Il diario di un viandante

Part 12

Chapter 123,809 wordsPublic domain

I modesti cambiavalute hanno installato i loro tavolinetti lungo il _quai_ e attendono pazientemente l’inesperto il quale, fra _moneta buona_ e _moneta cattiva_, fra _ottaraki_ e _mezidiè_ e _metallik_ e piastre e piastrine, per venti lire di moneta nostra se ne abbia quindici di moneta turca e se ne vada contento.

Passano gli acquaioli curvi sotto le loro anfore enormi, rivestite di metalli lucenti e di ciondoli e di catenelle e di amuleti che squillano e tintinnano seguendo il ritmo del passo; trascorrono i venditori d’uva col loro asinello carico di due corbe adorne di mirto, e ciccaioli e uomini coperti da tappeti e lustrascarpe.

I facchini, curvi sotto il loro grande basto, si seguono in fila ininterrotta fra cammelli e carretti policromi, fra monti di mercanzia e assi e travi e marmi gettati alla rinfusa lungo le banchine del porto.

Sacerdoti dell’Anatolia dagli enormi berrettoni bianchi, e pastori dell’interno coperti di pelli; tipi di briganti dalla grande fascia rossa, che giungono chi sa da quale remota provincia selvaggia; conduttori di cammelli; beduini; soldati straccioni e straccioni senza divisa; pattuglie in fila indiana, il fucile a bandoliera e le mani in tasca e l’aria svogliata; branchi di montoni; arabi con al guinzaglio piccole gazzelle saltellanti e spaurite; _ulema_ dall’aspetto solenne; giovani ufficiali elegantissimi; donne ammantate e fanciulli seminudi; tale la folla che cresce sempre più col salire del sole e si urta e si accalca e si pigia fra carri e vetture e _tramways_ in un urlìo senza posa.

[Illustrazione: SVEZIA. — Sundsvall in un giorno d’agosto.]

[Illustrazione: L’INDALSELVEN (Norrland).]

[Illustrazione: LE ISOLE LOFOTEN (Isole dei pescatori oltre il circolo polare).]

[Illustrazione: IL PICCO DELLA CAPRA alle isole Lofoten.]

Mi allontano, oltrepasso il _konak_, cerco la quiete sussurrante della città turca arrampicata su pel monte Pagus fra minareti e cipressi. Per le viuzze tortuose ed anguste la folla non diminuisce. I cammelli, che quasi quasi oltrepassano le casupole, incedono solenni l’un dietro l’altro al suono di un loro grande campanaccio attraverso i neri e sudici bazars; si perdono nel laberinto di stradicciuole ugualmente fetide. Tutto è sporco e scintillante: è questo un controsenso che non si verifica se non in Turchia. Sporche le vie, i negozi, le vesti, le persone, ma pure non v’è cosa che non abbia parte che riluca. Il luridume sarà corretto da un cencio rosso fiammante, da un metallo lustrato con furia accanita, da carte colorate, da veli a lustrini; ma è corretto, è rivestito, direi quasi azzimato. I turchi, come le allodole, amano tutto ciò che riluce. I pesci e le carni esposti alla polvere e alle mosche su per le porte o dentro certi vassoi di colore oscuro si fanno perdonare e desiderare dai consueti avventori, perchè rivestiti di stagnola dorata ed inargentata; puzzano ma risplendono, e questo è l’essenziale. Tutto è bello ed è buono se in qualche parte riluca. Un lustrino fa perdonare il fango. Un fiore fa dimenticare il luridume. Il sudiciume è necessario e il colore è la sua poesia. Se l’occhio si inebbria, il naso può perdonare; è una concessione reciproca, un adattamento che non manca di una certa fastosità. Ma vi è cosa forse in Oriente che non tenda al fastoso? L’ultimo asinello spelacchiato, bistorto, pieno di guidaleschi, avrà, non foss’altro, intorno al povero collo striminzito, una collana di perle azzurre.

Evito i bazars e le strade dei mercati, mi arrampico su per stradicciuole gaie e quiete, arrise da pergolati e da fiammanti fiori di geranio. Dietro i _musciarabì_ delle finestre cinguettano donne e bimbi; è un sussurrìo sul mio passare; uno squillare argentino di fresche risate, un fiorire di parole ignote e pur dolci nella loro musicalità indefinita. Salgo sempre più. Il profilo di una moschea, un lembo di mare, una distesa di giardini mi si offre a volta a volta nel panorama che si allarga, e il silenzio aumenta e il raccoglimento è più dolce.

Due giovanette dal volto scoperto mi passano d’accanto sorridendo e non si ammantano come sogliono se qualche turco sia in vista. Il loro _ciarciaf_ azzurro e bianco riluce nel sole ondeggiando; scompaiono fra i cipressi nel fondo, dove si apre un cimitero.

I cimiteri sorgono nel cuore della città, piccoli e grandi, numerosissimi. A volte lo spazio che intercede fra due case è convertito in cimitero. Di simili se ne trovano fin nelle vie più popolose, e nessuno vi pone mente. Una piccola cancellata ne difende l’adito. All’interno, fra qualche albero, si levano cinque o sei lapidi annerite, poi erbacce e rovi e qualche gatto famelico. Non sono cupi nè malinconici, sono come vecchi cortili abbandonati, sui quali l’occhio si sofferma distratto. I più grandi, convertiti in vere selve di cipressi, sorgono sul pendio del colle; case e giardini li circondano. Le tortore e le colombe ne hanno fatto la loro dimora consueta; si allietano di bianchi voli e di canti; i bimbi vi penetrano, vi trascorrono, vi giuocano tutto il giorno fino a sera tarda, fino a quando il grande sole si addormenta e le colombe si rifugiano fra i cipressi.

Il miracolo della colomba.

Nel 631 dopo Cristo, e cioè un anno avanti all’Egira, alla fuga cioè di Maometto dalla Mecca a Medina, gli idolatri che già presentivano nel guerriero apostolo un nemico temibile, decisero di sopprimerlo.

Maometto era allora proscritto dalla Mecca e aveva nella tribù dei Loreisciti, dalla quale discendeva, nemici possenti che non gli davan quartiere. Però le sue dottrine avevan guadagnato campo nelle tribù limitrofe e in Abissinia; a Medina era già riconosciuto come _Raçul Allah_, apostolo di Dio.

Egli sapeva che se fosse rientrato alla Mecca, dove pur rischiava di rimetterci la vita e fosse riuscito a sfuggire alle mani degli avversari, sarebbe stato accolto in trionfo a Medina, e decise il colpo che segna il limite fra il periodo della sua predicazione tranquilla e quello dell’azione violenta.

Non appena i Loreisciti seppero della presenza di Maometto alla Mecca, si adunarono e decretarono la sua morte. Però, per non essere soli a subir l’odio della potente tribù degli Hascemiti, decisero di scegliere un uomo per ciascuna tribù; formarono così un manipolo numeroso che doveva pugnalare il profeta.

Maometto, informato della decisione presa da’ suoi nemici, chiamò Alì, il compagno fedele, lo ricoprì del suo mantello verde, lo fece coricare nel suo letto e partì eludendo la vigilanza degli assassini.

Questi avendo riconosciuto Alì e non avendo l’ordine di spargere il sangue di lui, attesero fino alla mattina, ritenendosi certi che Maometto non avrebbe potuto fuggire dalle loro mani; e quando si avvidero dell’inganno, lasciarono il compagno del profeta e corsero su le vie di Medina per raggiungere la preda agognata. Ma, come narra lo storico Abul-Feda, Maometto aveva preveduto l’inseguimento e aveva preso una via traversa.

Nascosto in una profonda caverna del monte Tur, che sorge a mezzogiorno della Mecca, vi rimase per tre giorni. I nemici suoi giunsero fin sulla soglia della caverna, e già stavano per penetrarvi allorchè si accorsero che su l’entrata era alla sua covata una colomba e ritornarono.

Maometto fu salvo.

Tale preteso miracolo è popolarissimo fra i mussulmani, ed ecco perchè in tutte le città dell’Oriente v’è una specie di venerazione per le colombe, ed ecco perchè ad Algeri come a Smirne, in tutte le case e in ogni albero si sente il placido tubare delle amorose compagne che salvarono il Profeta.

Un cimitero israelita.

Mi ritornano alla mente i versetti del _Deuteronomio_:

“_E sarai in istupore, in proverbio ed in favola, fra tutti i popoli, dove il Signore ti avrà condotto_....„

“_E il Signore ti disperderà, fra tutti i popoli da un estremo della terra all’altro estremo_...„

“_E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo, in moltitudine_....„

Eppure essi ubbidirono alla voce del Signore, Iddio loro, e Mosè non pensava essere così sinistramente profeta.

Oggi, qui, su questa costa di monte su la quale si distende il cimitero abbandonato, sopra alle ville di Guez Tepè, allargandosi intorno il grande arco della città turca ed europea fra una gloria di minareti sottili come steli, in questa solitudine sacra un tempo alla morte (ora non più, chè gli uomini hanno fatto scempio del luogo), guardando le pietre tombali infrante, sconvolte, accatastate, ridotte in ciottoli, ho ripensato al terribile destino di un popolo che pur ci impose le sue leggi, la sua poesia, il suo cuore tumultuoso e grande.

Sono solo. Il sole si abbassa sul mare. Odo salire il tumulto confuso della città operosa e i gridi delle sirene e qualche remoto tocco di campana.

Sotto di me, nel piazzale di una caserma, alcune file di punti neri si esercitano alla guerra; li vedo muoversi, incrociarsi, fondersi, disparire; ogni tanto da quelle piccole cose che si muovono sale un urlo altissimo. Due vele bianche si allontanano sul mare verso i monti Gemelli, vulcani spenti.

Mi aggiro silenziosamente fra i ruderi guardando le epigrafi monche. È tutto un popolo di parole sconvolte, dalle quali raramente si può trarre un significato.

A volte è come un guizzo dalla tenebra:

“.... _ebbi vent’anni.... ma troppi_....„

“.... _vivrai.... nell’eterno dolore_....„

Frasi monche, le quali, aggruppate così, hanno un significato diverso dal primitivo, ma che corrisponde tuttavia all’amarezza che vi ispira la rovina.

Le pietre tombali hanno la grigia patina del tempo.

Da quanti anni mai non sale il pianto degli uomini dispersi a questa terra? Chi ricorda più il nome, un gesto, un sorriso di qualcuna fra le tante creature sperdute in questo riposo?

Il libro è chiuso; le parole ne sono indecifrabili.

La vita è ritornata alla vita inconsapevolmente. Gli uomini che furono, sono; i gesti, i sorrisi, i pianti che furono, sono e saranno. L’acqua torbida che si inabissa, rizampilla limpida e fresca per le innumerevoli fonti.

Ogni rimpianto muore in apparenza, ma si rinnova in eterno.

Nulla più.

Altro non conosco del cimitero abbandonato.

Il suo nome mi è ignoto.

La vita a Smirne.

La vita europea a Smirne può dirsi si concentri sul _quai_ intorno alla birreria Clonaridis.

Smirne è in realtà una città greca, più che una città turca; la sua prosperità, il suo commercio, tutta la sua vita migliore deriva dall’attività greca. I turchi poco valgono o nulla nel commercio e nelle industrie.

I greci costituiscono il nucleo maggiore della popolazione; ma, ciononostante, vivono in continuo timore di persecuzioni, di vendette e di possibili stragi.

Dopo le giornate di Adana, lo spavento si era impossessato della popolazione la quale si dava a fuggire precipitosamente per un nulla: per un arresto operato, per un grido, per una voce sparsa sediziosamente. D’altra parte, tale stato d’animo non può avere origine fantastica.

I greci di Smirne, patriotti convinti e irriducibili, sono osservati, spiati, perseguitati senza posa.

In questi giorni hanno arrestato vari giovani perchè portavano cravatte dai colori della bandiera greca.

Da una parte si spia e si perseguita, dall’altra si opera e si teme.

I _raià_, e cioè i greci che hanno presa la cittadinanza ottomana, non sono numerosi; molti furono costretti a far ciò per accudire tranquillamente ai loro affari; comunque sia il loro sentimento resta immutato.

Cittadini ottomani sì, ma greci d’anima e di pensiero.

La lingua che più si parla a Smirne è la lingua greca. Conviene oltrepassare il _Konak_, perdersi per le strette vie della città turca, per sentir parlare il turco, il quale è riconosciuto bensì come lingua ufficiale, ma che non ha e non può avere nei traffici alcuna importanza.

Non v’è turco che non sappia il greco, e ciò è necessario data l’inferiorità della razza turca in tutti i campi dell’attività umana. Ciò che tale razza possa essere domani, non so; certo è che la strada ch’essa dovrebbe percorrere è molto lunga ed irta di difficoltà.

Ma lasciamo di questo.

Tre briganti.

Smirne è il mercato al quale convergono i prodotti dell’Asia Minore. Le vie carovaniere si accentrano a questo punto. Tutto che può rendere il suolo mal coltivato e l’industria dei tappeti, diffusissima, si aduna a Smirne per poi proseguire su le vie del mare. Nonostante il brigantaggio esercitato con relativa sicurezza su vasta scala e tanto audace da spingersi fino ai sobborghi della città stessa, gli scambi con l’interno prosperano, specialmente per la magnifica industria dei tappeti che ha qui, per opera dell’_Oriental carpets Co._, una mirabile organizzazione.

Per tale continuità di scambi si adunano per i mercati e per le vie di questa città singolare, mezzo europea e mezzo turca, le genti più diverse le quali provengono dall’interno o sui cammelli o su certi loro carri primitivi a quattro ruote, dipinti in azzurro.

Giungono da paesi lontanissimi, dall’interno dell’Asia, per consuetudine secolare. Vien fatto di pensare, a volte, alle succinte descrizioni lasciateci da Marco Polo. Certo è che presso questi popoli poco è mutato dal tempo in cui il viaggiatore veneto li visitò.

Le stesse tradizioni, gli stessi costumi, le identiche consuetudini. Ho incontrato oggi tre uomini singolari, dalla testa compiutamente rasa. Avevano sul capo tre piccoli _fez_ quasi microscopici, indossavano un costume a ricami d’oro.

Giravano per i bazar soffermandosi a guardare. La gente usciva su la soglia a sbirciarli.

Ad un tratto qualcuno ha emesso un grido; li ho visti in fuga. È incominciato un inseguimento furioso. Svoltando di vicolo in vicolo hanno tentato sfuggire alla gente che li rincorreva, ma i cani, questi orribili cani magri, famelici senza padrone, che popolano Smirne, si sono aggiunti all’inseguimento.

Quando si sono visti perduti, senza fiatare, tranquillamente si sono seduti su gli scalini di una moschea.

La gente è rimasta a discreta distanza vociando finchè una fila di soldati cenciosi non si è avanzata e non li ha presi in mezzo conducendoli via.

I coraggiosi inseguitori, sentendosi più sicuri, hanno gridato male parole, ma i tre uomini sorridevano.

Si trattava di tre briganti, famosi per le loro audaci rapine.

Buggià.

È un villaggio distante qualche chilometro da Smirne. Vi si giunge in ferrovia. È un’oasi di fresco verde, un paese di ville raccolte fra gli alberi e i giardini; è il luogo preferito dai residenti inglesi, che ne hanno fatto una loro villeggiatura, ed è a Buggià che sorge il convento dei cappuccini, dal quale escono i missionari che si spargono in tutto l’Oriente.

Il convento è internazionale, ma il rettore, padre Lorenzo Guidi, è italiano e buon italiano.

Sono giunto oggi, verso il pomeriggio, alla soglia del convento tranquillo ed ospitale.

Non appena la porta si è chiusa alle mie spalle, non appena sono entrato nel semplice giardino, come un’aria di intimità già nota e cara al mio cuore mi ha sorriso. Altra volta, in terre lontane, oltre il mare, avevo veduto alcunchè di simile; mi pareva di esser giunto ad una soglia remota, alla quale mi soffermavo talvolta nei pomeriggi domenicali e mia madre mi teneva per mano.

Ho rivissuto con tale intensità il tempo trascorso da averne una dolce angoscia, uno smarrimento.

C’era poca gente per via: qualche rivenditore di frutta, qualche vecchia seduta su la soglia a guardare. I più erano in piazza, intorno al palco della musica, o sparsi per i caffè, o lungo la passeggiata tradizionale: il borgo Cotogni, la via Emilia, il Ronco.

Noi si prendeva le viuzze secondarie, si usciva da Porta San Pietro su la strada che conduce a Ravenna.

Mia madre non parlava, andava col suo rapido passo tenendomi per mano ed io a seguirla sgambettando; ma gli occhi miei erano sempre assorti, ricordo bene, guardavano trasfigurando.

Ero un bimbo silenzioso che si accontentava di un niente, che di un niente faceva la sua felicità.

[Illustrazione: DALECARLIA. — Il lago del bosco presso Rättvick.]

Il sole dorava le mura degli orti, le antiche mura dei monasteri sopra le nostre teste; noi camminavamo nell’ombra. Per uscire dalla città si compiva un lungo giro allo scopo di evitare le vie più frequentate; mia madre amava il silenzio e mi educava alla poesia del silenzio.

Come ricordo le stradicciuole lungo le quali non si incontrava nessuno! Tutte le porte erano chiuse e su le finestre aperte, toltone quello dei garofani e dei gerani, non v’era altro sorriso.

Non si udiva una voce; si udiva il rumore dei nostri passi frettolosi sui ciottoli della strada.

Eppure quelle case deserte vivevano nella striscia di sole che dorava i tetti e le finestruccie del primo piano; sorridevano, io ne sentivo l’anima e il tepore; mi parevano amiche, le riconoscevo per il colore, per la forma, per qualche particolarità, benchè si rassomigliassero un po’ tutte.

Potrei ora, a tanta distanza di tempo, descriverle ad una ad una, strette così come tante sorelle piccine che guardano ad occhi aperti, oltre il muro di un orto, il sole che si nasconde. Perchè si nasconde al sole?... Dove andrà?... Lo sapranno i lontani pioppi del fiume che vedono tanto cielo?...

Tali cose mi passavano per la mente mentre sgambettavo dietro i rapidi passi della mia povera mamma.

E si udivano le campane. Era l’ora della benedizione.

Le campane del Duomo più gravi, poi quelle del Carmine, quelle del Suffragio, quelle delle Suorine, e più lontana, qualche altra, tanto più lontana, che so, in fondo all’anima e nei cieli.

E se mi capita di riudirle, anche adesso che la vita ed il soffrire mi hanno fatto tanto diverso, se mi capita di trovarmi disperso, in un’ora simile, per le vie della città dove son nato, in me si ridesta il fanciullo di allora e riprovo la sensazione provata e mi attardo a continuarla, chè in lei vorrei disperdermi come il tocco di una campana nella malinconìa del vespero.

Giungevano dal cielo, sopra i tetti più alti, sopra le case grandi dei signori, di quella gente ch’io guardavo con l’ammirazione devota di un fanciullo ignaro, vissuto in povertà; ci passavano sopra il capo, scivolavano via radendo gli alberi e le casupole fino all’ultima zona del cielo.

Quale dimenticato tesoro ho dato io a quei suoni? quale mio sogno disperso hanno cullato che mi siano tanto cari? Non so questo; so che ancora le distinguo ad una ad una, ne conosco il suono pacato, ne ho come una visione circolare, la visione di allora, chè mi pareva il cielo si aprisse sul loro cammino in tanti arcobaleni.

Poi ci si fermava innanzi alla piccola porta grigia di un convento. C’era, di fronte alla chiesa, una croce che poi fu abbattuta in tempo di carnovale per fare una burla macabra. Un infelice, mascherato da diavolo, vi fu legato. Era nel sonno dell’ubriachezza. Quando si destò morì dallo spavento.

Si entrava nel giardino, poi nella piccola chiesa dove riposavano i nostri morti: Domenico il bisavolo e il nonno Antonio e altri ancora.

L’uno s’era dato ai campi, l’altro alla mercatura, un terzo alla chiesa.

Così mi sono soffermato, oggi, prima di entrare nel convento, seguendo la rievocazione improvvisa che mi ha portato verso i luoghi della mia fanciullezza.

Qualcuno è venuto ad incontrarmi.

Padre Lorenzo Guidi era nella sua piccola cella di asceta fra una montagna di libri e di carte. Ha tralasciato lo studio per accompagnarsi a me e mostrarmi il convento, dalla ricca biblioteca, al refettorio, al grande orto.

Tutto è italiano qua dentro; vi si sente il caldo amore di un uomo legato saldamente alla sua terra.

I frati quivi raccolti sono bulgari, georgiani, polacchi, greci, ma tutti indistintamente parlano l’italiano, che è diventato oramai la loro lingua madre. Tale convento fu istituito nel 1883 e, a quest’ora, ha mandato più di ottanta missionari in tutto l’Oriente. È una istituzione internazionale, ma in realtà, grazie al tatto, alla profonda dottrina e al patriottismo di padre Lorenzo Guidi, può considerarsi come istituzione italiana. E quando si pensi che in Oriente codesti missionari, per la loro vita raccolta, semplice, modestissima, godono grande stima e venerazione fra i mussulmani, i quali ne ammirano e ne apprezzano le virtù; quando si pensi che esercitano un’influenza non indifferente, non può sfuggire l’importanza dell’italianità dei loro sentimenti.

Passiamo dalla biblioteca al refettorio, dal refettorio alle celle, dalle celle alla cucina; ogni cosa è linda, da tutto traspira un senso di gaia e modesta semplicità. La vita non deve essere grave a questi frati.

Si conversa lietamente; padre Lorenzo è di un buon umore inesauribile.

Passando nel giardino vediamo alcuni turchi con certi loro asinelli carichi di due corbe piene di uva. Attendono ne sia verificato il peso, poichè quaggiù tutto si vende a oke.

Frattanto i conversi mostano allegramente il frutto della vite. Sono giovani, ridono, si divertono all’occupazione insolita.

Fra di loro parlano italiano e, toltone uno, credo, o due al più, che sono nati in Sicilia, tutti gli altri provengono dalle parti più lontane d’Europa.

Altri ne incontriamo nell’orto, intenti a varie culture.

Tutto si passa in armonia, tranquillamente.

Ritornando passiamo vicino a una botteguccia. Un vecchio falegname è intento a piallare un travicello.

— Questo è mastro Giovanni — mi dice padre Lorenzo. — È un vecchio garibaldino.

— Un garibaldino?

— Sì.

— E si è fatto frate?

— No, io l’ho raccolto; vive con noi da dodici anni. Aveva il vizio di ubbriacarsi, e quando era ubbriaco diventava il ludibrio dei ragazzi che lo inseguivano per le vie. Era ridotto in uno stato pietoso, non aveva più un soldo. Un giorno lo chiamai al convento, gli dissi: — “Che mestiere sai fare?„ — “Il falegname„. — “Qui c’è lavoro, vuoi rimanere con noi?„ — Il patto fu concluso e da dodici anni è qui.

— E non si è più ubbriacato?

— Due volte sole, ed è ben poco in dodici anni. Poi molto spesso scende a Smirne, ma ritorna senza aver bevuto.

Ci facciamo su la soglia della bottega:

— Addio, mastro Giovanni — dice padre Lorenzo —; c’è qui un signore italiano che vuol salutarti.

Leva la bianca testa, si avvicina sorridendo, mi tende una mano, pensa un poco, pare voglia dir qualche cosa, poi stringendo forte la mano, che ha tenuta fra le sue, mi grida:

— _Viva Garibaldi, sior, e viva l’Italgia!_...

In cammino.

È notte; sul _quai_ ardono centinaia di lumi; una fiumana di gente si riversa alla birreria Clonaridis o passa oltre, si disperde nella notte.

Il piroscafo ha tolto gli ormeggi, prende il largo. A poco a poco della grande città e della sua vita non rimane che un vago chiarore su l’orizzonte: Smirne dalle belle donne è scomparsa.

Le nostre umiltà.

In massima noi siamo ancora un popolo che non ama viaggiare, che si infiacchisce nella consuetudine di una vita pigramente uguale e sta alle cose fatte, ai giudizi tradizionali ed ha troppe volte un’idea incertissima intorno a paesi e a questioni che dovrebbero tener ridesta l’attenzione più viva.

Noi temiamo il viaggio oggi come l’avremmo potuto temere cinquant’anni fa, quando si andava per le poste; ne abbiamo lo stesso concetto; lo consideriamo come una cosa appena appena possibile per i ricchissimi, come un diporto dispendioso ed inutile, o come un seguito di noie e di privazioni, alle quali non val la pena sottostare. Nel concetto comune è già superare una distanza enorme andare da Roma a Milano; data la qual cosa, le città più lontane come Cagliari, Palermo, Siracusa rientrano addirittura nella zona grigia, entro la quale, per la diffusa ignoranza geografica, sono compresi i vaghi confini del mondo abitato. Da ciò proviene, per restare entro i limiti delle nostre terre, il perpetuarsi di pregiudizi e di prevenzioni non mai abbastanza biasimevoli in una terra come la nostra, la quale ha il dovere di rinsaldare giorno per giorno sempre più, i vincoli di fratellanza fra regione e regione.