Part 25
Ma i compagni non furono dello stesso avviso.
— Non si può abbandonare così un morto! — disse _Zurzôn_. — Dopo, chissà che cenere ci danno!
Aspettarono. Arrivò il loro turno.
Sbrigata la faccenda, fu consegnata loro una specie d'urna con, racchiusevi, le ceneri del defunto. Quest'urna toccò a l'_Uslàzz_ il quale, trovatasela fra mano, domandò:
— _Ch's'èll'ste pignàtt?..._ (Che cos'è questo pentolo?).
— _L'è la zèndra!_ (È la cenere) — rispose _Zurzôn_.
— Quale cenere?
— La cenere di Coriolano.
— Briscola!
E l'_Uslàzz_ volle aprire il coperchio e guardar dentro.
— Ma ci hanno rubato anche nella cenere, questi ladri!... Vuoi proprio che ci sia tutta?... Ce ne hanno dato solo un pugnellino.
— Perchè?
— Non vedi?... Coriolano era un bel pezzo d'uomo e qui c'è la cenere di un rospo.
Brontolarono ma presero ugualmente la via del ritorno perchè avevano una fame diabolica.
— Basta; quando saremo a casa diremo che c'è tutta!
Però, se non vollero perdere il treno, dovettero ripartire senza essersi seduti a tavola. Arrivati alla Città del Capricorno si infilarono nella prima osteria e incominciarono a bere e a mangiare.
L'_Uslàzz_ depose l'urna sopra una seggiola e la coprì col cappello.
L'oste alzò il cappello e incominciò a curiosare.
— Che cosa c'è qui dentro?
— _Sta férum!... U' j'è un mort!_ (Sta fermo!... C'è un morto!...).
E giù a ridere. Poi bevvero che si gonfiarono come tanti otri.
— Coriolano, vuoi bere?
— Poveraccio! — fece _Zurzôn_ che entrava nella zona sentimentale.
— Lascialo stare che dorme! — disse gravemente _e' matt d'la Pira_.
E non si occuparono più del pentolo e del contenuto.
A notte alta erano intenti tuttavia a giuocarsi il litro e il mezzo litro e tutto avevano dimenticato nei fumi del vino.
Poi si presero a braccetto ed uscirono cantando e dimenandosi.
Ad un tratto _Zurzôn_ domandò:
— Dov'è la cenere?
— Quale cenere!
— La cenere di Coriolano!
L'_Uslàzz_ l'aveva dimenticata all'osteria.
Rifecero la strada cercando di sorreggersi a vicenda.
— Bisogna far presto, chè non chiudano.
Trovarono l'osteria aperta; ricuperarono l'urna e uscirono per le strade, cantando.
Cinque ubbriachi e la cenere di un epigone.
Giunti in mezzo alla Piazza, Bucalosso ebbe un'idea. Bisognava salutare Coriolano. Deposero l'urna sui ciotoli poi, presisi per mano e formato un bel circolo, incominciarono a fare il mulinello danzando e schiamazzando.
Senza volerlo, i cinque sozii, iniziavano e consacravamo così il nuovo mito democratico della Morte.
Anche quel giorno il gallo Francesco ruppe il sonno al Cavalier Mostardo il quale, stirandosi fra le coltri, ebbe la non lieta sorpresa di trovarsi ancora al mondo. La sua tristezza veniva a riprenderlo con la luce.
Il dover riallacciare tutte le penose fila della sua angariata esistenza gli era grave tanto che avrebbe preferito esser ripreso dall'annullamento del sonno e non destarsi mai più. Che ritrovava, col ritorno della coscienza, se non cose avverse per l'ultimo deserto della vita sua? Un amore moribondo, una compiuta delusione nel campo politico, una seccatura stomachevole nella condotta di Proli verso di lui. Non sarebbe rimasta che Spadarella, ma anche la piccola più non era lieta e serena ed egli non poteva indovinarne il perchè. Tutto gli andava di traverso; e allora perchè ostinarsi a vivere?...
— Solo perchè mi chiamo Mostardo e per niente di più!
Ma ad andarsene veramente verso la morte, non ci pensava. Avrebbe voluto dormire per svegliarsi col cuore di una volta.
Stava così lasciandosi portare lentamente verso lo squallido paese delle sue più recenti memorie, quando il gallo Francesco cantò per la seconda volta dal cortile.
— Che ore saranno?
Accese la candela; guardò l'orologio; erano le sette.
Si rivolse sull'altro fianco.
— È ancora presto!
Stette così un poco e udì passare il suono di una campana per l'aria; allora gli venne fatto di pensare al Signore.
A quell'ora le porte delle chiese erano aperte ed anche le porte dell'anima sua erano aperte. Se qualcuno lo avesse guidato con parole semplici e grandi, il Signore poteva entrare anche da lui. Per un attimo rivide la sua vita innocente degli otto, dei dieci anni e provò un grande commovimento; ma con l'anima sua di quel tempo ricomparve il clero e l'incantesimo mistico dileguò.
— No!... Il Signore è un'altra cosa!
E, per non sapere come risolvere il dissidio, non volle pensarvi più; ma il gallo Francesco cantò per la terza volta.
Allora Mostardo si levò sul letto e gridò con quanta voce e con quanta violenza si trovò in corpo, gridò verso la porta:
— Ma fatelo star zitto quel gallo!
Rigaglia non era là per ubbidire; nessuno gli rispose; comunque fosse, quand'ebbe gridato questo, si sentì più tranquillo e si ricoricò.
Verso le dieci udì il passo di Rigaglia. Si rivorse fra le lenzuola e brontolò:
— Ecco, il testone!
Udì la voce di lui dietro la porta:
— _Si pòle_?
— Avanti.
Si rivolse a guardarlo col solito cipiglio.
— Cosa vuoi?
— Che cosa devo dire a quelli che vengono a cercarvi?
— Chi viene a cercarmi?
— La gente del vostro partito.
— Ma che gente?
— C'è stato il vostro deputato. Voleva che vi svegliassi. Io non mi sono fidato di venirvi a chiamare.
— Hai fatto benone.
— Credo ci siano degli imbrogli nel partito.
— Lo racconti a me?... Io non c'entro più.
— Avete ragione.
— Io non voglio aver più niente a che fare coi versipelle e con gli eroi della Cattedra.
— Dite bene.
— Sono stanco. Buttarsi via per niente, no e poi no! Perchè se tu lavorassi anche duecent'anni per la _Santa Idea_, per tutto ringraziamento, ti farebbero morire.
— Ma se ve l'ho sempre detto, io!
— E se il signor Onorevole ritorna, io non ci sono.
— Voi non ci siete!... Lasciate fare a me.
— L'_Idea..._ l_'Idea_!... Anzi l'_Ideale!..._ Anzi l'_Ideale Umanitario_!... Che cosa ne dici, Rigaglia? Abbiam corso mezzo mondo per questo _Ideale_; sempre col cuore in mano, sempre in prima linea. Ti ricordi?
— Altro!...
— Prima era l'America che combatteva. Combatte l'America?... Ci sono degli oppressi da difendere?... Ti ricordi? Su, Rigaglia; facciamo fagotto. Si deve attraversare l'Oceano..
— _Potàcchia_!...[5]
— ... e attraversiamo l'Oceano! Un mese di navigazione. Un male da regalare l'anima ai pesci. Ci mettono lo stomaco nei piedi; i piedi nel cervello: tutto il mare è una porca girandola che ti macina le interiora. Si sputa sangue e poi si arriva. Ecco i gabbiani che volano... ecco l'America!... Evviva Cristoforo Colombo!... Anche Cristoforo Colombo era partito per l'Idea. Lui scoprì l'America; noi scoprimmo i versipelle di là dal mare!... Sempre loro sono, e dappertutto!.. Per Bios, ci vuole un bel fegato con questa umanità!... Ma non importa. Allora eravamo giovani. C'è da far le schioppettate? Eccomi qua! C'è da far saltare in aria una Corona; da dare un calcio a un Trono; da liberare dei fratelli da un'ingiustizia monarchica?... Eccoci qua, per Bios! Evviva la Repubblica! Abbasso gli oppressori! Noi siamo romagnoli! Ma valà, povero testone! Romagnoli? Sì, buttati via per la gente che ne varrà proprio la pena...
— Ma io ve lo dicevo!
— Tu sì, perchè sei stato sempre vigliacco.
— Ma sono venuto.
— Non potevi farne a meno, sfido! Ero io che ti pagavo e alla carriola non ci volevi ritornare. Sei venuto anche nell'Americaccia del Sud, questo è vero. Basta. Si sbarca... ci guardano come cani rognosi. — Chi siete? Cosa volete? dove andate?... Ti ricordi?... E poi pareva ci facessero la grazia di mandarci a fare le schioppettate! Ci guardavano dall'alto in basso, come a dire: — Chi è questa _maramaglia_? — E noi avevamo vomitato un mese intiero per l'_Ideale Umanitario_! Bene; si dimentica tutto; si passa sopra a tutto, c'era l'entusiasmo, c'era il core che gridava la sua vendetta contro gli oppressori; c'era la sete della libertà. Evviva!... Siamo tutti fratelli!.. Ti ricordi?
— Altro!...
— Sì, fratelli!... Ci mandano avanti, ci fanno soffrire la fame e per poco non ci fucilano. Tu, perchè sei stato sempre porco; io perchè ho sempre gridato contro l'ingiustizia.
— Non è vero!
— Sta zitto!... E un bel giorno:_ pum!..._ uno schioppettatone mi apre un occhiello nello stomaco. Vedo rosso... sento che mi manca il fiato... bisogna cadere, le gambe non stanno più diritte. — Fratelli!... Evviva... — Sì, evviva un corno!... Ci piantano là, tu ed io, come se non fossimo stati carne battezzata. Quarantott'ore a soffiar l'anima che non voleva andarsene! E poi, e poi tutto il resto. Non siamo morti, perchè c'è la razzaccia della Romagna. E basta! Se rinasco, voglio fare il droghiere, ma l'_Umanitario_ non lo faccio più! Almeno ci avessero chiamati amici, ma nossignore! Il più bel complimento era «_sporchi italiani_» e «_grigno!_» e di queste facezie. A ripensarci, il sangue mi bolle ancora!
— Altro!
Rigaglia assentiva senza commentare. Il Cavaliere, nell'impeto de' suoi ricordi, si era seduto sul letto. Era acceso nel viso, scapigliato e scamiciato. Nel suo collo taurino si vedevano pulsare le arterie.
— E dopo? e dopo?... La lezione non era bastata. Ecco la Grecia... ecco l'Albania... E almeno l'Albania ci fosse stata riconoscente. Dice: I turchi qua... i turchi là... questi poveri albanesi se li mangiano vivi; ammazzano i vecchi, le donne, le vergini, i bambini, i lattanti. Abbasso l'Impero della mezza luna! Evviva la libertà! C'è l'Albania che soffre?... Ecco qua Mostardo e Rigaglia. Il nostro Oberdan, il nostro Orsini ci avevano insegnato la strada di combattere la gran canaglia coronata. Per Bios! Dieci soldi in tasca, il cappello di traverso, il fucile sulla spalla e via! E come cantava il cuore! Avevamo la faccenda dell'Austria da sbrigare: la spina di Trento e Trieste, ma non si poteva far niente da quella parte e combattere si doveva. _Per tutti gli oppressi in tutto il mondo!_ Eccola l'_Idea_, brutto testone! Oltre la nostra patria. Perchè... perchè siamo tutti di carne e d'ossa, perchè dovremmo essere tutti fratelli in questo mondaccio che ruzzola, perchè chi tribola soffre lo stesso male in tutto il mondo: e il dolore è il dolore; e la fame è la fame e la disperazione degli uomini è sempre disperazione, al di qua e al di là del mare!... C'erano delle donne che piangevano; c'erano dei bambini che morivano sotto la spada della soldataglia del Sultano. Domandavano aiuto. Bisognava partire. Evviva la libertà!...
Si asciugò il sudore che gli scendeva dalla vasta fronte...
— Evviva... evviva... e gli albanesi ci trattarono come gli americani. In più ci regalarono i pidocchi. Anche loro pensarono che fossimo andati là per rubare e che al nostro paese non ci volessero più. Hai capito?... E va a sacrificarti, adesso!... Gli uomini sono fatti così. Combattemmo e ritornammo a casa con qualche buco di più nella pelle. E due!... La terza fu la Grecia; ma è meglio non parlarne neppure...
— Sì, è meglio.
— Se mi ritorna in mente il povero Fratti, dritto là, con la sua camicia rossa, con quella sua bella faccia e buona, e piena di forza; se mi ritorna in mente quando si alzò per buttarsi avanti ed era nel sole e riluceva come per mostrare a tutti i vigliacchi del mondo che non aveva paura, per Dio!... Che era un italiano, un romagnolo, un garibaldino e gli piaceva di morire per la sua idea... ecco... bisogna che pianga!... E volle morire!... Glie lo volle far vedere lui, alla grecaglia, come ci si butta contro al pericolo, e come si bagna la terra di sangue quando si è garibaldini!... Domòkos... Domòkos!... Antonio Fratti morì a Domòkos; ma la grecaglia sporca non seppe mai chi fosse questo Cavaliere dell'Umanità!
Rigaglia scuoteva la testa senza dir niente. Mostardo per un poco tacque assorto; riprese poi a voce spenta:
— Be', mezza la vita l'ho spesa così. Che cosa mi rimane adesso? Lo scarto. E sono stato sempre e sempre sarò un disgraziato!
— Non vi lamentate del giusto.
— Tu non puoi capire.
— Capisco magari!
— E che cosa? Se non sai neppure distinguere la fava nera dalla fava bianca!
— Anzi ho qui una lettera per voi.
— Una lettera?... E quando aspettavi a darmela?
— Oi... abbiamo parlato sempre!
E si frugava le tasche.
— L'hai perduta?
— No. Eccola qua.
Glie la tese. Il Cavalier Mostardo, non appena ebbe veduta la soprascritta, si fece bianco come un panno lavato.
Era Mignon che scriveva.
Licenziato Rigaglia e rimasto solo, saltò dal letto, corse al tavolo, sedette guardando sempre la lettera dalla quale si aspettava la grande sentenza.
La palpeggiò, la rivolse per tutti i sensi.
— Quanto ha scritto!
Ma il cuore gli diceva che non c'eran notizie buone per lui; e non si fidava di aprirla. Finalmente piano piano strappò la busta. C'era un gran foglio con poche parole.
_Caro Mostardo_,
_Vedete che è inutile mentire? Vi mando la prova indiscutibile della vostra infedeltà. Quando io non pensavo che a voi, voi mi tradivate tranquillamente. Ora poi non vorrete farmi credere di soffrire, non è vero?_
_Vivete sano e lasciatemi tranquilla. Non desidero altro da voi._
NINON FAUVÉTTE
Compiegata con la lettera della francese era la lettera che il Cavalier Mostardo aveva scritto alla signorina Proletaria. La viragine urlante si era vendicata, gli aveva dato il colpo di grazia. Ora egli sentiva per davvero che l'ultima speranza era morta. Ora si sentiva tremendamente solo in una vasta rovina e, dalla lontananza, non gli arrivava che il ghigno e la stridula risata di Proli.
Si alzò e si vestì, deliberato a trovarla a qualsiasi costo. Quel che le avrebbe fatto non sapeva, ma certo ch'egli non voleva lasciar le cose al punto al quale erano giunte senza togliersi almeno la soddisfazione, ben magra ormai, di dimostrare una volta ancora chi fosse il Cavalier Mostardo.
Mostardo sapeva che, dalla morte di Coriolano, madamigella Proli aveva abbandonato Dovia e le Scuole per andare a stabilirsi nella casa del suo defunto zio. Non che la casa l'avesse ereditata, chè non era neppure del povero Coriolano, ma questi aveva diritto di goderne ancora per un anno o due. Ai diritti dello zio era subentrata la nipote.
Era mezzogiorno quando il Cavaliere tirò il cordone del campanello. Gli aprì una vecchia.
— C'è la signorina Proletaria?
— Non c'è più!
— Non c'è più?
— Non lo sapete?... È scappata.
— Dite davvero?
— Saranno cinque giorni! Ha rubato il testamento del povero Coriolano ed è scappata. Il testamento non era stato depositato dal notaio. Pare che Proli fosse stata diseredata dallo zio.
Il Cavalier Mostardo non aggiunse parola, e non volle saper altro. Se ne andò come era arrivato.
A lui non rimanevano che le strade squallide e deserte, buie e cineree della sua disperazione.
Errando di strada in strada, di vicolo in vicolo si fermò, che era già presso il tramonto, ad un'osteria delle mura. C'era un pergolato; qualche tavolo sbilenco, sudicio, pieno di mosche. Si fermò nell'angolo più riposto, dietro una macchia di tamerici; sedette, puntò i gomiti sul tavolo, si prese la fronte fra le mani.
Nessuno andava a chiedergli se volesse mangiare o bere. Rimase solo; si perdette nell'ombra della sua immensa tristezza. Arrivava, per lui, la notte del cuore; la più fonda e tragica.
Ecco che l'idolo del popolo era caduto e una donna lo trascinava via fra la polvere come una immondizia della strada, appiccata a una ruota della sua vettura.
Mostardo, Mostardo!... È finita l'estate, e la tua baldanza che riempiva il mondo, si risolve in una nebbia bassa e pesante che non lascia più neppure un lembo remoto di azzurro. La tua rossa anima si imbianca. Non sei più tu, Mostardo, con la tua leggenda vermiglia. Più non danzi i tresconi, più non gridi per le adunate, più non lanci il tuo cappello in mezzo a una sala da ballo ed obblighi tutti a non muoversi e un valzer è suonato per il tuo solo cappello, in mezzo alla sala, fra il circolo della gente che ti applaude ed ammira.
La leggenda si sfata. Tu curvi il capo e le spalle; tu taci, ti apparti e piangi il tuo pianto senza rumore, mentre Rigaglia ti guarda, disceso dal tuo Calvario, e si appresta alla sua facile gloria che lo condurrà lontano.
Mostardo, Mostardo!... Eran più lievi al tuo desiderio le gioconde donne che sapevan di buono come le mele cotogne e non avevano le labbra di ceralacca; arrivavano per darti la soda freschezza del loro corpo ben fatto e se ne andavano con un bel riso vermiglio, dopo essere state tutte quante tue e avere goduto con te, nel letto a due piazze, fra le lenzuola un po' ruvide, che sapevano di buona lavanda. Allora ti levavi più forte e il mondo era tuo. Allora le baciavi l'ultima volta sul collo ed aprivi loro la porta con gratitudine e libertà come un padrone contento. E dove era Mostardo era il Verbo. E la Rivoluzione potevi infrenarla o scatenarla quando meglio ti fosse piaciuto.
Vedi vedi dove ti ha condotto una repubblicana di Francia?... Eri tu tale da far figura a Parigi, uomo di provincia, e solamente?... La tua sanità non è più che patimento. La _cosa aristocratica_ ti ha sconvolto. Perchè salire altre scale da quelle che ti erano destinate? Parigi non poteva intenderti. Un bello e grande e robusto albero ha bisogno dei campi e non delle vie lastricate. Le grandi vetrine fastose dei negozi di lusso non son fatte per i poveri fiori di campo che vivono solo di un po' di colore e di molto ardore. Ora sei arrivato alla porta dell'ultima sera e dovrai varcare la soglia. Addio!...
E udiva, così stando e in tanta tristezza, il ronzio delle vespe, delle mosche, dei calabroni. Poi avvertì che qualcuno parlava dietro le sue spalle; ma non vi pose mente; solo un nome lo fece inorecchire.
Certo i due conversatori non P avevano veduto e parlavano abbastanza forte perchè non sfuggisse a lui una sola parola.
Diceva l'uno:
— Che cosa vorrebbero fare?
E l'altro:
— Glie l'hanno giurata! _Bàgàj_ è rimasto in mezzo alla strada con quattro bambini, la moglie incinta e due vecchi.
— Non è della Lega rossa?
— Sì.
— E perchè non ci pensa la Lega?
— E dove si trovano i _fondi_ (poderi) per Bàgàj?... Nella sua famiglia non ci sono braccia! È solo a lavorare e deve prendere un garzone e delle opere.
— E il marchese della Pipetta lo ha licenziato per questo?
— No; ma perchè era nella Lega rossa.
— Allora è un vigliacco.
— Oh, la pagherà salata!
— Sì, le parole di Bagàj!... Urla urla e poi non ammazzerebbe neppure una mosca.
— Questa volta, no.
— E perchè?
— Perchè non è lui che deve ammazzarlo.
— E chi allora?
— Sono gli amici di Bagàj che l'hanno giurata al marchese.
— Quali amici?
— Gli uomini dei _Turèll_.
— Buone pelli!
— _Jusafin_ e _Plèdga_. Li conosci?
— Chi non li conosce? Be'... ma dove lo pescano, il marchese?
— Questa sera deve andare alla sua villa. Lo sanno. Lo aspetteranno per la strada del fiume, dietro ai canneti, _Plèdga_ se tira, non sbaglia!
Non una parola del dialogo degli ignoti era sfuggita al Cavalier Mostardo. Ormai ne sapeva abbastanza; doveva scomparire senza essere veduto per non destar sospetti, per rimaner padrone del segreto carpito occasionalmente e poter agire come meglio gli fosse piaciuto. Si pose gattoni; scivolò dietro la macchia delle tamerici; arrivò al cancello del giardino; si allontanò trattenendo il fiato poi, al primo vicolo scantonò e prese la corsa.
Ad un tratto gridò:
— Spadarella?... Spadarella?...
Era certo di averla veduta in fondo alla strada, in una rossa chiazza del sole moribondo.
Non era possibile che un'altra creatura potesse assomigliare tanto alla sua bambina. Aveva la stessa veste, gli stessi capelli, l'identica andatura.
— Spadarella?... Spadarella?...
Ma la piccola non solo non si rivolse, anzi affrettò il passo e scomparve. Allora Mostardo si mise a correre per raggiungerla; ma, quando arrivò in capo alla strada, ebbe un bel cercare a destra e a sinistra!... Spadarella non c'era più.
— Dove sarà andata?... È possibile non mi abbia sentito?... Forse non era lei!
Riprese la strada; ma una nuova amarezza indefinibile gli si annidava nel cuore.
In una stanza squallida di una casa svergognata, la povera piccola bionda del giardino tranquillo aveva portata la sua verginità all'amore. Ma ritornava senza un canto nell'anima, nella sera rossa come il suo bel volto atterrato.
CAPITOLO XVII.
_Qui l'amore e la bontà danno scacco matto al cuor di Mostardo e Spadarella canta._
Rigaglia aveva un gran daffare. Tutti i giorni, quando il Cavalier Mostardo ritornava a casa, verso sera, trovava il «_brutto testone_» in cortile, in mezzo a un crocchio di contadini. E parlava, e gestiva, e discuteva come un invasato, raccogliendo la ferma attenzione e il pieno consenso degli ascoltatori suoi.
Una volta l'udì dire:
— _Perchè la bassa sflicita debbono comandare; e la terra saranno di chi la lavora!_...
Ora, per penetrare nell'ermetismo rigagliano, convien sapere che l'oscurissima «_bassa sflìcita_» (bassa infelicità) altro non era se non il popolo minuto, la plebe più in basso, la maggioranza dispersa.
Forse in altri tempi, e con altro cuore, il Cavalier Mostardo si sarebbe fermato ad ascoltare i discorsi di Rigaglia e ne sarebbe nato uno fra quei contradditorii ineffabili, in cui il grande trionfava del piccolo non solo per virtù di logica, ma, altresì, per magnanima virtù muscolare e definitiva. Però, essendo tetra l'ora corrente, e a ben altro intesa l'anima affannata del nostro eroe, accadeva che il Cavaliere passasse oltre senza rifiatare.
E questo era piaciuto a Rigaglia il quale moltiplicava i suoi raduni accrescendo sempre il numero degli ascoltatori, tanto che una sera, rincasando il Cavalier Mostardo, trovò il cortile talmente stipato, da non sapere come attraversarlo per arrivare alle scale che conducevano alle stanze del primo piano.
E quella sera chiamò Rigaglia in disparte e gli domandò:
— Mi sai dire che cosa complotti?
— Niente.
— Che fanno qui tutti questi contadini?
— Si parla.
— Ma sei tu che parli sempre!
— Oi...
— Be'... e che cosa dici?
— Un po' di politica, così...
— Con questi insensati?... Vuoi vender loro dei lunari?
— Discutiamo del giusto!
— Nelle tasche degli altri!
— Il santo sudore dei lavoratori...
— Ma va' via, chè sei un versipelle!
E l'aveva piantato in asso, così, perchè tutto gli era indifferente ormai; e avrebbe lasciato crollare il mondo senza muovere un dito.
Non voleva veder più nessuno: nè l'onorevole, nè gli altri uomini minori del partito; in proposito aveva dato ordini severissimi e inutilmente erano andati a cercarlo l'avvocato Suasia e Bucalosso; l'ingegnere Fias e Asdrubale Tempestoni. Egli voleva essere come morto.
Di tale stato di spirito veniva approfittando, come abbiamo veduto, il lento e cocciuto Rigaglia il quale, avendo segretamente saputo che si lavorava, nei circoli repubblicani, a preparare la _Settimana rossa_, decisosi ad uscir dal suo guscio per entrare nel mondo dei fatti, si preparava gli uomini che potevano intenderlo e sostenerlo, il giorno in cui, stanco di essere nessuno, gli fosse piaciuto difendere gli interessi suoi apertamente e in forma aggressiva.
Come e perchè Rigaglia fosse, arrivato a tale divisamento non sarà di intesa difficile quando si pensi che aveva egli accumulato tanto danaro da pareggiarsi, con giustizia, a un piccolo borghese; ora il solo timore di poter essere compreso nell'odiata classe degli sfruttatori, lo improvvisava e lo manteneva leone.
Si avvicinavano i giorni della _Settimana rossa_ e nessuno poteva supporre che dalla tanto auspicata sommossa dovesse balzare alla luce una nuovissima farsa; molto meno poi Rigaglia testone poteva immaginar questo; egli anzi credeva imminente il _Regno del Popolo_; e siccome, per aver un certo fiuto pratico, sapeva che tale Regno si sarebbe iniziato con la scalata alle Banche ed alle Casse di Risparmio, voleva, in ogni caso, essere fra i primi a penetrare nei tanto vietati recessi: in primo luogo, per mettere a posto le cose; e, in secondo luogo, per non rimanere spogliato e disautorato.