Part 10
Da secoli sono le stesse parole, la consuetudine è immutata, e cioè dal giorno in cui Abdallah, figlio di Zaid ebbe una pretesa rivelazione. Si era al primo anno dell’Egira (632 d. C.); Maometto, che si trovava allora a Medina, era incerto sul modo che avrebbe adottato per chiamare il popolo alla preghiera. Le trombe delle quali si servivano gli ebrei e la tempella che usavano i cristiani non lo soddisfacevano. Preferì la voce dell’uomo. Non gli mancava se non la formula che avrebbe adottata. Era incerto allorchè Abdallah gli propose la formula che disse essergli stata rivelata.
Maometto l’accettò e comandò a Belal, che era il suo banditore, di pronunziare ad alta voce tali parole nelle ore già fissate alla preghiera. E dal primo anno dell’Egira e cioè dal 632 dopo Cristo o, se più vi piace, seguendo lo storico arabo Abul-Feda, dal 6217 dalla caduta di Adamo, in tutti i paesi della terra nei quali si adora Allah, si cantano le parole di Abdallah, figlio di Zaid.
[Illustrazione: Il bazar di Bengasi.]
[Illustrazione: DERNA (Cirenaica).]
[Illustrazione: ZRAIB. — Villaggio alle porte di Bengasi.]
[Illustrazione: Oasi in Cirenaica.]
E fra tali cantori è una specie di gara. Le moschee cercano scegliere gli uomini dalla voce migliore perchè il pubblico dei fedeli li ascolti più volentieri.
Anche Allah, il violento Allah deve ricorrere a lenocinï per sedurre il suo popolo fanatico.
Canea.
Quale è l’anima riposta di questo popolo? Quali ne sono le sfumature, le ebbrezze, gli abbandoni? Quale il pensiero che regge la loro vita? Tante volte mi sono rivolto tale domanda e ho atteso, ho interrogato, ho scrutato per sapere se oltre la scorza si celava qualche luce che mi sfuggisse, qualche vita misteriosa e dimenticata, qualche concezione nuova ed inattesa. E mi è parso, o mi inganno forte, che null’altro trasparisse dalle parole e dagli atti se non un profondo cinismo.
Orgogliosi anzi tronfii di un passato col quale non hanno niente a che fare, vani ed ignoranti in gran parte, presuntuosi fino al punto da credersi capaci di guidare il mondo, imbevuti nel pettegolezzo quotidiano di una politica parolaia della quale si compiace e si inebbria la loro superficialità, appariscono a tutta prima all’occhio dell’osservatore, in una luce antipatica, che una più lunga conoscenza può attenuare.
La colpa non è tutta loro. Il giorno in cui avranno maggior contatto col mondo esterno e con la grande onda di idee che agita l’età moderna, la loro psiche dovrà forzatamente modificarsi, e se ne attenueranno le asprezze e le manchevolezze pur rimanendo satura di quel cinismo che fu sempre una prerogativa della razza.
Per ora essi non hanno una vera e propria idealità altamente intesa. La stessa lotta per l’annessione alla Grecia si riduce e si immiserisce in una guerricciuola di parti, nel prevalere di un uomo, in un giuoco di scaramucce. Il loro interesse è sempre in ballo. Ora a Canea vedono di buon occhio l’intervento delle Potenze, perchè la permanenza di otto navi nelle acque di Creta significa per i commercianti un’entrata quotidiana di parecchie migliaia di lire.
V’è chi dice, e sono i vecchi del luogo, che se domani avvenisse l’annessione alla Grecia la contentezza non sarebbe di lunga durata. Già gli ufficiali greci che hanno sostituito gli italiani nel comando della gendarmeria hanno destato frequenti malumori. Si dice manchino di _camaraderie_, siano prepotenti, intransigenti e villani.
Per quanto abbia accostato persone di ogni condizione, non una volta mi si è comunicato quel brivido di entusiasmo, quell’alata poesia che accende tutta quanta l’anima ed arde per gli occhi e trascina. L’idea pura, l’amore profondo per il quale fiorisce l’immagine della patria non l’ho conosciuto quaggiù. Forse esisterà nella massa, ma per quanto abbia fatto e mi sia indugiato cercando ridestarlo, non mi è balzato mai d’innanzi radioso e bello.
Mai! Un sorriso, un freddo acconsentimento, una parola glaciale furono le risposte e molto più spesso l’indifferenza.
Mi dicono che gli sfakioti, che gli abitanti dell’interno, siano differenti, e lo credo perchè conosco i loro eroismi. Qui, a Canea, il cinismo è legge.
L’esodo degli alberi.
Da Santi Quaranta in poi, e cioè dalle coste montuose dell’Albania fino a quest’isola controversa, inutilmente fertile, nella quale più abbondano i guerrieri che non gli agricoltori, l’aridità continua ininterrotta. Non una selva, mai. Le coste dei monti e le ampie vallate si succedono rocciose, squallide, deserte. Ardono sotto il sole, non conoscono freschezza di fonti, mormorii di polle o di ruscelli, gioiosi impeti di fiumi sonori. Non un’ombra, non un riposo; sembra che la maledizione del deserto abbia inaridito ogni sorgente di vita, che la terra nel suo interminato squallore non possa alimentar seme, che tutto ciò sia condannato ad una morte lenta ed inevitabile.
Santi Quaranta è una rovina cinta tuttavia dalle antiche mura veneziane. Ai lati della strada carrozzabile che giunge da Jànina sorgono quindici o sedici case fetidissime, innominabilmente sporche, nelle quali si accumulano uomini, mosche, e generi alimentari. Tra queste case è un albergo, o meglio un _han_, come lo chiamano i turchi. Tale _han_, per definirlo con precisione concisa, è uno stallatico per uomini e cavalli. Ai cavalli è riservato il pianterreno, agli uomini il piano superiore; ma l’atmosfera è sempre la stessa. V’è in ciò una fraterna tolleranza encomiabile. La sala da pranzo, che è nello stesso tempo cucina ed osteria, occupa un angolo angusto ed è come la dipendenza della stalla. Oltre a ciò l’albergo non presenta cosa osservabile se ne togli i tipi diversi e turchi e greci e albanesi; questi ultimi specialmente, notabilissimi per i baffi che sembrano spade, per la fustanella, per le grandi scarpe rosse a forma di gondola. Su la soglia dell’_han_ si adunano le diligenze che provengono dall’interno; vecchie carcasse sospese su ruote enormi, dondolanti come cune, arabescate d’oro e d’argento, cigolanti, pericolanti sotto il grave peso dei secoli. Poi muli, asini e cavalli ovunque ci si rivolga: al sole e all’ombra; uomini armati, casette dischiuse, donne coperte e scoperte, e il grande velo livellatore del sudiciume.
Tutto ciò si aduna in breve spazio; in quattro palmi di terra, fra ruderi e ortiche. Gli alberi sono rappresentati da qualche cipresso ombreggiante una piccolissima chiesa greca, e gettano un’ombra funebre su la terra deserta. Da questo punto fino all’isola dei rapsodi non ho incontrato una selva. L’Epiro e l’Attica non sono che un seguito di montagne brulle, aride che solo la bellezza del cielo e del mare riveste di splendore. Al canale di Corinto, prima di entrare nella stretta fornace per la quale il piroscafo si attarda, rimorchiato a rilento, ricordo una pianura ondulata, che chiudeva intorno tutto il giro dell’orizzonte. Il sole meridiano vi ardeva incontrastato. Impeti di vento caldissimo, vere ondate di fiamma giungevano fin sul mare a mozzarci il respiro; a intorpidirci i sensi. E sotto tale canicola, per un sentiero appena tracciato fra i cardi secchi, i roveti e i crepacci della terra riarsa, alcuni contadini, in fustanella bianca, se ne venivano lentamente l’un dietro l’altro appoggiandosi a piccoli bastoni, la testa bassa, ricurvi come sotto pesi enormi. Quando giunsero alla chiatta che doveva trasportarli all’altra riva si abbandonarono disfatti, senza dir parola, congestionati in viso, la bocca socchiusa, gli occhi torbidi ed atoni. Nessuno li compianse. Essi stessi si erano preparati e venivano preparandosi tuttavia tale supplizio col distruggere metodicamente e gli alberi e gli arbusti e ogni vita vegetale che non apparisse più direttamente utile alla loro supina cecità. Essi avevano incendiato le selve e le macchie per dar pascolo ai loro montoni; neppure un arbusto si era salvato da tale furia devastatrice e la terra, che avevano voluto deserta, li ripagava giustamente.
A Creta, come nell’Attica, la poesia degli alberi è morta. Internandomi nell’isola ho potuto vedere di notte, su le coste dei monti, vasti fuochi accesi dai montanari a sopprimere la vegetazione che tenta riprendere il proprio dominio. Non si concede tregua. Non so se vi siano leggi che vietino tale insensato vandalismo, ma se anche vi fossero chi potrebbe metterle in pratica? I pastori si ribellerebbero, ed ogni pastore ha il suo fucile al quale affida le proprie ragioni. Essi non sanno forse che procacciano il loro danno, ma se anche lo sapessero muterebbero forse? Ne dubito molto. La pastorizia è press’a poco un vagabondaggio quotidiano, un dolce far niente senza interruzione, e ciò conviene alla scarsissima attività di queste genti. Procedendo dal piano verso il monte ci si convince sempre più di tale verità fondamentale. La terra fertilissima che può dare fino a tre raccolti all’anno, rende per proprio conto. L’uomo se ne cura appena appena quel tanto che può essere necessario. Gli olivi secolari crescono enormi senza traccia di potatura, e così le viti. Veri e propri campi coltivati non ne esistono. Di tanto in tanto, senza regola e senza legge, qualche appezzamento di terreno è stato grattato da un aratro primordiale simile a quello che usano gli arabi e che usavano gli egiziani; un poco di sementa vi è stata sparsa, poi la terra si è incaricata del resto. Le erbe parassite possono crescere a loro agio fra i seminati, che nessuno si cura di estirparle. A tempo giusto si ritorna a raccogliere ciò che la dovizia di questa natura regala largamente, e non ci si occupa d’altro. Dormire, oziare, cantare, combattere, ecco ciò che desidera questo popolo. Forse l’influenza del clima dolcissimo e snervante lo spinge all’inerzia. Così si dice. Siamo alle soglie dell’Oriente.
Verso l’interno.
Abbandonata Canea alle nostre spalle, dopo breve cammino, perdiamo ogni traccia di strada propriamente detta. Le strade carrozzabili in tutta l’isola si riducono a ben poca cosa; a qualche decina di chilometri e non più. Bisogna viaggiare a cavallo per vie mulattiere, che sono a volte assolutamente impraticabili.
Procediamo fra ulivi centenari dal tronco bipartito e tripartito; ritorti, sconvolti, mostruosamente vivi. Larghi cespi di mirto fiancheggiano il sentiero. Ogni rudero, ogni piccola casa è ricoperta da gelsomini in fiore. Cominciano le tracce delle antiche lotte senza tregua. Enormi ulivi segati alla base, chiese sventrate, case delle quali non restano in piedi se non le quattro mura. Attraversiamo cumuli di mattoni e di calcinacci che nessuno si cura di rimuovere: erano case turche; passiamo vicino ad abitacoli malamente restaurati: sono case cristiane. Nei piccoli villaggi le tracce della lotta si fanno ancora più vive. Intiere strade non sono ridotte che ad una maceria; pare sia passata una furia distruggitrice a scuotere tutta questa miseria fin dalle sue fondamenta. Già parecchi anni sono trascorsi dalle ultime convulsioni rivoluzionarie, e sembra che le rovine datino dal giorno innanzi. La gente si è assuefatta a tale spettacolo: non lo osserva, oppure, se lo osserva, se ne compiace. Sarebbe pronta a ricominciare: nulla è mutato nell’animo suo, nè l’ardimento selvaggio, nè l’odio senza riposo. Di ciò ci si convince abbandonando la città nella quale e interessi e influenze e scetticismi hanno mutato molte cose. Ciò che è possibile nell’isola di Creta non è possibile che per il popolo delle campagne, saldo ne’ suoi vizi e nelle sue virtù.
Il rapsodo.
Siamo in una piccola stanza disadorna, ma tutta bianca di calce e odorata di fiori. Dalle finestrelle senza parapetto si intravede, nella luce crepuscolare, una fila di cortilucci nei quali scivolano ombre di donne dalle lunghe trecce. Non un canto; qualche voce sommessa, qualche uggiolare di cani randagi e lo stridore delle cicale. In fondo è il mare. Si ode lo scarpicciare delle gente che passa. Una soave tranquillità di sonno si distende sul bianco nido degli uomini. Le donne si affaccendano al pianterreno per prepararci l’immancabile pasto destinato agli ospiti; frattanto, per la ventesima volta forse, ci offrono la _mastika_, che è una specie di acquavite dal gusto assai discutibile. Durante il viaggio, che continua da dodici ore, ci avranno costretti a mangiare non meno di dodici volte, e dico costretti perchè la cortesia dei cretesi è permalosa e guai a rifiutarsi. Conviene assaggiare mille cose e prendersi un’allegra indigestione per onorare l’ospitalità. Ad ogni sosta era capretto bollito e capretto arrostito che veniva in tavola, poi ulive secche, formaggi, uova, latte, cocomeri, cetrioli e mille altre diavolerie da rimpinzare un eroe omerico. Trascorso mezzogiorno abbiamo cercato di evitare i villaggi, ma la sorte non ci ha favorito. Ci spiavano da lontano; ci attendevano all’agguato e quando, dopo averci offerta una bibita al caffè del paese, si assentavano pregandoci di attendere, ci si guardava negli occhi allibendo: il supplizio ricominciava, conveniva mangiare di nuovo.
Ora preferiremmo rimanercene quieti nel nostro riposo un po’ torpido, ma non lo possiamo. Le donne, che non siedono mai alla tavola comune, sogguardano in disparte: le mani intrecciate e il volto sorridente. La notte è discesa, giungono gli amici dell’ospite a stringerci la mano, la stanza si riempie di giganti dalle lunghe barbe. Li osservo; paiono tanti corsari saraceni, e dei corsari indossano tuttavia il caratteristico costume: le larghe brache, gli stivali, un panciotto e un corsaletto ricamati. Sui capelli foltissimi portano qualche volta una specie di berretto frigio, ma più sovente un fazzoletto nero annodato intorno alla fronte. Innestate nella larga fascia che stringono alla cintola fanno capolino pistole e pugnali. Tanto i giovani quanto i vecchi hanno un segno di vigoria indomita nel profondo arco cigliare e nel lampo delle pupille accese. Parlano rado, senza gridare, senza gestire, gravi come tanti sacerdoti.
L’ospite nostro ce li presenta ad uno ad uno. Quasi tutti, meno i giovanissimi, hanno partecipato a qualche rivolta, hanno capitanato qualche banda di insorti. Il più vecchio: _barba_ Sifi, dalla fronte attraversata da una larga cicatrice, compì gesta eroiche ed è circondato da una muta venerazione. Quando parla _barba_ Sifi tutti ascoltano riverenti e nessuno osa interloquire. Ma _barba_ Sifi beve e beve a lunghi sorsi, levando il capo beatissimamente. Ha una faccia grande e rosseggiante, animata dagli occhi nerissimi. Per dieci volte grida: _evviva!_ e vuota forse dieci bicchieri se non più, poi mentre gli altri parlucchiano, appoggia un gomito su la tavola, la fronte su la mano aperta e si concentra. I più lontani ammican fra di loro; alcune giovinette sono apparse su la terrazza; le voci si fanno sempre più sommesse, finchè, quando Sifi leva la faccia trasfigurata, tutti tacciono raccolti. Ad un tratto il gran vecchio si volge e grida:
— Diamarta!
Una giovinetta agile, sottile, diritta come una canna di Vrises, la bella fonte, esce dall’ombra della terrazza e si avvicina. Il volto severo, di un pallido bruno, è animato da due grand’occhi dolcemente austeri. La fronte, fra l’onda dei capelli rosso rame e le esilissime ciglia, ha l’antica soavità delle iddie prassiteliche.
Senza nulla chiedere Diamarta toglie da un angolo la _lira_ (un istrumento a corde che serba il nome dell’antica _lira_ se non la forma), la porge al padre, poi si rivolge, rientra nell’ombra senza aver levato gli occhi su gli astanti. Su le sue spalle ondeggiano i capelli raccolti in una lunga treccia. Trascorre un breve silenzio. Tutti si protendono verso il vecchio settantenne. Qualcuno mi sussurra:
— Ora canterà i giorni della rivoluzione!
Un accordo grave rompe il silenzio, poi un secondo, un terzo in una continuità dolcemente monotona. Sifi ha levata la fronte, guarda in alto, verso un punto incerto, segue il volo delle memorie attendendo il gioioso prorompere della sua esaltazione; poi comincia adagio e la voce trema e gli astanti impallidiscono sogguardando. Ma il tono si fa sempre più forte, la voce sempre più alta e secura, e i distici succedono ai distici in una improvvisazione che non si stanca, in una gioia impetuosamente grande, in un respiro largo e possente di sole, di cieli, di forza battagliera, di vita e di morte. Tutto si trasfigura per la voce del rapsodo, tutto si amplifica nobilitandosi. Il tumulto di un’anima si comunica a cento a mille anime; non si ascolta, si vive di una stessa vita; non si approva, ci si leva, ebbri di una sola ebbrezza.
[Illustrazione: La chiesa di Mora.]
Quando Sifi tace è un urlo che conchiude il suo canto, poi nessuno più dice parola. Diamarta si accosta ancora e gli occhi di lei scintillano di pianto.
E non è un solo rapsodo in quest’isola dall’anima antichissima, ma cento. Sono vecchi che hanno sfidata la morte, che hanno condotti manipoli ardimentosi all’assalto; vanno di villaggio in villaggio e si fermano alle capanne disperse, ascoltati da tutti. Cantano le antiche rivolte e le nuove; esaltano la libertà e la fierezza nel nome del loro Iddio. E nel nome del loro Iddio e della libertà sono poeti. Il popolo li ascolta e li inchina. Una grande ombra li segue: la morte; un’ombra più grande ancora li illumina e li irradia: l’epopea.
Tutto è finito fra l’indifferenza comune. All’imboccatura del porto non sventola più alcuna bandiera, le corazzate sono partite per Suda, il Governo locale ha promesso la calma e la calma, per adesso, esiste. E quale calma! È un vero torpore quotidiano; una monotonia senza fine uguale. Si sa benissimo che si tratta di cosa effimera, che il problema è tuttavia insoluto, ma durante la tregua si sonnecchia nella più compiuta indifferenza.
Alla chetichella le grandi navi sono scomparse ad una a due per volta; la gendarmeria cretese ha sostituito i marinai su le vecchie fortificazioni veneziane, ma ciò non ha destato nè entusiasmo nè curiosità. Si attende il domani.
Ieri a Retimo, un greco ha ucciso un turco, ma anche tale notizia, che si è sparsa rapidamente in città, non ha commosso troppo gli animi. Ciò mi ricorda i tempi classici di Cesena allorquando un socialista uccideva un repubblicano o viceversa, e ci si era assuefatti ormai a tale triste vicenda. I turchi continuano la loro vita tranquilla ed appartata, avendo scarsissimo contatto coi greci; i greci non sono meno tranquilli (almeno a Canea) e sdegnano la compagnia dei turchi. Tale, in massima, è la verità. Ciò non preconizza certamente un’armonia stabile e duratura. Ma le cose si trascinano così da anni ed anni e possono continuare immutate fino a che non si ritorni da capo. Ritornare da capo è la meta del domani. D’altra parte, data l’assoluta impossibilità di una vita autonoma, non rimane ai cretesi altra via d’uscita. Frattanto il torpore dell’estate concilia il riposo ed il sonno.
Ho già conosciuto perfettamente tutti i frequentatori delle banchine del porto e della piazza Montenegro; sono sempre gli stessi, sempre negli identici atteggiamenti e con la stessa aria di gente che si annoia a morirne. Se non fanno gorgogliare gli enormi _narghilè_, fanno passare fra le dita i grani del _komboloi_, che è una coroncina, molto spesso di ambre, la quale non serve ad altro che a contare il tempo per convincersi che non è moneta.
Sorbiscono enormi bicchieri d’acqua, guardano il cielo, guardano il mare, osservano, parlucchiano. Ed ogni caffè ha una montagna di sedie a loro disposizione.
Ci si può sedere quando si voglia, e se il cameriere si avvicina gli si grida:
— _Tìpota!_ (Niente).
Ed egli se ne torna come è venuto. Che se poi si voglia consumare qualcosa si può ordinare signorilmente:
— _Mikrè, ena krio nerò!_ (Cameriere, un bicchier d’acqua fresca!)
E, sopra un bel vassoio, vi è servito un bicchiere che conterrà mezzo litro d’acqua; voi lo sorbite facendo la vostra siesta, che può continuare fino a sera, poi ve ne andate senza avere sborsato un soldo e il _mikrè_ si guarderà bene dal serbarvi rancore, perchè tale è la consuetudine comune....
Del resto, nelle mie continue peregrinazioni per il mondo, non ho trovato mai i caffè tanto a buon mercato quanto a Creta. In primo luogo non esiste qui la consuetudine delle mance, e non per questo i camerieri sono meno premurosi; in secondo luogo le bibite più care non costano che quattro soldi, ma i prezzi normali variano da uno a due soldi. Per un soldo potete avere un buon caffè oppure un bicchierino di _mastika_ accompagnato da una manciata di olive secche, da un piattellino di ceci abbrustoliti, da un po’ di formaggio, da un pezzetto di pane e da un pomodoro. Poi la sedia, il cielo, il mare e la vista dei passanti. Che più? In questo soldo è compendiata tutta una vita. Ci si accontenta, ed io ammiro chi apprezza il proprio destino e lo accetta tal quale e aspetta che giunga l’ora sua buona, tranquillamente, facendo girare fra le dita i grani del _komboloi_.
Lungo la banchina c’è un caffè turco e quattro o cinque caffè greci; sono gremiti dalla mattina alla sera. Le sedie per i poveri sono disposte in fila lungo il mare, e i poveri vi siedono e dormono o si guardano i piedi per ore ed ore. È una contemplazione pensosa che non so precisamente a che cosa riesca; ma forse non riesce più in là del sonno.
Si odono le grida del _mikrè_:
— _Ena pagotò!_ (Un gelato!)
— _Ena mastika!_ (Una mastika!)
Le barche deserte dondolano lentamente al sole su l’acqua torbida del porto. Passano vere torme di cani randagi che vanno annusando ogni immondizia famelicamente o vi guardano dal sotto in su quasi vi chiedessero se avete altrettanta fame quanto ne hanno loro. I gatti innamorati urlano su le finestre e dentro le botteghe chiuse.
Seduta su lo scalino di una porta c’è una vecchia nera tutta avvolta nella _milàia_ (così si chiama la veste particolare alle mussulmane di Creta). Ha un viso scimmiescamente inespressivo. Attizza un suo braciere sul quale viene cuocendo del formentone immaturo. Poco più lontano un uomo scalzo, dagli enormi baffi rossi, grida infaticabilmente le lodi delle sue frutta:
— _Sicàia, staffilàia, carpusàia! Èmata, èmata, èmata!_ (Fichi, uva, cocomeri! Color sangue!)
Un venditore di _halluf_, un dolce turco seminato di mandorle, passa senza offrire la propria mercanzia. Si ferma a parlare con un tipo strano che porta sul capo un berretto cilindrico lungo non meno di mezzo metro. È un monaco del convento dei dervisci urlanti.
Alcune galline contendono ai cani le ricchezze dei selciati. Fa caldo, fa afa.
Ab-Eddìn, l’unico cameriere sospinto da una eterna fretta, nonostante le sue larghe brache, grida verso l’interno del caffè:
— _Glìgora, glìgora!_ (Presto, presto!)
Ma la sua fretta nasce e muore in lui; non si comunica alla sonnolenta indifferenza dell’ambiente. Ab-Eddìn non si scoraggisce per questo: in maniche di camicia, un cencio sotto al braccio, un pezzetto di gesso infilato dietro a un orecchio, trotta da un tavolo all’altro e scaccia le mosche e pulisce e ripulisce e si affanna e, quando altro non può fare, serve acqua fresca a tutti, a chi ne vuole e a chi non ne vuole, così, per vezzo, perchè è innamorato del proprio mestiere Ab-Eddìn dai piccoli occhi gaiamente infantili.
Una barca dalle vele bianche si allontana sul magnifico mare. Dal minareto della moschea giunge il canto gargarizzante del _muezzìn_:
— _Allah Acbar_....
O kapetanios Blum.
Ballonzolando in vettura per una strada inverosimile, data la sonnolenza di Canea, mi faccio condurre a Suda; ma anche Suda dorme. Nella magnifica baia circondata dai monti sono ancorate le navi da guerra. La solita gente ai numerosi caffè. Alì, il vetturino nero, mi chiede, veduta la mia perplessità:
— Andiamo a Kalyves?
— Andiamo — rispondo.
E si parte. Kalyves è un villaggio situato all’entrata della baia di Suda, e a Kalyves vive, quasi a guardia della baia stessa _o kapetanios Blum_, il capitano Blum! Il nome è già una divisa.