Il Cavalier Mostardo

Part 4

Chapter 43,583 wordsPublic domain

Ora il Cavalier Mostardo era forastico se lo carezzavan contro pelo; ma se lo lisciavano pel verso giusto diventava tutto color di rosa e trasparente. Anche questo si doveva al suo terribile dubbio perchè era giunta l'ora per lui di misurarsi ben diversamente che non coi suoi metodi da ciclope. E il dubbio lo teneva perplesso e non sapeva se desistere o gettarsi a capofitto nell'avventura. In tale peritanza, tutto che poteva fargli capire di essere ben al di sopra di Rigaglia, lo illimpidiva, lo burrificava.

L'onorevole aveva concorso all'opera degna e con gli atti e con le parole e con le considerazioni altissime, esposte con quel tale garbo fiero e meditativo il quale vi concentra nel «sì!» prima ancora di aver inteso. Perchè i pensieri vanno via vestiti a incontrare la testa degli uomini e, se veston bene, chi li riceve li ha per solenni anche se non sa chi siano e che vogliano.

Ecco, l'onorevole licenziava i suoi pensieri così. Erano come chiese addobbate con molti addobbi. Diceva certe parole veramente politiche che Mostardo gli invidiava come una bella donna. Ed era concentrato (il nostro Cavaliere ne studiava le forme) chiuso in una interiorità insondabile. Tutto ciò metteva in volume la sua affettuosa deferenza.

Però Mostardo si sentiva maligno un poco, per quella minimissima parte satanica della quale poteva disporre. Pensava s'egli avrebbe saputo sostenere quella parte e, guardando così a occhio e croce, gli pareva che sì. Alla Camera la cosa non era diversa. Bastava parlar poco o mai, o buttar via, di quando in quando, e sopratutto nei tumulti, una frase clamorosa. Ad esempio:

— Evviva l'ottantanove!...

Oppure:

— A morte l'Austria!...

L'Austria?... Si poteva dire a morte l'Austria, dentro la Camera?... E se non si poteva, tanto meglio. Per Bios!... A morte l'Austria!...

Veramente l'onorevole non si era mai lasciato andare a un grido simile, ma lo avrebbe lanciato lui, lui genuino cuore di piazza e di popolo, illustre per oscura discendenza, principio e cacume.

Questa anche era una parola del suo corredo. Trovatala un giorno in un romanzo, gli era parsa di corrotta origine, ma, chiarito il dubbio sul vocabolario, l'aveva accolta con entusiasmo e se ne serviva anche nel parlar comune quando voleva far fede della propria coltura.

Nonostante tutto questo (è ben giusto che un uomo pubblico pensi di raggiungere un seggio fra la masnada di Montecitorio) egli fu il più docile uomo e il più disposto a patire per l'uman bene.

Doveva sacrificarsi?... Eccolo pronto!

— Onorevole, son qua come una volta, quando il partito aveva bisogno di me!...

L'onorevole sorrise e ammiccando incominciò:

_ — Ecco Mostardo, nobilissimo conduttiere et capitano di ventura..._

La brigata rise e l'avvocato Suasia continuò:

— ... _homo molto pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle battaglie diverse aveva avuto cento ferite nel suo corpo, delle quali mostrava le cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di morte, et a la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et più volte combattè a corpo a corpo..._

Concluse l'ingegnere Fias:

— ... _et sempre vinse!..._

Seguirono svariati commenti interpuntati da risa.

— E mi sapete dire — fece Mostardo accettando lo scherzo — se questo capitano ci sia stato davvero?...

— Come?... — fece l'avvocato Suasia. — E vorresti mettere in dubbio l'esistenza di colui dal quale discendi per li rami?...

— Mostardo detto altrimenti Mostarda!... Perilio Mostarda!... Il sepolcro di questo vostro antenato — disse pacatamente l'ingegnere Fias — è a Roma, in San Pietro, dove fu sepolto a grande pompa.

— Dite davvero?

— E lasciò nei suoi buoni castelli della Marca, due figliuoli: Lodovico e Giovanni. È da costoro che voi discendete.

— Ma scusi — fece Mostardo — io mi chiamo...

— Vostra madre è stata l'ultima Mostarda della Romagna. Era povera... commise un fallo...

— Bubbole!...

— Questa è storia!... Commise un fallo e vi partorì. Dopo, non avendo mezzi per nutrirvi, vi portò alla ruota.

— E allora perchè mi han chiamato Casadei?...

— Perchè la pentita volle rimanere nell'ombra. Posso assicurarvi che il vostro vero nome è Perilio Mostardo come l'antenato vostro glorioso.

Come non credere all'ingegnere Fias, corretto, flemmatico come un inglese di buon sangue?... Ed era calvo per giunta, ciò che conferiva alla sua serietà un'augusta platea. Imperturbabile nel gesto, nel tono della voce, sempre spenta, nella linea del viso adorno da una barbetta a punta, fin anche nel modo di reggere la piccola pipa di radica, veniva catechizzando il nostro gigante che più non sapeva se era luce od ombra quella che gli si muoveva intorno. E domandò peritando:

— Lei... ha forse qualche documento...

Un sommesso riso corse la stanza.

— L'ho detto, io!... — fece Mostardo trionfante. — L'ho detto che sono bubbole!..

— Bene — riprese sempre serio l'ingegnere Fias. — Quando vorrete ne parleremo all'avvocato Relli che raccoglie ogni memoria cittadina. L'avvocato saprà mostrarvi anche i documenti.

— Sì!... Lo avvisi che li tenga pronti!...

— Meriteresti davvero di essere un qualsiasi Casadei — disse l'avvocato Suasia — e di avere nel tuo stesso nome il marchio del clero!

— Che marchio? che clero?... — fece Mostardo punto dall'inopportuna allusione.

— È chiaro. _Casa dei_, casa di Dio... la chiesa.

Mostardo rimase pensieroso. Disse, dopo una pausa:

— Però che infamie si commettono su dei poveri innocenti!...

Anche l'onorevole rise.

— Del resto a te che importa? — riprese Suasia — Tu sei sempre stato e sempre rimarrai Mostardo Perilio, ovvero il Cavalier Mostardo, a gloria e onore della Romagna.

— Avete nei fasti della vostra famiglia gloriosissime imprese. Voi foste encomiato come liberatore d'Italia e restauratore dell'antica disciplina dell'armi e dell'italico valore dopo la disfatta che infliggeste ai bretoni nel 1378. Voi affrontaste l'imponente esercito di Lodovico d'Angiò nel 1382 mentre tutta l'Italia era impaurita. Voi conquistaste alla Chiesa...

— Ah, questo no!... — gridò Mostardo.

— ... conquistaste alla Chiesa le città di Ascoli e di Assisi. Infine...

— Ma che c'entro io?...

— ... infine, combattendo con gli Orsini contro i Colonna espelleste da Roma Re Ladislao. Fin d'allora si rivelava l'anima repubblicana della vostra schiatta. Scacciaste un Cesare da Roma e vi aleggiò sulla grande testa il prisco spirito di Bruto. S'intende — riprese Fias — non sulla vostra, ma sulla grande testa della famiglia.

Mostardo un poco nicchiò, un poco rise ma, in fondo, vagheggiava tale illustre discendenza.

— Del resto — fece l'onorevole — non sono gli antenati che fanno l'uomo di valore, ma le opere sue. Voi siete stato e sarete certo, nel prossimo e nel futuro, più Mostardo del vostro predecessore.

— Ora sì che dite bene!... — esclamò il cavaliere. — Ognuno è quello che è... fa quello che fa... come un cavallo. I padri sono i padri e i figli, i figli!... Ma voler giudicare un figlio da un padre non è mai giusto. Voler poi far grande il figlio dalle opere che non appartengono al figlio, sarebbe un vero cacume!...

La risata che rintronò, coprì il Cavalier Mostardo come di un battesimo vermiglio.

La parola sulla quale aveva calcolato per l'effetto doveva essere per davvero una qualche porcheriola indegna.

— Perchè?... che cosa ho detto?... — domandò pieno di smarrita imperizia. — Non si dice cacume?...

E come gli altri continuavano nella loro solfa, pensò di uscir dall'imbarazzo ritornando quello che sempre era stato, il gaudioso colosso in fervore ed in sete; e, per non più smarrirsi ed essere certo del fatto suo, interloquì, questa volta, in dialetto:

— _Sò... dasìm da bé' e fasìla curta!..._ (Su... datemi bere, e fatela corta!...).

Poi le cose volsero al grave. Si parlò grave con noccoluta sapienza. Si discusse di un nuovo partito e l'onorevole lo definì: «_un fermento di letteratume_». Mostardo drizzò le orecchie. Ecco i punti oscuri e le strade per Roma!... Bisognava penetrare, intendere, impadronirsi. Il mondo non finiva certo nella Città del Capricorno. (Il Capricorno è casa di Saturno ed esaltazione di Marte; l'uno dà la speculativa, l'altro il valore).

— Questi poeti!... — fece l'onorevole (oh, di quanto disprezzo si inturgidì la parola!...). — Questi poeti perdigiorno che per essere stati nulli anche in quella misera cosa che è la letteratura, passano con disinvolta facezia alla politica e creano un partito...

— Veramente non hanno creato niente di nuovo — fece l'avvocato Suasia. — In Francia il nazionalismo non è di oggi.

— Sono degli irresponsabili — disse l'ingegnere Fias.

— Rappresentano l'ultima decadenza borghese!...

— Li spazzeremo via alla prima occasione.

— Ma il più bello è — fece il Suasia — che qualcuno di questi ingenui crede sinceramente di essere rivoluzionario!...

— Sì, rivoluzionari guerrafondai!... Vorrebbero trascinare il paese all'avventura!...

— Avete letto le relazioni del loro ultimo Congresso? — riprese l'onorevole. — Sapete che cosa ne risulta di veramente chiaro, oltre il mare di stolte chiacchiere e l'assenza di qualsiasi originalità di programma?... La guerra... l'avventura!... Trascinare il paese nel non mai abbastanza deprecato orrore della guerra!...

— Non bisogna prenderli sul serio.

— Ma fan molto rumore! — replicò il Suasia. — E il molto rumore ha sempre efficacia in Italia.

— Tanto è vero che trovan già le simpatie del Grande Partito Liberale!... — disse Gerolamo Putti che fino allora aveva taciuto.

L'onorevole si volse verso il Putti:

— Il Grande Partito Liberale?... E dove è quest'araba fenice?... Dove e come vive?... Quali i suoi capi e i suoi programmi categorici e gli adattamenti alle quotidiane contingenze?... La borghesia non ha più partito. È una massa incosciente che non vede il suo bene se non nel traffico e nelle crescenti ricchezze. Non c'è un vero e proprio partito liberale come non c'è un'anima nella borghesia!...

— Bene!... — fece il Cavalier Mostardo — e incrociò le braccia sulla tavola.

— Appunto perchè è privo di contenuto — replicò il Suasia — va cercando chi possa dargliene uno!...

— E tu credi che i nazionalisti?...

— I nazionalisti, dopo tutto, sono giovani e battaglieri.

— Ma che cosa possono costruire di solido?

— D'accordo! Niente di solido. Ma sono un eccitante all'ultima senilità del partito.

— Fanno una impalcatura di sciocche parole per tesservi una coscienza nazionale! — esclamò l'ingegnere Fias.

— Riprendono il vecchio tema patriottico per le loro colascionate! — gridò Ildebrando Sgargi.

— Colascionate!... Benone!... — tuonò Mostardo. E, a voce più spenta, rivolgendosi al vicino soggiunse: — Dice bene!...

— Infine quale sarebbe il loro scopo?... — riprese l'onorevole. — Quello di distrarre anche minime forze dal duro ed enorme compito della lotta di classe; quello di annebbiare con decrepite ideologie, felicemente sorpassate, la superiore civiltà che si delinea attraverso all'Internazionale. Un passo indietro, insomma, un tentativo di retrogradi conservatori, di codini guerrafondai «rimpiangenti le barbarie del militarismo.

— Per Bios!... — fece Mostardo e battè il pugno sulla tavola.

E Ildebrando Sgargi:

— Leggete il loro giornale?

— Per conto mio, no! — rispose l'onorevole.

— Fate male. Potreste apprezzarli meglio.

— Io ne ho già abbastanza delle vere quarantottate del quarantotto per aggiungervi queste scimmiottature fuori stagione!

— Auff!... Questa letteratura patriottarda!... — grugnì a dispetto Gerolamo Putti.

— E per rifare una così detta coscienza nazionale vanno accattando cavilli a destra e a sinistra e pretenderebbero creare noie allo Stato per ogni minimo incidente; per ogni sciocco diverbio nato fra un nostro commesso viaggiatore qualsiasi ed un turco, ad esempio! — disse Ildebrando Sgargi.

— Già!... I turchi!... — mormorò Mostardo. — Ne ho sentito parlare.

— Ma se noi abbiamo rinunziato, o quasi, alla vecchia pregiudiziale irredentista per dedicarci a un compito più umano e universale, come prendere sul serio certi isterismi?... — domandò l'onorevole.

— E, dopo tutto, i turchi — fece un nuovo interloquente, Domokos Barbantini, impiegato di concetto al Comune — i turchi si sono mostrati più civili di noi con la loro rivoluzione pacifica!

— Staremo a vedere... — mormorò Suasia.

E allora si fece vivo uno che fino a tal punto era stato in ascolto, tutto arruffato e meditabondo. Quest'uno si chiamava Libero Bigatti ed era un repubblicano anarcoide così, per incidenza e predilezione. Era tollerato perchè temuto. In più liberi tempi sarebbe stato tranquillamente soppresso con una piccola dose di piombo in luogo opportuno.

Il Bigatti, agli ultimi accenni alla Turchia si ricompose sulla sedia.

— Già... la rivoluzione giovane turca! — ghignò fissando l'onorevole. — E chi non sa che è un trucco massonico?...

La brigata discese immediatamente sotto zero. Silenzio! Solo Mostardo ribattè:

— Oh!... Ma lo dice lei!...

Il Bigatti guardò Mostardo con tale ironico sorriso che il buon Cavaliere non potè non osservare.

Domandò:

— E adesso perchè ride?...

Il Bigatti non rispose.

— Crede di farmi paura?...

— A lei no! — rispose il Bigatti, tranquillo. — Lei è innocente!

O che diamine voleva dir questo?... Mostardo speculò dentro sè stesso per fermar il valore preciso della parola innocente, per trovarvi un significato nella sua vita. Ma non trovò se non tempi di infanzia e di scuola e un equivoco sentore di prima comunione e di corporale nonchè spirituale castità. Niente più. Innocenti erano i marmocchi alla poppa e i fantolini alla cresima ciò è a dire irresponsabili. Innocenza è eguale a irresponsabilità. Un irresponsabile è quasi un imbecille, se ha superata l'infanzia. Egli era fuori dall'infanzia. Nessun dubbio. Il Bigatti aveva voluto offenderlo. La lenta ma nobile convinzione gli passò dalla mente al cuore e accese la fucina della collera. Ma si fermò a un centro inibitorio. Doveva ancora figurare come persona corretta. Disse, stringendo i denti:

— Si spieghi!...

— Oh, ma non importa!... — rispose il Bigatti. — Non dia peso a una parola futile!...

— No!... Non deve andar così... — affermò risoluto il Cavaliere. — Io sono un gentiluomo, sa!... E con me è inutile venire avanti con parole difficili. Se lei ha voluto offendermi, è un vigliacco!... E se non ha voluto offendermi è un vigliacco lo stesso perchè non si è spiegato!...

Poi la furia che già si levava a formar catapulta sul malcapitato Bigatti fu d'improvviso frenata e semispenta dal riso sollevato intorno dalle sue parole.

Tale era il compito di Mostardo Perilio nelle brigate. Solutore di continuità nei punti scabrosi e porto di gioconda unione. — Evviva il Cavalier Mostardo!... — gridò la brigata.

— Evvivaaaa!...

— Bisognerà tu ne parli a Giolitti — disse l'avvocato Suasia, all'onorevole. — Giolitti non sa di avere nel suo regno un uomo simile!...

E l'ingegner Fias:

— Vi piacerebbe, Mostardo, di essere nominato Governatore della Colonia Eritrea?...

— Io sono per il piede di casa — rispose Mostardo passandosi una mano sulla fronte perchè aveva sudato.

— Governatore, no!... Ma... sottoprefetto? Eh... Mostardo?

Il Cavaliere scrollò le spalle.

— Per l'intelligenza che ci vuole potrei esserlo anch'io!

— Chissà... la cosa non è poi impossibile — riprese Fias. — Secondo come vi comporterete nelle prossime elezioni. Giolitti ha fama di essere generoso con gli amici.

— Ora poi, col suffragio universale, sarai davvero una potenza! — soggiunse l'avvocato Suasia. — Tu e Bucalosso, il tuo aiutante...

— Bucalosso non ha niente a che fare con me! — ribattè Mostardo.

E i discorsi imbastardirono dalla loro prima purezza. E bello fu il ridere, come il ragionare di donne e di vergini. La città del Capricorno fu corsa ne' suoi chiusi e mai non fu visto, con la fantasia, maggior corteo di bellezze intorno a una tavola di prodi.

Dopo la mezzanotte rimasero in tre; l'onorevole, l'avvocato Suasia e lui, il poliorcète.

— Andiamo nel mio studio — disse l'onorevole.

Si chiusero nello studio e sedettero intorno alla scrivania.

— Dunque — disse l'onorevole — il fato è compiuto. L'inevitabile scissione ci ha condotti alle conseguenze estreme. Non dovremo più subire imposizioni di sorta.

— Era tempo! — mormorò Suasia.

— La nuova Camera di lavoro funziona perfettamente. Non abbiamo una defezione. Però la guerra si annuncia asprissima.

— La sopporteremo — fece Suasia. — La Agraria è con noi.

— Ma non così il prefetto — soggiunse Mostardo.

— Era da prevederlo — riprese l'onorevole. — Le istruzioni dall'alto sono precise. Astenersi dalla lotta fin che sia possibile e, in caso d'inevitabile intervento dei pubblici poteri, favorire in qualsiasi modo i socialisti.

— Sempre lui, quel Giolittaccio!... — imprecò Mostardo.

— Ma Giolitti non figura — disse il Suasia.

— Ebbene, tanto peggio! Quello è un uomo pericoloso anche se dorme!...

I tre tacquero meditabondi.

— Il peggio è — riprese Suasia — che ci accuseranno di tener mano all'Agraria, di esserci associati alla borghesia.

L'onorevole non rispose subito. Con un tagliacarte scandiva sulla scrivania un suo tempo di marcia, la fronte appoggiata sul palmo della mano sinistra. Disse poi:

— Noi dobbiamo tener sodo, ecco tutto! Non lasciarci intimidire nè fuorviare dalle prepotenze. So che sono incominciati i boicottaggi e che ogni genere di violenza è all'ordine del giorno. Non importa. La nostra massa è compatta. Tutti i coloni sono con noi, repubblicani della più bell'acqua. E se ci hanno battezzati _gialli_, tanto meglio. Un _giallo_ varrà sempre un _rosso_. _Gialli_ noi, repubblicani; _rossi_ loro, socialisti! Ed ora si vedrà a quale, fra i due valori, arriderà la vittoria.

— Insomma, alla fin delle fini — fece Suasia — quei signori vogliono morta la mezzadria!

— Non precipitiamo! — fece l'onorevole che vedeva in tale possibilità la fine di ogni suo impero. — Per ora siamo molto, ma molto lontani da una simile sovversione. È certo però che il presunto diritto proclamato dai braccianti socialisti, ogniqualvolta fosse accettato porterebbe troppo lontano. Oggi si tratta delle macchine trebbiatrici; domani il principio dovrebbe estendersi a tutte le industrie. Noi braccianti uniti in cooperativa — essi dicono — dobbiamo essere proprietarii degli strumenti di produzione perchè siamo noi che li facciamo funzionare. Cara, la gherminella!... E pensano, codesti signori, che nessuno veda chiaro nel loro procedere? Credono che noi si sia tutti una manica di semplicioni scervellati...

— Si direbbe quasi che tu difendessi l'Agraria!... — fece il Suasia sorridendo.

— Purtroppo in questo caso — riprese l'onorevole —, gli interessi dei nostri collimano con quelli dell'Agraria. Ma non importa. Il fatto è che la grandissima maggioranza dei contadini, ed anche qualche bracciante, è con noi. Questa è una specie di tregua di Dio, di fronte all'Agraria. Domani ricominceremo la lotta sospesa e le giuste rivendicazioni saranno poste ancora sulla bilancia. Per ora pace e silenzio. Se l'Agraria ci aiuterà, tanto meglio. Piuttosto sapete dirmi di quante macchine trebbiatrici si è fornita la Camera rossa?

— Ne ha una ventina — rispose Mostardo.

— Tante?... E come le ha pagate?...

— Le pagherà quando e come potrà! — disse sorridendo l'avvocato Suasia.

— Ma sarà un fallimento!

— Niente paura!.. — esclamò Mostardo. — Delle strade ce n'è mille per scappare. Poi che cos'è questa Cooperativa?... Io non l'ho mai capito!... La Cooperativa compra... la Cooperativa vende... Bene!... Ma di dietro chi c'è?... Dieci briganti che non hanno un soldo!... Dieci Rigaglia o dieci Puffoni, non importa. Sempre loro sono! Questi versipelle!... La Cooperativa!... Bella invenzione!... Un branco di nullatenenti e un capo brigante!... E domani dettano legge!... Ma i nostri vecchi come le chiamavano queste associazioni? Le chiamavano bande!... E chi erano i loro capi?... Uomini di fegato erano!... E si chiamavano il Passatore, Lasagna, _e' Gagîn_ e pagavano di persona. Ma ora usano i briganti della cattedra, usano!... Non hanno più il trombone, hanno la penna; non assaltano per le strade ma sul loro giornale. Ah, per Bios, se fossi ministro solo per un giorno!...

— Lo diventerai!... — insinuò Suasia ridendo.

— Farei una legge. Via!... Fuori questi generi sporchi!... Perchè la Cooperativa è immorale come un letto sul quale fosse costretta a dormire tutta quanta la società.

E l'individuo?... — continuò fra la gaiezza dei sozii — Dove finiscono i diritti dell'individuo?... Tutto è conculcato, tutto è sottosopra. Non ridete!... Che cosa conta un uomo, oggi? Niente! Lo prendono e lo immagazzinano con gli altri; ne fanno una collezione: ecco qua la Cooperativa!... Oggi non c'è più un bastone, c'è una fascina; non c'è più l'uomo, c'è la Lega! Per Bios, e bada come parli perchè uno comanda per tutti! E chi è questo uno?... Dove lo trovi il generale?... Nessuno ti sa dire dove sia e chi sia. Sarà il Signore, dico io. Siamo scappati dai preti e abbiamo trovato il Gran Prete. È proprio così! Il Gran Prete è dappertutto e dorme nel tuo letto con te e sta attento a quello che dici, a quello che mangi, a quello che fai. E per Bios, per esempio, tutti siamo deboli di natura, si sa... l'uomo tende alla donna e viceversa. Ma il Gran Prete non vuole; se hai un'amorosa prima deve metterci il naso lui... ecco!... E bisogna che la Cooperativa sia contenta!... E vi pare che si chiami esser uomini così?... No, figli!... Noi siamo burattini!... E si va avanti perchè ogni calcio fa fare un passo!...

Tacque. L'avevan lasciato parlare. Si era sfogato.

— Dunque tu sei un ultra-individualista? — gli domandò l'avvocato Suasia.

— E mi son mai domandato, io, chi sia? Che cosa mi importa dei vostri nomi e delle vostre cabale? Io mi chiamo il Cavalier Mostardo!...

Seguì una sosta. L'onorevole sfogliava alcune carte che aveva innanzi e pareva concentrasse, nell'operazione, un'attenzione rigorosa. L'ora era tarda. Nel silenzio non si udì che il crepitar del lume. Le strade della città erano deserte. Un gallo cantò quando l'onorevole chiese a Mostardo:

— Sapete dirmi quanti siano i coloni dissidenti?...

— Come?... — fece Mostardo.

— Quanti sono i contadini che vogliono le macchine rosse? — chiarì l'avvocato Suasia.

— Ah, ecco qua la nota! — E Mostardo trasse dalla tasca un gran foglio che spiegò innanzi all'onorevole.

— Quando avete compilato questa nota?

— Pochi giorni fa.

— È esatta?...

— Esattissima.

— E sapete se i proprietari siano disposti a dare l'escomio?...

— A dar commiato ai contadini — chiarì il Suasia.

— Questo non lo so — rispose Mostardo.

— Bisogna informarsene.

Altra pausa meditabonda.

— Dunque fra tre giorni — riprese l'onorevole, e sempre sfogliava le carte — fra tre giorni usciranno le nostre macchine. Che avete fatto voi, Mostardo, per il nostro trionfo?...

— Vedrà — rispose Mostardo.

— Ci tenete al segreto?... Non si può sapere?...

— Se io le assicuro la vittoria non basta?...

— Badate che bisogna sorvegliare nello stesso tempo venti, trenta aie...

— Ci ho pensato!...

— Che i rossi tenteranno atti di sabotaggio...

— Ci ho pensato!...

— Che verranno armati e in grandi masse...

— Ci ho pensato!...

— Che il prefetto è dalla loro e, in caso di sconfitta, non solo ne va del nostro onore, ma dell'avvenire del partito.

— Onorevole, può dormire tranquillo!... C'è Mostardo che sta desto!...

— Bene. Allora fidiamo in voi. Badate Mostardo!... Vi assumete una responsabilità enorme!..

— So quello che faccio. Per me personalmente non ho paura... poi, mi conoscono! Ho la doppietta, io!...

Si levarono. Il segreto convegno era finito. L'onorevole accompagnò Mostardo fin sulla porta e quando fu sulla porta gli strinse forte la mano:

— Allora all'opera, Mostardo, e con giudizio!...

— _Adelante Pedro..._ — commentò il Suasia.

Mostardo non capì, ma la notte era serena e piena di stelle.

Ancora. Quando, poco dopo, fu per rimboccar le coltri, il nostro eroe udì un gallo cantare.

CAPITOLO V.