Part 7
— Se voi potete assicurarmi...
— Cosa dite?
— Potete?...
Dio, che occhi e che sguardo a succhiello!... Ella si lavorava quella sua voce come _e' Zaclên_ il suo violino. Ricamava le parole sopra un flauto e aveva sempre ragione lei! Un'anima nuda come quella di Mostardo, si sentiva portar via, si sentiva tutta e nobilmente solleticata. Quelle erano donne, per Bios! E lui che era arrivato, ai suoi cinquantacinque anni senza conoscerne neppure l'esistenza?... Ma guardatela, pare che reciti sempre!... Si sta a sentire con gli occhi e la bocca aperti... e, quando ha finito di parlare e di muoversi, ti rimane dentro un certo nonsocchè... una cosa così curiosa...
Belle donne quelle che aveva conosciute lui!... Pane e formaggio! Erano un surrogato della Vispa Teresa. Venivano a prendere la farfalletta e se ne andavano via. Non c'era complicazione... non c'era la donna, ecco, la donna!... La donna che vi fa rimanere come un'oca, là, a guardarla, a sentirla...
Ella aveva pronunziato quel «_Potete?_...» come se gli avesse data la scossa elettrica. E poi gli aveva messo gli occhi addosso, che se li sentiva camminare dappertutto!
Il Cavalier Mostardo guardò la porta. L'aveva chiusa o no? Sì, l'aveva chiusa.
Allora si chinò ancora più verso la sua bella e mormorò:
— Io posso tutto!...
— Potete garantirmi la vita di madama la marchesa?
— E... se ve la garantissi?...
— Allora...
— Per Bios!...
Si alzò perchè il sangue gli saliva alla testa e stava per commettere una grande sciocchezza. Voleva mostrarsi gentiluomo. Non poteva mica così, su due piedi...
Fece un giro per la stanza; si rivolse. Ninon Fauvétte continuava a sorridergli nello stesso modo, per nulla turbata dal turbamento di lui. Questa allora si chiamava una provocazione bella e buona! Però poteva anche sbagliarsi nel giudizio. Dopo tutto, quella donna era, per lui, un perfetto mistero. Quel sorriso poteva essere anche una forma di educazione e niente più. Che figura ci avrebbe fatta se si fosse lanciato nel vortice delle audacie? E se avesse dovuto ritornarsene come un can bastonato?... Il nostro Mostardo non aveva pratica di donne forestiere e non si voleva mettere allo sbaraglio là dove non riusciva neppure a spiegarsi. Poi voleva che ella avesse la sensazione di aver a che fare con un vero signore e non con un villanaccio. Non voleva essere confuso con Rigaglia, il Cavalier Mostardo! — Fra me e lui c'è una bella differenza! — Così girò attorno alla situazione ambigua e, per voler apparire di un'estrema correttezza, scostò la seggiola senza parere e chiese, ritornando al suo posto:
— Scusi, di che paese è lei?
— Io sono nata a Parigi.
— È parigina?
— Sì, signore.
— Allora, francese?
— Sì, signore.
— Per Bios! Allora è repubblicana! Qua la mano!
E tese il suo manone monumentale nel quale scomparve la piccola mano di lei.
Dio, gli pareva di stringere un'allodola, un beccafico! Sentiva una cosa tanto tepida e morbida che se la sarebbe mangiata! E non si decideva ad abbandonar quella mano che Ninon Fauvétte non aveva, d'altra parte, nessuna fretta di ritirare.
Così stando le cose, l'orizzonte, per un attimo schiarito, si rabbuiò in un baleno. Il nostro Cavaliere accostò ancora la seggiola. Ma, per Dacco! Se non scappa lei devo forse scappar io?... Qui non si tratta più di educazione. Non è poi mica una verginella di quindici anni!... Lo saprà pure come siamo fatti noi altri uomini! Io sono un gentiluomo, sì, sono un gentiluomo, ma non ho mica fatto voto di castità. Il pepe è sempre pepe, e questa parigina ne ha parecchio. Se lei si guarda, ebbene, io mi guarderò; ma se lei non si guarda, non mi guarderò neppur io...
Così veniva ragionando e invermigliandosi il Cavalier Mostardo e la bella Fauvétte l'osservava e si divertiva. Ella sentiva già di averlo tutto in suo potere; era certa di poter disporre di quel colosso, come meglio le fosse piaciuto.
— Dunque — riprese modulando la voce alle più penetranti tonalità: — dunque, voi potete assicurarmi la vita della marchesa?
Mostardo si sporse ancor più. Ora erano quasi a viso a viso. Disse:
— Sentite... io vi assicuro tutto... tutto quanto volete! Da questa notte metterò una guardia al palazzo e una guardia alla persona della marchesa. Due fra i miei uomini più fidati. La marchesa potrà andare, venire di giorno e di notte, sicurissima che nessuno le torcerà neppure un capello. Ve lo garantisco io! Però... io non domando nessuna ricompensa... io non sono un sensale!... Io domando solamente la vostra amicizia!
— La mia amicizia?
— Sì... la vostra amicizia!
— _Mais vous l'avez déjà, mon cher Mostardò!_
— Non chiamatemi Mostardo...
— Come, allora?
— Chiamatemi Giovanni... Gianni... come volete.
— Allora vi chiamerò Jean... _tout court!_
— Sì... così va bene!
Però come si lasciava andare! Non si poteva proprio dire che fosse una di quelle donne sentimentali che vi fanno dannare per niente... e poi se l'hanno a male se non vi accorgete di loro!
— Sentite, Mignon...
— Che cosa?...
— Io vorrei, da voi, una promessa...
— Quale?
— La promessa che verrete a trovarmi ancora.
— Ma non siamo buoni amici?
Ora gli pareva che esagerasse un poco troppo con l'amicizia.
— Sì, ecco... cioè... amici proprio...
— Non vi piace?
— Mi piacerebbe... Sapete, fra uomini e donne, per me, l'amicizia è quasi un cacume!
— Voi vorreste correre troppo!
— Non corro, no! Faccio così per dire. Però voi siete tanto bella...
— Vi sembra?
— Siete tanto bella che... per Bios!...
E dentro era terribilmente combattuto. E si diceva: — Glie lo dò?... Non glie lo do?... — Erano proprio accosto accosto; bastava ch'egli si sporgesse ancora di quattro o cinque centimetri e la cosa era spacciata; e quei quattro o cinque centimetri costituivano, per lui, un tremendo problema. Non si era sentito mai tanto timido in vita sua; mai aveva sofferto di tanta peritanza di fronte a una donna.
— Mignon... io provo, per voi, un nobile sentimento.
Ella non rifiatò. Era piuttosto vermiglia.
— ... un nobile sentimento, e...
E i quattro centimetri furono superati ed egli sentì, sulle prime, la delizia del bacio di lei.
Sulle prime, sì, perchè, dopo, ebbe in bocca un certo sapore...
— È permesso?
Qualcuno bussava alla porta.
— Chi è ancora questo seccatore?
Si accostò all'uscio e gridò:
— Chi è?
Una voce rispose:
— Siamo noi!
— Voi, chi?
— Trancia e compagnia.
— Va bene. Vengo subito.
— Fate il vostro comodo.
Il Cavaliere ritornò presso Ninon Fauvétte.
— Mi perdonate?... Sono giorni terribili, per me. Non potrò dormire per una settimana intiera.
— _Mon pauvre Jean! Je m'en vais... je m'en vais._
E raccolse da una seggiola i guanti e il ventaglio.
Mostardo non poteva risponderle perchè non aveva capito niente.
— Spero rivedervi molto presto.
— Sì, verrò.
— Quando?
— Verrò, verrò...
E fece per avviarsi verso la porta dalla quale era entrata.
— Non di lì! — gridò Mostardo.
— Perchè? — domandò Ninon Fauvétte meravigliando.
— Perchè da quella parte ci sono gli uomini!
— Quali uomini?
— I miei uomini. Quelli che adopererò questa notte.
— E non si possono vedere?
— Per carità! Non ci mancherebbe altro!...
— Ma perchè?
— Sono gentaccia. Non voglio che vi vedano.
— Ma vorrei ben vederli io!
— Un'altra volta... sì... un'altra volta! Oggi è troppo tardi; poi non c'è da fidarsi! Venite, venite per di qua.
Ninon Fauvétte non potè insistere e seguì Mostardo che la fece uscire per una porticina, poi la condusse per mano attraverso qualche stanza buia finchè non si trovarono alla porta delle scale.
Prima di lasciarla il Cavalier Mostardo volle essere ancora corretto; si inchinò con bel garbo e disse:
— Vi ringrazio di essere venuta... Spero ritornerete presto... Ricordatevi ch'io vi tengo in mezzo al cuore!...
— Voi siete ben gentile!... — rispose sorridendo Ninon e abbandonò ambo le mani fra quelle poderose di Mostardo.
Allora egli la trasse a sè un poco più, sempre un poco più fin ch'ella non gli si abbandonò sul petto.
La bocca di lui ritrovò quella di lei e fu un pateracchio combinato.
E stavano così bellamente dimenticando l'intero universo, assorti nel particolare còmpito del bacio, quando i sette manigoldi, che si eran fermi nella stanza vicina, incominciarono a berciare, a strepitare, a bestemmiare che pareva dovessero finirsi fra di loro in men che non si dica ave.
Ninon Fauvétte fece un viso pien di spavento e, aggrappatasi al nostro Mostardo, gli domandò tremando:
— Mio Dio, che cosa succede?
Allora egli l'abbracciò stretta e tenendola così, la faccia inchina su quella sua dolce creatura, le mormorò:
— No, poverina, non aver paura che non è niente!
— Ma non sentite?
— Sì... sono i miei uomini.
— Si ammazzano!
— Ma no, poverina!... Discorrono. Forse parleranno di politica!
Ed, ahi! che il discorso dei manigoldi degenerò di un subito in un qualcosa che al Cavalier Mostardo parve tremendo!
Infatti, in un momento in cui le voci stavan per volgere alla calma, si udirono prima due, poi quattro, poi sei suoni che chiameremo assolutamente ingiustificati ed altrettanto inarticolati. Suoni plebei, se così vuol dirsi, di non dubbia origine e imputati a vergogna dalle persone civili. Il povero Mostardo non avrebbe voluto aver udito; si invermigliò fin sulla fronte; tossì, guardò il soffitto. Urlò verso la stanza attigua un:
— Vergogna!... — che parve un terremoto; poi, presa sotto braccio Ninon Fauvétte, le disse:
— Andiamo... andiamo...
E la trascinò giù per le scale.
Egli sapeva bene di che fossero capaci quegli avanzi di galera. E proprio il giorno in cui incominciava a costruire la sua nobile vita gli capitava una simile porcheria! Che ne avrebbe pensato Ninon?... Non si arrischiava neppure di levarle gli occhi in volto.
— Perdonatemi, Mignon...
Ella lo guardò con la più semplice aria del mondo e la più pura:
— Perchè dovrei perdonarvi?...
— Proprio... non ne ho colpa io...
— Ma di che?...
— Oh Dio!... di tutto quello che abbiamo sentito...
— Ma io non ho sentito niente!
La guardò ammirato. Come si capiva che era di razza! Quale educazione!... Ella non aveva sentito perchè non doveva aver sentito. Dopo tutto, era un riguardo verso di lui. E lui, sempre bestia che non capiva certe sfumature!...
— Capisco, è una bella finezza... — mormorò — e ve ne sono grato. Però vi prego di non credere che la mia casa sia così tutti i giorni...
Ella scoppiò a ridere. Ciò gli dette tanto conforto che si chinò a baciarla ancora e più lungamente.
Poi le aprì la porta e la fece scivolare nell'ombra.
Quando fu partita, si passò una mano sulla bocca e sputò.
Curiosa!... Non aveva mai dato o ricevuto baci che gli avessero lasciato un sapore simile...
Sapevano di glicerina!
Chiuse la porta e, chi ti vide quando si rivolse?
Rigaglia!...
Rigaglia era piantato là, in mezzo all'entrata e sorrideva ammiccando.
La cosa non piacque punto a Mostardo. Chiese al suo domestico nemico, con l'aria più burbera che si avesse:
— Che cosa facevi là?
— La cena è pronta — rispose Rigaglia, tranquillo tranquillo.
— E avevi bisogno di venir qui a dirmelo?
— Vi ho cercato dappertutto...
— Questa non è una buona ragione! Poi sapevi che avevo una visita!
— Sì.
— E allora?
— Allora credevo che cenaste insieme!
— Tu non devi creder niente, hai capito?
— Che cosa c'è di male?
— E non devi aver veduto niente!
— Bella roba! Per un bacio...
— Ma non devi aver veduto niente!
— Sì.
Mostardo fece qualche passo.
— E non ti venga più voglia di venire a chiamarmi a cena quando sono con delle signore!
— Sì.
— Sì un corno!... Si dice sissignore!
Rigaglia annuì col testone. Domandò poco dopo:
— Cenate questa sera?
— Adesso non ho tempo.
— Ma la roba va a male...
— Lascia che vada all'inferno!
Il Cavaliere salì le scale. Rigaglia proseguì per l'entrata. Disse quest'ultimo, quando fu tutto solo:
— Quell'uomo, fra le donne e la politica, si ammazza. Bel gusto, proprio adesso che è un signore!...
Ma Rigaglia non concepiva l'Idea.
Entrò nella stanza sbattendo l'uscio con tale violenta che poco mancò non lo riducesse in pezzi.
Gli otto sozii videro la bufera e si affrettarono a non far più parola.
Mostardo non levò gli occhi in faccia a nessuno; si diresse alla scrivania e sedette.
Trascorse un silenzio che pesava più che piombo.
— Io vi domando solo, dove credete di essere?...
Gli otto sozii si guardarono in faccia e non capirono.
— Perchè? — domandò timidamente il Trancia.
— Rispondetemi. Dove credete di essere?
— Ma... in casa vostra...
— In casa mia, non è vero?
— Sì.
— In casa di una persona bene educata?
— Sì.
— E allora, se sapete di essere in casa di una persona bene educata, perchè vi comportate come se foste nelle stalle dove siete nati?
I sozii non capivano o facevan le finte.
— C'è proprio bisogno che mi spieghi?... — E aperto il cassetto della scrivania ne estrasse un pistolone del tempo del Papa. — C'è bisogno che mi spieghi?... — ripetè oscurandosi talmente in viso che il Trancia tese una mano verso la pistola e mormorò:
— No... non c'è bisogno!...
— Adesso fate gli umili, è vero?... Adesso!... Ma quando ero di là con una signora eravate arroganti, allora!... e avete convertita la mia casa in un porcile!
— Ma che cosa abbiamo fatto? — domandò il Giovinaccio.
— Vuoi anche saperlo? — e Mostardo si alzò dalla poltrona.
Di un balzo fu sul malcapitato, lo afferrò per le braccia, lo sollevò come se fosse uno sigaro, lo fece girar per l'aria due volte e si accostò alla finestra aperta.
I sozii guardavano impietriti e non osavano aprir bocca. Essi sapevano bene di che fosse capace il Cavalier Mostardo quando una cosa gli andava di traverso; conoscevano la sua forza prodigiosa e si guardavan dall'intervenire. Mostardo era buono a spacciarli tutti quanti se lo acciecava la sua violenza; era adunque meglio lasciarlo fare e raccomandarsi a Dio per l'anima del Giovinaccio.
Ora la finestra di quella stanza si apriva sopra un'ampia e ben colma concimaia.
In un balzo Mostardo fu alla finestra, tenendo saldo fra le mani robuste l'uomo che si divincolava e urlava. Ad un tratto lo sollevò e lo tenne sospeso nel vuoto per il solo tempo in cui gli disse:
— Guardala!... Quella è la tua casa!...
Poi lo scagliò nel vuoto.
Si udì un tonfo sordo e le voci dei sozii che mormoravano:
— L'ha ammazzato!...
Il Cavalier Mostardo ristette un attimo a guardare. Quando fu certo del fatto suo, si rivolse e disse:
— Sta meglio di me e di voi. Gli ho data la lezione che si meritava.
E ritornò alla scrivania, e sedette in pace, contento ormai di essersi spiegato. I sette restanti eran doventati come tanti agnelli.
Il Cavalier Mostardo aveva bisogno di essere ubbidito e sapeva come farsi ubbidire.
— Venite fuori voi, Trancia, e voi Giovannone.
I due uomini si tolser dal gruppo con mirabile prestezza.
— Voi dovete rendermi un servizio particolare.
— Anche cento! — risposero ad una voce Trancia e Giovannone.
— No, basta uno. Ed ora vi dirò di che si tratta.
Premette lungamente il bottone del campanello elettrico che aveva a portata di mano.
Si presentò Rigaglia.
— Avete suonato?
— Sì. Portami qua i due vestiti neri e le due pistole che sono nella camera dei forestieri.
Rigaglia uscì e ritornò con i vestiti e le pistole
— C'è tutto? — domandò Mostardo.
— Sì.
— Posa lì, sul sofà.
Rigaglia si ritrasse in un angolo.
— Trancia e Giovannone, quella roba è vostra. Vestitevi.
Il Trancia e Giovannon della Piva non se lo fecero dir due volte. Si scambiarono un'occhiata soddisfatta e in un baleno furono nudi. Fecero un involto dei cenci che si erano tolti d'addosso e lo gettarono fuori dalla finestra.
— Ed ora a noi! — fece Mostardo rivolto ai restanti compagni. — Ora voi andrete con Rigaglia. Troverete nella camera dove vi condurrà tutti i vestiti pronti. Perchè non nascano contestazioni, ogni vestito ha un cartello e un nome. Tu, Rigaglia, li chiamerai ad uno ad uno e darai loro il vestito che ho loro destinato. Troverete anche l'acqua per lavarvi. Fate presto. Via!
Rigaglia si mise alla testa e la masnada dietro. Erano appena usciti che la porta si riaprì e comparve il Giovinaccio. Forse Giobbe sullo sterquilinio non aveva un aspetto diverso.
Mostardo lo guardò e scoppiò in una risata. Poi disse:
— Va' di là coi tuoi compagni. Marsc!
Il Giovinaccio scomparve fra le risa del Trancia e di Giovannone.
Fu fatto silenzio.
— Sentite, ragazzi — riprese Mostardo. — Voi dovete rendermi il servizio più grande!
— Per quello che siam buoni, eccoci qua!
— Io ho preso un impegno; un impegno di onore e voglio far fronte alla parola che ho data. Se voi saprete fare, sarete contenti di me. Conoscete la marchesa Alerami?
— Chi, la clericale?
— Clericale o no, questo a voi non deve importare, per adesso! — e sottolineò le ultime parole. — Per adesso noi non vogliamo vedere che una signora, e cioè una donna. Mi spiego?... Dunque questa donna è stata minacciata nella vita, forse dai suoi contadini _rossi_. Può darsi che qualcheduno abbia intenzione di spararle nel petto e questo non deve essere! Capite, ragazzi? _Non deve essere!_ Io ho pensato a voi. Voi non avrete, in questi giorni, altra occupazione se non quella di guardare il palazzo Alerami e di seguire la marchesa o il marchese quando usciranno dal palazzo. Ci sono due biciclette a vostra disposizione e, tanto per cominciare, venite qua...
Tolse dal portafoglio due biglietti da cento e continuò:
— Questo è per te, Trancia... e questo è per te, Giovannone. Va bene?...
— Cavaliere — fece il Trancia — non c'è _rosso_ che tenga!... Se non ci ammazzano, alla marchesa non debbono guardare neppure alla polvere delle scarpe!
— E voi sapete chi siamo! — soggiunse Giovannone.
— Così mi piace! — riprese Mostardo. — E, adesso, non una parola ai compagni di quanto ho detto. Siamo intesi?
— Va bene.
Si levò dalla scrivania e si accostò ai due sozii.
— Fatemi vedere come state, vestiti a nuovo.
Li sbirciò dal capo alle piante, li fece rivolgere da tutti i lati e disse:
— Non c'è male. Non siete stati mai tanto belli in tutta la vostra vita!
— Ce lo lascerete questo vestito?
— Secondo come vi porterete.
— Se è solamente per questo! — fece Giovannone.
— E quando dobbiamo incominciare il servizio? — domandò il Trancia.
— Subito.
— Va bene. Possiamo darci un turno?
— Fate voi. La responsabilità è vostra.
— D'accordo.
— Resta inteso che ogni sera verrete a farmi rapporto.
— D'accordo. Ma se ci capita di sparare, dobbiamo sparare?
— Senza pietà!
— E... non ci condurranno _dentro_?
— A questo penserò io. Mi rendo garante della vostra libertà. Non potranno farvi niente perchè non sarà che un episodio della lotta fra Capitale e Lavoro.
— Va bene. Arrivederci.
— Arrivederci. Le biciclette le troverete vicino alla stalla, nel cortile.
— Dobbiamo prenderle?
— Prendetele. Un momento. Non pensate di involarvi perchè io sono uomo da raggiungervi anche in America!
— Cavaliere...
— Bene, bene!... Adesso filate.
Come i due sozii furono scomparsi, il Cavalier Mostardo uscì dallo studio, serrò la porta a chiave e si diresse alla stanza dov'era raccolto il resto della brigata. Entrò che i bei compagni facevano un baccano indiavolato. Non appena comparve Mostardo regnò un silenzio da chiesa.
— Che cosa è stato? — domandò il Cavaliere.
— Niente.
— Siete pronti?
— Sì.
— Allora andiamo.
A vederli così vestiti: chi col fondo dei pantaloni che gli scendeva come una borsa; chi con certe braghesse nelle quali diguazzava come in un pallone; chi annegato in una giacca monumentale o costretto in un farsettino tanto striminzito da non potervisi rimuovere, chi li avesse veduti, quei bei campioni, non avrebbe trattenuto le risa. Ma Mostardo aveva ben altro per il capo. Si avviò innanzi e la masnada gli tenne dietro in silenzio. Furono in una stanza a terreno. Mostardo distribuì le biciclette, gli schioppi e le cartucciere; poi si armò a sua volta.
— Venite anche voi? — chiese l'Affogato.
— Sì — rispose Mostardo.
— Bene! Allora sì che faremo bufera!
Uscirono nel buio. Mostardo ebbe cura di spegnere tutti i lumi. Mandò fuori i sozii e, prima di chiudere la porta, disse a Rigaglia:
— Se viene qualcuno a cercarmi, io sono a letto e dormo.
— Sì signori... — fece Rigaglia.
Poco dopo filavano in bicicletta nel buio della notte.
CAPITOLO VIII.
_E qui si vede come si iniziasse la battaglia delle aie._
Non appena furono sulla Piazza col Pi grande, il Cavalier Mostardo, sempre agile, saltò dalla bicicletta e, levando un braccio, gridò:
— Alt!
I sei sozii furono fermi di botto.
— Adesso — incominciò Mostardo — prima di buttarci alla campagna, bisogna sapere che cosa ha fatto Borgnini.
— Chi?... Epaminonda?... — domandò il Secco.
— Proprio lui! — rispose Mostardo. — Di Borgnini non bisogna fidarsi. Quello può farci qualche brutta improvvisata. Te, Affogato, vien fuori. Andremo insieme all'Osteria del Gallo. Voi altri aspettateci sotto al campanile. Senza muovervi, siamo intesi? Potremo tardare mezz'ora.
— E se vi aspettassimo all'Osteria del Tacchino? — domandò il Cieco di Civitella.
— Già! Per prendere una sbornia e, dopo, la faccio io la ronda, è vero?... Sotto al campanile c'è da mettersi a sedere. Aspettateci là. Noi vi lasciamo anche le nostre biciclette. Di qui all'Osteria del Gallo ci sono due passi e andremo a piedi.
Si spiccarono dal gruppo e se ne andarono via.
La notte era chiara. Dalla Torre del Comune suonarono le ore. Il Cavalier Mostardo incominciò a contare:
— Uno... due... tre... — E, quando l'orologio ebbe battuto l'ultimo tocco, conchiuse: — Porco Dacco, sono le dieci!... È tardi e bisogna spicciarsi!
— Che bisogno c'è di far presto? — domandò l'Affogato.
— C'è il bisogno che c'è! O per Bios!... Se te lo dico io, è segno che lo so!
Mostardo abusava di simili risposte piene di convinzione. L'Affogato si accorse che non c'era altro da domandare. Però ebbe un dubbio ancora:
— Scusate... andiamo all'osteria con lo schioppo?
— Sicuro!... Perchè?...
— Perchè... non diranno...
— E che devono dire?... Lo schioppo l'abbiamo preso per farlo vedere e non per nasconderlo.
— Già... ma può essere una provocazione.
— Ecco!... Precisamente!... Una provocazione!... E non è quello che voglio?... Di un po': andiamo a caccia di beccafichi o siamo fuori per tirar nel petto alla gente, se ce ne è bisogno?
— Lo saprete voi!
— Sicuro! E perchè lo so io ti dico che, se hai paura, puoi prendere su il tuo trentuno e andar a pescare i ranocchi.
— Io, paura?
— Benone! E allora avanti e forza!
Erano giunti alla porta dell'osteria. Mostardo si fermò prima di entrare.
Speculò qualche minuto dietro i sudici vetri, per vedere chi era dentro. Raccolse le mani agli angoli degli occhi; mormorò qualche incomprensibile parola. L'Affogato aspettava, senza dir niente. Dopo un lungo e maturo esame, il Cavalier Mostardo si levò sul torso e disse:
— Sì, ci sono tutti!
— Tutti, chi?
— Borgnini e i suoi compagni. È certo che combinano il piano per questa notte. È meglio che io non mi faccia vedere e te neppure...
— Allora?
Il Cavaliere pensò un poco e disse:
— Bisognerebbe mandare Rigaglia.
— E perchè Rigaglia?
— Perchè quello non dà sospetti. È sempre per le osterie.
— Volete che vada a chiamarlo?
— Sì... no, aspetta. È meglio che vada io.
— E perchè volete andar voi?
— Ma tu non conosci Rigaglia! Quel testone è buono di non volersi muovere se non vado io. Ha paura di compromettersi. Vieni con me. Mi aspetterai sulla porta. Siamo a quattro passi.
Andarono. Mostardo trovò Rigaglia che era nella sua tana e si disponeva a ficcarsi fra le lenzuola.
— Ho bisogno di te.
— Cosa volete?
— Devi venir fuori.
— Io?... — Inarcò le ciglia, spalancò i piccoli occhi, si puntò una mano sul petto. Apparve pien di timorosa peritanza.
— Non importa che tu abbia paura, vigliaccaccio! Non ti porto a far le schioppettate, va' là! Non ti ci porto. Farei un bell'affare! Ma ho bisogno di te. Presto, vien via!
— Ma io sono stanco!