dormire, ma il mio terrore era causato dalle bestie che non dormivano. Mi spiegherò meglio citando due indovinelli lapponi. Ecco il primo: — _Qual’è il morto che tira fuori i vivi dal bosco? — Il pettine._ — Ed il secondo: — _Qual’è la creatura che sta più vicina all’uomo? — Il pidocchio._ —
Comunque sia, questi scarsi popoli delle lande polari, questi ultimi rappresentanti dell’umanità in una terra estremamente nemica, non vanno considerati solo dal lato umoristico; essi combattono la lotta più aspra e conducono la vita più misera che si possa immaginare su la faccia del globo. Giunti in quelle lande estreme, forse per un destino di miseria, non certo per elezione; scacciati di regione in regione da popoli più forti, cercarono e si ebbero nella profonda notte del polo, l’ultimo rifugio. Secondo le più recenti ricerche etnologiche sembra probabile ch’essi provengano da un grande centro altaico. Emigrarono dall’Asia verso il nord-ovest seguendo il fiume Irtisch o l’Obi e varcando gli Urali. Dire a quale epoca siano giunti in Europa è cosa impossibile. Certo essi hanno perduto, nel corso dei secoli, anche il ricordo di regioni più miti. Nella loro lingua vi sono 20 parole per esprimere il ghiaccio, 11 per il freddo. 41 per la neve e le sue varietà, ma non un vocabolo che significhi cose o fenomeni dei climi temperati.
Anche l’ultimo ricordo, l’ultima tradizione è scomparsa. La loro mente si è oscurata; altro non sanno se non la miseria che li combatte.
Io affaticato lappone ed uomo errante su le faticose vie di questa terra, devo pellegrinare per tutto il mondo e così passare il mio tempo.
Tale è il lamentoso canto del cammino allorchè seguono le renne attraverso alle gelate steppe o lungo le rive del mar Glaciale per centinaia e centinaia di chilometri. Il loro sonno non è mai tranquillo, la loro pace non è mai compiuta, essi non possono riposare nell’assoluto abbandono fidente, dovendo salvare l’unica ricchezza che si abbiano dagli agguati dei lupi. E quanto più infuriano le bufere durante l’inverno, tanto maggiore deve essere la vigilanza loro. Il grido: — _Gumpe lae botsuìn!_ — Il lupo ha aggredito il gregge! — li trova pronti all’inseguimento, fra la turbinosa furia che si scaglia nelle tenebre. Armati di bastone balzano in un attimo dalla loro capanna e si disperdono urlando fra la tormenta. Il freddo, la fatica, il pericolo al quale si espongono non li abbatte; la tragica lotta secolare li ha fatti ferrigni come le ultime montagne della loro terra. Ciò che fiaccherebbe un gigante della Svezia, non turba quella loro piccola persona gagliarda. Essi portano fra gli orrori delle terre iperboree l’ultima voce dell’umanità di fronte al mistero polare.
FINE.
INDICE DEL VOLUME.
Il viandante Pag. 1 Alle soglie dell’Oriente 19 Tunes el bida 21 Il Mercato del Dolore 29 Il Santone 30 Un Funerale 31 Le Case della Gioia 32 La favola di un cieco 40 La piccola Jasmina 41 L’Hara (il Ghetto) 42 Le Tombe dei Santoni 50 Ciò che vide Kadir 51 I Notai 52 L’Anima del Viandante 53 L’Eternità 54 La Casa abbandonata 54 In via 56 Susa 58 L’ombra del Mandorlo 59 El Djem 60 Monastir 61 Djeziret-el-K’mam — Ustania 62 Verso Tapsus 63 Enfida 64 Kairuan 65 Ai fùnduk 67 Il mulino 72 Facili misteri 73 Chadliia 80 L’arabo e il dromedario 81 Dal Corano alla Moschea 83 Giorno di preghiere 86 Il rito degli Aissauas 88 Gabès 90 Trattorie arabe 94 Verso il Deserto 95 La Giustizia 99 Selima 100
Nei paesi del Sole 105 In mare 107 Compagni di viaggio 108 Il Pascià di Janina — Corfù 110 Verso la Grecia 111 Il figlio del Pascià 113 Il golfo di Corinto 116 Amare verità 116 Pireo — Falèro 120
L’isola Minoica 123 I “politofilakes„ 133 Kanna 135 Il canto dei muezzin 136 Canea 137 L’esodo degli alberi 138 Verso l’interno 141 Il rapsodo 142 O kapetanios Blum 149 Peleka Pina — Superstizioni 155 Alla fonte 156 Collane azzurre 158 Mehemed bey 159 Prodoti — Nuriè 161 In viaggio 163
Nell’Asia Minore 165 Ismirn (Smirne) 167 Il miracolo della colomba 170 Un cimitero israelita 172 La vita a Smirne 173 Tre briganti 174 Buggià 176 In cammino 180 Le nostre umiltà 181 Sopra la tolda 187 Verso la Gran Sirte 196 Derna 197 Bengasi 206 La storia di un pellegrino 208 Sempre cortesie — In mare 209 Il “Ramadan„ in viaggio 211 Un tramonto sul mare 212
Sul Mare degli Ulissidi 215 Il viaggio del sogno 217 L’isola di Venere 218 Da Cythera a Mitilene 221 Una croce in uno scoglio 225
Verso i mari di ghiaccio 227 Una ferrovia in Lapponia 229 Tristezze nordiche 231 Kiruna 237 Verso l’interno 240
INDICE DELLE TAVOLE A COLORI:
El-Djem. — L’Anfiteatro (interno). El-Djem. — L’Anfiteatro (rovine). Susa. — Strade sul mare. Una via di Susa. Sfax. — Donne in un cimitero arabo. Sfax. — Un arrotino. Accampamento di beduini. Tipi di beduine. Una beduina. La chiesa di Mora. Dalecarlia. — Il lago del bosco presso Rättvick. Dalarna. — Vecchie case di contadini.
INDICE DELLE TAVOLE IN NERO:
Tunisi: Una _Zania_ (piccola cappella). — Una strada della grande moschea. — Porta di casa araba. — Vecchia porta. — Palazzo d’un ricco signore arabo. — Palazzo del Bardo. — Patii nel palazzo del Bardo. — Piccoli beduini. — Giovane ebrea nella Hara (Ghetto). — Una _degghesa_ (indovina). Nei dintorni di Susa. Hadda. El Djem. Kairuan: La moschea del barbiere. Piccolo villaggio sul mare. Un incantatore dei serpenti. Un mercato a Kairuan. Kairuan: La tomba di un Santone. _Chadliia._ Giovinetta araba. Il Cantastorie. Kairuan: Un _fùnduk_. Giovinette arabe tessitrici. Hadda, l’Almea. Alle porte di Sfax. Sfax: Lavandaie. — Un mercato. Una sposa beduina. Accampamento di beduini. Corfù. Il canale di Corinto col ponte della ferrovia. In vista del canale di Corinto. Rovine di Adana dopo il massacro degli Armeni. La piccola Helena. La Canea: Una strada nel quartiere turco. — Le corazzate delle Potenze protettrici. — Il quartiere delle lanterne rosse. Una via a Candia. Un villaggio distrutto dai turchi nell’isola di Creta. Creta: _Kalwes_ (le fontane). Il capitano Blum. Candia. Smirne: Due vie. — Un Cimitero. — La fonte di Diana. — Dintorni. Hierapolis (Asia Minore): Un fiume disseccato. Bengasi (la città) — Nel villaggio dei neri (due tavole). — Il bazar di Bengasi. Derna (Cirenaica). Zraib. — Villaggio alle porte di Bengasi. Oasi in Cirenaica. Cirenaica: Sul limite del deserto. Svezia: Il lago Siljan (Dalarna). — Sundsvall in un giorno d’agosto. L’Indalselven (Norrland). Le isole Lofoten (Isole dei pescatori oltre il circolo polare). Il picco della Capra alle isole Lofoten. Rättvick: Giovinetta nel costume della Dalecarlia. Un lago in Lapponia. Un cimitero nell’estremo Nord. Su la miniera di Kiruna: Operai al lavoro. Il direttore della miniera di Kiruna e un Lappone. Una capanna finnica abbandonata. Piccoli Lapponi. Accampamento di Lapponi. Un _fjord_ nell’estremo nord dell’Europa.
NOTE:
[1] _Zubeida_ vuol dire La graziosa.
[2] Il _lukùm_ è un dolce turco composto di gomma, zucchero e mandorle.
[3] Kadir fu un _himan_ molto venerato.
[4] Quando si nominano uomini illustri o Santi si usa dagli arabi aggiungere una formula di saluto.
[5] Maestro.
[6] Dio è grande. Attesto che non v’è che un Dio. Attesto che Maometto è il suo apostolo. Venite alla preghiera. Venite all’adorazione. Dio è grande. Egli è unico.
[7] Esso entrava in Babilonia su certe barche, le quali, abbandonate alla corrente, discendevano l’Eufrate. Era festeggiato, onorato, accolto come un re mago, perchè _portava il dolce frutto della vendemmia. Lo chiamarono dapprima Bel Peòr_, signor Asino. Poi ne nacque il demone lascivo che fu profeta e parlò su una montagna, la quale ebbe il suo nome. In detta montagna, secondo Sant’Ilario, Belfegor raggiunse gli angeli e li accese di desiderio per le figlie degli uomini.
[8] _Ramadan_ deriva da _ramad_, ardente. Questo mese ebbe tal nome perchè nell’anno solare degli antichi Arabi, cadeva al tempo delle maggiori calure.
[9] Il Corano era scritto sopra una tavola serbata nel settimo cielo. L’Arcangelo Gabriele raccolse il Corano in un volume e lo portò a Maometto, a parte a parte, nel termine di ventitrè anni. I dottori mussulmani non sono d’accordo circa il tempo preciso nel quale Gabriele cominciò le sue rivelazioni. Convengono però nel dire che fu una delle ultime dieci notti del mese di _Ramadan_. Questo mese è consacrato all’astinenza. Durante tutto questo tempo i maomettani non mangiano, non bevono e non fumano, dal levar del sole al tramonto. Un mussulmano che rompesse pubblicamente il digiuno correrebbe rischio di essere lapidato.
[10] Signore, signore! Ecco il Circolo polare!
[11] Ragazza.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.