Il diario di un viandante

Part 14

Chapter 143,807 wordsPublic domain

I poveri mordono il freno per le novissime libertà dei ricchi, e non so se vorranno sempre pazientare. Certo, ciò che può tollerarsi in viaggio, sarebbe assolutamente intollerabile a terra. Approfittiamo adunque di tale condizione di grazia per osservare meglio.

Ogni famiglia ha portato con sè tutti gli oggetti di casa, io credo: dalle stoviglie ai materassi. Hanno fornelli a spirito, cesti, bottiglie, terraglie, panieri, vassoi, tazze, bicchieri ed altri arnesi, dei quali è difficile conversare. Un maggiore turco ha spinto la sua tenerezza fino a portare seco, oltre la famiglia, un pappagallo, un montone, un gatto d’Angora e due gazzelle. L’osservo da tre giorni, e da tre giorni lo vedo sempre più lacero e sporco. Trascina seco un marmocchio che non ha alcuna soggezione di adempiere a’ suoi doveri più urgenti ovunque si trovi. Da tre giorni si cibano di un enorme cocomero che hanno imbarcato a Tripoli. Non conoscono l’uso del fazzoletto, non guardano in faccia a nessuno. Il padre è sempre taciturno, il figlio strilla come un’aquila dalla mattina alla sera, e quando il padre si abbandona a’ suoi acrobatismi religiosi, la qual cosa avviene varie volte al giorno, dopo un opportuno orientamento verso la Mecca, il figlio, che è rimasto senza guardia, si spoglia urlando e se ne fugge ignudo. La qual cosa esilara i vecchi turchi dalle mani incrociate sull’ombelico.

Gentilmente invitato dal comandante Salvatore Viola, salgo sul ponte di comando; si domina meglio la scena.

Ovunque si volga l’occhio non si vedono che cumuli di fardelli fra i quali si stipano uomini e bestie. L’odore che sale da tale massa di creature è, a volte, insopportabile. È l’odore della cipolla e del muschio, della fogna e dello zibetto, un miscuglio senza nome, non mai avvertito; nè il vento vale a disperderlo, chè sempre si rinnova. Sotto di noi una giovane beduina è intenta a cercare fra i lunghi capelli di una sua congiunta qualcosa che di quassù non si può vedere. Un’altra, che ha il volto velato, ha il seno interamente ignudo e allatta il suo figliuolo, che non può avere meno di due anni; un brutto sgorbio nero dai capelli tagliati a ghirlanda e dall’enorme ventre. Poi piedi e gambe che sporgono da inviluppi di lacere coperte e di stuoie e di tappeti; uomini sdraiati, raccolti, rannicchiati, composti negli atteggiamenti più inattesi, accatastati e costretti entro spazi inverosimili, e bauli e valige e teste rase e teste incappucciate. Cento costumi, cento colori. È tutto un luridume pittoresco, un’immondizia variopinta, un austero pidocchiume che non perde mai l’innata gravità.

Il sole muore in un tramonto tranquillo sul mare senza moto. Lo vediamo discendere fra l’estrema caligine; lo si può guardare: è pallido ed enorme. Contro il suo disco metallico un vapore ignoto si allontana, sempre più impicciolendosi finchè non resta, sotto il crepuscolo roseo, che un tenue alito di fumo fra cielo e mare. La terra è scomparsa; navighiamo pei campi del silenzio. Anche la gente tace. Ma ad un tratto, verso la prua, compare un vecchio cieco guidato da una bambina: è alto, rigido, quasi spettrale nella penombra; siede sopra un fascio di corde, posa su le ginocchia un suo istrumento, poi, in questa immensità senza confine apparente, si leva una monodia dolcemente monotona, di una tristezza profonda. Chi canta? È un vecchio greco, un povero ramingo che va per il mondo con una bimba pallida, amore senza carezze. Canta le arie della sua Tessaglia, rievoca una grande anima tragica, un immenso dolore senza mutamento.

Nessuno parla all’intorno; il raccoglimento si propaga simile a un incubo e la voce si rafforza, preme nell’impeto rievocatore.

È l’ombra di un popolo millenario che sorge fra cielo e mare e si ammanta nel suo paludamento nero.

Verso la Gran Sirte.

Giù nel cielo, fra la foschia, sorge l’altipiano della Cirenaica. È una linea giallastra sul mare scialbo.

Il caldo umido snerva talmente, che è già fatica l’osservare.

Giunge il vento del deserto, il _khamsin_, e ci avvolge nelle sue folate e ci mozza il respiro.

Incontriamo alcune piccole navi a vela. Sono ancorate al largo, chè l’acqua non supera i quindici metri di profondità. Attendono alla pesca delle spugne.

Un uomo nudo, stretta una grossa pietra fra le gambe, si lancia a capofitto nel mare, raggiunge il fondo, strappa le spugne e risale rapidamente.

Il pericolo è continuo, chè i pescicani sono abbastanza frequenti in queste acque.

Non più tardi della settimana scorsa un pescatore di spugne fu ingoiato fino alla cintola da uno squalo, il quale si affrettò a rendere la preda non appena sentì fra i denti la pietra che aveva servito da zavorra al disgraziato.

I compagni lo raccolsero cadavere informe.

Già, dal piroscafo, hanno segnalata Derna. Nulla si vede su la bassa costa, se non tre lunghe antenne; le antenne del telegrafo senza fili, impiantato da vari mesi da una Società Tedesca, la quale non potè poi servirsene stante i soliti procedimenti del governo turco, procedimenti che consistono nel tutto concedere sul principio per tutto ostacolare in seguito.

Ora sembra che le controversie siano superate e il telegrafo possa funzionare. Si tratta della Germania!

Se in suo luogo si fosse trovata l’Italia, a quest’ora, di fronte alla cortese passività dei giovani turchi, la partita non sarebbe risolta tuttavia.

Ma noi facciamo la politica della penetrazione pacifica, la quale politica, se dovesse essere definita garbatamente lo sarebbe ad un di presso così:

— Quella cosa per cui uno spende molti soldi per buscarsi qualche calcio a tramontana e dire: Grazie, e tante scuse!... —

Derna.

È un nido fra i palmizi, non più di un nido, chè tutto intorno l’alta costa è arida e deserta.

Il nostro arrivo è segnalato, ma non si può scendere a terra prima che il _kaimakan_, e cioè il prefetto di Derna, sia salito tra noi ad assumere informazioni circa un incidente avvenuto a bordo.

Contemporaneamente al _kaimakan_ una turba lacera e urlante invade la nave; sembrano pirati e sono probabilmente gli stessi che saccheggiarono il piroscafo della Navigazione Generale che si arenò in questi paraggi.

Pare entrino in casa loro; passano correndo, vi urtano, non vi curano, vi guardano loschi, bestemmiano nel loro dialetto cose incomprensibili.

La disciplina di bordo? E come mantenerla? Di quale forza si dispone e di quale autorità, sopratutto? Poi non facciamo noi la penetrazione pacifica?

Noi umili e buoni, ed essi signori. E di ciò si è avveduta questa razza ignorante e bruta, che vuol essere trattata, a scudisciate per convincerla che una nazione ha una forza e una volontà.

Sì, ho sentito dire molte volte, troppe volte, lungo questo mio viaggio, fra qualche marinaio nostro e qualche lurido mascalzone il quale non conosceva altro dovere a bordo se non quello di fare il proprio comodo, ho sentito dire:

— _Bono taliano, bono!_

E il marinaio:

— _Bono turco, bono!_...

Quale squisito duetto sentimentale! Poi alla prima occasione, come è accaduto proprio a me di vedere, alla prima occasione in cui il _bono taliano_ non facesse i comodi del _bono turco_, giù un tal pugno su la faccia da doverlo curare con tre punti di sutura, e il _bono taliano_, mosca!... chè altrimenti si compromette la penetrazione pacifica e gli alti, segreti, incomprensibili interessi nostri patrocinati dallo Stato.

E la nostra influenza morale diventa di giorno in giorno sempre più quella graziosa e ridevole cosa che tutti conosciamo.

Se qualcuno protesta, se qualche comandante di nave si sente salir la nausea e avrebbe volontà di darla una buona volta una lezione esemplare alla schifosa ciurmaglia che gli innonda e gli appesta il piroscafo e glielo riempie di pidocchi e di tutti i parassiti umani ed ha mille pretese ed è insolente e prepotente; se un comandante di nave, il quale deve pur trasportare codesto carico di delizie, volesse far rispettare la disciplina di bordo e desse una santa lezione, correrebbe il rischio di perdere il posto.

I consoli raccomandano la pazienza, la rassegnazione, la bontà, sante virtù cristiane che nel campo politico hanno un logico valor negativo; biasimano gli atti energici, e se qualcuno fra di loro, come, ad esempio, il nostro console a Canea, ha un’opinione diversa, non può mantenerla che a suo rischio e danno.

E appunto perchè in Italia la politica estera è quella cosa talmente oscura e sibillina, che troppe volte vano sarebbe tentare decifrarla, appunto per questo noi che ci troviamo di fronte ad uno stato di fatto umiliante, indecoroso e dannoso, dobbiamo accontentarci di chinare il capo, di non tentare l’indovinello e di sussurrare:

Vuolsi così colà, dove si puote....

E torniamo a Derna fino a che non si ricominci, e ho in animo di ricominciare, perchè certe cose che _non si possono dire_ convien dirle ad alta voce, sì che tutti sentano e ne siano convinti, e siano convinti altresì che questa è la verità e nessun’altra la quale potesse apparire più o meno mascherata da blandizie.

Quando il _kaimakan_ di Derna, che è una cortesissima persona (è giovane turco, avrà cinquant’anni forse; è stato esiliato lungo tempo a Parigi e a Londra sotto il regno di Abdul Hamid; ora occupa qui una carica _delicatissima_ e si vedrà perchè), quando il _kaimakan_ ha sbrigato i suoi affari inquisitori ed ha ascoltato imparzialmente anche una donna di circa sessantacinque anni, la quale sostiene di essere stata urtata malamente da un soldato italiano che le ha strappato dal capo le sacre bende ed ha voluto perquisirla (vedi sacrilegio nefando! E pensare che in tutto ciò non c’è una sola parola di vero); quando le querimonie e le lamentele e le imprecazioni contro l’Italia hanno avuto l’esito loro, il permesso è dato e si può discutere su le imbarcazioni che ci condurranno alla non lontana spiaggia.

Si discende sopra un monte di detriti di alghe marine; sono intorno: da un lato le basse montagne che cadono a picco sul mare, dall’altro alcune casupole dall’aspetto miserevole e un bosco di palmizi.

Passiamo la zona sabbiosa, ci inoltriamo per la stradicciuola che conduce a Derna.

Si cammina fra basse mura di orti e di giardini; ovunque si guardi si elevano i ciuffi eleganti dei palmizi.

Ogni tanto qualche porta moresca si apre su una magnifica visione di verde.

Vedo strani e indimenticabili intrecci di palme e gruppi di banani e di fichi e di cacti. All’ombra delle piante pascolano cammelli e pecore.

Qualche figura di donna ammantata nella sua veste giallo-oro e rossa, si perde fra le ombre.

Traversiamo il letto sassoso di un torrente asciutto ed eccoci, alla piccola Derna. Un bianco nido fra giardini e campi ubertosissimi, un sèguito di casupole dalla terrazza ricca di fiori.

Ma tutto questo ben di Dio, tutta questa ricchezza in realtà si limita a ben poca cosa: intorno intorno, su l’altipiano, è terra incolta e dispoglia. Non un albero, non un’ombra: una distesa desertica.

Derna non è che un’oasi sul mare.

La città, o meglio il villaggio, non ha alcun carattere particolare. Sono le solite casupole arabe, tutte bianche, terminate da una terrazza.

In una piazzetta irregolare sorge il palazzo del _kaimakan_.

Ciò che mi resta a dire su questo angolo d’Africa non riguarda nè il clima, nè gli abitanti, nè le mie particolari impressioni. Benchè non possa qui trattare esaurientemente la questione, voglio accennare ad alcune cose le quali dimostrano approssimativamente quale sia, almeno in queste regioni, l’atteggiamento assunto dai giovani turchi verso l’Italia.

La loro massima è la seguente: Fare buon viso e favorire in apparenza ogni iniziativa italiana; ostacolarla in sostanza in tutti i modi possibili, tanto che non se ne venga mai a fine.

La politica del doppio giuoco, insomma; un astuto andirivieni pieno di affabilità, tanto affabile da distruggere l’avversario a furia di cortesie e da lasciarlo con un pugno di mosche.

E questo è appunto ciò che accade ai nostri connazionali residenti in Cirenaica.

[Illustrazione: Il direttore della miniera di Kiruna e un Lappone.]

[Illustrazione: Una capanna finnica abbandonata.]

[Illustrazione: Piccoli Lapponi.]

Eccone una prova che mi pare abbastanza significativa.

Un nostro connazionale che ha attraversato in lungo e in largo l’altipiano della Cirenaica e ne ha studiato il clima e i terreni e le possibilità di irrigazione, venuto nel convincimento che sarebbe stata non solo possibile, ma altamente rimunerativa una cultura di detti terreni, tre anni fa si decise di tentare l’impresa e comprò dal Governo turco un largo appezzamento incolto per tentarvi i primi esperimenti.

Il vecchio Governo necessariamente annuì, intascò i soldi, e quando si trattava di legittimare e di definire la proprietà del nostro connazionale, quando si trattava di segnarla a catasto sorgevano mille difficoltà e una. Prima un impedimento, poi un altro; mandarono la cosa alle calende greche.

Il vecchio Governo cadde; Abdul Hamid andò in esilio; tutta la stampa europea, e più specialmente quella italiana, levò odi e inni al nuovo reggimento, ne magnificò le intenzioni, ne salutò esultando l’avvento al potere. Non una nota stonata, non un sorriso incredulo o pessimistico; dal nord al sud si davano l’imbeccata, e la gioia dei mussulmani pareva una gioia famigliare.

— Che cuori d’oro questi italiani! — avrà pensato qualche turco dalla faccia ambigua; qualche turco per antonomasia, voglio dire, il quale, giovine o vecchio che sia, non è precisamente troppo sentimentale. E noi giù, a fare il “_Francesco mio!_„ come i fringuelli in amore e a gettar parole a mani piene e a cantare il “_magnificat_„.

E qualcuno ci crede ancora un popolo vecchio, mentre abbiamo l’ingenuità dei poppanti e la baldanza dei giovinetti che non misurano il loro entusiasmo.

Insomma si prese un granchio a secco e un bel granchio solenne, tanto da dover torcere il niffolo mortificatamente come la pulcella che si fida troppo su l’idealità dell’amante suo e si vede fatta una cosa che non si attendeva.

Ora il nostro connazionale, che aveva esperimentato a sue spese i metodi del vecchio Governo, a tanto suon di tube e di tamburi, si sentì allargare il cuore e cominciò a sperare da bono e si ringalluzzì.

Egli viveva, veramente, molto lontano dalla capitale turca, in un’oasi quasi selvaggia e non poteva veder mutamenti, ma, in compenso, leggeva i giornali i quali inneggiavano alla marcia trionfale della Giovine Turchia.

Contuttociò gli parve, così, nel suo isolamento, che al magnifico concerto cominciasse a mancare qualche istrumento: oggi i clarini, il giorno dopo i flauti, poi i tromboni; gli parve che la voce ne fosse meno sonora e che l’eco ne morisse; poi gli nacque un dubbio che ritornò a tormentarlo con insistenza assidua:

— Ma.... o io sogno.... o questa è musica che conosco!

E non sognava e ben presto se ne convinse per sua personale esperienza.

La Giovine Turchia aveva cambiato i suonatori, ma la musica era la stessa.

Giunse a Derna il nuovo _kaimakan_ con le sue donne.

Fu ricevuto a gran festa; si installò nel palazzo del comando come i reucci da fiaba.

E cominciò la serie delle mirabili cortesie.

Inchini a destra, sorrisi a sinistra e strette di mano e parole soavi, mentre in cuor suo cantava l’antica antifona turchesca:

— Accidenti ai _giaurri_!

Sorrisi e parole oh! tante quanti i datteri su la palma.

E il nostro connazionale cominciò a bene sperare. Le necessarie formalità per la legittimazione de’ suoi terreni sarebbero state compiute ed egli avrebbe potuto mettersi all’opera; senonchè....

Ecco; la prima volta ch’egli ne parlò al _kaimakan_ (erano diventati intimi amici), questi fece le più alte meraviglie. Come mai a Costantinopoli si aspettava tanto? Come spiegare una così dannosa incuria? Non era l’Italia una nazione amica, anzi una fra le migliori amiche della Turchia?

— Non dubiti, scriverò, scriverò; la cosa sarà sbrigata entro un termine relativamente breve. È bene si cominci la cultura di queste terre. Lo Stato deve concedere, facilitare, stimolare, difendere.... — e giù una fiumana di parole entusiastiche.

Il nostro connazionale se ne andò sfregandosi le mani. Era giunta la volta buona.

Che cara persona quel _kaimakan_, e che esatta visione delle cose e quale modernità d’intendimenti!... Con una persona tanto compita non conveniva insistere, non bisognava mostrarsi seccatori; egli avrebbe agito per conto proprio ottenendo sicuramente un risultato favorevole.

E il nostro amico comincia ad aspettare, non trascurando pertanto di usare le dovute cortesie a quel caro giovine turco.

E passan due mesi, passan cinque mesi, ne passano otto....

L’italiano guardava timidamente il riverito rappresentante della potenza islamitica; ma questi non capiva, sorrideva, aumentava le cortesie, parlava dei canali di Marte; poi un giorno in cui al connazionale nostro rinacque quel tale dubbio di cui abbiamo detto sopra, un giorno in cui il suo buonumore era relativo, si decise a parlare:

— Dica un po’, e le mie terre?

— Quali terre?...

— Quelle di cui abbiamo parlato, via!... Quelle che debbono essere segnate a catasto!

— Ah! sì, mi ricordo, perdoni. Ha ragione, ha ragione; ma ho scritto, vede, ho scritto e ho fatto sollecitudine!... Non capisco come non mi abbiano ancora risposto. Ma abbia la cortesia di aspettare.... guardi, lei è qui, leggerà la mia nuova lettera, poi la spediremo. Va bene?

— Benissimo.

E la nuova lettera è scritta nei termini più soddisfacenti ed è affidata al primo piroscafo che la porti a Costantinopoli. La risposta non si fa aspettare, senonchè....

Una sera, dopo l’arrivo del postale da Costantinopoli, il nostro connazionale ti vede il _kaimakan_, ma con tale una faccia nera da sembrare uno spaventapassere; fa per tirar di lungo; ad un tratto si pente, fa un cenno al nostro amico, il quale, quando gli è vicino, si sente dire in tono cavernoso:

— Venga; dobbiamo essere soli!

E vanno. Quando sono soli, il _kaimakan_ estrae di tasca una lettera, ma prima di consegnarla all’amico nostro gli dice:

— Lei mi deve promettere di non compromettermi.

— Comprometterla?

— Sì. Si tratta di un affare gravissimo. La mia posizione ne va di mezzo.

— Ma dica, dica e si fidi della mia discrezione.

Una pausa. La lettera è consegnata.

— Legga!...

E il nostro connazionale legge strabiliando, poi si stringe fra le spalle e se ne va raumiliato.

Nella lettera in questione il Governo centrale rimproverava aspramente il _kaimakan per il suo poco patriottismo_ (parole testuali) e lo consigliava di non insistere troppo su certi punti, minacciandolo altresì di punizioni severissime.

Che dire dopo tutto ciò? Con quale coraggio insistere?...

E qui torna a proposito il terzo _senonchè_....

La commedia era troppo evidente; i machiavellucci da strapazzo non conoscevano la buon’arte toscana dell’inganno politico, chè non erano soccorsi nè dall’alto ingegno, nè dalla scaltrezza, nè dalla furberia dei nostri uomini maggiori; non sapevano essere che astuti come le volpi e come i contadini, e cioè di una grossolana astuzia la quale non saprebbe ingannare non già un cane da fiuto, ma più inesperto bamboccio in fatto di politica.

Di questo si avvide il nostro connazionale, ma a quali ripari poteva ricorrere?

La commediola fra il _kaimakan_ e il Governo di Costantinopoli era più che evidente: il _kaimakan_ non aveva fatto che il giuoco del Governo e, per non avere ulteriori noie dal suo _amico personale_, era ricorso allo strattagemma perfidiosetto della lettera minacciosa. Necessariamente l’amico avrebbe abboccato all’amo, e pace e patta!

Questa storiella si è svolta nell’anno di grazia dell’Egira 1287 e più precisamente nel nostro 1909.

Potrei documentarla e far nomi. In essa non è una parola aggiunta, nè un particolare esagerato.

La persona di cui ho parlato attende ancora, se pure, come ne espresse desiderio, non ha lasciato in asso tutto e non ha abbandonato la Cirenaica.

Il sentirsi le mani legate, il vedersi ostacolare sordamente ogni iniziativa è cosa che finisce per stancare un uomo d’azione, il quale vede nel mondo altri campi aperti alla propria energia.

Se ha resistito con la perseveranza della nostra razza che non si lascia infiacchire, vorrei augurarmi ch’egli potesse da solo (e l’Italia ha sempre fatto da sola oltre il suo Governo decorativo) ottenere il risultato che merita, ma che mi sembra tuttavia molto dubbio; se poi ha abbandonato il campo, i Giovani Turchi si fregheranno le mani gioiosamente assegnando la diserzione a un nuovo trionfo del loro sistema.

Essi vogliono ostacolare in qualunque modo l’opera e l’impiego del capitale italiano in Cirenaica, e siccome non sono forti e non possono opporsi con la violenza, si adornano di sorrisi e di salamelecchi, e con mille scuse e con inchini profondi ci mettono soavemente alla porta.

Essi non hanno per ora nè capitali, nè energie da impiegare nello sfruttamento di queste terre; ma che importa? il popolo è bestia: si nutre di Allah e di una manciata di grano, e muore convinto che così era scritto. Poi: favorire un russo, un inglese, un patagone, sì; ma un italiano, no.

In Tunisia i francesi ci trattano come bestie da soma, ci negano le scuole, ci fanno una colpa di essere italiani, e noi zitti; in Cirenaica siamo perseguitati e messi alla porta, e noi zitti; in Tripolitania succede altrettanto, e noi raccomandiamo il silenzio e ci umiliamo.

La linea di navigazione, sussidiata dal Governo, la quale partendo da Catania tocca la Tripolitania, la Cirenaica, l’isola di Creta, Smirne e Costantinopoli (linea istituita a solo beneficio dei turchi), ha dato fino ad ora risultati magnifici. La nostra penetrazione, come abbiamo veduto a Derna e come accade a Bengasi e a Tripoli, si svolge indisturbata, e gli ingenui che si rivolgono ai nostri consoli per aver schiarimenti, li trovano fermi in un gesto ieratico, come il dio indiano accosciato sul fiore di loto; le mani sul ventre dorato.

Bengasi.

Abbiamo costeggiato l’immenso altipiano deserto, animato solo, a grandi distanze, da qualche gruppo di palmizi; ora, fra le nebulosità del cielo e del mare, in una pianura rossiccia si distingue il minareto di una moschea; è l’unica cosa che soverchi all’intorno.

Bengasi appare fra una desolata natura, e, quando si discende, l’impressione non varia. Camminiamo fra la sabbia, nella quale il piede si affonda fino alla caviglia; il caldo è soffocante; tutto è arido, sitibondo.

Sorgono qua e là alcune case meschinissime, una montagna di sale, una piazza deserta.

Passano torme lacere di beduini incappucciati e grondanti sudore. Le vie sono disselciate, sabbiose, cosparse di immondizie e di pozzanghere di un’acqua nerastra che tramanda un fetore insopportabile.

Non un aspetto gaio, non un’ombra piacevole vi invita a riposare; tutto è riarso, stanco, inebetito nella gran calura.

Alle ombre brevi dei muri riposano lunghe fila di arabi taciturni; qualche lento cammello dalla bocca bavosa e dagli occhi malinconici passa nel sole ondulando.

Cammino a fatica.

Nelle strade solitarie gli arabi che riposano su le soglie mi guardano col disprezzo indefinibile che è in fondo agli occhi di tutta questa gente quando squadra un infedele.

Attraverso il _Suk_, che non ha altro carattere se non quello di una grande miseria. Tutto è misero, lacero, esausto. È il paese dello squallore.

Oltrepasso la cinta della città, e fra la sabbia ardente mi interno in un villaggio di neri.

Tutta una tribù si è stabilita alle soglie di Bengasi e vi ha elevato le sue misere capanne.

Le donne, per vezzo, hanno infilato nel naso un corallo; sul nero della loro faccia la piccola macchia rossa fiammeggia come una ferita.

In questo caldo meridiano quasi tutti dormono. Vedo donne e fanciulli sdraiati all’ombra delle loro capanne su la sabbia.

Intorno intorno si levano i ciuffi dei palmizi.

Questo villaggio africano si chiama Zraib.

La storia di un pellegrino.

Qualche giorno fa capitò a Bengasi un bell’uomo alto, tarchiato, adusto dal sole; vestiva alla foggia algerina.