Part 6
Ah, policrome fantasie birbone!... E vestiti galeotti alle domenicali condiscendenze!...
Sulla porta si fermò guardandosi le scarpe dalle stringhe verdi. Infilò il cappelluccio (_e' sgumarlin_) sul nerbo di bue (un bel nerbo alla copale nera e diritto... Domine giusto!...) e ancora guardò Mostardo.
— Del resto voi non sapete quello che so io!...
— Cosa sapete?...
Bucalosso ritornò.
— _Me a ve dégh parchè a só lièl!_ (Ve lo dico perchè sono leale!)
— Avanti.
— _Al cnusiv Burgnini_... conoscete Borgnini Epaminonda?... _Quel dla seda?_...
— Il mercante di seta?
— Sicuro. _Hai savùto_ che questa notte Borgnini _mandirà_ in giro _i suoi vuomini_ a far _pavura_ ai _cuntadèn_!...
— No!...
— _C'an véga piò la faza di mi burdèll!_... Che non _vèga piò la fazzia_ dei miei _bordelli_!
— E dove li manderà?
— Dalla collina alla valle.
— Troppa roba.
— Sono in _biciacletta_ e _hano_ la _schioppa_!...
Il Cavalier Mostardo si concentrò. La lotta si delineava sempre più aspra. Ora si ricorreva all'intimidazione. I contadini, presi ad uno alla volta, non avrebbero certo resistito, si sarebbero compromessi e Mostardo voleva salvarne sopra tutto la compagine. Non ch'egli avesse soverchia fede in quella massa statica, ma era questione di principio. Il principio!... L'idea!... E sebbene nel suo remoto fondo di uomo onesto e idealista sentisse che anche la nuova battaglia poco aveva a che fare con le pure fonti alle quali aveva abbeverata la sua giovinezza, sebbene fosse convinto che _gli uomini della Cattedra_, i nuovissimi dirigenti del partito facessero quotidiano strazio di quella repubblica vagheggiata già negli anni come fine supremo, egli non abbandonava il campo. Taceva ed agiva. Intanto si trattava di rompere l'odiosa alleanza dei partiti popolari.
L'unione annegava la repubblica nel socialismo.
— Tutto per loro e niente per noi, quei versipelle!... Sì, fratelli!... Fratelli un corno!... Egli era per le vie separate.
Comunque fosse, bisognava dimostrarsi, data l'occasione, più abili, più pronti e più forti.
— Va bene — riprese. — E voi dove sarete questa notte?...
Finalmente Bucalosso si sentì fiero e contento.
— Sarò _indove_ mi _mandirete_.
— Mi promettete di non far sciocchezze?...
— _Zvan al savì_... lo sapete... basta la parola!
— Quanti uomini potete avere con voi?
— I miei _bastardi_. Siamo in sette...
— Basteranno?...
— Giovanni!!! — fece Bucalosso.
— Avete la bicicletta?
— Tutti!
— E lo schioppo?
— _Abbiame la schioppa e la biciacletta!_
— Allora ci pensate voi?
— _Quà la mân!_... — esclamò Bucalosso tendendo la sua ceppaia inanellata.
— Badate che non venga morto qualcuno. È troppo presto, adesso!...
— _A me dsì cun me?_... Me lo _dicete con io_?
— Con voi, sì! Non vi ho detto che non voglio sciocchezze?
Allora Mostardo si levò per accompagnare Bucalosso. Quando furono sulla porta il Cavaliere disse:
— Vi aspetto domattina, all'alba, quando tornerete dal giro. Prudenza, eh?...
— Sì, _prudenzia_!... _Mo si l'averano_ loro, _pardio_!...
E si strinsero l'enorme mano dabbene, con relativi anelli.
CAPITOLO VII.
_E qui agisce per la prima volta la consumata Ninon Fauvétte, fior di Parigi._
Da tutte le chiese della Città del Capricorno suonò l'avemaria. Si udiva stridere qualche rondine.
Il Cavaliere passeggiava pensosamente lungo il cortile: le mani dietro le reni e il capo basso.
Per Bios!... La faccenda si faceva seria! Gli avevano riportato ciò che stavano preparando i braccianti e non c'era da stare allegri. Bisognava giuocare tutto per tutto; buttarsi nel l'impresa corpo ed anima; rischiar la pelle.
La pelle se l'era giuocata quaranta volte forse, ma in tempi diversi. Ora che stava per cogliere i frutti della sua fatica, gli seccava un pocolino di fare l'ultima capriola.
Morire per l'Idea?... Ottimamente, ma se fosse stato possibile farne a meno era forse cosa migliore.
L'Idea lo aveva trovato sempre discepolo fervido e pronto; dunque?... C'era forse qualcuno che potesse affermare ch'egli avesse mai cambiato gabbana?... Questo qualcuno non esisteva nella Città del Capricorno e altrove. Il Cavalier Mostardo e la Repubblica eran tutt'uno; chi diceva Repubblica diceva Cavalier Mostardo.
Per Bios, l'Idea!...
— _A soia un vigliach, me?_
Sono un vigliacco, io?... Dal fondo della sua coscienza saliva un «_No!_» monumentale. Non era egli stato sempre in prima linea, sempre un _fuorisacco_ autentico?... E se c'era stato da gridare: — Abbasso il Re! — chi l'aveva gridato per primo?... Lui! Sempre lui!... Questi sono titoli! E nelle _confusioni_, nei tentativi di rivolta, chi aveva preso la doppietta ed era disceso in piazza per primo? Il Cavalier Mostardo!
— _Hóia fatt par ridar?_
_Ho fatto per ridere?_... C'era tutto un passato luminoso. Egli era una tradizione. Ma ora le cose si complicavano un poco troppo. Non c'era più da combattere con l'insulso moderatume e con l'odiato clero: veniva innanzi una forza nuova, bene organizzata, violentissima: le Leghe rosse, la Camera rossa, il Socialismo insomma.
Il Socialismo!... Quante volte aveva meditato su questo _partito dei versipelle_ e aveva sempre conchiuso:
— _L'è una bela vigliacarì!_
_È una bella vigliaccheria!_... Perchè se lui, putacaso, fosse stato _grasso borghese_ glie l'avrebbe fatto vedere, ai socialisti, come si faceva a metterli a posto!...
— Ah, tu vuoi venire dove sto io?... Ah, tu vuoi prenderti la roba mia e vuoi anche impiccarmi alla lanterna?... Ah, io sono un ladro?... E tu che cosa sei, allora, se vuoi portarmi via quello che ho?... Vuoi fare ai pugni?... Avanti! Vuoi fare alle coltellate?... Avanti!
Così si doveva dire e in piazza e nei comizi, per Bios! Ma il borghese era una viltà consacrata; un pidocchiume sentimentale. Non aveva imparato che l'arte di tremare e di raccomandarsi al Governo.
— _E Gvéran?... Chsèll e Gvéran?_
Il Governo?... Che cos'è il Governo?... Ma se domani, porco Dacco! io sono in casa mia e vogliono venire a mandarmi via, devo forse aspettare il Governo in mezzo alla strada? Ma nossignori, ma nossignori! Si prende la sua brava schioppa e si tira nel petto ai versipelle! Così si fa, quando si ha un po' di coraggio civile!... Ma i borghesi, per scappar sempre, per aver sempre paura, avevano fatto diventar leoni anche le pecore.
Anche Rigaglia!
E il Cavaliere rise nella quietudine del suo cortile.
Ormai era buio. Sentì la cavalla annitrire.
— Vuoi scommettere che non le ha dato da bere?
Si infilò nel piccolo andito che conduceva alla stalla. Quando aprì la porta, la cavalla annitrì di bel nuovo.
— Hai sete, povera Carlotta?...
L'aveva chiamata Carlotta, in onore di una sua donna che gli era stata in casa tre mesi.
Aveva sete. Le portò due grandi secchie d'acqua. Poi le mise innanzi una bella bracciata d'erba.
— To', mangia, poverina!...
Ritornò nel cortile. Ma che cosa faceva Rigaglia? Dov'era il brutto testone? Ci si poteva dimenticare di Carlotta in quel modo?... E si propose di dargli una lezione non appena lo avesse veduto.
Ricominciò la passeggiata da muro a muro. Fra poco sarebbero giunti il Trancia ed i sette sozii. Tutto era pronto: vestiti, schioppi, biciclette. A quell'ora aveva anticipato cinquemile lire che il Partito doveva rimborsargli.
Ma per il danaro poco gli importava; era sicuro del fatto suo; era l'incerto domani che lo rendeva pensoso. Perchè bastava che i _rossi_ fossero riusciti ad impiantarsi con una trebbiatrice _rossa_ in un'aia dei _gialli_ e la vittoria era perduta. Ed egli sapeva che i _rossi_ avevano organizzato un vero esercito pronto a qualsiasi battaglia.
— Ma non importa! Dì che vengano avanti!
Trinciò l'aria con un gran gesto e pronunziò ben forte queste ultime parole. Così si dava coraggio. Poi voleva uscire da quello stato di dubbiosità infelice.
— Io non sono disposto a farmi montare sui piedi! Porco Dacco!... _As guardarên in tla faza!_... (Ci guarderemo in faccia!)
In quel momento entrava Rigaglia.
Rigaglia aprì la porta del cortile e si fermò inebetito a sentire che il Cavaliere parlava ad alta voce. Lo guardò un poco e scoppiò a ridere.
— _Ch' sit da ridar, brott insansè?_ (Perchè ridi brutto imbecille?)
Rigaglia chiuse la porta e fece due passi nel cortile. I suoi scarponi ferrati stridettero sui ciottoli.
Il Cavalier Mostardo lo squadrò dal capo alle piante.
— Dove sei stato?
— Perchè?
— Rispondi! Dove sei stato?
— Oi, ero qui dalla Mezzalana.
— A far che?
— Ho bevuto.
— Bravo il porco!
— Oi, non si può bere un mezzo litro?
— Ma prima di ubbriacarti...
— Io non sono ubbriaco!
— ... prima di ubbriacarti dovevi pensare alla Carlotta!
Rigaglia tacque.
— Vuoi farla morire quella bestia?
Uguale silenzio.
— È meglio tu stia zitto, sì!... Guardate in che stato si presenta?... Ubbriaco duro!... Non ti vergogni?
Infatti Rigaglia andava pensosamente in cerca del suo centro di gravità.
— Solo per chi ti vede!... Io non so chi mi tenga dal prenderti per il colletto e dal buttarti in mezzo alla strada!
Rigaglia si guardava gli scarponi.
— Non te l'ho già detto che non voglio? Con chi parlo io, eh?... Non mi capisci? Te lo devo spiegare in un altro modo? Vuoi che prenda un bastone e te lo rompa sulle spalle?
E Rigaglia sempre zitto. Quando aveva bevuto, il figlio di Puffone, parlava ancora meno di quando era schietto.
— Be'... va via!
Rigaglia si avviò ma il Cavalier Mostardo lo fermò a mezzo.
— Dimmi un po': chi è che comanda in casa mia?... Sei tu o sono io?... Rispondi: chi è che comanda?...
L'aveva preso per la giacca e lo scuoteva come se fosse stato uno scendiletto.
— Lasciatemi stare...
— Rispondi dunque!... Chi è che comanda?
— Siete voi!
— E se sono io, allora, brutto testone, quante volte te lo devo dire che non voglio vederti con le scarpe coi chiodi!...
Rigaglia si guardò le scarpe e mormorò:
— Sono pur belle!
— E non lo vuol mica capire che la mia casa non è una stalla!... Bada che non te lo debba ripetere un'altra volta perchè lo sai che non ho troppa pazienza!... Lo sai!...
Come Rigaglia si sentì libero, riprese la strada della porta.
— Hai capito? — gli gridò dietro Mostardo.
Rigaglia scosse il testone grugnendo:
— _Mo_ sì!
— E allora se hai capito vai a togliertele subito, perchè questo è un vero cacume!
Allora Rigaglia s'inchinò ancor più a guardarsi gli scarponi e, scuotendo la grande testa a disapprovare, mormorò:
— _Un'è vera c'al sia un cacume!_
E si tirò dietro l'uscio chè sentiva una troppo fiera tempesta sopravvenire.
Il Cavalier Mostardo ristette un poco a guardar l'uscio che si era richiuso dietro l'ombra del suo domestico nemico e, per la terza volta, riprese la passeggiata da muro a muro.
Ormai si faceva notte. Il Trancia e i sette manigoldi poco potevan tardare. Mostardo stava in pensiero:
— Per Bios, questa volta mi sono messo in un brutto impiccio!...
E, con la notte, la sua peritanza acquistava sempre maggior volume. Gli venne in mente Spadarella. Che avrebbe fatto la povera bambina se lo zio Giovanni fosse morto? Sola fra le insidie del mondo, come un uccellino quando casca dal nido..
Mah!... Ormai non si poteva più rimediare. Era troppo tardi.
— Però... però... — pensò il Cavalier Mostardo — però potrei sempre ammalarmi! Alla mia età ci si può ammalare! Rimango a letto... Mi viene una bella sciatica... e chi si è visto, si è visto!...
L'idea gli parve buona. Una bella sciatica poteva salvarlo e perchè non farsela venire?... Allungò i passi; il cortile gli era diventata una gabbia.
La luna spuntò di sopra ai tetti. Faceva tanto chiaro che pareva nascesse l'alba.
Dopo tutto, anche se il Partito mormorava, poteva anche infischiarsene del Partito. Non aveva bisogno di nessuno, lui; era ricco. Ma perchè doveva essere sempre il Cavalier Mostardo nelle peste? Perchè sempre lui dove c'era da prendere una schioppettata o da darla?... L'onorevole, no, che non si metteva in tali arrischi; e nemmeno l'avvocato Suasia, nè tutti gli altri signori della Cattedra.
— Che cosa sono io: il somaro della compagnia?
E quasi quasi aveva deciso e stabilito tutto il piano della solenne ritirata, quando ad un tratto, essendo la luna più alta e più illuminato il cortile, un sonorissimo:
— Chicchiricchiiiii!...
lo scosse e lo tolse bruscamente dalla sua meditazione. Il gallo Francesco aveva cantato: il discepolo di Rigaglia. Però il Cavalier Mostardo pensò a un altro canto di gallo; pensò a un celebre tradimento e si vergognò!
— Per Bios, dovrei nascondermi mille miglia sotto terra!...
Rifece a ritroso la strada percorsa e si insolentì con opulenza.
— Sono un porco! Sono una grandissima carogna!... Dovrebbero prendermi e svergognarmi; dovrebbero mostrarmi alla gente come il più gran vigliacco del mondo! Sono discorsi da fare? Ho data o non ho data la parola?... E allora se hai data la parola devi mantenerla! Ti chiami Rigaglia o Mostardo? E non ti vergogni di ragionare come hai ragionato? Non ti vergogni di far vedere che hai paura? Non importa che tu cerchi scuse: hai avuto paura!... E adesso poche chiacchiere: avanti, e succeda quel che vuol succedere! Tu sarai sempre in prima fila. Si dovrà dire: — È stato il Cavalier Mostardo!
Così si veniva catechizzando quando il gallo Francesco cantò per la seconda volta. Allora il Cavaliere si rivolse indispettito, tese un braccio verso il pollaio e gridò:
— _Cânta, cânta!_... _Ai pinsarò me a tirètt e' coll!_... (Canta, canta!... Ci penserò io a tirarti il collo!...)
Stava per rientrare. La porta del cortile si riaprì e comparve Rigaglia.
— Che cosa c'è di nuovo?
— C'è una donna.
— Una donna? E quale donna?
— Io non lo so.
— Non ti ha detto il nome?
— Ha masticato qualche cosa che non ho capito.
— Sfido, io... Sei ubbriaco!
— _Mo_ che cosa c'entra?... È una donna che parla _foresto_!
— Parla forestiero?...
Il Cavalier Mostardo incominciò per allibire, poi si mise le mani fra i capelli.
— Ma che cosa mi hai fatto ancora?... Dove l'hai lasciata?
— È sulle scale.
Rigaglia non perdeva mai la sua calma.
— Sulle scale?... — urlò Mostardo — Una signora forestiera me la lasci sulle scale?...
— Dove volevate la portassi se non capivo niente?
— C'è bisogno di capire, brutto somaro? Per chi l'ho fatto io il salotto: per te, forse?... L'ho fatto per la tua sudiceria?...
Rigaglia, vistosi in pericolo, infilò l'uscio e scomparve.
Ed ora bisognava rimediare alle bestialità di lui; bisognava che la signora forestiera, piantata là, in mezzo alle scale come una qualsiasi mendicante, si facesse un concetto ben diverso della casa del Cavalier Mostardo. In un secondo ebbe stabilito un piano e lo pose in esecuzione. Infilò di gran corsa la scaletta di servizio alla quale si accedeva dal cortile; attraverso, sempre al buio, tre o quattro stanze; rovesciò un tavolo, mandò in frantumi un magnifico servizio di porcellana per il the (l'aveva comprato dopo la visita in casa dei marchesi Alerami); fracassò una seggiola; si ammaccò il costato contro lo spigolo di una porta; battè la testa contro un muro; inciampò in un tappeto; si tirò dietro un porta ombrelli; rovesciò la gabbia del pappagallo; fracassò un vaso da fiori e giunse alla porta delle scale maestre. Allora accese il lume. Il suo passaggio era stato simile a quello di un ciclone. Aveva lasciato dietro di sè una solenne rovina.
Non pensò a niente, non si curò di niente. Si sbirciò nello specchio per riassettarsi un poco; girò la chiave della luce che illuminava le scale e aprì la porta.
Attese un secondo... si fece nel vano, poi sul pianerottolo, ma non vide anima viva.
Certo, la signora forestiera se ne era andata piena di sdegno per vedersi accolta in quel modo!
Si precipitò giù per le scale, giunse al pianterreno, chiamò forte:
— Signora?... Signora?...
E udì cigolar la porta di strada. Stava per andarsene.
— Signora?... Madama?... — chiamò più forte.
Allora udì un fresco riso, nell'andito.
— Per Bios!... È lei!...
Gli ritornavan, con la luna estiva, i suoi fieri vent'anni! Si ricompose; si arricciò i mustacchi; ritrovò il sorriso delle grandi occasioni. Poi, passo passo, si dirisse all'incontro.
Eccola!... Perdinci, era lei!... Lei, la bella ignota che aveva veduta una prima volta in casa dei marchesi Alerami e una seconda volta nel giardino di Spadarella! E sembrava la Madonna di Loreto!...
Rimase senza saper più che dire. Abbozzò e mormorò un:
— Madama!... — pieno di mille significati. Almeno ce li metteva lui.
La biondissima creatura si fece innanzi con disinvolta grazia e gli tese la mano. Egli la strinse e soggiunse:
— Buonasera!
Che cosa doveva dire?... Riprese:
— Si accomodi!
Poi la bella signora dai capelli del color dei marenghi incominciò a parlare in un suo strano modo come se gorgogliasse e il Cavaliere fece gli occhi tondi:
— Forse vi _derangio_?
Ora anche lei parlava difficile! E mostrare di non aver capito non poteva! Ebbe una smorfia di dubbio significato; allargò il palmo della mano e tutte le cinque dita e fece il gesto del «così così!...». Rispose:
— Oh Dio... non c'è male... ecco!...
La bella dama scoppiò a ridere.
— Voi non parlate francese?
— Che cosa vuole... è una lingua della Cattedra!... Non ci arrivo!...
— È un vero _domaggio_!
— Sarà anche un _domaggio_... ma non ne ho colpa io!...
La bella dama non poteva trattenere la folle onda del riso; più cercava frenarsi e più l'impeto della subita gaiezza le premeva dentro con tanta forza che doveva abbandonarvisi. Più non poteva dire quanto avrebbe voluto e, ferma in mezzo alle scale, si asciugava gli occhi.
Il Cavalier Mostardo, sulle prime, non seppe quale atteggiamento assumere: se impermalirsi, o preferire un tono di uomo superiore; poi, fra i due corni del dilemma, scelse una terza via: quella della galanteria, tantochè, atteggiato il volto a un garbo assassino, si chinò un poco verso di lei e mormorò:
— Come siete bella quando ridete!...
Poi si incamminarono in silenzio. Eccoli nel salotto.
Quando la bella dama fu seduta, aveva ripreso il compiuto dominio di sè stessa. Il Cavalier Mostardo la guardava arricciandosi i baffi.
— Voi non sapete ancora il mio nome... — disse l'ignota con tale garbo che il nostro Mostardo le avrebbe schioccato un bacio.
— Questo è vero. Ma del resto si vede che dovete avere un bel nome!
— Io mi chiamo Ninon Fauvétte... e voi siete il Cavalier Mostardo?
— Sì... madama!
— Vi ho già veduto una volta...
— Anch'io!
— In casa della marchesa Alerami...
— Precisamente.
— ... e mi sono ricordata di voi...
— Oh, anch'io!...
— Sono venuta, questa sera, _per la parte_ della marchesa Alerami.
— Ah?... Guarda!
— Sì! _Madama la marchesa vorrebbe avere da voi_ una grandissima cortesia!
— Sempre pronto a servirla... — e soggiunse strizzando un occhio: — Ma... per voi!... Solamente per voi!...
Ninon Fauvétte finse di non capire il sottinteso e continuò:
— Voi sapete che è molto _difficìle_...
— Difficile... — corresse Mostardo.
— ... poter vivere, per una famiglia _aristocratìca_...
— Aristocratica! — corresse Mostardo.
— ... _e alora, madama la marchesa vodrebbe_ che voi non _bugiaste_...
Il Cavalier Mostardo, questa volta, si rizzò sul torso e fece il viso dell'arme.
— Che io non _bugii_?... Cosa vuol dir questo?
— Sì... Voi dovreste _niente dire_ di essere stato _appellato_ dalla marchesa...
— Volete dir «chiamato»?
— Sì, chiamato!
— E perchè non dovrei dir niente?
— _Per non la compromettere!_
Ninon Fauvétte lo guardava sorridendo dolce. Il Cavalier Mostardo si mosse sulla seggiola.
Ma quella pretesa gli sembrava piuttosto grossa! Come? Mi mandate a chiamare, volete che vi difenda, debbo arrischiare la mia pellaccia per voi e poi non volete neppure che io dica di essere stato in casa vostra?... Avete bisogno di Mostardo e vi vergognate di Mostardo?... Lo chiamate e lo rinnegate?... Ah no, per Bios!... E allora perchè non ricorrere al clero?... Lui dunque, che gli Alerami e i non Alerami se ne dovessero vergognare?... Se era un fuorisacco ebbene, non era forse questo un titolo di superiore nobiltà? _Fuorisacco_ equivaleva a marchese; anzi era più di marchese; ma molto, molto di più! Egli aveva un orgoglio più regolare di mille alberi genealogici!
Frattanto si atteggiò a persona ferita nella dignità, e disse:
— Ah no, madama!... Questo mi sembra piuttosto un cacume!
— Forse non mi spiego — mormorò Ninon Fauvétte.
— Oh, lei si spiega! Ho capito benissimo anche se parla difficile. Ma qui si tratta di principio, cara madama. È il principio che va innanzi a tutto. E il principio insegna che, oggi, ognuno è figlio delle proprie azioni. Uno nasce marchese, l'altro nasce, putacaso, verniciatore. Ma, dico io, se il verniciatore non ha le mani del marchese, può avere però una coscienza centuplicata. Mi spiego?... Il verniciatore può elevarsi dalla sua bassa statura e crescere più del marchese. Il principio è questo! Ora non si nasce più con un'eredità; l'eredità l'uomo se la busca campando, se la confeziona; è lui che non vernicia più le porte e le finestre degli altri, ma si vernicia la propria coscienza. Ha capito, madama?... Siamo tutti quanti figli dell'ottantanove! Mi guardi qui, per esempio, questi _Conti del Papa_. Quando l'esecrato clero comandava su la Romagna, capitava che, se un qualsiasi Marcantonio faceva un piacere alla Chiesa, eccoti il Papa che lo creava conte. Tutta la Romagna è piena di questi conti che non contano niente. Noi li chiamiamo i _cunt de Pepa_! Non hanno un soldo, non fanno niente, qualcheduno mostra il sedere fuori dai calzoni. È nobiltà questa? dica lei, madama, è nobiltà?... Così il popolo ride di questi nobili e li ha ribattezzati con un soprannome. Qui abbiamo: il conte Polpetta; il conte Piscione; il conte Cacadubbi; il conte Tremarella; il conte Bragone e via di seguito. Il Papa li ha fatti conti, ma sono meno del verniciatore. Il verniciatore ha la sua testa e questi conti non ne hanno. La nobiltà sta nella testa. L'albero genealogico è nella scatola del cervello, mi spiego?... Un momento... mi lasci finire. Così io mi chiamo Cavalier Mostardo; io ho fatto tutto da per me... io sono un nobile!... _C'è poco da dire!_... Quando il marchese o la marchesa Alerami mi mandano a chiamare non si abbassano mica!... Il Cavalier Mostardo potrebbe stare anche alla Corte, se non fosse repubblicano antico! Noi abbiamo combattuto sempre per l'Idea e ci siamo creati la nostra nobiltà, cara madama!... Era forse conte o marchese, Garibaldi?... Dica lei!... Era il leone dell'Idea, come Mazzini! E adesso sono per tutte le piazze. Altro che nobiltà!... Dunque deve dire alla marchesa Alerami che il Cavalier Mostardo, per generosità, dimentica tutto, ma che non vorrà mai più sentir parlare di lei.
Dopo la solenne tirata, la povera Ninon Fauvétte, fior di Parigi, fece il più raumiliato e compunto viso che si potesse e mormorò un:
— Mi scusi!... — che avrebbe commosso, nonchè il Cavalier Mostardo, il più fiero brigante dell'età eroica.
E il nostro Mostardo, che era tenero di natura e molto più tenero poi, nel particolar caso della bella madama, si affrettò a dire:
— Oh, ma lei non c'entra mica!... Lei è l'ambasciatore e non porta pena. Poi... — e si riaggiustò i polsi della camicia — poi... per madama Mignon...
— Ninon! — corresse la bella.
— Già!... Per madama Mignon... il Cavalier Mostardo sarebbe capace di fare anche... — si chinò innanzi, fece schioccar le dita e conchiuse con un sorriso birbone — ... sì, anche una minchioneria!...
Ninon Fauvétte colse la palla al balzo.
— Allora, se voi siete così gentile, perchè non mi aiutate?
— Oh, per voi, madama, è un'altra cosa!
E accostò un poco più la seggiola a quella di lei.
— Madama la marchesa anzi vuole invitarvi a pranzo.
— A pranzo?
— Ma sì!
— E allora perchè...
— _Ella vuole solamente che in questi giorni qui voi non bugiate parce que ella ha paura per la sua vita!_
— Ma non ci sono io?
— Voi non potete fare l'impossibile.
— Ma io faccio anche l'ottantanove, se voglio farlo!
— Veramente?
— Madama, voi siete forestiera; ma domandatelo a chi mi conosce!