Part 8
— Ti ho detto di venir via!... Vuoi che ti prenda per il bavero della gabbana?...
Allora Rigaglia per non poter far altro, scagliò contro il muro una scarpaccia che aveva in mano e, col permesso delle timorate persone, borbottò la classica bestemmia romagnola, la bestemmia base e cardine, la quale non ha neppur più valore di blasfema, ma non è che un indice esclamativo di esuberanza, nel paese delle strampalerie.
Disse Rigaglia:
— _Boia de Signor!..._
Allora il Cavalier Mostardo gli si accostò di un passo; squadrò, dalla sua rispettabile altezza, il tozzo arnese domestico e gli disse:
— Ormai dovresti saperlo che, con me, è inutile brontolare. Te lo devo dire ancora?
— Ma io sono stanco e ho sonno.
— Va' là, che ti pagherò da bere!
— Che cosa?... Andiamo a bere?
— Sì.
— Perchè non me l'avete detto subito?
— Ma guardate che bel liberale!... Se si tratta di ubbriacarti, non sei più stanco, è vero?
— Nei vostri imbrogli io non voglio entrarci.
— Perchè hai paura!
— Non è vero. Se si trattasse del popolo sarei sempre in prima fila!
— Sì, fra le botti!
— Io sono socialista.
— Tu sei un pantalone!
— Il socialismo è per il popolo.
— E tu sei per la tua pancia!... Infilati la gabbana... fa presto!... Non crederai mica ch'io voglia discutere di politica con te, brutto testone!... Ma che socialismo e non socialismo... tu sei un versipelle, sei! E ladro!... Ruberesti il fumo alle pipe, ruberesti!... Dì che non è vero, adesso!... Che cos'è questo socialismo?... Lo sai, tu? Lo sai che cos'è?... Avanti... dillo!...
— Il socialismo l'è la giustizia de _pópul!_
— Bravo l'asino!... Avanti... infilati quella gabbana, chè non ho tempo da perdere!... Hai finito?... Sei pronto?... Andiamo...
E lo precedette. Rigaglia lo seguì scarpicciando.
E Mostardo continuò:
— Siete tutti quanti buone firme! Va' là, che lo sappiamo!... Ci conosciamo, mascherina! Ma che cosa credi di aver detto poi, quando hai detto «_e pópul_»? Che cos'è questo popolo? Chi è il popolo?... Sei tu o sono io?...
— Il popolo sono io!
— Sicuro!... Come se non sapessero tutti che tu sei una canaglia!... Avanti, socialista: tu hai settantamila lire alla Cassa dei Risparmi.... avanti... va, prendile e dividile tra il popolo...
— Bella ragione!
— Hai visto?... È che tu sei boia, sei!... Questo sì. Ma che cosa vuoi saper te?... Che cosa vuoi capire se non sai fare un'o con un bicchiere?... Socialismo!... E l'Idea?... Dove la metti l'Idea, povero testone?
— Che cos'è quest'idea?
— Lascia parlare chi ne sa più di te. Credi forse di poter saltare nel socialismo come salteresti nel letto?
— Sicuro.
— Bravo. E come faresti?
— Con la rivoluzione.
— Sicuro. E chi deve fare la rivoluzione?
— Il popolo.
— Benissimo. Dunque tu sei il popolo... non l'hai detto poco fa?... tu sei il popolo... ma sei vigliacco e la rivoluzione non la farai!
— Lo dite voi!
— E chi deve dirlo? Chi non ti conosce?
— Del resto voi eravate della mia idea.
— Non dico di no; e potrò esserlo ancora se le nespole saranno mature. Ma io so ragionare e tu non capisci niente. Io so che cosa vuol dire: — _fare la rivoluzione._ — Ma tu, se senti solo un petardo, con rispetto parlando, te la fai addosso!... È vero o non è vero?... Va' là, mascherina!... Poi che cosa sai tu di Nazione, di Stato, di Politica, di Rapporti Internazionali, di Equilibrio del Mediterraneo e di tutti questi cacumi?... Che cosa ci capisci in tutta questa chincaglieria?... Povero merlo!... Fai la Rivoluzione! E poi?... Quando hai buttato in terra una colonna dove l'hai la colonna nuova da mettere a posto?... Vorresti andarci tu a comandare? Tu, il popolo?
— Che cosa c'entra?
— C'entra benissimo, c'entra!
— Ma non è vero.
— È tanto vero che, se non stai zitto, ti dò un calcio tale che il secondo te lo dà il muro!
E Rigaglia non rifiatò.
Il Cavalier Mostardo soleva conchiudere così le discussioni che non gli andavano a genio.
Erano per la strada; proseguirono di buon passo senza più far parola. Quando furono alla porta dell'osteria del Gallo, Mostardo trasse Rigaglia nell'ombra e incominciò a parlare.
— Tu lo conosci Borgnini, non è vero?
— Sì.
— Be', Borgnini è là dentro con i suoi uomini. Queste sono dieci lire... Vai, bevi, stai attento a ciò che dicono e vieni fuori a ripetere quello che hai sentito. Va bene?
— Sì.
— Io ti aspetto sotto il campanile della piazza. Voglio sapere dove vanno questa notte. Hai capito?
— Sì.
— Allora siamo intesi.
E il Cavaliere si avviò per l'ombra della strada con l'Affogato, mentre Rigaglia entrava nell'osteria.
Mostardo e i sozii aspettarono una buona mezz'ora. Rigaglia non ritornava. Il tempo era prezioso.
Già il nostro Cavaliere stava per mandare in ricognizione il Mosca, quando dall'ombra della grande piazza si udì giungere un sibilo acutissimo. Tutti si inorecchirono.
— Che cos'è questo?
— Poi una voce domandò:
— Ci sono ancora?
E un'altra, più lontana, rispose:
— Sì.
Allora Mostardo si avviò verso il cuore della Piazza e disse:
— Sono dei nostri!
Aveva riconosciuto le voci. Poco dopo, eccolo a parlamentare con Bucalosso.
Bucalosso e i suoi figliuoli erano fermi in mezzo alla piazza, in pieno assetto di guerra.
— Cosa fate qui? — domandò Mostardo.
Mazzini, detto la Vigna, si fece innanzi perchè era quello che prendeva sempre la parola quando la famiglia dei molossi era riunita per ragioni di partito. Mazzini disse:
— Aspettiamo Danton. Danton è all'osteria del Gallo e deve darci il segno quando Borgnini e i suoi uomini prenderanno la strada delle campagne.
— _Soia_ stato di parola? — domandò Bucalosso.
— Bene! — fece Mostardo e rimase pensoso.
Doveva o non doveva lasciarla a Bucalosso l'impresa di sorvegliare Borgnini? E se quel beccaio gli combinava una strage? Perchè non bisognava escludere tale possibilità dato l'uomo e la figliuolanza. Però gli sarebbe tornato comodo disimpegnarsi da tale faccenda e dedicarsi ad un compito diverso. Daffare ce n'era per mille. Allora gli venne in mente di parlamentare col rappresentante della famiglia.
— Mazzini — disse. — Voi mi sembrate un giovane come va...
— Si fa quel che si può...
— Lasciatemi dire!... Mi sembrate un giovane come va ed io voglio, da voi, una promessa.
— Anche cento!
— Vostro padre lo conoscete meglio di me: se perde il lume dagli occhi non c'è più Signore che lo tenga, e voi capite, Mazzini, che in queste circostanze, la prima cosa da aver bene a posto è la testa!
— Ben detto! — fece Mazzini.
— Dunque... io, di Bucalosso, non mi fido troppo...
— Perchè non mi _conosciete_!... — fece Bucalosso.
— State zitto, babbo! — mormorarono i figli.
— In quanto a questo vi conosco benissimo! — riprese Mostardo. — E, appunto perchè vi conosco, voglio dare la responsabilità della spedizione a Mazzini. Accettate Mazzini?
— Accettato! — rispose il giovanotto.
— Bene. Allora io ero qui coi miei uomini per sorvegliare quello della seta... Voi sapete di chi parlo!
— Ci capiamo!
— Io non me ne occupo più. Lascio la cosa a voi, Mazzini. Mi garantite la massima prudenza e mi promettete di non sparare proprio se non sarete costretti a farlo?
— Mostardo, lasciate fare a me.
— Mi date la vostra parola?
— Ecco la mano!
— Va bene. Ora sono tranquillo.
Bucalosso, dopo tutto, gongolava perchè il vedere così apprezzato un suo figliuolo, provocava la soddisfazione sua più intima, tanto che disse:
— Eh?... Che figli ho _me_?
In quella si udì un altro sibilo dal fondo della Piazza e il rumore di una corsa.
— È Danton! — fece Mazzini.
Infatti, poco dopo, appariva l'ombra trafelata di Danton.
Disse:
— _I va vi!... Bsogna fe' prest!_... (Vanno via!... Bisogna far presto!...).
— Forza! — gridò Mazzini che era ormai il comandante la spedizione.
Avevano, tutti quanti, il fucile, la bicicletta e un coltello alla cintura. Saltarono sulla macchina leggera e incominciarono a pedalare a gran furia. Ultimo rimase Bucalosso che era piuttosto corpulento e non trovava un pedale. Per un poco strepitò, poi, sbuffando come un toro, si cacciò nella notte dietro l'ombra dei suoi figli.
Il Cavalier Mostardo si fregò le mani. Anche quella era fatta. Ora bisognava pensare alla parte sua.
Nel cielo c'eran le stelle e il campanile della Piazza col _pi_ grande pareva facesse la guardia alle lucciole del cielo altissimo.
C'erano molte stelle quella notte e al Cavaliere venne fatto di guardarle. Poi faceva dolco. Poi si sa che anche nel cuore di un uomo in lotta c'è sempre un angolo di pace dove può rifugiarsi una cosa diversa. Questa diversa cosa fu per il Cavalier Mostardo, quella notte, Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
_Guarda che bel seren con quante stelle!_ _Questa è la notte da rubà le donne..._
Canticchiò e vide Sirio che civettava in mezzo al cielo come un pavone. Le stelle... il cuore... la dolcezza dell'aria... Ninon Fauvétte, fior di Parigi... Già, i baci di lei sapevano un poco di glicerina (curiosa!...); però aveva una bocca tale che avrebbe fatto perdere cinquanta staffe, anzi tutte le staffe del mondo! Una donna da mangiarla a grandi bocconi, come una pietanza golosa.
_Chi ruba donne non si chiaman ladri..._ _Si chiaman giovinotti innamoratiiiii..._
Questa volta cantò a tutta voce. La gran civetta del cielo, Sirio, gli brillava proprio nel centro del cuore.
— Ragazzi, sono qua!
— Andiamo?
— Un momento...
Si dette a pensare. Da dove avrebbero incominciato?... Gli nacque all'improvviso un'idea luminosa, perchè aveva sempre in mente Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
— Ragazzi, questa notte bisogna far paura ai socialisti!
— Bene! — esclamarono i sozii.
— Terrete fermo?
— Sì!
— Posso fidarmi?
— Sì!
— Vogliamo andare dai contadini rossi!
— Andiamo!
— E avranno a che fare con noi. Un giallo val sempre tre rossi!
— Altro!
— Per Bios!...
Detta la quale ultima cosa come suggello di convinzione e di matura riflessione, il Cavaliere partì pedalando forte, seguito dal serrato gruppo dei sozii.
Eccoli per la campagna. Case buie e raccolte; strade deserte, con solo le ombre degli olmi.
Il Cavaliere faceva da battistrada; era un ciclista di prim'ordine. In certi campi c'erano ancora i covoni; in certi altri solamente le stoppie. Sotto il bagliore delle stelle luceva, per le grandi distese, un oro pallido.
Mostardo e gli uomini suoi, pedalavano senza parlare. A volte, sotto l'ombra dei canepai, si udiva il subito pigolìo di qualche uccello spaventato. Da lontano, da una distesa di lupinelle, arrivò il verso di una quaglia. Poi un abbaiar di cani, intermesso dalle aie deserte.
La strada era lunga. Mostardo voleva arrivare al podere dei Casaròtt.
Proseguivano così, da mezz'ora, senza parlare, curvi sul manubrio della bicicletta, intenti a schivar le carreggiate, quando, superata appena una curva della strada, erano vicini ad una macchia di roveri, udirono una voce che gridava:
— Alt... Chi va là?
In un battibaleno furono tutti a terra; il fucile spianato.
Il Cavalier Mostardo, sorpreso dall'improvviso arresto, non seppe a tutta prima che rispondere; poi, fattosi innanzi in mezzo alla strada, gridò:
— Chi siete?
Il silenzio regnò, questa volta, dall'altra parte; e non si vedeva nessuno.
— Gialli o rossi? — domandò ancora Mostardo.
Uguale silenzio.
— Repubblicani o socialisti?
Niente! Allora il nostro Cavaliere perdette la calma che si era imposta.
— O rispondete, o spariamo!...
In quell'istante si vide un'ombra sorgere dal fondo di un fosso e tentare di darsela a gambe; ma una prima schioppettata partì, alla quale fece seguito un grido di dolore:
— Ahiahi!... Ahiahi!...
Mostardo si lanciò innanzi, seguito dalla masnada. Un uomo era sdraiato sul margine del fosso, la faccia sulla polvere, e si lamentava, una mano su quella parte del corpo che si chiama più nobilmente sedere, appunto per l'uso al quale serve.
— Chi sei? — gli domandò Mostardo.
Lo sconosciuto continuava a lamentarsi senza dar segno di avere inteso.
— Dove sei ferito?
— Non lo vedete? — disse il Cieco di Civitella. — La mano non l'ho mica sul cuore!...
— Si tappa là dove sente male! — aggiunse lo Stangone.
E il Secco:
— Avete fatto un bel centro!...
Il Cavalier Mostardo che si era chinato sul ferito, si rizzò, e, rivolto al Secco, disse:
— Accendi la lanterna cieca.
Fu fatto. Ma anche quando la rossa luce della lanterna investì l'uomo disteso e dolorante, non venne fatto di ravvisarlo di un subito. Lo sconosciuto si ostinava a nasconder la faccia. Allora il Secco gli si accostò e, costrettolo a piegarsi da lato, lo investì in pieno con il suo fascio di luce.
Primo a riconoscere il ferito fu il Cavalier Mostardo, il quale, fra il gaio e il dubbioso, si domandò:
— Ma non è il conte Polpetta?...
— Sì!... È il conte Polpetta!... — gridò la masnada e scoppiò in una risata sonorissima.
Allora, vistosi scoperto, il povero conte pensò che era, per lui, cosa assai migliore quella di non starsene più supino sulla strada, sì che, levatosi, prima in ginocchio, poi sulle tremanti piote, senza pur mai distaccar la mano dalla parte lesa, ristette pien di dubbio e di timore dinanzi a coloro che egli riteneva fierissimi nemici, pronti a fare di lui lo scempio più orrendo.
E così stando, senza trovar parola, continuava nella sua dolorante solfa:
— Oh Dio... Ahiahi!... Ahiahi!... oh Dio!
I sozii, immensamente divertiti dallo inatteso episodio, non la finivano dal ridere. Fu Mostardo che, imposto il silenzio alla masnada, si fece più vicino al conte Polpetta e gli domandò:
— Ma vi ho fatto, dunque, tanto male?
— Oh Dio... sì!
— Dove?
— Qua...
— Nel didietro?
— Credo di sì!
— Fate vedere. Vi cureremo.
Il conte Polpetta si ritrasse pien di spavento.
— No... per carità! Non fate!...
— Ma perchè avete tanta vergogna? Non siamo tutti uomini?
— Io non posso!...
— Non potete?...
Fra l'abbaiar dei cani e le risate dei sozii pareva festa grande.
— Perchè non potete?... — riprese Mostardo. — Avete i calzoni in muratura?
— Non posso!... Oh Dio... ahiahi!... Non posso...
— Via, meno smorfie! — fece Mostardo muovendo un passo innanzi. — Se vi ho ferito, voglio vedere l'entità della ferita.
Allora il conte Polpetta atteggiò la faccia a tale smorfia di comico terrore che anche il Cavaliere non potè trattener le risa.
— Andiamo, conte!... Siete o non siete un uomo?...
Il conte Polpetta, rassicurato meno che mai, continuava a nicchiare.
— Vi assicuro — continuò Mostardo — che nessuno vi torcerà un capello. Ve ne dò la mia parola d'onore. Via... comportatevi da uomo!
— Ma un par mio, non può offendere il proprio pudore anche per una ferita mortale!...
Eccelso fu il baccano che seguì alla risposta del nobile Polpetta e ciò che disse la brigata non è decentemente riferibile. Certo che se Mostardo non avesse comandato ai sozii, il povero nobile avrebbe passato un brutto quarto d'ora; ma il Cavaliere si impose e la cosa non ebbe il seguito che già lo sventurato conte Polpetta si attendeva. Nè ingiustificato era il suo timore, perchè la masnada aveva già lanciato il grido:
— _Facciamolo Papa!_
E sapeva ben lui quale scherzo si fosse quello di _far Papa_ un pover'uomo! Basti dire che le parti le quali entravano in giuoco erano fra le più delicate e preziose, nonchè vergognose.
Il conte Polpetta la scampò perchè il Cavalier Mostardo non volle fosse fatto pubblico scempio dei più o meno utili accessori del povero nobile e di tale delicata attenzione il suddetto Polpetta si mostrò grato al suo protettore, tanto da perdonargli la schioppettata, che si era avuta, d'altra parte, il suo fiero e sconsiderato coraggio.
Quando il duce ottenne un po' di calma; quando tacquero le risate e i lazzi osceni, l'interrogatorio ricominciò:
— Ebbene, se non volete mostrarmi la ferita, salvo sempre il vostro pudore, vorrete almeno dirmi che cosa facevate a quest'ora in campagna e perchè ci avete dato l'_alt, chi va là!_
— Ho difeso il nostro grano — rispose il conte Polpetta.
— Il vostro grano?... E dov'è?... Avete dei poderi, voi?
— Io no; ma la comunità...
— E che cos'è la comunità?
— Sono i nobili dell'_Isola Felice_!
— E voi siete il loro amministratore? — domandò Mostardo.
— Io, sì!
— E... scusate se non vi capisco... da chi volevate difenderlo il vostro grano?
— Dai socialisti.
— Bene. Ma, col coraggio che avete, che cosa pretendevate fare, se fossero venuti i rossi?
— Ero deciso a tutto!
— Infatti si è visto! Ma non importa; questo riguarda solamente voi. Ora ditemi un'altra cosa. Con quali macchine volete battere voi? Con le macchine _gialle_?
— No.
— E allora?
— Noi vogliamo battere coi coreggiati.
Il Cavalier Mostardo spalancò gli occhi e chiese curvandosi un poco per intender meglio:
— Che cosa?...
— Sì, i coreggiati che sono poi le vostre _cerchie_...
— Volete battere con le _cerchie_? E come si chiamano i vostri contadini? E quanto grano raccogliete?
— Tre staia!
Povero modesto conte Polpetta, con le sue tre staia di grano!... Un'altra tempesta di risa lo stordì.
Ma il Cavalier Mostardo non rise più, d'improvviso avvertì la tragica miseria di quel povero uomo che si condannava, nonostante la sua tremenda paura, a passar le notti all'aperto a guardia della sua poca sementa, la quale gli rappresentava forse lo scarso pane di tutto l'anno; che sfidava le ire dei rossi e dei gialli e fermava i pattuglioni, da solo, raccogliendone le belle conseguenze che stava esperimentando, e non volle che nessuno più si prendesse giuoco di lui. Divenne implacabile; sentì che aggiungere la beffa e lo scherno a quella povertà che tentava coprirsi degnamente con gli ultimi suoi cenci, era vile, e da assalitore si tramutò in protettore. Il senso di giustizia che regolava ogni sua azione non poteva consentirgli di veder maltrattato un povero e un debole, si chiamasse pure conte Polpetta. No, si doveva rispettare la misera creatura a guardia di un mucchietto di grano e, per far valere la volontà sua cisa, incominciò con l'afferrare il Cieco di Civitella, il quale accostatosi al povero conte, si divertiva a punzecchiarlo e a fargli paura, e, afferrato che l'ebbe, a gettarlo lungo disteso in mezzo alla strada.
Il silenzio fu immediato. Allora Mostardo parlò.
— Se non foste figli di _buone donne_ e se aveste un cuore, dovreste fare di volontà vostra quello che farò io e cioè prendere sotto la vostra tutela il poco grano di questo magro galantuomo. Se non lo farete vi mantenete pezzi da forca come siete sempre stati fino ad oggi. Avete capito?... Perchè qui non c'è più partito, qui c'è solo un cacume! A me non importa sapere come si chiami questo signore: è un povero diavolo! Volevate _farlo Papa_! Guai a chi si proverà! Dovete sapere che, da oggi, il conte Polpetta è sotto la mia protezione. E basta!
— _L'ha rasôn!_ — mormorarono i sozii.
— Sicuro che ho ragione! Che cosa sono tre staia di grano? Non rappresentano neppure il pane per un anno! Poi guardatelo!... Questo è il coraggio del Papa!... Ti crea un nobile e lo fa morir di fame!...
In così dire, il Cavalier Mostardo aveva tolta la lanterna cieca di mano al Secco e, rivoltala sul pover'uomo, lo illuminò in pieno.
Il conte Polpetta abbassò gli occhi.
Allora lo si vide tutto quanto. Vestiva una palandrana rossigna, tutta a congegnati rammendi, striminzita, slabbrata, sfilacciata ai bordi, con due bottoni mancanti. E camicia non ne aveva, ma portava, con dignitosa cura, un colletto di gomma e un fazzoletto nero che gli teneva ufficio di cravatta e di camicia coprendo quel poco di sparato che la palandrana non poteva coprire. Naturalmente tale colletto, non avendo nessun punto di presa, gli saliva verso la nuca e il povero conte era costretto, a quando a quando, a rimetterlo a posto. I pantaloni avevan le frangie e, per quanto tentassero raggiungere le scarpe, non vi riuscivano, tantochè fra il loro finire e il cominciar della scarpa rimaneva lo stinco ignudo perchè di calze il povero conte non ne aveva. Aveva però le scarpe che erano una rovina veneranda non serbando intatti se non i tiranti che sporgevano come due speroni fuori posto.
Compiva l'abbigliamento una vecchia paglietta rosicchiata dai topi.
Sulla lunga e spettrale magrezza di codest'uomo non erano altri indumenti.
La sua povera faccia rossigna e scarnita non era contrassegnata che da un lunghissimo naso e da un pizzo grigio tenuto con ogni cura. Due occhietti affondati nell'orbita, sotto due folte sopracciglia caratterizzavano quel suo volto fra malinconico e spaurito, con lampi di vecchio orgoglio, soggiogato ormai dalla troppa povertà e dal troppo timor della vita.
Tale era il conte Ildebrando Poldi, detto altrimenti il conte Polpetta.
— L'avete veduto? — domandò il Cavalier Mostardo. — E vi pare sia giusto maltrattare quest'uomo?
— _L'ha rasôn!_ — mormorarono i sozii.
— Sicuro che ho ragione! — Poi, rivolto al conte Ildebrando, domandò: — Dove sono le vostre terre?
— Sono qui.
— Quanti campi sono?
— Un campo e mezzo.
— Chi lo lavora?
— Siamo in quattro!
— E vi dividete tre staia di grano in quattro?
— No, in venticinque!...
— Hai capito? — gridò Mostardo. — E siete in venticinque a mangiare, solo con questo po' di roba?
— Sì... ma ci si _arrangia_.
— Vivete insieme?
— Sì. Nel teatro.
— Nel teatro?...
— Non lo sapete? — domandò il conte Ildebrando, pieno di meraviglia. — Come?... Se è un'invenzione mia!
— Un'invenzione? — domandò Mostardo.
Ma la parte lesa continuava a dolorare al povero Ildebrando il quale, senza pur mai distaccarne la mano, usciva a quando a quando in un appenato:
— Oh Dio... Ahiahi!...
Però non era tanto schiavo del dolore che, posto di fronte a quella che egli chiamava «_la sua invenzione_», non si risentisse tutto, inalberandosi come un cavallo di buon sangue.
— Voi sapete — riprese il conte Polpetta di fronte alla masnada che ascoltava muta — sapete come _la borghesia abbia creato i suoi becchini_; questo l'ha detto Marx. E Proudhon che cosa chiede al proletariato?... Di avere un'idea e di saperla _realizzare_. Ecco il fulcro!... Per cui... Realizzare un'idea vuol dire far camminare il popolo. Il popolo è contro alle caste, e il popolo è la verginità della natura... Ebbene noi, discendenti dell'aristocrazia, diseredati e paria, ritorniamo in seno al popolo; noi portiamo il nostro tesoro mentale ad ausilio del popolo, noi prendiamo la luminosa idea e ne facciamo una realtà contingente. Nobili di nascita, teniamo alla nostra nobiltà la quale si rinverginizza in un principio di comun bene. La nostra idea non è nuova: è nata da trenta secoli!... Ma questo non monta. Trenta secoli per un'idea sono come cinquecentomila anni nella storia della terra! Un sospiro... Per cui!... I più bei genii dell'umanità, da Minosse a Pitagora; da Campanella a Owen sono con noi. L'inevitabile palingenesi sarà nel comunismo. Con la scuola del Lussemburgo noi ci dichiariamo contro qualsiasi «_aristocrazia delle capacità_» sempre dannosa come certissima fontana di nuove disuguaglianze. Noi, pur serbando l'avita nobiltà come ultima innocua tradizione, anzi come segno di novella aurora, ci schieriamo coi Platoni, coi Cabet, coi Sismondi, coi Saint-Simon, infine con il prodigioso insuperabile Carlo Fourier... per cui!... Carlo Fourier ha ideato il _falansterio_ ma gli uomini, al suo tempo, non erano maturi per la realizzazione di questa divina trovata. Noi siamo maturi! Noi abbiamo il nostro _falansterio_ e, da dieci anni, viviamo avendo tutto in comune... Sì, anche la donna!... Anche la donna!...
Il Cavalier Mostardo stava gonfiando le gote, però, volendo serbarsi nella linea pura del suo dispregio per tutto ciò che non riusciva a intender bene, mormorò:
— Ho capito. Anche voi siete uno della Cattedra!
— Io sono un innovatore! — ribattè il conte Ildebrando.
— Ma scusa, che cosa rinnovi, se hai detto che da trenta secoli le tue idee passeggiano per le piazze?
— Sì da trenta secoli e Cristo è con noi!
— Quale Cristo?
— Gesù di Galilea. Uno dei Santi Padri del comunismo.
Il Cavalier Mostardo si limitò a stringersi fra le spalle e a rispondere: