Part 24
— Io non posso voler questo.
— Perchè?
— Perchè si tratta della tua fortuna.
— Ma se io lo voglio?
— Tu sola non puoi decidere.
— Anzi lo posso, Paolo; e tu sai che quando voglio una cosa...
— Ma non potrei assecondarti.
— Dunque ti fa piacere?
— No.
— E allora?
— Che cosa ho da offrirti in compenso? Quale vita ho da offrirti?... Il sacrificio!
— E che mi importa? Sono stata abituata da signora, forse?... Che cosa desidero di più del tuo amore?
— Oggi niente di più; ma domani?... Domani quando l'amore se ne sarà andato?
Allora Spadarella scosse lentamente il capo e sospirò:
— La verità è che tu non mi vuoi bene.
— Ora bestemmi!
— No, Paolo!... Ci vedo chiaro...
Egli tolse la sua mano da quelle di lei e fece per andarsene.
— Non te ne andare!... Paolo?...
Si fermò; si rivolse.
— Vuoi bisticciarti, Spadi?
— Perdonami. Qualche volta non ti capisco.
— E io neppure, sai? Perchè quando si vuole veramente bene non si hanno dubbi... non si pensa il male... non si guarda alle convenienze... non si ha paura di niente quando si vuole veramente bene!...
— No ti ho detto che verrò?
— Sì; ma devo crederlo?
— Guarda: anche se dovessi uscire di casa per non rientrarvi mai più, ti ho detto che verrò e verrò!
— Amore mio!
— ... anche se fossi certa che lo zio Giovanni mi aspettasse all'uscita per stroncarmi; e avessi la convinzione di rimanere in mezzo alla strada solo con questi panni e maledetta da tutti verrei, Paolo. Tu non mi conosci. Ho paura, ho vergogna... ma ho deciso. Ti voglio bene... Vengo da te... fa quello che vuoi... sarà quel che sarà!...
Egli la prese fra le braccia e la coprì di baci in uno spasimo diluviante, in una ebbrezza convulsa.
— Basta... basta... basta, Paolo!... Per carità...
Aveva abbandonato il capo all'indietro, gli moriva fra le braccia.
Fu la voce del Cavalier Mostardo che li riscosse. Si udì nel giardino il suo vocione gridare:
— Spadarella?... Spadarella?...
Paolo si disciolse in fretta dall'abbraccio e disse:
— Allora... a domani, Spadi!
— Te ne vai?
— Sì.
— Tanto presto?
— È più tardi delle altre sere.
— Non vuoi vedere lo zio?
— No.
— Perchè?
— È un uomo che mi urta.
— Ma se è tanto buono!
— Lo so... ma... debbo andare. Addio, Spadi.
— Arrivederci.
Si baciarono poi Paolo prese la strada di furia e scantonò. Spadarella non era più gaia; neppure poteva spiegarsi l'improvvisa malinconia. L'accoglieva con l'anima mansueta delle creature che sanno solamente amare.
— Spadarella? Spadarella?
— Sono qua, zio.
— Perchè non rispondi? È un'ora che ti chiamo!
— Ti aspettavo.
— Che cosa fai qui?
— Stavo per rientrare.
— Sei sola?
— Sì.
— Dov'è Paolo?
— Se ne è andato.
— E perchè?
— Aveva da fare.
— A quest'ora?
— ... non so...
Lo zio Giovanni non aggiunse parola, ma chi avesse potuto vedere la faccia di lui, nascosta nell'ombra, non l'avrebbe trovata soverchiamente serena.
Si avviarono verso casa.
— Ho visto Tempestoni... — fece lo zio Giovanni.
— Bene...
— Ti aspetta domani.
— Domani?... E dove?...
— A teatro.
— E perchè domani?
— Cominciano le prove.
— È proprio necessario ch'io vada? La mia parte la so benissimo.
— Io non c'entro, bambina. Tempestoni mi ha detto che ti aspetta; ti ho fatto l'ambasciata. Del resto farai quello che vorrai.
Camminarono per un poco in silenzio nel tepore della notte.
— Che cos'hai, Spadi?
— Io?... Niente! Perchè me lo domandi?
— Mi pareva tu fossi scura...
— No, zio.
— Davvero?
— Davvero!
— Sarà! Però, bambina, non sei più la mia Spadi di una volta!
— Ti sembro cambiata?
— Ecco... cambiata, no! Non è la parola. Mi sembri più lontana...
— Ma no, zio!
— Lasciami dire. Io, certe cose, le sento, anche se non le capisco e... non mi sbaglio mai.
— Però questa volta...
— Questa volta tu hai qui dentro — e le toccò il core — un bel peso!
— Ma ti sbagli!
— Non mi sbaglio, Spadi!... No, no, non mi sbaglio! Del resto non voglio mica sapere i tuoi interessi. Però, se si trattasse di scommettere, scommetterei che vi siete bisticciati. Di un po; è vero?...
— ...
— Rispondi: è vero o no?
— È vero!
— Vedi?... Lo zio Giovanni ha buon fiuto, il povero zio Giovanni!... Ora, da quando è venuto quell'altro, non vuoi più un gran bene neppure a lui!
— Oh, zio! Perchè dici questo? Non ti bruciano le parole?
E gli si gettò al collo e lo strinse forte fra le braccia.
— Mi sbaglio?
— E non lo senti? — Aveva la voce di pianto. — Questa sera sono un poco malinconica, ecco tutto. Non capita mai a te?
— Oh se mi capita!... — e trasse un grande sospiro.
— E sai il perchè, tutto il perchè della tua malinconia?
— Io sì che lo so!
— No, zio. Forse ti sembra, ma non lo sai.
— Bambina mia, lo so anche troppo!
— Certe volte, forse; ma non sempre.
— Sarà!... Non voglio darti torto. Però se non fosse lei... sempre lei... sempre, porco Dacco!, quella febbre di lei che mi prende, oh!... ti assicuro che, nonostante tutti i Rigaglia e tutti i versipelle, ti assicuro che sarei allegrissimo.
— Lei?... — fece Spadarella meravigliando. — Ma chi è questa lei?...
Il povero Cavaliere si morse le labbra. Gli era scappata. Tentò di fare lo smarrito:
— Ho detto lei? Non me ne sono accorto.
Spadi sorrise.
— Dunque hai un segreto?
— Io?... Ma neanche per sogno!... Che segreto?... Che cosa vuoi che abbia io, vecchio matto?
— Hai qualcosa che ti fa soffrire, zio?...
— Ma se sono un insensato!... Non lo crederai mica davvero ch'io sia diventato tanto imbecille...
— Perchè?
— Ma scherzi?... Io, con tutti i miei anni, innamorato!... Non farei ridere?...
— Perchè, zio?...
— Come perchè?... Ma l'amore è fatto per voialtri giovani che potete sempre riparare a questo grande sproposito: non per noi, vecchi, che non abbiam più tempo neppure per poterci pentire e ci caschiamo dentro da quei grandi balordi che siamo, mani e piedi legati, per ridurci come il campo del mercato, dove tutti sputano!...
— L'amore arriva quando vuole...
— Sì, con l'olio santo!
— Zio... e non gli si può dire di andarsene.
— Ma non si diventa stupidi alla mia età?
— Perchè?
— Ma perchè sì! Perchè si diventa stupidi! Si diventa la favola del mondo.
— Che cosa c'entra il mondo? Tu sei ancora giovane.
— Sì, bel moscardino!
— Sei giovane... e lo sai.
— Io so che, se potessi, mi prenderei la testa e la butterei in un fosso!
— Povero zio!
— Povero?... Già... povero!... hai ragione. In fin dei conti non sono che un disgraziato.
— Non lo dire.
— Un disgraziato, un disgraziato! Voglio urlarlo!... Lasciami sfogare! Che cosa ho, io?... A che cosa mi è servita tutta la vita?... Tutte le mie battaglie, tutti i miei entusiasmi, tutta la mia fatica?... A che cosa?... Ma a che cosa?... Avanti, dillo tu, a che cosa?... A niente!... Bambina, non parlare, io lo so bene: a niente!... Mi sono prodigato e mi è arrivato un calcio; ho combattuto per gli altri e, per tutto ringraziamento, mi hanno sputato addosso; ho dato del mio, di quel mio che mi son pur faticato, se son venuto su dalla miseria, e poco c'è mancato non mi chiamassero ladro!... Il popolo si chiama Rigaglia!... Ma sì, bambina mia!... E sono arrivato a questa età con tutte le mie minchionerie dei vent'anni. Me le sono portate dietro come un imbecille. Eccole qua tutte quante, che non ne ho perduta neppure una per la strada. Bel carattere! Meriterei la forca solo per questo. Perchè un uomo, se ha la fortuna di vivere, almeno impara a conoscere le carogne che si trova fra i piedi. Ed io non ho imparato niente!... Ho imparato ad essere un bambino quando avrei dovuto trattare il mondo per quel che si merita. Ho preso tutto sul serio. Oggi sono solo. E faccia Dio che tu mi sia sempre vicina perchè il giorno in cui mi dessi alla disperazione, guai agli uomini del mio paese!...
— Povero zio!... Soffri tanto?...
— Soffro?... No che non soffro. È la vita che è canaglia! Forse sono stanco, Spadi. Ma non mi domando niente. Aspetto. La mia vita non sarà eterna!
— Proprio, questa sera, non pensi affatto alla tua Spadarella!
— Hai ragione. Non so neppure quel che mi dico. Poi ho qualche cosa per la testa...
— Che cosa?
— Perchè Paolo non mi ha aspettato?
— Te l'ho già detto, zio. Doveva andare...
— Ma capita sempre così quando arrivo io. Ha forse paura di me?... Che cosa gli ho fatto?
— Perchè dovrebbe aver paura? Non essere ingiusto!
— È vero. Perdonami. È la mia testaccia che frulla male.
— Forse se tu volessi parlare alla tua bambina, ti passerebbe.
— Mi passerebbe?... Ho qui dentro una pena... tu sapessi!
— E fin che la tieni chiusa ti farà più male.
— È vero.
— Allora sai bene che non lo racconti a nessuno, se parli a me.
— Non posso. Mi fa vergogna.
Erano arrivati presso la porta di casa. Si vedevano le finestre illuminate. Ristettero. Non avrebbero voluto interrompere la loro solitaria intimità e che nessuno si fosse interposto. Forse lo zio Giovanni aveva ancora tante cose da dire; forse Spadarella avrebbe amato restare nel buio del giardino e seguire la sua indefinita malinconia. Non era il turbamento della promessa ma alcunchè di più remoto, un'ombra sul sogno de' suoi anni radiosi. Che poteva accaderle? Era tanto felice! Ebbene, forse niente sarebbe intervenuto a turbare il ritmo della sua felicità, ma la malinconia si vela di una sola parola per tenere il cuore dei giovani. Quella era una notte del mondo contristata, per lei, e più non avrebbe voluto parlare nè ascoltare la voce e le parole semplici e ignare di Spina Rosa. Avrebbe voluto arrivare alla sua stanza e chiudersi dentro senza che nessuno potesse vederla e senza scambiar parola con nessuno. Sentiva che avrebbe pianto volentieri. E forse c'era la crudezza di una parola, in fondo al cuore di lei, e anche l'ombra di una volontà prepotente ch'ella assecondava ma che turbava un incantesimo. E la felicità è delicata: e di nulla si turba. È come lo specchio di uno stagno fra i boschi; fondo e mutevole. Qualcosa aveva turbato il volto della sua serena e tranquilla felicità, ma di questo non poteva nè voleva convenire seco stessa.
E più si accorava del dolore dello zio Giovanni.
Tacevano fermi così, l'uno vicino all'altra, senza guardarsi. Poi il Cavalier Mostardo si riscosse:
— Spadarella... io non so se tu abbia capito... ma, se hai capito, mi raccomando a te...
— Zio! E puoi credere solamente che io parli?
— No, se ti ho mostrato, il cuore.
— Me ne credi indegna?
— Spadi!
— Allora abbiam chiuso le nostre parole nello stesso silenzio.
Stavano per entrare in casa quando udirono un passo affrettato sulla ghiaia del viale. Mostardo stette inorecchito. Si udiva il busso di due grandi piedi.
— Se non mi sbaglio è Rigaglia.
Si udì un grugnito.
— Te l'ho detto? È lui.
Spadarella sorrise.
— Che cosa sei venuto a far qua?... Che cosa vuoi?...
— Bisogna che veniate subito...
Ansimava.
— Dove?
— Vi aspettano a casa...
— Chi?
— I compagni.
— Ma quali compagni?
— ... dice che muore...
— Muore?... Ma chi muore?... Vuoi spiegarti o no?...
— Ma non ve l'ho detto, santo Dio?... Coriolano!
— Che cosa? Coriolano muore?
— Sì.
— E non sai dirmi chi mi aspetta a casa?
— Ci son due uomini e una donna.
— Una donna? E chi? Ti ricordi almeno come vestiva?
— Io non l'ho guardata ma aveva un cappello rosso...
— Un cappello rosso? Ne sei ben sicuro?
— Sì.
— Allora è lei. Non vengo.
— Ma chi lei, zio?
— Proli.
— La signorina Proletaria?
— Sì. La nipote di Coriolano. Non vengo, non vengo.
— Ma perchè zio?
— Il perchè è troppo lungo, bambina mia. È certo che non voglio trovarmi fra i piedi Proli.
— Allora dirò... — riprese Rigaglia.
— Ma dì tutto quello che vuoi; non mi importa niente. Io sono un fuorisacco!
E mentre Rigaglia si allontanava nella notte, il Cavalier Mostardo si strinse a Spadarella ed entrò in casa.
CAPITOLO XVI.
_Della morte e della cremazione di Coriolano; della scomparsa di Proli; degli amici di Ninon Fauvétte e di altre disparatissime cose._
La casa era piena e Coriolano stava per esiliarsi nel mistero. Glie l'avevano detto, glie l'avevano predicato:
— Non bere, non straviziare. Alla tua età e coi tuoi mali bisogna adoperar giudizio. Se vuoi rimanere al mondo non devi fare le strippate che fai. Bada che soffri d'asma e l'asma non perdona. Hai un cuore che fa ridere. Una volta o l'altra fai la capriola!
Ma Coriolano duro.
— Qu-qu... qu-qu... qqquando è l'ora... bu-bu... bu-bu... bbbuonanotte!
— Sì, _cucù_ e _bubù!..._ Ma se la _bubù_ ti arriva addosso, sarà lei che farà a te _cucù_, povero idiota!
— Bbbbbb... bene! E allora, porca miseria! evviva la Repubblica!
E, con questo cuore aveva continuate le sue bisboccie all'_Ustarì de Bér_ (osteria del Montone) nella quale l'oste, che beneficiava appunto, e non sappiamo per quali delicati motivi, del nomignolo di _Ber_, andava famoso per la sua scienza nell'apprestare certi manicaretti di trippe, celebri in tutta la Romagna.
Ora quando capitava qualche forestiero nella Città del Capricorno, Coriolano si affrettava a invitarlo, o a farsi invitare, alla famosa _Ustarì de Bér_, per fargli assaporare le trippe.
Necessariamente chi mangiava più di tutti era Coriolano. Dall'antipasto alle frutta (e l'antipasto consisteva in mezzo chilogrammo di pane!) egli si trovava in prima linea, col piatto più colmo e col più vorace appetito. Divorava, urlava, improvvisava discorsi, si prodigava in allegria tenendo la brigata sempre al diapason del cordiale fracasso. Ma, per fucinare tali gioconde serate, occorrevano litri e litri e litri di Sangiovese ed era sempre Coriolano che pensava a far empire i bicchieri, e sempre Coriolano che gridava all'oste:
— _Bér? Un'étar litar!_ (Bér? Un altro litro!)
E alla fine del simposio, dopo il rituale brindisi:
— Bevo alla salute della Democrazia, oggi combattente, domani vincitrice! — era costretto a sbottonarsi il panciotto e ad allentare la cintola dei pantaloni. Ma aveva mangiato bene e ciò lo ripagava delle possibili sofferenze alle quali andava incontro.
Dopo tali strippate aveva un sacro orrore del letto e del chiuso e aspettava l'alba accompagnando a casa, ad uno ad uno, tutti gli amici. Rimasto solo, entrava nel Caffè notturno dove erano adunati i mercanti di buoi che stavano per andarsene verso i mercati. Sedeva in un angolo e incominciava a non poter più respirare.
Ma, passando di eccesso in eccesso, l'organismo del Donzello finì per non presentare più resistenza e, un bel giorno, si fece vincere da un attacco cardiaco tanto da disporre l'anima al transito.
Ora le gente adunata nella casa di lui non rideva più. C'era la morte. I romagnoli, quando sono di buono stampo, non hanno paura della morte ma la rispettano. Non che ne avvertano il pauroso mistero, anzi, per loro, tale mistero non esiste; cose astratte non sono per il loro palato; il loro convincimento è che, con la morte, tutto sia, e giustamente, finito; ora quando se la trovano fra i piedi, questa morte ubbriaca, si tolgono il cappello e non parlano più perchè, non foss'altro, avvertono che con lei non si può combattere e che è inutile farsi illusioni.
Nella casa di Coriolano c'era adunque un grande silenzio. Si udiva appena un fruscio di passi guardinghi e qualche frase sommessa.
Erano là, dall'Onorevole a Bucalosso, tutti i maggiori rappresentanti del cuore repubblicano. C'era Tempestoni, c'era il Trancia, l'avvocato Suasia, l'ingegner Fiat, il Sindaco, gli assessori, i pompieri, gli spazzini.
Coriolano era un'istituzione; con lui scompariva un po' di vermiglio dalla bandiera repubblicana. Un po' della vecchia idealità umanitaria, del vecchio entusiasmo romantico, della sacra generosità strepitosa che negava il Re e il Clero per educare il popolo a un'Idea di universa giustizia e di liberi reggimenti politici, se ne andava verso il buio del passato con l'anima di Coriolano.
Questo avvertivano gli intervenuti. La prima concezione repubblicana finiva con gli uomini suoi più rappresentativi. _Venivano innanzi i tempi di Rigaglia._ La dittatura di Rigaglia era prossima.
Bucalosso si era fermo alla porta a ricevere le visite.
E le stanze si empivano di popolo.
Mostardo arrivò solo e di gran corsa.
Salì gli scalini a quattro a quattro; i compagni gli fecero largo senza dire parola; eccolo al letto del morente.
Coriolano era entrato nello stato comatoso e non lo riconobbe.
Nella stanza pesava un'aria graveolente e irrespirabile.
Nessuno pensava ad aprir le finestre. Tanto ce n'era per poco ancora.
Si udì un rumore nella stanza vicina. Ecco Proletaria.
Si diresse difilato verso il Cavalier Mostardo il quale fece la più brutta faccia che si fosse mai veduta.
— Dov'eravate? Vi abbiamo cercato dappertutto. Abbiamo mandato in giro anche Rigaglia.
— Lo so.
— Come fate a saperlo se non vi ha trovato?
— Me l'hanno detto.
— E chi ve l'ha detto?
— Ma non sono mica qui per rispondere a voi, cara signorina! Abbiate almeno un poco di rispetto per questo disgraziato che muore!
Proli si morse le labbra e non aggiunse parola. Si tolse il feltro rosso e apparve in capelli. I suoi quattro capelli scompigliati, che le ricadevano a teghe sulle orecchie, la facevano ancor più brutta. Girò il letto e andò a porsi all'angolo opposto del capezzale guardando ora il morente, ora Mostardo.
Che cosa meditava?
Mostardo pensò:
— Questa sera non ho pazienza e, se mi guarda male, scoppio!
I loro occhi non si erano incontrati che una volta sola.
— Eh, che disgrazia? — mormorò Proli.
Mostardo grugnì senza rispondere.
— Era ancora giovane, povero zio!
Silenzio.
— Sapeste quanto vi ha cercato; quante volte vi ha ricordato!
— Già.
— Adesso, forse, non potrà riconoscervi più...
— Sicuro!
Proli ebbe una smorfia di repressa ira.
— Si direbbe, non ve ne importi niente.
— Io dico che, al letto di un moribondo, sarebbe meglio star zitti.
Per la seconda volta Proli dovette inghiottire e tacere; questo non le conferiva punto.
— Siete intrattabile!
— Io sarò intrattabile, ma voi siete un bel empiastro.
— Ignorante!
— Pettegola!
Così, con perfetta cavalleria. Proli e il Cavalier Mostardo si incontravano al letto di un moribondo.
Trascorse una tregua; troppo aspri erano stati i primi approcci.
— Poveretto, non potrà vedere il Golfo Mistico! — mormorò Tempestoni.
E l'avvocato Suasia:
— Quando vai in scena?
— Domani incominciamo le prove.
— Allora fra una diecina di giorni.
— Forse meno.
Il maestro Riva disse sonoramente:
— L'anima di questo garibaldino rimarrà nei cieli eroici del pensiero.
E Coriolano non capiva più niente. Rantolava nella gran pena di non poter finire. Ad un tratto si riscosse ed aprì gli occhi. Proli gli si chinò sopra e lo chiamò:
— Zio? Zio?
Coriolano aveva lo sguardo vuoto di coloro che son già nella tenebra eterna.
— Zio, c'è qui Mostardo...
— Mostardo...
— Sì, sì, Mostardo! È qui... guardalo è qui!
— Mostardo... — balbettò Coriolano; — Mostardo...
Allora il Cavaliere si levò e si chinò a sua volta sul trapassante. Questi ebbe un bagliore negli occhi, subito spento, ma non potè mettere insieme una parola in più. Solo si dette a brancolare a brancolare finchè non ebbe trovato una mano di Mostardo; la prese, la trasse a sè e continuò cercando la mano di Proli che, del resto, era già pronta.
Ecco l'idea di Proletaria!... Eccolo eccolo, il tiro assassino!... La pelata vergine aveva addomesticato il moribondo, lo aveva istruito alla manovra ch'egli ora veniva compiendo in un ultimo barlume di coscienza.
Mostardo cercò ritirar la mano ma non osò ricorrere alla violenza che sarebbe stata necessaria perchè Coriolano, e pareva impossibile, stringeva forte.
E l'orrenda cosa si compì, sotto gli occhi degli amici, egli sentì, nella sua, l'ossuta mano di Proli e il moribondo badava a stringere le due mani come a sigillarle in una promessa eterna.
Allora il maestro Egidio Riva disse:
— Qui assistiamo alla tragica e commovente maestà di un rito sacro: l'amore nella morte!
E Mostardo, di rimando:
— Sei un imbecille! Questa non è che la manovra di un pover'uomo che non capisce più niente.
— L'hai voluta? — sussurrarono gli amici.
E Proli:
— Siete più volgare di quanto non avessi immaginato. Non abbiate paura che non vi voglio! Mi fate semplicemente schifo!
Al che il nostro Cavaliere replicò con corretta e breve nobiltà:
— È ciò che desidero!
— Siamo d'accordo!
— Perfettamente!
— Villanaccio!...
— Regina del canapè!
Allora Proli scoppiò a piangere per fare effetto, ma nessuno le badò; poi, in quel punto, il povero Coriolano era entrato in una grandissima agitazione.
Tentò sollevarsi sui guanciali; corsero a sorreggerlo e, quando fu sul torso, riuscì a parlare. Si guardò intorno, accennò un sorriso, disse quanto più forte poteva:
— Compagni... muoio!... Evviva la Repubblica!...
Le balbuzie lo aveva abbandonato ma ormai era troppo tardi.
Poi che fu morto, uno si levò nel silenzio grave e opprimente, il maestro Egidio Riva; si levò, atteggiò la faccia a una smorfia di strazio ed ebbe due sole parole, due parole monumentali, conchiusive, solenni come la morte:
— È soccombùto!
Aveva detto:
— Badate ch'io non voglio far puzzo. La Valle di Giosafatte la lascio a chi ci crede. Sono stato repubblicano da vivo, voglio esserlo anche da morto. Mi dovete bruciare.
Tale era stata l'ultima sua volontà e doveva essere rispettata. Eletti a porla ad effetto furono alcuni sozii della _Compagnia del Bigarone_.
Nella Città del Capricorno non c'era un forno crematorio; bisognava prendere il morto e portarlo a Bologna. Della cosa si incaricarono: Bucalosso, Giovanni Magnani, detto _e' Bigul_; Catullo Rava, detto _'e matt d'la Pira_; Egisto Candiani, detto l'_Uslàzz_ e Giorgio Gelli detto _Zurzôn_.
Alle spese avrebbe pensato il Circolo Mazzini.
E un bel giorno costoro si presero la salma di Coriolano e la portarono a Bologna. Non uno fra i cinque aveva veduto in azione un forno crematorio e la curiosità era vivissima in tutti. Durante il viaggio non fecero che parlare di tale faccenda. Come sarebbe stato questo forno? Aperto o chiuso? E il morto si sarebbe prima arrostito e poi bruciato? Oppure si sarebbe bruciato senza arrostirsi?
La cosa era di somma importanza e fu discussa con smodato ardore. Vi fu chi parteggiò per l'arrosto e chi per la bruciatura finchè Zurzôn, non risolse la controversia con un'uscita improvvisa:
— Siete tutti matti e somari!... Ma che cosa credete che adoperino la legna per cremare?
— E che cosa, allora?
— Ma adoperano l'elettricità!
— Sicuro! L'elettricità! Vuoi che gli diano la scossa?
— Per farlo ridere?
— È una scossa tanto forte, povero imbecille, che ti ammazzerebbe cinque paia di buoi senza neanche far _bàu_!
— A crederci!
— Come a crederci? E in America come ammazzano i condannati a morte? Non li ammazzano con la sedia elettrica?
— Sì, ma la sedia elettrica non è un forno!
— Bella ragione! Se tu metti la sedia elettrica in un forno, invece di ammazzare un uomo, lo bruci.
— Giusta! — disse l'_Uslàzz_. — E poi l'uomo è bell'e morto.
— Che cosa vuol dir questo? — gridò _e' matt d'la Pira_. — Morto o vivo è la stessa cosa.
E _Zurzôn_:
— Perchè, cosa credi tu, che un uomo vivo possa fare le forze con l'elettricità?
Risero tutti quanti, compreso l'_Uslàzz_.
— Allora lo metteranno a sedere sulla sedia elettrica? — domandò _e' Bìgul_.
— Questo non lo so — rispose _Zurzôn_; — però credo di sì.
E rimasero fermi su tale convinzione: che avrebbero posto cioè il povero Coriolano in una sedia elettrica, dentro un forno.
— Allora deve muoversi?
— Sicuro!
— Sarà curioso!
Si proposero di osservare come si sarebbe svolta la faccenda.
Arrivati a Bologna non ebbero tempo da perdere. Il forno non era sempre a disposizione del pubblico; bisognava approfittare dell'ora fissata per sbrigarsi presto. I sozii avevano fame ma convenne rinunziare ad ogni idea di pasto per filar diritti verso il luogo dell'ultima purificazione, il quale era lontano.
Giuntivi dovettero aspettare il loro turno.
— E se lo lasciassimo qui — fece l'Uslàzz — e si andasse a mangiare? Verremmo a prenderlo poi con più comodo.