Part 9
— Avrai anche ragione, ma siamo sempre fra le quisquilie della Cattedra.
— Ecco l'esempio — riprese il conte Ildebrando. — Eravamo tutti poveri; ora abbiamo fondata l'_Isola Felice_. Con le nostre forze unite diamo insegnamento. L'idea fu mia. La contessa Penelope Tompinelli possedeva un vecchio teatro chiuso al pubblico da una trentina d'anni: il teatro dei Battuti verdi; e la contessa non aveva altro e _con quello_ non poteva vivere. Allora io pensai: — Ebbene _vivrà su quello_ e con lei vivremo quanti siamo, paria della classe nobiliare. Detto teatro era affittato come magazzino. Lanciai l'idea fra i miei consimili nel nome di Carlo Fourier e per la Grande Idea. Fummo molti ben presto. Ciascuno portò ciò che aveva: danaro, terre, oggetti. Ora siamo venticinque e possediamo un campo e mezzo e molte altre cose. Cioè non possediamo niente. Noi si scompare nella Comunità. E il Teatro dei Battuti verdi è stato ribattezzato l'_Isola Felice_. Cavaliere, io vi prego, in nome mio e de' miei compagni, di volerci onorare della vostra presenza.
— Va bene. Verrò, — rispose Mostardo. Poi fu ripreso dalla sua spensierata gaiezza e soggiunse: — E, di grazia, il vostro pudore non vi fa più male?
— Mi fa male, sì — disse il conte Polpetta; — ma, per me, è una gloria!
— Sarà una gloria; ma non diremo abbia scelto un bel soggiorno!
— I miei compagni potranno vedere che ho difeso i beni della comunità... per cui...
— Ben detto, caro conte!... Allora qua la mano e... senza rancore, non è vero?
— Senza rancore!...
— E... se qualche giorno... che so... non mi sembrate proprio grasso come un parroco!... Se qualche giorno aveste bisogno del Cavalier Mostardo, ricordate che Mostardo ha un debito con voi.
— Un debito? E quale debito?...
— Sì, quello di avervi offeso nelle parti vereconde, salvo sempre il vostro pudore! Dunque se può occorrervi qualche cosa, sapete dove sto.
— Grazie! — rispose Ildebrando dei conti Poldi. — Tante grazie.
— Ed ora addio. E state attento, con la gente che batte in queste notti le campagne! Volete un mio consiglio disinteressato?
— Dite.
— Prendete su il vostro trent'uno e filate verso casa. E cercate di seguire le vie traverse perchè, e Dio non voglia, se vi incontrate con la compagnia di Bucalosso o con quella di Borgnini, possono essere guai seri. Un Cavalier Mostardo non lo trovate mica dappertutto!
— Lo so.
— Allora vi saluto e... prudenza!
— Buonanotte.
Prima fu Mostardo a salire in bicicletta poi gli altri si avviarono dietro il duce, non senza prima aver lanciato un saluto al conte Ildebrando.
Questi per un attimo restò solo, la mano sulla sua ferita, fermo sul margine di un fosso; poi, come udì sopraggiungere, da non molto lontano, un suon di voci, non seppe nè più volle saper niente nè di terre, nè di grano, nè di comunismo; ma, trovata una inconsueta agilità, saltò il fosso di un solo balzo, e, forzata la siepe, fuggì a tutta corsa pei campi come se avesse alle calcagna una muda di molossi.
Conchiuso che fu l'incidente col conte Ildebrando e cessati i commenti varii sull'impallinatura che aveva convertito il didietro del campione comunista in una rosa di tiro, la comitiva proseguì in silenzio per la sua destinata strada e il Cavalier Mostardo battè il passo alla virtuosa canaglia.
Si erano dilungati dalla città del Capricorno e avevan sentito giungere sul vento i tocchi della campana della Torre del Comune. Suonava la mezzanotte.
— Giungeremo in tempo — disse Mostardo.
— Sì, ma saranno tutti a letto! — ribattè il Cieco di Civitella.
— Magari!... Ma non aver paura, chè li troveremo a guardia dell'aia.
La campagna odorava forte. La brezza notturna aumentava la lena dei pedalatori. Sarebbe stato un bell'andare così, per le strade dei campi, nella dolce notte di giugno, se il cuore fosse stato in pace, se non si fosse dovuto pensare ad altro che a godersi quelle ore di vita placida fra stelle e grilli, in un disteso riposo. Ma era ben altro il compito di Mostardo ed egli doveva porre, nel suo preventivo di battaglia, anche la possibilità di buscarsi una bella schioppettata nel petto e di andarsene via rantolando, verso un qualsiasi fosso ad esalarvi l'animaccia sua. Quella sua animaccia che aveva sfidato tante volte la morte nell'America del Sud, in Grecia, in Albania sempre fedele all'Idea, alla Santa Carabina, all'Umanitarismo.
Libertà, libertà per tutti e abbasso i Troni e gli Altari!
Ah, giovinezza su metereolitica, per le atmosfere delle varie terre! E perchè aveva voluto combattere per gli altri, perchè si era offerto disinteressatamente solo per il trionfo dell'Idea, era stato maltrattato da coloro che avrebber dovuto accoglierlo come un fratello. Mondo cane! E una volta, sì, aveva steso di traverso due greci, e aveva stretto la mano a un turco (c'era anche Rigaglia!), ma il turco era un galantuomo e i due greci avevan preso Mostardo per qualche insensato di alta montagna.
Be', ma quelli erano altri tempi, altre vicende erano, e si partiva per morire. Che cosa importava la pelle?... Anche la morte poteva entrare nella piazza del cuore, allora, ma vestita di bianco, la moscardina! e avvolta nella bandiera rossa.
Erano i giorni in cui si andava sotto al muso ai questurini a cantare:
_Trento, Trieste!..._ _vogliam marciar!..._
_Trento, Trieste!..._ _vogliam marciar!..._
_Con il focilo!..._
E si marciava, per Bios!... E come si marciava!... Lui si era buscato tre ferite di prim'ordine e a Rigaglia mancavano due dita della mano sinistra, un orecchio e un accessorio di cui si farà parola in seguito. Non occorreva indagare come Rigaglia avesse perduto tali parti della sua degna persona; il fatto si era che non le aveva più. Aveva seminato un po' del suo corpo dall'America del Sud alla Albania, sempre a contraggenio; ma l'aveva seminato. Solo dopo i trent'anni era diventato quello sporco versipelle che si manteneva tuttavia!
Bene... ma adesso?... I Casaròtt... lo sapeva ben lui che razza di gente fossero i Casaròtt! Si erano buttati con la _Camera rossa_; erano socialisti anarcoidi. Bei mezzadri, che non capivano neppure la necessità economica di rompere il blocco e di separarsi dai braccianti!
— Vuoi stare coi _rossi_? Te ne accorgerai nel dormire!
E fra poco, certo, avrebber dovuto fare un bel fumo perchè erano schioppettate immancabili.
Alla fin delle fini poi, gli sarebbe importato ben poco; ma Spadarella? Povera la sua lodoletta, in fondo al bianco giardino fra le torri medioevali!
Perchè nei punti culminanti della sua vita, quando si avvicinavano le ore che potevano essere anche quelle che segnano il punto fermo e per sempre, egli ridiventava lo zio Giovanni, il grande e buono e semplice zio Giovanni nel giardino della sua piccola bella.
— Bene, se la scamperò — si disse — e se la lotta politica mi darà un po' di respiro, questo agosto voglio condurla per quindici giorni a Rimini, chè faccia un po' di bagni di mare, povero uccellino!... E che canti per la contentezza!... Anzi domani voglio dirglielo... domani voglio fare colazione con lei...
Frattanto pedalava senza sapere ormai più dove andasse, quando una voce venne a toglierlo dal suo sognare e a ricondurlo alla dura realtà dell'ora.
— Mostardo, ci siamo!... — Era il Giovinaccio che aveva parlato.
Il Cavalier Mostardo si riscosse e scese dalla bicicletta.
— Dov'è la casa?
— È laggiù, fra le roveri.
— Va bene. — E rimase un attimo sospeso, chè pensava a un piano di attacco.
Gli sarebbe convenuto più assalire o parlamentare?
Optò subito per la seconda misura, giudicandola più civile, pur disponendo gli uomini in modo da esser pronti all'assalto, se il parlamentare non avesse ottenuto il risultato che si era proposto e cioè l'intimidazione.
Chiamò i sozii e dette loro l'ordine di appostarsi vicino all'entrata dell'aia e lungo le siepi della medesima; poi avanzò solo ed entrò risolutamente non senza guardarsi intorno e tenersi pronto a sparare.
Un gran silenzio. Pareva, in verità, che la famiglia dei Casaròtt fosse immersa nel sonno più profondo. Muta la casa e buia; neppure il cane abbaiava. Ciò lo insospettì. Egli sapeva che i Casaròtt avevano un can da pastore che era una bestia feroce; sapeva che dovevano tenerlo quasi sempre alla catena per evitare serii guai: ora dov'era il famigerato Reno, il quadrupede mordace? Era possibile se ne fossero disfatti nei giorni in cui poteva esser loro più utile? Allora, invece di procedere, retrocesse tenendosi sempre pronto a sparare e, come fu sull'entrata dell'aia, gridò:
— O gente?... Uomini della casa?...
Sulle prime non udì risposta; udì ad un tratto, il sordo mugolìo di Reno e vide gli occhi fosforescenti del cane, fra verdastri e rossigni, a cinque passi di distanza.
— Va alla cuccia!
Reno gli girava intorno senza abbaiare.
— Uomini della casa?... Chiamate il cane o l'ammazzo!...
Nessuno rispose. Allora Mostardo puntò gli occhi rossi e sparò. Come era di intesa, al primo risposero gli spari dei sozii. Il fuoco di fucileria durò qualche secondo. Nonostante tutto l'aia rimase deserta; la casa muta.
— Per Bios! — pensò Mostardo — Qui vogliono farcela grossa!
Mandò un fischio di intesa; susurrò un:
— Attenti ragazzi!
Ed appena ebbe il tempo di acquattarsi dentro un fosso, che una diecina di schioppettate gli miaularono intorno. Li avevano presi alle spalle. Infatti i colpi non arrivavan dall'aia, ma dai campi opposti.
— _Burdell i sl'ha fata!..._ — urlò. — _Dasii sota!_ (Ragazzi ce l'hanno fatta!... Dateci sotto!).
E incominciò un nutritissimo fuoco di fucileria.
Fu in una pausa che il Cavalier Mostardo udì gridare dalla parte opposta:
— _L'è Burgnini c'ut saluta_ (È Borgnini che ti saluta!).
Borgnini? E dov'era Bucalosso? E quanti uomini aveva Borgnini a sua disposizione?
Così pensava, senza interrompere il fuoco di fila, quando la già ingarbugliata matassa si arruffò ancor più: i Casaròtt incominciarono a sparare dall'aia. Si trovarono fra due fuochi. Il Cavalier Mostardo aveva, da parte sua, un uomo fuori combattimento: Giovinaccio, che era ferito a una spalla. Vide subito il pericolo e prese una decisione repentina: ritirarsi lungo il fosso in modo da non essere circondato. Si gettò innanzi per primo.
— Venitemi dietro e non sparate più!
Ma il Giovinaccio non poteva camminare. Se lo caricò sulle spalle. E via!... In due salti furon lontani un cento metri dalla casa.
— Alt! — comandò Mostardo. — Non vogliamo farci prendere in trappola, ma non si deve dire che siamo scappati!
Frattanto gli altri continuavano a sparare.
— Si tirano contro! — disse il Cieco di Civitella.
Infatti non poteva essere altrimenti. Il fuoco di fucileria continuava più nutrito che mai.
— Bene! — gridò Mostardo. — La fortuna ci aiuta. Buttiamoci per i campi. Il Giovinaccio lo lascieremo qui e verremo a prenderlo dopo. Ti par di morire? — domandò rivolto al Giovinaccio.
— Morire, no; ma mi brucia!
— Abbi pazienza! Adesso non possiamo curarti. Buttati in fondo al fosso. Ti hanno fatto un buco?
— Mi hanno ridotto come un setaccio!
— Va là, che non è niente! Aspetta ancora un poco e poi ti curerò io che sono bravo! Ragazzi andiamo!
Saltarono sulla strada ad uno ad uno, l'attraversaron di corsa, si gettarono nel fosso opposto, forzarono la siepe ed eccoli nei campi. C'era un basso filare di viti e di gelsi; vi si ficcaron sotto. Gli altri sparavano sempre.
— Si ammazzano com'è vero Dio! — disse il Mosca.
Di un subito Mostardo gridò:
— Sono qua! — e si acquattò dietro un gelso. I compagni lo imitarono.
Si vedevano alcune ombre venir innanzi pian piano, quatte quatte, dietro un filare di olmi e di viti.
Poi si fermarono.
Trascorse qualche minuto nell'incertezza, poi una voce gridò, dall'altra parte:
— _Ripobblica!_
E Mostardo rispose:
— _Ripobblica!_
Tutti furono in piedi e vicini, in un battibaleno. Era Bucalosso con i figli suoi. Avevano smarrite le traccie di Borgnini, attraverso ai campi; ora accorrevano al rumore degli spari. Il Cavalier Mostardo, a sua volta, raccontò quello che gli era toccato; poi, con Mazzini, combinarono un nuovo piano di attacco.
Si lanciarono via per le terre arate e le stoppie. Bucalosso cadde e se la prese con le undicimila vergini del martirologio. I figli lo trasser su di peso.
— Andiamo, andiamo!
— Fermi tutti! — comandò Mazzini a voce spenta.
Il Cavalier Mostardo ansava forte.
— Te, Libero, e te, Garibaldo, venite con me!
— E noi? — domandò Mostardo.
— Lasciatemi fare.
I tre scomparvero nel buio, agili e presti. Si udiva un sommesso parlucchiare e qualche lamento. Erano i feriti della parte rossa che si era mitragliata a poche diecine di metri: da una siepe a un'aia.
Ora i sozii attendevano l'esito dell'iniziativa di Mazzini e una certa ansietà era in tutti. Non sapevano come la faccenda si sarebbe risolta e si tenevano, comunque fosse, pronti all'offesa o alla difesa.
— Che cosa vorrà fare? — domandò Mostardo.
In quel punto si udì un urlo, uno sparo e un busso di piedi che si allontanavano in corsa. Poi la voce di Mazzini gridò:
— Correte a darmi mano, ragazzi!
In un impeto subitaneo la massa si lanciò innanzi e superò di un balzo la breve distanza. Allora si vide un uomo dibattersi nella stretta poderosa di Mazzini. Le forze non erano pari ma anche il sopraffatto non era tale da lasciarsi vincere a facil giuoco e, quantunque fosse prono e abbattuto, tempestava tuttavia in una furia scomposta tentando disperatamente di resistere alla serrata morsa.
— Presto, datemi mano!
Tre uomini si lanciarono sul riverso e n'ebber ragione in un baleno. Fu trovata una corda; fu legato a doppie ritorte, poi lo levarono e lo posero sui suoi piedi.
Allora Mostardo e Bucalosso lo riconobbero: era Borgnini!
Ora l'uomo vinto si attendeva forse il dileggio e la beffa, ma i _gialli_ voller mostrarsi civili; lo guardarono e non dissero niente; solo Bucalosso si limitò a sputare.
— Dove sono Libero e Garibaldo?
— Eccoli! — rispose una voce dall'ombra e i due molossi comparvero.
— Che cosa avete fatto?
— Li abbiam fatti scappare.
— Senza _sacrifizi_?
— Io non lo so... — rispose Libero.
E Garibaldo:
— Sì, uno!
— Porco Dacco!... — gridò Mostardo. — Lo sapevo. È morto?
— È laggiù! — soggiunse Libero.
— Andiamo a vedere, per Bios!... Lo sapevo!... Me ne dovevate fare una delle vostre!... E ti avevo pregato, Mazzini!...
Mazzini si strinse nelle spalle. Il Cavaliere riprese, rivolto al Secco:
— Dammi la lanterna.
Se l'ebbe, l'accese e se ne andò per le stoppie. Ed ecco, fra le stoppie, un uomo riverso che rantolava.
— Porco Dacco, l'hai ammazzato!
Il Cavalier Mostardo si chinò sul ferito e, con lui, Bucalosso che se ne intendeva. Questi stette un bel po' intento a considerar la cosa, poi, come ebbe compiuto l'esame, si levò e, passandosi una mano dalla fronte alla nuca, esclamò, rivolto ai suoi figli:
— _Burdéll, vni a vdè ch'bela curtlè!_ (Ragazzi venite a vedere che bella coltellata!...).
Così Bucalosso impartiva, ai molossi della sua famiglia, i principi di una nuova estetica.
Ora dovevano mettere a posto i Casaròtt. Era la cosa principale, nè Mostardo poteva rinunziarvi. Dalla casa, al di là della strada, non arrivava voce. Questa volta il Cavaliere non si sarebbe fermato sul limitare dell'aia: aveva con sè la muda dei molossi.
— Andiamo!
Mazzini gli si pose alle costole e Bucalosso.
Disse al Mosca e al Secco:
— Voi rimanete qui con questo galantuomo — e indicava l'impacchettato Borgnini. — Se urla mettetegli uno spino nel sedere.
Disse quest'ultima cosa ridendo come se avesse avuto una bella trovata di nessuna importanza e se ne andò.
Eccoli all'uscio della casa dei Casaròtt. Ormai Reno non poteva più far paura. Aveva raggiunto Cerbero nel lontanissimo paese delle larve. Mostardo picchiò ben forte all'uscio.
— Ehi, dalla casa?
Si udì un tramestìo al piano superiore e voci dispente di donne impaurite.
— Volete aprire o no?
— Volete che vi bruciamo i pagliai? — soggiunse Bucalosso.
— _Vo' stasi zett, babb!_ (Voi state zitto, babbo!) — Ammonì Mazzini.
Una rossa imposta, al piano superiore, si aprì.
— Cosa c'è? — domandò una voce maschia.
— Venite di sotto che vogliamo parlarvi — disse Mostardo.
— Ma che cos'è che volete?
— È meglio veniate di sotto!
L'altro si ritirò e chiuse la finestra bestemmiando.
— Sì, fa il cattivo e poi _vidarai_! — esclamò Bucalosso.
— State zitto, babbo! — riprese Mazzini.
Si udì un passo per le scale, poi i serrami dell'uscio venner rimossi. Giungeva sempre, dall'interno, il fiottìo delle femmine terrorizzate.
L'uscio si aprì e apparve Giuseppe di Casaròtt, il capoccio.
Era un omone nero e squadrato a disgrazia, con certe mani scimmiesche ed irsute da sembrar arnesi da fucina.
Egli non appariva nè turbato, nè intimidito. Sostava da padrone sulla soglia di casa sua, guardando i sopraggiunti più con aria di sfida che con remissione. Fu il primo a parlare.
— Be' che cosa volete?... Che cosa avete da dirmi?
— Non ci conoscete? — domandò a sua volta Mostardo.
— C'è poco da conoscere!... Che cos'è che volete?
— Non importa alziate la voce. Sarà meglio per voi se vorrete ragionare.
— Allora ragioniamo!
— _Jusèf_, voi non siete dei nostri e avete torto... — riprese Mostardo.
— Che cosa vuol dir questo? — fece l'irsuto.
— Vuol dire che siete un contadino e che non lavorate per il vostro bene.
— Perchè?
— Perchè state coi _rossi_ e i _rossi_ non possono fare il vostro interesse. Scusate, Jusèf, voi non siete nato ieri, non è vero? E allora perchè non voler capire che i socialisti vogliono distruggere la classe dei contadini?
— Questo lo dite voi!
— Lo dice chi ne capisce più di te e di me che siamo due ignoranti. _Povr'insansé!_ Povero insensato, ma non vedi che vogliono distruggere la mezzadria per avervi in mano tutti quanti?... Non lo vedi?... Domani se dai retta ai _rossi_ perderai il _fondo_ e diventerai un bracciante come tutti gli altri, un salariato!
— Non è vero!
— Bella risposta! Cosa vuol dir — non è vero? — Vuoi saperne più di me, tu che hai tenuta sempre la zappa fra le mani?
— Verrà anche la mia volta!
— Sicuro! Che cosa ti credi di poter fare, il vescovo, domani?
— Farò quello che devo fare contro i signori!
— Questa è un'altra faccenda! Tu adesso parli di giustizia. Per i signori siamo d'accordo tutti quanti. Ma oggi come oggi...
L'irsuto lo interruppe bruscamente:
— Ma vorreste forse farmi cambiare gabbana?
— Si parla per il vostro bene — fece Mazzini.
— Al mio bene ci penso io.
— Ma non capisci niente! — replicò Mostardo.
— Peggio per me. Avete finito?
— Dammi retta, Giuseppe... — ora non lo chiamava più dialettalmente, per dare alle parole un valore più cattedratico — non fare il testardo...
— O volete saperla?... — scattò a dire l'irsuto — Io faccio quel che mi pare e batterò il mio grano con le macchine _rosse_!
— Ah, è così che parli? — ribattè Mostardo pien di veleno — E allora vedremo se ci riuscirai!
— Nella mia aia comando io!
— _Bum!_ — fece in coro la compagnia dei molossi!
— Ed io ti dico — riprese Mostardo — che se una macchina rossa entra nella tua aia, tu vai a ridere con le lucertole nel camposanto.
— State attento di non arrivarci prima voi!
— Non aver paura, galantuomo!
— _Vói, burdèll!_... (Ehi, ragazzo!...) — gridò Bucalosso e si era già scagliato all'assalto; ma l'altro fu pronto a serrare la porta e a barricarsi dentro. Si levò un coro di contumelie all'indirizzo di Jusèf. Bucalosso propose di appiccare il fuoco a tutti i pagliai. Mostardo non volle. Attraversarono l'aia; ritornarono dove li attendevano gli altri sozii. Come ebbero superata la siepe, furono colpiti da un lamento sommesso; però chi vi pose mente fu Mostardo. Arrivato al punto di sosta della brigata, non tardò ad accorgersi che chi si lamentava non era altri che l'impacchettato e cioè il suo avversario politico e nemico acerrimo Epaminonda Borgnini. Gli si accostò e chiese ai presenti:
— Che cos'ha fatto?... Perchè si lamenta?
I sozii dieron nel ridere.
— Rispondete! — gridò Mostardo. — Che cosa gli avete fatto?
— Quello che avete detto voi! — rispose il Secco.
Mostardo allibì. Si rammentò delle parole che aveva pronunciato scherzando... ma la _maramaglia_ le aveva prese sul serio. Allora, aperta la lanterna cieca e chinatosi a guardare, potè convincersi che il lamento di Borgnini non era ingiustificato. Gli avevan empito il didietro di spine razze.
Furono unite, a due a due, sei biciclette e così si improvvisarono tre barelle; in una di queste fu deposto Borgnini; nelle altre presero posto i feriti. E la masnada ritornò, gloriosa e trionfante, alla Città del Capricorno.
— Che ne faremo di Borgnini?
Mostardo non rispondeva.
Entrarono in città che, all'oriente, era la prima chiaria.
Mostardo fece da battistrada.
— Dove andiamo?
— Zitti!
Attraversarono la Piazza. I primi spazzini, i primi lattivendoli si fermarono a guardarli passare. L'apparato delle barelle e i feriti faceva nascere le prime leggende.
Un lampionaio che andava intorno, con la sua stanga, a spengere le pallide fiammelle del gas, gridò:
— Mostardo, avete fatto caccia grossa?
Nessuno gli rispose. Da un caffè notturno, tre fattori si affacciaron a sbirciare. Più innanzi fu Coriolano, il donzello del Comune, che si mise a rincorrere le biciclette e a gridare:
— Cavalier Mostardo?... Cavalier Mostardo?...
Ma il povero Coriolano, oltre ad essere attempato, soffriva d'asma e dovette darsi per vinto.
Mostardo si fermò e discese innanzi ad una casa modesta, in un vicolo. Disse:
— Ci siamo!
— Lo lasciamo qui? — chiese Mazzini indicando l'impacchettato.
— Sì! — rispose Mostardo.
Erano alla _Camera Rossa_.
— Chi ha un foglio? — domandò il Cavaliere.
— Eccolo, — rispose Mazzini.
Allora Mostardo prese un lapis e scrisse a lettere cubitali:
_Evviva la Repubblica!_
Puntò il cartiglio sul petto dell'avversario suo; fece legare quest'ultimo alla porta della _Camera rossa_ e dileguò con la brigata.
Nasceva l'alba.
Giustizia era fatta.
CAPITOLO IX.
_Dove, fra l'altro, si spiega quale valore desse, il Nostro Cavaliere, alla parola «versipelle»; e di nuove venture che gli toccarono._
Ora il Cavalier Mostardo dormiva nel suo gran letto di quercia massiccia, fra un ritratto di Mazzini ed uno di Garibaldi. Aveva, appeso al muro, sopra il tavolo da notte, dove la gente religiosa tiene l'acquasantiera, una vecchia carabina; la _Santa Carabina_; e, sul tavolo da notte, invece della bottiglia e del bicchiere per l'acqua, era posato un ampio boccale verde con sopravi la dicitura consueta: «_Evviva la Repubblica!_». E la Repubblica abitava con lui in quel suo stanzone severo, inelegante, dal mobilio spaiato, dalle pareti squallide; la Repubblica occhieggiava attraverso una grande bandiera rossa, appoggiata in un angolo; sorrideva da un berretto frigio; strepitava in una serie di disegni allegorici incollati al muro; minacciava in una collezione rilegata del vecchio giornale «_Aristogitone_»; si umanizzava in una statuetta simbolica in coccio, sopra il canterale; si divinizzava nei trionfi dell'ottantanove, matroneggiando in disegni e oleografie sparsi qua e là per la stanza.
L'alba batteva alle finestre; ma il Cavalier Mostardo dormiva e la Repubblica con lui. E benchè Innocenzo Cappa, a capo del letto, in una fotografia disposta con bell'arte sotto la _Santa Carabina_, vegliasse con quel suo tipico sorriso fra la malinconia e disincanto, bonariamente guardando quella sua romagnola forma di fede repubblicana, in realtà tutto il simboleggiato strepito cadeva con le immagini e le forme nel sonno del Cavaliere. Questi riposava come un sant'uomo che ha diritto a una tregua, nè il reiterato canto del gallo Francesco, nel cortile; nè il _tok, tok..._ degli scarponi ferrati di Rigaglia avevano il potere di rompere quel profondo e compiuto riposo.
Batterono le ore, il sole avanzò nel cielo, suonarono le messe ai vari campanili della Città del Capricorno, ricominciò il fragore dei veicoli trabalzanti sull'ineguale acciottolato delle strade, ma il Cavalier Mostardo tenne duro.