Il costruttore Solness

Part 3

Chapter 33,513 wordsPublic domain

DETTI E HERDAL.

DOTT. HERDAL. Ebbene signorina, ancora qui?

SOLNESS. Abbiamo discorso molto... di cose vecchie e nuove.

DOTT. HERDAL. Davvero?

HILDA. Oh! è stato molto divertente, perchè il signor costruttore Solness — ha una memoria addirittura fenomenale. Si ricorda di tutto, anche delle più piccole cose. (_la signora Solness entra dalla porta a destra_)

SCENA XV.

DETTI E LA SIGNORA SOLNESS.

SIG. SOLNESS. Signorina Wangel, la sua stanza è pronta.

HILDA. Grazie, quanto è gentile!

SOLNESS. (_a sua moglie_) Una delle stanze dei bambini?

SIG. SOLNESS. Sì, quella di mezzo. Ma, ora andiamo a tavola.

SOLNESS. (_accenna col capo a Hilda_) Andiamo! Hilda avrà una camera da bambina.

SIG. SOLNESS. (_lo guarda_) Hilda?

SOLNESS. Sì, la signorina Wangel si chiama Hilda. L’ho conosciuta quand’era bambina.

SIG. SOLNESS. Davvero Halvard? Ma ora vi prego di seguirmi. La tavola è apparecchiata. (_prende il braccio del Dottor Herdal, Hilda intanto ha presi i suoi effetti di viaggio_)

HILDA. (_sottovoce e presto a Solness_) È vero quel che m’ha detto? Mi crede buona a qualche cosa?

SOLNESS. (_prende dalle mani di Hilda gli effetti da viaggio_) Lei è appunto quella che mi mancava.

HILDA. (_lo guarda con sicurezza, sorpresa e battendo le mani_) Oh! gioia, ora trionfo.

SOLNESS. (_interessato_) Ebbene?

HILDA. L’ho il mio regno!

SOLNESS. (_involontariamente_) Hilda?

HILDA. (_contraendo le labbra per la commozione_) L’ho.... volevo dire quasi l’ho. (_esce a destra, Solness la segue_)

FINE DELL’ATTO PRIMO.

ATTO SECONDO.

SCENA I.

SOLNESS, KAJA E LA SIGNORA SOLNESS.

_Una piccola sala, bene addobbata, in casa del costruttore Solness. In fondo una porta a vetri, che dà sulla veranda e sul giardino. A destra in un angolo ottuso, una grande finestra e davanti a questa una giardiniera piena di fiori. A sinistra, in un altro angolo ottuso, una piccola porta._

_Sul davanti a destra, una mensola con uno specchio grande e gran copia di fiori e di piante bellamente disposti sul davanti; a sinistra, un sofà con tavolo e sedie; più indietro una scansia di libri._

_Avanti alla loggetta, un tavolino e alcune sedie. È mattina, di buon’ora. Il costruttore_ SOLNESS _è seduto al tavolino coi disegni di_ RAGNAR _sfogliandone alcuni e guardandoli più attentamente. La signora_ SOLNESS _va intorno pian piano, con un piccolo inaffiatojo, occupandosi dei fiori. È vestita di nero. Il suo cappello, il mantello e l’ombrello stanno sopra una sedia._

SOLNESS _la segue di tanto in tanto collo sguardo di sott’occhio, nessuno dei due parla._ KAJA FOSLI _appare piano dalla porta a sinistra_.

SOLNESS. (_volge la testa e dice con aria indifferente_) Ah, è qui?

KAJA. Volevo dirle soltanto ch’ero venuta.

SOLNESS. Sì, sì, va bene. E Ragnar è di là?

KAJA. No, non ancora, ha dovuto fermarsi in casa per aspettare il medico. Ma verrà subito per domandare se...

SOLNESS. Come va oggi il vecchio?

KAJA. Male. Anzi la prega di volerlo scusare, se sarà obbligato di rimanere in letto tutto il giorno.

Solness. Va bene, stia pure tranquillamente. Ma lei vada ora al suo lavoro.

KAJA. Sì. (_si ferma alla porta_) Desidera forse di parlare con Ragnar, quando viene?

SOLNESS. No, non ho nulla di particolare da dirgli. (_Kaja esce dalla sinistra, Solness continua a sfogliare i disegni, la signora Solness sta sempre vicino alle piante_)

SCENA II.

SOLNESS _e_ SIGNORA SOLNESS.

SIG. SOLNESS. Chi sa che non morrà pure quello lì...

SOLNESS. (_guardandola_) Pure quello? E chi altri?

SIG. SOLNESS. (_senza rispondere_) Ah! sì. Il vecchio Brovik... Morrà presto anche lui. Halvard, vedrai...

SOLNESS. Cara Alina, non vorresti uscire un poco a passeggio?

SIG. SOLNESS. Sì, devo infatti andar fuori (_continua a darsi da fare coi fiori_)

SOLNESS. (_chino sopra i disegni_) Dorme ancora?

SIG. SOLNESS. (_guardandolo_) Parli della signorina Wangel?

SOLNESS. (_con indifferenza_) Sì, appunto pensavo a lei in questo momento.

SIG. SOLNESS. La signorina Wangel è alzata da un pezzo.

SOLNESS. Ah, sì?

SIG. SOLNESS. Quando sono entrata da lei, s’accomodava le sue vesti. (_va avanti allo specchio e comincia a mettersi adagio il cappello_)

SOLNESS. (_dopo una breve pausa_) E così abbiamo potuto adoperare una delle stanze dei bimbi, Alina?

SIG. SOLNESS. Sì, è vero.

SOLNESS. Il che val meglio, che veder tutto vuoto.

SIG. SOLNESS. Quel vuoto è ben tremendo, hai ragione davvero!

SOLNESS. (_chiude la cartella, si alza e le si avvicina_) Vedrai Alina che d’ora in poi andrà tutto meglio per noi. La vita scorrerà molto più piacevole, più facile... specialmente per te.

SIG. SOLNESS. (_guardandolo_) D’ora in poi?

SOLNESS. Sì, credimi, Alina...

SIG. SOLNESS. Dici questo... perchè è venuta lei?

SOLNESS. (_contenendosi_) No. Penso, ben inteso... alla nostra istallazione nella casa nuova.

SIG. SOLNESS. (_prendendo il mantello_) Sì? credi Halvard, che andrà meglio nella casa nuova?

SOLNESS. Non ne dubito. E credo che tu, in fondo penserai come me!

SIG. SOLNESS. Non ho fiducia affatto nella casa nuova.

SOLNESS. (_irritato_) Davvero che non è piacevole per me, di sentire una cosa simile. Perchè infine l’ho costrutta principalmente per te. (_vuole aiutarla a mettere il mantello_)

SIG. SOLNESS. (_rifiutando l’aiuto_) Oh! tu fai anche troppo per me.

SOLNESS. (_con una certa violenza_) No, non parlarmi così, Alina, non posso soffrirlo!

SIG. SOLNESS. Bene; allora non ti dirò più nulla, Halvard.

SOLNESS. Io resto sempre nella mia opinione: ti troverai bene nella nuova casa.

SIG. SOLNESS. Oh Dio? Trovarmi bene, io?

SOLNESS. (_vivamente_) Certo, certo, sta pur sicura perchè là vedi — là c’è tanto, che ti ricorderà la tua casa paterna.

SIG. SOLNESS. Quella di mio padre e di mia madre — e che bruciò — in una volta!

SOLNESS. (_con voce velata_) Sì, sì, povera Alina, quello è stato un tremendo colpo per te.

SIG. SOLNESS. (_scoppiando in lamenti_) Costruisci quante altre case tu vuoi, Halvard. Non ne farai mai una che vada bene per me.

SOLNESS. (_andando su e giù_) Ebbene, allora, in nome di Dio, non parliamone più.

SIG. SOLNESS. Veramente non abbiamo l’abitudine di parlarne mai. Perchè tu sempre cerchi di evitare....

SOLNESS. (_fermandosi ad un tratto a guardarla_) Io? E perchè dovrei evitare?

SIG. SOLNESS. Oh! io ti comprendo bene, Halvard. È per mio riguardo. Tu fai il possibile per scusarmi.

SOLNESS. (_con occhio stupito_) Scusar te, Alina? È proprio di te, che parli?

SIG. SOLNESS. Sì, certo!

SOLNESS. (_involontariamente tra sè_) Anche questo!

SIG. SOLNESS. Perchè la vecchia casa... ma mio Dio, ciò che è stato, è stato... Poichè questa disgrazia doveva succedere...

SOLNESS. Sì, hai ragione; contro la fatalità non si può nulla — come si dice.

SIG. SOLNESS. Ma il terribile è, che l’incendio ebbe un seguito! È questo, è questo il più terribile.

SOLNESS. (_violentemente_) Ma non ci pensare, Alina.

SIG. SOLNESS. Non posso; debbo almeno una volta sfogarmi. Perchè mi pare, che non potrei sopportare più a lungo. E poi non potrò mai perdonare a me stessa!...

SOLNESS. (_con impeto_) Che dici?

SIG. SOLNESS. Sì, poichè avevo un doppio dovere da compiere, verso di te e verso i bambini. Avrei dovuto essere più forte, non lasciarmi tanto vincere dallo spavento, nè dal dolore per la casa bruciata. (_giungendo le mani_) Oh! se avessi potuto, Halvard, se avessi potuto!...

SOLNESS. (_piano, commosso si avvicina_) Alina, devi promettermi di non abbandonarti mai più a tali pensieri... via, te ne prego.

SIG. SOLNESS. Oh Dio, promettere. Si può promettere quel che è possibile!...

SOLNESS. (_torcendosi le mani va su e giù per la stanza_) Oh! c’è da disperarsi. Mai un raggio di sole! Mai, neppure un poco di luce in questa casa.

SIG. SOLNESS. Ma questa non è una casa, Halvard.

SOLNESS. Ah sì! È vero pur troppo! (_mestamente_) E Iddio solo lo sa, se tu non abbia pure ragione, pensando che nella nuova casa non ci sarà d’aspettarsi nulla di meglio.

SIG. SOLNESS. Nulla di meglio! Lo stesso vuoto, lo stesso silenzio come qui.

SOLNESS. (_violento_) Ma, pel cielo, perchè l’abbiamo noi fabbricata? Puoi dirmelo?

SIG. SOLNESS. No; a ciò devi tu stesso rispondere.

SOLNESS. (_la guarda sfiduciato_) Che vuoi direi Alina?

SIG. SOLNESS. Io?

SOLNESS. Sì, pel cielo, tu dici cose tanto strane, come se avessi un pensiero nascosto.

SIG. SOLNESS. No, credimi, t’assicuro...

SOLNESS. (_le si avvicina_) Andiamo... so quello che mi dico. E vedo, e sento anch’io, Alina. Sta pur sicura!

SIG. SOLNESS. Di che, di che?

SOLNESS. (_si mette davanti a lei_) Non ti sei mai accorta di un senso maligno e nascosto anche nelle più innocenti parole che ti dico?

SIG. SOLNESS. Io, dici davvero?

SOLNESS. (_ride_) Ah, ah! Non c’è da meravigliarsi, Alina. Da un ammalato... un...

SIG. SOLNESS. (_spaventata_) Malato, tu ammalato Halvard!

SOLNESS. (_scoppiando_) Un uomo mezzo stolto o un pazzo addirittura, come meglio ti pare.

SIG. SOLNESS. (_si appoggia alla sedia e si siede_) Halvard! Per l’amor del cielo!

SOLNESS. Ma voi vi sbagliate tutti e due, tu ed il dottore. No, non sono pazzo. (_va in su e in giù, la signora lo segue premurosa cogli occhi. Poi va da lui_)

SOLNESS. (_calmo_) In fondo, non ho proprio nulla.

SIG. SOLNESS. Ma che cos’hai dunque?

SOLNESS. Non so che cosa sia, ma di tanto in tanto mi sento come sotto uno spaventevole peso di una grande colpa...

SIG. SOLNESS. Tu colpevole verso qualcuno, Halvard?

SOLNESS. (_adagio commosso_) Sì, Alina, verso di te.

SIG. SOLNESS. (_si alza lentamente_) Spiegati; non capisco.

SOLNESS. Non è nulla. Io non sono mai stato ingiusto verso di te, e se pure, è stato incoscientemente, senza volerlo. E malgrado ciò, come sento l’impressione di una immensa colpa, che pesa su me!

SIG. SOLNESS. Una colpa verso di me?

SOLNESS. Principalmente verso di te.

SIG. SOLNESS. Ma allora tu sei veramente ammalato, Halvard.

SOLNESS. (_melanconico_) Sarà forse questo. (_guarda alla porta a destra che si apre_) Ecco la luce! (_Hilda Wangel entra. Essa ha cambiato qualcosa, il suo abito è allungato_).

SCENA III.

HILDA E DETTI.

HILDA. Buon giorno, costruttore.

SOLNESS. (_inchina la testa_) Ha dormito bene?

HILDA. Magnificamente, come in una culla. Mi sono sdraiata e sono rimasta là come... come una principessa.

SOLNESS. (_ride un poco_) Dunque allegramente?

HILDA. Debbo crederlo.

SOLNESS. Ed ha anche sognato?

HILDA. Certo, ma cose spaventevoli.

SOLNESS. Davvero?

HILDA. Ho sognato, nientemeno, d’esser caduta in un terribile e profondo burrone. Non ha lei sognato mai qualche cosa di simile?

SOLNESS. Oh sì, qualche volta.

HILDA. Qual sensazione spaventevole, attraente; cadere, cadere sempre....

SOLNESS. Ci si sente venir freddo, non è vero?

HILDA. Ritira le gambe fin sopra le orecchie, quando le capita di fare simili sogni?

SOLNESS. Quanto più posso!

SIG. SOLNESS. (_prende il suo parasole_) Io vado fuori, Halvard. (_a Hilda_) Porterò a casa alcune cose che le abbisognano.

HILDA. (_vuole abbracciarla_) Oh, cara e gentile signora Solness, ella è proprio obbligante con me. Grazie mille.

SIG. SOLNESS. (_distaccandosi_) Non c’è di che; faccio semplicemente il mio dovere e volentieri.

HILDA. (_fa il broncio_) Ma io credo che potrei benissimo mostrarmi in strada così. Non l’ho forse aggiustato bene il mio abito? Non le pare?

SIG. SOLNESS. Francamente devo dirle di no; la gente la guarderebbe meravigliata.

HILDA. (_indifferente_) Poh! nient’altro?

SOLNESS. (_reprimendo un movimento di cattivo umore_) Ma potrebbe far nascere l’idea che lei fosse un po’ pazza.

HILDA. Pazza? Ve ne sono molti in città?

SOLNESS. (_battendosi sulla fronte_) Eccone uno!

HILDA. Lei, costruttore?

SIG. SOLNESS. Ma caro Halvard!

SOLNESS. Non se ne è mai accorta?

HILDA. Finora no. (_riflette e ride un poco_) Ma aspetti un momento... forse...

SOLNESS. La senti, Alina?

SIG. SOLNESS. Che ha osservato, signorina?

HILDA. Non voglio dir nulla adesso.

SOLNESS. Ah dica pure.

HILDA. Che!... non sono così pazza!

SIG. SOLNESS. Quando sarai solo colla signorina, te lo dirà.

SOLNESS. Davvero, credi?

SIG. SOLNESS. Ah, certo! tu la conosci già da tanto tempo, fin da quando era ancor bambina, me l’hai detto tu... (_esce dalla sinistra_)

SCENA IV.

SOLNESS E HILDA.

HILDA. (_dopo una breve pausa_) Sua moglie non mi può dunque soffrire?

SOLNESS. Avrebbe lei rimarcato qualcosa forse?

HILDA. Lei stesso non se ne è accorto?

SOLNESS. Alina è diventata così misantropa da qualche tempo...

HILDA. Davvero?

SOLNESS. Ma quando la conoscerà meglio... è così buona e brava... in fondo...

HILDA. (_impaziente_) Ma se ha tutte queste qualità, perchè parla essa sempre di dovere?

SOLNESS. Di dovere?

HILDA. Sì. Quand’ella ha detto che andava a comprarmi qualcosa, perchè ha aggiunto che era suo dovere? Oh, non posso soffrire questa sciocca ed odiosa parola!

SOLNESS. Perchè poi?

HILDA. È così fredda, vuota, pungente. Dovere, dovere, dovere! Non trova che alla fine punge?

SOLNESS. Hum... Non ci ho mai pensato.

HILDA. Essa, che è così buona, come lei mi dice... perchè parla così?

SOLNESS. Buon Dio. In che modo doveva esprimersi?

HILDA. Avrebbe potuto dire che lo faceva perchè mi amava moltissimo... così, qualcosa insomma di gentile, di affettuoso, di cordiale, capisce?

SOLNESS. (_la guarda_) Desidera che la si tratti così?

HILDA. Sì, proprio così. (_Gira per la stanza, si ferma davanti alla libreria e guarda i libri_) Ci son molti libri.

SOLNESS. Sì, di tanto in tanto ne compero.

HILDA. Li legge tutti?

SOLNESS. Una volta mi son provato. Legge lei?

HILDA. Oh no, non ne capisco mai il senso, non leggo più.

SOLNESS. Lei è come me.

HILDA. (_Va al tavolo, apre le mappe e le sfoglia_) Tutto questo l’ha disegnato lei?

SOLNESS. No, ma un giovinotto impiegato presso di me.

HILDA. Un suo allievo?

SOLNESS. Appunto. Da me ha imparato qualche cosa.

HILDA. (_si siede_) Oh, deve essere molto bravo. (_Guarda un po’ un disegno_)

SOLNESS. Non tanto quanto crede, ma abbastanza per quello, per cui mi serve...

HILDA. Oh, sì, deve essere molto bravo.

SOLNESS. Crede di poterlo arguire da questi disegni?

HILDA. Che! Io non mi occupo di questa robaccia, ma se è stato lei il suo maestro, necessariamente...

SOLNESS. Ah! che importa ciò. Sono molti quelli che hanno imparato con me, ma non tutti potranno riuscire lo stesso.

HILDA. (_Scuote la testa guardandolo_) E lei è stato così sciocco? Ciò sorpassa la mia intelligenza.

SOLNESS. Sciocco? Le sembro così sciocco?

HILDA. Sì, veramente. A perdere il suo tempo per formare degli allievi...

SOLNESS. (_Colpito_) E perchè no?

HILDA. (_Si alza metà seria e metà ridendo_) A che pro? Ah, mio costruttore, nessun altro fuori che lei, deve fabbricare. Lei solo, deve far tutto, e da solo, capisce?

SOLNESS. (_inconsapevole_) Hilda...

HILDA. Ebbene?

SOLNESS. Come le è potuta venire questa idea?

HILDA. La crede tanto strampalata?

SOLNESS. Questo no. Ma ora è d’uopo ch’io le dica qualche cosa, Hilda. Nel silenzio e nella solitudine ho incessantemente lottato collo stesso pensiero, da lei espresso.

HILDA. È naturalissimo, mi pare!

SOLNESS. (_la guarda meravigliato_) E lei ha d’un tratto compresa la mia preoccupazione?

HILDA. Oh, niente affatto!

SOLNESS. Ma come ha fatto poco fa, quando mi ha giudicato pazzo?

HILDA. Ah! Io allora pensavo a tutt’altro.

SOLNESS. E che cos’era quest’altro?

HILDA. Che cosa può importarle?

SOLNESS. (_allontanandosi_) Bene, come vuole. (_si ferma davanti alla finestra di fianco_) Venga qui, le mostrerò qualche cosa.

HILDA. (_si avvicina_) Che?

SOLNESS. Là in fondo al giardino...

HILDA. Ebbene?

SOLNESS. (_mostra colla mano_) Appunto là, dove ci sono quelle grandi cave di pietre....

HILDA. La nuova casa, vuole dire?

SOLNESS. Alla quale si lavora ancora; ma è quasi terminata.

HILDA. Ha una torre molto alta, mi sembra.

SOLNESS. L’impalcato non è ancora levato.

HILDA. Ebbene? È la sua nuova casa?

SOLNESS. Sì.

HILDA. La casa in cui lei conta di andare presto?

SOLNESS. Appunto!

HILDA. (_guarda_) Vi sono pure le camere pei bambini?

SOLNESS. Tre, come qui.

HILDA. E nessun bambino?

SOLNESS. Non ve ne sarà giammai!

HILDA. (_con una smorfia_) Non avevo ragione io di dirlo?

SOLNESS. Che cosa?

HILDA. Che è un po’ pazzo.

SOLNESS. Pensava a questo allora?

HILDA. Sì, alle camere dei bambini dove ho dormito io.

SOLNESS. (_calmo_) Abbiamo avuti bambini... Alina ed io.

HILDA. (_lo guarda attentamente_) Sì?

SOLNESS. Due, della medesima età.

HILDA. Allora gemelli?

SOLNESS. Sì, gemelli, undici... dodici anni fa.

HILDA. (_cauta_) E tutti e due sono... non li ha più questi gemelli?

SOLNESS. (_contenendo l’emozione_) Non li abbiamo avuti che per tre sole settimane. (_con uno scoppio_) Come ha fatto bene a venire Hilda. Finalmente ho qualcheduno con cui discorrere.

HILDA. Non può parlare... con lei?

SOLNESS. No... com’io vorrei, com’io ho bisogno.... (_melanconicamente_) E neppure di ciò, come di tante altre cose!

HILDA. (_con voce contenuta_) È tutto lì quello che pensava, dicendo d’aver bisogno di me?

SOLNESS. Sulle prime sì — almeno ieri. Poichè oggi non son più sicuro... (_interrompendosi_) Venga qui Hilda, sediamo. Si metta sul sofà, in modo d’avere il giardino davanti. (_Hilda siede in un canto del sofà_)

SOLNESS. (_avvicinando una sedia_) È disposta ad ascoltarmi?

HILDA. Oh, assai, assai volentieri!

SOLNESS. (_siede_) In questo caso le dirò tutto.

HILDA. Sig. Solness, adesso ho davanti agli occhi tanto lei, che il giardino. Su, su, dica, l’ascolto.

SOLNESS. (_indicando col dito il giardino dalla finestra di lato_) Lassù, sulla collina... là dove vede la nuova casa...

HILDA. Ebbene?

SOLNESS. È là che Alina ed io abbiamo passati i primi anni del nostro matrimonio. Una volta, in quel sito, sorgeva una vecchia casa, che aveva appartenuto alla madre di Alina. Noi l’avevamo ereditata, così pure tutto il grande giardino.

HILDA. Questa casa, aveva anche essa una torre?

SOLNESS. No. — Esteriormente sembrava niente altro che un grande, sporco e nero fabbricato; ma all’interno era tutto pulito e proprio.

HILDA. Ed ha abbattuta la vecchia baracca?

SOLNESS. No — si è abbruciata.

HILDA. Interamente?

SOLNESS. Sì.

HILDA. È stata per lei una grande sventura?

SOLNESS. Secondo. Come costruttore ho cominciato appunto da quell’epoca a fare il mio cammino, ad essere conosciuto.

HILDA. Ma allora...?

SOLNESS. Appunto allora erano nati da pochi giorni i nostri due angioletti...

HILDA. Ah sì, i gemelli...

SOLNESS. Essi erano sì sani, sì forti, nascendo! Ed ingrandivano a vista d’occhio; era un vero piacere.

HILDA. È così di tutti i bambini nei primi tempi.

SOLNESS. Era il più bel spettacolo del mondo il vedere Alina, coricata in mezzo ai due bambini. Ma ecco che una notte capita l’incendio.

HILDA (_ansiosa_). Come è successo? — Si è abbruciato qualcuno?

SOLNESS. Fortunatamente no, ci siamo tutti salvati.

HILDA. Ed allora?

SOLNESS. La paura aveva scosso Alina terribilmente. L’allarme... la fuga precipitata... e per giunta una notte ghiacciata... poichè li dovemmo, Alina ed i due bambini, trasportare come si trovavano.

HILDA. Ed essi non hanno potuto sopportare...

SOLNESS. Sì, ma Alina fu presa da una febbre di latte. Essa ha assolutamente voluto nutrire i suoi bambini, come prima. Era il suo dovere, diceva. Allora i due poveri angioletti... (_torcendosi le mani_) oh!

HILDA. Non hanno resistito?

SOLNESS. No — non hanno resistito. È stato il latte che li ha uccisi.

HILDA. Questo l’avrà fatto soffrire orribilmente.

SOLNESS. Oh sì, ho molto sofferto; ma Alina molto di più, oh mille volte! (_serrando i pugni con sorda rabbia_) oh!... E dire che nel mondo debbano succedere dei casi simili a questo! (_Con voce ferma e breve_) Dal giorno, che ho perduto i miei bambini, non ho fabbricato chiese che a malincuore.

HILDA. In tal caso le avrà senza dubbio ripugnato di costruire la torre della nostra chiesa.

SOLNESS. Infatti. Ed io mi sovvengo della mia gioia, il giorno in cui l’ho terminata.

HILDA. Me ne ricordo io pure.

SOLNESS. E adesso non costruirò più... nè chiese, nè torri di chiese.

HILDA. (_scuotendo la testa_) Altro che case, da servire di dimora agli uomini?

SOLNESS. Semplici case d’abitazione per gli uomini, Hilda.

HILDA. Sì, ma case, sormontate da alte torri e da guglie.

SOLNESS. Sì, di preferenza. (_d’un tono più leggero_) Ecco... è appunto così, come le ho detto... Quest’incendio m’ha molto giovato, come costruttore, s’intende.

HILDA. Perchè non si fa chiamare architetto, come gli altri?

SOLNESS. Non ho studiato abbastanza. Quasi tutto quello che so, l’ho appreso da me solo.

HILDA. Questo non le ha impedito d’arrivare in alto.

SOLNESS. Sì, grazie all’incendio. Io ho convertito quasi tutto il giardino in terreno atto a costruzioni, l’ho diviso in piccoli pezzi, e vi ho fabbricato molte ville di mia fantasia. D’allora in poi tutto è andato a meraviglia.

HILDA. (_scrutandolo collo sguardo_) Dev’essere un uomo fortunato lei, se tutto le va così bene.

SOLNESS. (_rannuvolandosi_) Ah, lei pure dice quello che gli altri dicono!

HILDA. Sì, e mi sembra che sarebbe ben così, se cessasse soltanto di pensare meno ai poveri due bambini...

SOLNESS. (_lentamente_) Quei cari angioletti... Non è facile dimenticarli.

HILDA. (_con esitazione_) Occupano sì tanto la sua mente anche oggi.... dopo tanti e tanti anni trascorsi?

SOLNESS. (_senza rispondere, guardandola fissamente_) Un uomo fortunato, ha detto...

HILDA. Come? Se togliamo questo... non lo è forse?

SOLNESS. (_continuando a fissarla_) Mentre le parlavo di quest’incendio... hem...

HILDA. Ebbene?

SOLNESS. Non le è venuta un’idea, un’idea, che l’avrà colpita in modo speciale?

HILDA. (_riflettendo invano_) No. Quale per esempio?

SOLNESS. (_con voce sorda, ma marcando le parole_) Io devo a quell’incendio, se ho potuto costruire delle case per gli uomini, delle case ariose, chiare, piene di luce, dove si vive bene, dove genitori e bambini passano la loro esistenza nella gioiosa certezza, che sia davvero una fortuna il vivere in questo mondo e sopratutto d’appartenersi l’un l’altro..., nelle piccole case, come nelle grandi.

HILDA. (_vivamente_) Ma per lei non è una vera e grande fortuna l’aver costruito tali splendide dimore?

SOLNESS. Il prezzo, Hilda! pensi al prezzo, al terribile prezzo che ho pagato, per arrivare a tanta fortuna!

HILDA. Non vi è alcun mezzo per vincere questo ricordo?

SOLNESS. È impossibile. Per arrivare a poter dare queste dimore agli altri, ho dovuto rinunziare per sempre di possederne una io stesso. Io intendo di una casa, dove ci siano dei bambini... dove il padre e la madre possano vivere felici.

HILDA. (_circospetta_) Ci ha davvero rinunziato? Per sempre, dice?

SOLNESS. (_alzando la testa lentamente_) Sì, questo è stato il prezzo di quello che lei chiama la mia felicità, la mia fortuna... (_respira con sforzo_) Fortuna, felicità... Hilda, che non ho potuto ottenere a minor prezzo.

HILDA. Ma, in avvenire?...

SOLNESS. Giammai, no, giammai. Sempre a causa dell’incendio, e della malattia, che n’è seguita, di Alina.

HILDA. Ma allora, perchè tutte queste stanze di bambini?

SOLNESS. (_gravemente_) Non ha mai osservato Hilda, che nell’impossibile c’è qualcosa, che attira, che attrae?

HILDA. (_riflettendo_) Nell’impossibile (_con animazione_) Certamente! Sa anche questo?

SOLNESS. Sì, lo so.

HILDA. Vi è dunque della malìa in lei?

SOLNESS. Malìa? Che intende lei per malìa?

HILDA. Non so esprimermi con altra parola.

SOLNESS. (_alzandosi_) No, no, forse è giusto quel che dice. (_con violenza_) Ma non si diventa anche maghi..., quando si ha come me, questa fortuna costante in tutto, in tutto?

HILDA. Che vuol dire con ciò?

SOLNESS. Stia bene attenta, Hilda: tutto ciò ch’io son riuscito a fare, a fabbricare, a creare, a render bello, solido ed anche... nobile... sublime... (_serrando le pugna_) Oh non è terribile a pensarlo?

HILDA. Che, dunque?