Part 3
Il Cavaliere, specchio più puro e schietto della razza, ripugnava dalla mentalità di Rigaglia. L'inutilità?... E sta bene. Anche s'egli non avesse impalmata la bionda misteriosa (o, senza impalmarla, goduta); se non avesse tratto altro vantaggio dalla cosa se non quello di far liete Alerama ed Alberica non sarebbe forse stato più Cavalier Mostardo che mai?... Era forse poco riconoscersi una volta ancora in sè stesso?... Aumentare Mostardo entro Mostardo riaffermando un sangue e un principio?... Era nato così, non c'era verso, e il suo popolo l'aveva amato così, riconoscendosi in lui.
Ma queste cose non entravano nella zucca di Rigaglia. Rigaglia era contadino, uomo statico per altro e cocciuto, fermo a riconoscere quel che materialmente lo convinceva e niente più. Altro ci voleva a smuoverlo che non un'idea, se pur questa idea non si convertiva praticamente in un valore afferrabile a breve scadenza: mangiare o poter mangiare; supermangiare negli anni, e basta. Razzaccia!...
Utile e inutile, che voleva dir questo?... Se al mondo c'era un Cavalier Mostardo non bastava?... Ed era Mostardo che digeriva il mondo, come colui che vi passava da padrone.
Caspita, sarà poco!...
Un Cavalier Mostardo nel mondo era già tutta una utilità. Affermazione di principii; lotta per i medesimi; repubblica balenante; avvenire emergente...
La morte?... Una capriola!... L'avevano fatta in tanti!... Dopo tutto erano più i morti che i vivi... dunque?... Se da tanti mai anni gli uomini si erano acconciati a nascere e a morire, non c'era davvero nessun bisogno di impressionarsi della cosa dopo tanto tempo. In ogni caso avrebbero dovuto pensarci i primi, coloro che eran comparsi sulla terra millanta e più anni fa! Coloro che si erano accorti, innanzi tutto, che bisognava andarsene e adattarsi ancora a star sepolti. Se la cosa non conveniva perchè continuare? Via, un bell'urlo e tutte le pecore nel burrone! Se c'era un Dio gli si poteva dire: «Gli uomini se ne sono andati perchè hanno visto che è tutto inutile!...»
Macchè!... E dopo Mostardo sarebbe venuto Mostardino (il suo sogno!...); e Mostardino avrebbe avuti gli occhi di Mostardo! Non si è sempre vivi, perdio?
Dice: ma finirà anche il mondo!... Sicuro!... Anche le carriole si consumano! Viene un bel giorno che dopo aver cigolato tanto e aver portato tanto mai sabbione, non ruzzolano più e si buttan via; ma non se ne fan forse di nuove?... È finita la razza delle carriole perchè se ne sono consumate a milioni?...
Dice: ma di noi non rimarrà più niente; e la nostra fatica?
Ecco!... La zuccaccia di Rigaglia!... E il guadagno?... E la mia fatica?...
Il Cavalier Mostardo ci s'imbizziva.
Ma che fatica!... O volete dunque avere un conto in partita doppia per tutto quel che fate?... Allora non si dovrà vivere perchè non si conosce l'amministratore della vita! E se Iddio si mettesse a pagare il sabato per far dispetto al clero, che cosa inventereste di nuovo?... Poi se Iddio non ci fosse e ci fossero solamente un Cavalier Mostardo e un marchese Futa? E se anche, per partita compiuta, il primo e il secondo non dovessero e non potessero far più delle loro mostarderie e futerie e tutto fosse finito?
Bene, bisogna acconciarsi a far quel che si può, tutto quel che si può!...
Che Mostardo viva e, se vive davvero, dietro di lui ne vivran diecimila perchè si è fatto un bel largo intorno!... Se vive Mostardo, la Romagna è dietro di lui, toltone gli inevitabili Rigaglia.
Andiamo avanti, da buoni soldati.
— Ragazzi, ci son io!...
Ed era sì pieno di buona fede, nel mondo, che i ragazzi lo seguivan davvero.
Egli non conosceva le estreme parole accorate, là dove non è che fosco perchè non è spirito ardente, e di sè faceva schermo a tutto, della grossolana materialità che ride.
Ma era forte in sè racchiudeva uno scrigio.
Qualche fulgore nella spessa ganga.
Rigaglia non si convinse, ma Mostardo sapeva già per qual via associarselo, pertanto non si curò di lui. Stava per attaccare la cavalla e andar a saggiare il terreno direttamente, quando riudì il tonfo degli scarponi di Rigaglia. (E non se li era tolti gli scarponi coi chiodi!...).
— Signor padrone?
— Cosa c'è?...
— C'è il signor Antonio.
— Chi?
— L'avvocato.
— Fallo entrare.
L'avvocato Antonio Suasia? E che poteva volere da lui se da cinque anni ormai lo rifuggiva?... E le loro relazioni erano troncate. Non era forse dei _nuovi_ il giovane avvocato elegante? E non aveva rinnegato, in lui, gli antichi sistemi; il cavallottismo ecc. ecc.?...
Traversò il cortile e poco dopo furono di fronte.
— Caro Mostardo...
— Caro Suasia...
— Toh!... — si disse Mostardo. — Siamo ancora amici!
Si trattarono infatti come se avessero dormito nello stesso letto.
— Sai perchè sono venuto?
— No.
— Bisogna che tu ci aiuti!
— Io?
— Già...
— E che posso fare?
— Tutto, amico mio, tutto!... Per noi ci vuole un uomo come te: risoluto, attivo, entusiasta. Anche iersera se ne parlava con l'onorevole...
— È ritornato?
— Sì, ier l'altro. Se ne parlava e abbiamo dovuto convenire che, all'infuori del nostro vecchio Mostardo, non c'è nessuno che faccia al caso nostro.
— Ma non avete pensato se Mostardo era disposto ad accettare!
— Lo sappiamo che ora sei ricco e potresti anche vivertene in pace infischiandoti di tutto; ma sappiamo anche come il nostro vecchio Mostardo non diserti il campo nei momenti difficili!
— Disertare no... ma...
Voleva compiacersi, insomma, dell'inatteso trionfo. Dopo tanti anni, erano costretti ancora a rivolgersi a lui, al vecchio portabandiera.
L'avvocato Suasia gli battè una mano sulla spalla:
— Mostardone mio, ora non mi fare il prezioso!
— Tu mi conosci. Io sarò sempre in prima linea quando si tratti dell'_Idea_!...
— Ecco, e si tratta appunto di questo!
— La battitura... — susurrò il Cavalier Mostardo strizzando un occhio.
— Sì.
— Avevo indovinato.
— Posdomani usciranno le nostre macchine...
— Sta zitto! — fece il Cavaliere ponendogli, ad amichevole vezzo, una mano sulla bocca. — Zitto!... Ho già pensato a tutto!
— Ma tu non sai...
— Come non so?... Non mi conosci più forse?...
— ... le condizioni di lotta...
— Mostardo non ha bisogno di essere guidato. Senza di voi ero già all'avanguardia.
— Ma... i mezzi...
— I mezzi?... Pfff! — e scoppiò in una risata. — Quali mezzi?... Che cosa vuoi dire?...
— Se non mi lasci parlare...
— Non importa. Ho già capito. Lasciate fare a me. Farò bufera!...
— Hai organizzate le difese?
— E per chi mi prendi?... Credi ch'io parli per parlare? Ho fatto tutto, ti dico!... Tutto quanto era possibile fare e non c'è testa di ferro che la spunti, te lo dico io!...
— Ma sai quante macchine usciranno?
— Ventisette.
— No, sono trentanove.
— Be'... una più una meno...
— Sai da quali aie si comincerà?...
— Ho i miei informatori. Guarda... — e si frugò nelle tasche... — ecco qua il piano!
Spiegò sotto gli occhi dell'avvocato Suasia una carta sdrucita e riprese:
— Che ne dici... eh?... Ci sono tutti?...
— Sì... tutti!...
— Vedi se avevo preparato?...
— Ma che farai?...
— Lo saprete.
— E non vuoi vedere l'onorevole?... Vorrebbe parlarti.
— Lo vedrò dopo.
— No, senti: questa sera ceneremo insieme.
— Non posso!
— È necessario! Bisogna intendersi...
— Ti dico che non posso!...
— Allora vuoi proprio troncati i ponti fra te e noi...
— Va bene... quando sia per questo... accetto!! Ma ad una condizione.
— Quale?
— Che il mio piano sia rispettato!
— Ma sì!...
— Che non mi si venga fuori con la cattedra...
L'avvocato Suasia scoppiò in una risata:
— La tua fobia!...
— Ridi ridi, ma so quel che mi dico!
— Allora a questa sera?...
— Sì, a questa sera!...
Si fregò forte le mani e sputò. Purtroppo era un antico vezzo che gli era rimasto; un vezzo espressivo perchè lo sputo è qualcosa che si scaccia come un residuo di malumore.
Si trovò Rigaglia fra i piedi. Erano nel cortile.
— Rigaglia?...
— Eh?... — e non si volse. Guardava pensosamente la concimaia.
— Eh, un corno!... È questo il modo di rispondere?
— Che cosa ho detto?... — fece il meravigliato.
— Hai detto... che sei un villanaccio!...
Rigaglia tacque. Le parole non lo commuovevano; forse le busse e se eran sode.
— Quando ti chiamo non si risponde: eh?...: si risponde: comandi?... Hai capito?
— Sì.
Mostardo tentennò il capo.
— Già sei di razza di contadini!... — E, rifacendogli il verso: — _Sì!_... Sissignore, si dice!...
Rigaglia pensava al concime. Disse:
— Lo volete vendere?...
— Che cosa?
— Lo stàbbio.
— Perchè?...
— Perchè ho il compratore.
— Ne parleremo. Adesso devi andare dal Trancia e devi dirgli che venga qui con gli uomini. E fa presto.
Rigaglia si avviò adagio adagio tentennando il capo. Grugnì:
— È una brutta faccenda!
— Che faccenda?... Che cos'hai da brontolare?...
— Fate pure quel che volete, ma vi mettete in dei brutti passi!...
— Tu sta zitto e... gamba!...
Rigaglia non pose mente all'avviso; continuò tranquillo, pacato, facendo risuonare i suoi scarponi sui ciottoli. Il qual suono richiamò l'attenzione di Mostardo:
— E non se li è mica tolti ancora, gli scarponi coi chiodi, quel testone!...
Il Trancia giunse e giunsero con lui: il Secco, l'Affogato, il Mosca, Giovannone della Piva, il Giovinaccio, Stangone di Meldola e il Cieco di Civitella.
In tutto otto uomini e otto mascheroni da farsa e da tragedia.
— Bravi! — fece Mostardo — E dov'è Polpetta?...
— È andato a uccelli — rispose il Trancia.
— E Granello?
— Granello è dentro![1]
— Cos'ha fatto?
— Ieri sera aveva bevuto. Lasciò andare uno scapaccione a una guardia.
La compagnia commentò l'impresa col suo spampanato riso.
— Andiamo di sopra — fece Mostardo.
Si chiusero dentro a doppia mandata.
— Dunque voi, Trancia, vi fate responsabile di tutto?
— Responsabile, sicuro... se non ci mettono le manette!...
— I carabinieri non c'entreranno. È una lotta fra capitale e lavoro; siam fuori dalla legge. Ci aggiusteremo fra di noi. Però io non voglio che si sappia chi siete e quello che fate!
— Cosa vuol dire?... — fece Giovannone della Piva. — Noi siamo gente onorata!...
— Lasciamo andare!... — continuò Mostardo: — Ci conosciamo tutti, e qui non c'è nessuno!...
— Ha ragione! — esclamò il Trancia. — Non ci conosciamo tutti?...
— Be'! — riprese Mostardo. — Se sapessero il vostro mestiere...
— Ma noi siamo... — ribattè Giovannone.
— Oh! finiamola!... — gridò Mostardo. — Uno per uno vi posso dire quanto avete rubato, dove avete rubato, chi vi ha tenuto mano; e proprio te, Giovannone della Piva, te che frigni, avresti ragione di star più zitto perchè si sa benissimo chi aspettò dietro la siepe il fattore dei Soligni e chi gli sparò nella schiena!... E quella sera fosti veduto, anche se nessuno rifiatò, dopo!...
Silenzio. Le parole di Mostardo cadevano in pieno nella coscienza degli otto ceffi.
— Dunque parliamoci da amici e meno chiacchiere! Io vi ho fatto venire da lontano perchè non volevo che in città foste conosciuti. Voi non dovete essere chi siete, ma dei padroni!...
Gli uomini si guardarono in faccia.
— Ho qui dei vestiti nuovi. Bisogna che vi togliate gli stracci che avete addosso e vi vestiate per bene.
— D'accordo!... — fece l'Affogato.
— Dovete capire che, trattandosi di un episodio della lotta fra capitale e lavoro, non voglio si possa credere che noi repubblicani, per scacciare le macchine rosse, ci appoggiamo su gentaccia come siete voi. Perchè voi non siete contadini e neppure operai... Dunque farete la parte dei padroni... Ognuno di voi avrà un podere da difendere... Formerete il primo pattuglione... l'esempio!... Vi daremo uno schioppo e una bicicletta. Batterete le strade e starete a guardia delle aie.
— Intendiamoci bene! — soggiunse Mostardo. — La bicicletta e lo schioppo debbono essere restituiti. Non importa che qualcuno sogni di prendere il volo.
— Permettete una parola? — fece il Trancia.
— Dì pure.
— I carabinieri ci lascieranno portare lo schioppo?
— Giusta! Ma ho il permesso in ordine. Sono stato dal prefetto. Il mio pattuglione è legalmente costituito. Insomma si tratta di incoraggiare questi padroni. Questi signori padroni che hanno paura. Se aveste un podere voi... eh, Trancia?...
Un solfeggio di bestemmie commentò la cosa impossibile.
Disse il Cieco di Civitella:
— Noi siamo scarti!... Un osso e sotto la tavola!...
— E questa rivoluzione quando si fa?... — domandò Stangone di Meldola.
— Per adesso non importa parlarne — fece Mostardo. — La rivoluzione è una cosa grossa, cari miei!...
— Ma voi! — fece il Mosca — voi ci avrete detto venti volte che non passava l'anno e si faceva!
— L'avrò anche detto... ma non potete capire tante cose perchè siete ignoranti. C'erano delle possibilità e sono passate. Bisognerà aspettarne un'altra... Quando si presenterà. Poi la rivoluzione non è mica un affare!
— Perchè... — domandò l'Affogato.
— Ma perchè... perchè si sa!... Tu credi che, se farai la rivoluzione diventerai un signore, è vero?...
— Sicuro!...
— Già!... Guardate che liberale!... Ma la rivoluzione si fa per l'idea!...
— E che cos'è questo?... — domandò l'Affogato.
— È che tu non puoi capir niente!... Ma è l'idea, cari miei. Sicuro, l'idea!... Voi non vedete che i quattrini... sempre i quattrini.
— Intanto ve li siete messi da parte voi, i quattrini!... — fece il Trancia.
— E tu fa altrettanto se ci riesci!... Poi che c'entra?... Si sa che si traffica al mondo! Questo è lavoro.
— Lasciamo andare! — fece il Trancia.
— E sarà meglio!... — soggiunse il Mosca.
Mostardo li squadrò accigliato, si rizzò un poco sulla poltrona, battè l'enorme pugno sulla scrivania.
— Si faceva per dire... — mormorò il Trancia, che sotto la bufera batteva in ritirata.
— E te, avanzo di galera, tieni bene fra i denti la tua lingua!... E non ti venga voglia di dire una parola di più!... Tu sai quel che c'è di nuovo, altrimenti!... È perchè voglio aiutarvi, che fate questi discorsi, canaglie?...
— Avrete capito male... — sussurrò il Mosca.
— Io non voglio aver capito! Chè, se avessi capito, a quest'ora ti avrei incollato al muro con uno schiaffo!... Poi, qui, esigo la disciplina e pochi discorsi!... Se vi piace rimanete; altrimenti... fuori!...
E distese con tanta forza il braccio verso la porta che gli otto ceffi chinaron la testa.
— Ha ragione!... — mormorò il Cieco di Civitella.
Ecco un giusto silenzio. Mostardo si riassettò e disse:
— Adesso andate via!
Qualcuno si mosse, altri no.
— Non avete più bisogno di noi? — chiese il Trancia, umilmente.
— Tornate questa sera alle nove. Intendiamoci: senza rumore e uno alla volta.
Soggiunse:
— E che nessuno abbia bevuto!... Gli ubbriachi li caccerò in istrada!...
La mandra tacque e dileguò muta. Il Cavalier Mostardo sapeva ben condurre i suoi malandrini! Non per niente li aveva organizzati lanciandoli nel numero degli evoluti e coscienti.
— E adesso a noi... — fece il Cavaliere.
E scese e attaccò la cavalla da solo, per non veder Rigaglia co' suoi scarponi.
Già quell'uomo incominciava a pesargli. Zuccone, ignorante, con le sue quattro idee a girandola e sempre quelle!... Perchè avere in casa un uomo di quel genere, sempre in contrasto quando si trattava di progredire, di svecchiarsi, era un inciampo. E quella sua faccia da Re di coppe?... E l'impossibilità di raffinarlo un poco... di trascinarlo verso la civiltà? Macchè! Sempre sudicio che si covava la sua loja come una virtù primigenia. E voleva mangiare seduto sulle scale, col muso dentro la scodella, quel porcellone!... Come non sentire l'intima necessità di certe delicatezze?... Sedere a tavola, spiegare il tovagliolo sulle ginocchia, non sorbire la minestra con quel fracasso da cateratta che eccitava i nervi fino allo spasimo?... Ma Rigaglia era una radice piantata dentro la terra co' suoi mille tentacoli; e tu stronchi la ceppaia ma il radicione cocciuto rimane là, conficcato nel duro, anche se non ha più l'albero sulle spalle. Che cosa gli si poteva insegnare?... Era terra da pentoli, quella!... Diceva sempre sì e no da quel fantoccione imbecille che era. Sì e no... e pensava ai suoi palanconi.
Due paoli, tre paoli, quattro scudi, venti marenghi!... La sua scala andava dal paolo al marengo e non sapeva che quella. Su tali note si combinava le sue suonate. E che suonate erano!... Poveri marcantoni che le stavano a sentire!...
Già l'aveva battezzato altra volta l'_uomo dal trombone_, alludendo al famoso Passatore. Ma il Passatore era un delicato brigante di fronte a Rigaglia.
Be', e bisognava decidersi a sbarazzarsene. Poi gli ci voleva veramente un cameriere col vestito nero, che sapesse aprir la porta a un signore... a una signora...
E frattanto la cavalla trotterellava per conto suo, senza direzione prestabilita.
— Ma dove mi conduci?... — fece ad un tratto Mostardo trattenendo la bestia.
Era per la strada di Meldola, giusto verso i poderi della marchesa Alerami. Però non seppe se tentar prima una via traversa. Pensò un poco e spinse poi la bestia a gran trotto.
Si disse:
— Prima bisogna sapere che cosa ha deciso Salvatore. Andremo da Salvatore.
Svoltò per le piccole strade.
E le piccole strade sono fra il bacio dei campi, in quel di Romagna; e hanno due verdi gale lungo i fossatelli e anche un sentiero.
Perdervisi!...
C'è sempre l'ombra di un vecchio quercione e un casolare antico. Piane e tranquille, sono. Il paradiso dei cavalli stanchi. Vanno e si volgono, si aprono su quietudini di aie solitarie, si affratellano alle viottole senza ghiaie con due solchi di ruote fra l'erba. Vi passano i secoli come poveri col sacco del pane... e qualche cane abbaia. Anche certi canti di uccelli che non s'odono altrove... Anche certi richiami che s'udiron da bimbi, senza saper chi cantasse ma solo la chiarità. Forse la malinconia della terra... Forse il fervore della terra con la malinconia del cielo!... E dietro le canape, fra gli olmi... il lamento degli uccelli che non s'odono altrove.
Lo spirito dei morti è là, nei campi orientati al meriggio, in tutta la terra foggiata secondo un pensiero, e in quel libro dell'uomo e della solitudine.
Sei solo e con tutti. Ciò che è vita e tragedia è pace. E il Tempio delle tue genti è di fronte a te, sconfinato. L'opera favolosa... Iddio!... E si allontana di filare in filare una piccola ombra che canta... Gli scalzi non fan rumore sulla nuda terra. Si conoscon nomi e nomi e nomi... e le piccole strade non ne hanno. C'è la casa di un uomo; c'è il campo di un uomo, c'è come in chiesa, quando sei solo: il tuo cuore e il tuo spirito e un barlume immemoriale, come dal principio del mondo, fino a te.
Epperò chi passa sogguarda e raro è che le piccole strade si turbino. C'è un silenzio da core accanto all'umiltà della fatica. E le case e i quercioni segnano le tappe dell'uomo.
Perchè si ricordò di Spadarella?... Eran sei giorni che non la vedeva quel campanellino, quella piccola cosa del suo cuore.
Si ricordò di Spadarella. Disse:
— Bisognerà che le compri un vestito, poverina!...
E fissò in mente il negozio dove sarebbe andato e quanto avrebbe speso.
Già... Spadarella!... Anche lei era ritornata dalla piccola strada nella sua memoria. Quando si vedono delle cose dolci e un po' tristi ritornano in mente le creature che non fan rumore.
Se l'era quasi dimenticata fra tanti affari! ma lei, zitta, per non far credere di esser troppo esigente!... Zitta nella sua casina co' suoi diciassette anni. E che cosa le aveva promesso ancora?... Ah, un ombrellino da sole... Rosso?... Sì, doveva essere rosso! Evviva sempre la repubblica!
Già doveva prendersela sotto braccio una bella mattina e dirle:
— Via, andiamo a fare le nostre spese!...
Che cosa avrebbe risposto?... Bisogna sorridere quando si pensa a una gran gioia per così poco!...
Spadarella faceva tesoro della sua gioia per venti, per trenta giorni, poi la liberava come se fosse una rondine. Bastava aprisse gli occhi a quel volo!... Allora non aveva più una parola che le restasse nel core. Doveva dirle tutte quante le sue parole, doveva ridere per venti, per trenta giorni. Era la sua domenica.
Oh, ma che festa!... Anche a portarle un regalo di poca spesa vi saltava al collo, vi si appendeva al collo, vi carezzava come se foste la sua grande bambola alla quale confidava le sue cose più segrete. Perchè aveva ancora una bambola e non voleva metterla nell'armadio, come sarebbe stato giusto alla sua età.
— Lasciamela, zio!... Bisogna pure ch'io abbia un'amica!...
— E tienla!...
Cosa dire?... Dopo tutto doveva avere una amica.
Da quando suo padre era rimasto laggiù, in Grecia, non aveva avuto più compagnia. Le vicine di casa, sì; Spina Rosa anche, benchè fosse vecchia, povera Spina Rosa. Le restava un giardino per vivere... e vedeva gli avventori.
Ma compagnia... quel qualcuno che ci è vicino la sera e la notte, che si chiama nel bisogno e nella paura... no, non ne aveva più, povero campanellino.
Per quel visetto un po' bianco e per quelle sue mani di soffio era proprio una pena.
Bisogna dargliela sempre una madre ad una bambina!... E il Venturi non ci aveva pensato.
L'aveva lasciata in mezzo a un giardino come un fiore, senza accorgersi che sono appunto i fiori che hanno più bisogno di qualcuno.
Lui?... che poteva far lui?... Se l'era presa a core come una figlia benchè il Venturi non glie l'avesse affidata prima di andarsene a morire, ecco tutto. Ma come si fa?... Certe cose non si possono vedere!... Non poteva mica pensare lui, forte e tranquillo, che quella bambina non avesse più nessuno. Chi le avrebbe detto:
— Sentite, figliuola, queste e queste cose non si possono fare. Bisogna passar di qui, figliuola, e allegri!...
E l'aveva lasciata, sì, con Spina Rosa ma con l'ordine di ricorrere sempre a lui per qualsiasi bisogno.
E di tanto in tanto le portava la gioia. Ma era contenta di così poco, Spadarella!
E la cavalla voltò nel giardinetto di Salvatore perchè da quella vecchia bestia assuefatta a tutte le strade sapeva che quella era la sosta.
Una casa intima e serena.
Una donna era seduta presso il muro e aveva una sedia innanzi a sè, con sopra il lavoro. Levò gli occhi.
— Oh, Mostardo!...
— Buongiorno, sposa!... C'è Salvatore?...
— Sì. È in casa che fa i conti.
— Volete chiamarlo?...
Mostardo non discese dal biroccino. La cavalla brucò la gramigna.
Salvatore fu sulla soglia. Un uomo tarchiato; vermiglio e gioviale. Era in maniche di camicia, senza cappello.
— Volevate parlarmi, Mostardo?...
— Sì... una parola.
Salvatore si accostò al biroccino e si appoggiò al parafango.
— Cosa c'è di nuovo?
— Sono stato dalla marchesa...
— Voi?... — fece Salvatore, e rise, stupito.
— Mi ha mandato a chiamare!
— Ma perchè?
— Bisogna accomodare la cosa dei Casaròtt e dei Féna!
— Sarà difficile.
— A questo penso io. Voi dovete dirmi solo se avete stabilito qualche cosa circa la faccenda delle macchine.
— Io ho battuto sempre con le macchine gialle.
— E quest'anno?
— Quest'anno farò come gli anni scorsi.
— Giustissimo!... Ma i Casaròtt e i Féna?... Che cosa dicono?...
— Che non le vogliono.
— Benone!... Ecco quello che volevo sapere.
— E voi credete di riuscire?
— Perdio!
— Lo crederò quando avrò visto. Io avevo già disposta una somma perchè i carabinieri...
— Non ci sarà bisogno dei carabinieri. Addio, Salvatore. Grazie.
— Ma voi — insistè l'agente seguendo a passo il biroccino fin sulla strada; — voi, che cosa pensate di fare?...
— Sarebbe lunga a contarvela. Vedrete.
— State attento, Mostardo!
— Amico mio, prima di tutto l'idea, poi la pelle!
— Dite bene! — fece Salvatore ridendo. E rimase in mezzo alla strada a guardare Mostardo che si allontanava al trotto della sua buscalfana, fra le siepi.
CAPITOLO IV.
_Il Cavalier Mostardo rientra trionfalmente fra gli eroi della Cattedra._
L'onorevole gli aveva parlato a lungo, con decoroso riguardo. Gli aveva stretto la mano con fermezza. Gli aveva detto:
— Mostardo! — ma con una intonazione particolare come a condir la parola, di profonda stima e di inalterabile amicizia.