Part 23
Ed eccoli a Russi. Enormi accoglienze, evviva, battimani. Una folla da impaurire. La cosa non era troppo chiara. Ma _Zurzôn_ non poteva ritirarsi. Furono accompagnati in piazza da una turba acclamante. Giunti a destinazione, l'automedonte voleva andarsene allo stallatico con i cavalli; _Zurzôn_ non lo permise.
— Perchè?
— Tu non devi saperlo. Aspettaci qui.
E, fattosi cuor risoluto, disposti che ebbe in un bel semicerchio i suoi bandisti e afferrata la bacchetta dette il segnale di avvio.
All'infernale frastuono che si liberò seguì un primo tempo di stupore, da parte degli ascoltatori; poi un secondo tempo di esitazione; ma, in un terzo tempo, lo sdegno e l'ira furono tali che i concertisti l'avrebbero passata brutta se salvatisi sull'_omnibus_, non si fossero difesi dalla furia degli assalitori accendendo e lanciando contro i medesimi i razzi che avevano portato per abbellire la festa notturna.
Lo stesso _Zurzôn_, quando andava a caccia in Pineta, soleva salire sul più alto pino per imitare il verso del chiù e trarre in inganno i compagni. Però, scoperto bene spesso dai compagni, era preso a schioppettate tantochè scendeva col sedere impallinato.
Lo stesso, al gobbo Pulizia, un giorno che lo trovò a dormire in un orto, dipinse col più rosso minio le parti vergognose. Il povero gobbo aveva il sonno durissimo. Quando si destò e si accorse del cambiato colore delle sue delicatezze fu preso da tale e tanto spavento che, corso da un medico, gli riferì il fatto alla disperata, soggiungendo con voce piangente che certo doveva trattarsi di una malattia orrenda.
— Fate vedere — disse l'accigliato medico.
— Oh Dio! — esclamò il gobbo Pulizia. — Come farò?... Come farò?... Faccia conto, dottore, faccia conto di vedere della brace!...
— Ma è tutto? — domandò il medico.
— Come tutto? — fece il povero gobbo, smarrito.
— Sì, tutto l'apparato!
— L'apparato?... Oh Dio!... Ma non è l'apparato! No, non è l'apparato... è qui... come si dice?... — e indicava l'esatta ubicazione — qui... l'organo...
— Ho capito benissimo. Fate vedere.
Ma il gobbo Pulizia era pudicissimo.
— Non può ordinarmi qualcosa... senza...
— Non sono qui per perdere tempo!
— Sa?... Perchè mi fa vergogna!... È una cosa tanto brutta!...
Finalmente si decise e mostrò tutto. Allora parve scintillasse al sole un mobile laccato della Cina.
Il medico, prima guardò da lontano, poi si accostò un poco più, osservando con attenzione il novissimo affare. Chiese:
— Che cosa ci avete messo?
— Che cosa ci ho messo? — domandò il gobbo Pulizia facendo una faccia da nespola.
— Sì, con che cosa vi siete curato?
— Io?... Me ne sono accorto adesso, dottore!... Un'ora fa. Oh, Dio!... Si muore di questo male?...
Il medico si alzò, lo guardò ben bene in faccia, poi scoppiò a ridere.
— Perchè ride, dottore?
— Ma perchè vi hanno dipinto!
— Dipinto?
— Sicuro, dipinto!... E col più bel minio del mondo!
Allora il gobbo si guardò e gli parve di possedere uno di quei fischietti di zucchero rosso che si vendono per le fiere. Ne fu umiliatissimo e, se volle ridare la loro naturale apparenza alle coserelle sue, dovette tenerle per oltre un'ora in un bagno di trementina.
Questi i tipi semiselvaggi che formavano l'_élite_ della _Compagnia del Bigarone_.
Il Cavalier Mostardo uscì, ripreso nella morsa del suo amore. Guardò il pianeta Venere che era sopra ai pioppi delle mura e gli si empì l'anima di tal pianto che avrebbe voluto fermarsi a un angolo di strada, alla siepe di un orto qualsiasi e rimanersene là a soffrire per soffrire, con tutto il suo smarrimento. Poi gli venne in mente di sapere il perchè del torto patito; volle guardar negli occhi la propria disgrazia, esigere una spiegazione, una parola recisa, una intiera condanna. E prese una strada traversa.
Sotto la gran corsa delle stelle correva il disperato amore del Cavalier Mostardo. Era ormai la notte e una notte estiva di una chiarità superba. Non si vedevan che stelle, stelle, stelle. A volte il fulgore abbagliante di un remotissimo sole o l'immobile e malinconica luce di qualche pianeta; una nuova tristezza ignota nel fondo degli abissi; una disperazione eterna nell'eterna mutazione dei mondi.
Il cielo si apriva per l'anima degli uomini; ma forse solo gli alberi, solo i grandi alberi muti vi si affissavano estaticamente.
Mostardo vide Sirio, il sole abissale dalle cento luci, l'immenso focolare che arde nelle inconcepibili lontananze degli spazi; vide Sirio e per un poco non seppe che guardare lassù, attratto da quel fulgore di vertigine, dal profondo mistero di quella luce spettrale che arriva dall'orrore infinito della tenebra nera. Che passò nel suo cuore?... Quale nostalgico senso di remotissima tristezza?... Quale avvertimento, quale sperduta voce alla sua povera umanità transitante nell'attimo effimero della vita?... Si passò il rovescio delle mani sugli occhi e, per un istante, si smarrì, non seppe neppure verso dove, verso quale lontananza ignota; ma non fu che un istante; subito fu ripreso dalla necessità, dall'urgenza del suo dolore umano, dal peso della sua vita quale doveva essere necessariamente nel limite segnato.
E riprese il cammino fra le siepi e le case degli orti.
Il palazzo del marchese della Pipetta era illuminato. Tutte quante le finestre del primo piano lanciavan nella notte illune fasci di luce dorata. E queste finestre erano aperte, Mostardo si fermò ad ascoltare. Ecco il suono di un pianoforte; ecco una eco di voci festanti. Forse lassù si ballava... forse c'era festa grande. Questo anche gli morse il cuore.
Dunque Mignon, oltre il tradimento col marchese, poteva anche aver l'animo a feste e a balli?... E lui era conficcato nel profondo della sua passione e della solitudine sua, disperatissimamente!... Allora la sua decisione non conobbe più esitanze: a qualsiasi costo voleva e doveva parlare a Mignon.
Il portone era aperto: le scale illuminate... Mostardo infilò l'andito a gran furia.
E volle il caso che, proprio nell'attraversare la prima sala, egli si trovasse a viso a viso con Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
Non se l'aspettava. Il cuore di lui ebbe un gran balzo; il viso gli si fece bianco; e trovò solo la forza per mormorare:
— Oh, Mignon!... Voi qui...
Ninon Fauvétte non fu meno sorpresa e di bianca che era si fece vermiglia. Anch'ella mormorò:
— Voi qui...
— Mignon... non ne potevo proprio più... sono venuto...
— Lo vedo!
— Voglio parlarvi.
— Ma questa non è casa mia!
— Non importa.
— E nessuno vi ha invitato...
— Non importa.
— Ma importa a me.
— Vi faccio vergogna?
— No... non è per questo...
— Allora?
— Avete dimenticato tutto?
— Mignon, farò giustizia!
— No, per carità, non fate niente, non vi muovete!
— Ma se vi voglio tanto bene!...
Ninon Fauvétte sorrise, e soggiunse:
— Non mentite, Mostardo!
— Mentire?...
— Sì, vi prego di non mentire.
— Ma fate per ridere o dite sul serio?...
— Dunque sarei io che non vi amo?...
— Sì, voi. Lo so. L'ho veduto.
— L'avete veduto?... Mi avete veduto?... Ma dove?... Ma con chi?
— Mostardo è inutile parlarne.
— No... Mignon...
— È inutile. Ve ne prego!...
— Ma io...
— Qualsiasi cosa poteste dire non mi convincerebbe.
Il povero Mostardo era, di fronte all'arte femminile della simulazione, come un fanciullo ignudo. Non aveva difesa possibile perchè l'ingenuità sua non aveva confine. Poteva non credere a quel che diceva Mignon?... Poteva supporre ch'ella creasse tutta una storiella di infedeltà? Così, com'era, chiaro, espansivo, diritto e illuminato da una parte sola non poteva prendere le parole che per ciò che valevano nell'uso corrente e non poteva supporre che la menzogna gli si opponesse là dove egli portava lo spasimo di tutta quanta la sua vita e la verità del suo essere.
Così al simulato sdegno e all'ironica gelosia di Ninon Fauvétte, fior di Parigi, egli non seppe dapprima quale cosa opporre, tanto si trovò sbalestrato lontano da ogni presupposta accoglienza da parte di lei; e, per non aver la parola pronta, ristette, per qualche istante, sbalordito, in atto di estrema meraviglia: la bocca aperta e le ciglia inarcate.
Ninon Fauvétte che si trovava la vittoria fra mano molto prima di quel che non avesse pensato, ne volle approfittare fino alla fine, sì per togliersi da un punto penoso, come per disarmare il buon gigante; così raccolta la voce alla tonalità più amara; e fredda e impassibile nell'aspetto, riprese:
— Non avrei mai creduto che aveste potuto dimenticarmi tanto presto!
— Mi...
— Perchè vorreste mentire, Mostardo... Tanto la verità non si può nascondere. Io vi avevo dato tutta me stessa e per voi non è stato che un capriccio.
— Per Bios...
— Sì, un capriccio!... So benissimo che siete il beniamino delle donne...
— Io?...
— ... ma avete sbagliato i vostri calcoli il giorno in cui vi siete pensato di trattar me alla stregua delle altre....
— Le mie...
— Le vostre amanti, le vostre amanti!... Chi non le conosce... Valeva proprio la pena di sfidar tutto per voi! Di attirarmi l'odio e il disprezzo dei marchesi Alerami... di perder tutto... di diventar la favola del paese!... Non potevate usare maggior perfidia verso di me.
— Ma no!... ma no...
— Mostardo, io vi chiedo per l'ultima volta, se non una prova d'amore, chè questa non potrei pretenderla, un gesto di amicizia. Posso sperare tanto?...
— Ah, Mignon!... — e aveva il singhiozzo alla gola.
— Datemi la mano... — gliela stese. — E adesso promettetemi...
— Che cosa?...
— ... di non parlare più di tutto quanto è stato. Me lo promettete?...
— Non posso!
— Perchè?...
— Mi scoppia il core!...
— Mi volete negare anche l'ultima prova di amicizia che vi chiedo?...
— Ma no... ma no... Voi non capite niente, poverina!... Vi hanno dato ad intendere tutte queste vigliaccherie!... Vi hanno confusa la testa!... Non è vero!... Ma non è vero, per Bios!... Io non ho veduto neppure una mosca... tutte le donne mi fanno schifo... non ci siete che voi com'è vera l'anima di Dio, Mignon!... Perdessi sul momento gli occhi!...
— Vi prego di non perdere niente!... — diss'ella con un tono gelido e con tanta ironia che Mostardo rimase là come se avesse ricevuto in pieno un ceffone da sbalordire.
— Vedete?... — riprese. — Siete voi che non volete più saperne!
— Sì, sono io! — rispose Ninon Fauvétte senza scomporsi. — Ma ve ne ho spiegata la ragione.
— È falsa!
— Be', basta, Mostardo!... Io non posso star qui fino a domani.
E gli tese la mano e fece l'atto di accomiatarsi.
— Ve ne andate così?... Mignon....
— Vi prego... basta!...
Egli prese la mano di lei.
— Ma io voglio parlarvi... ho il diritto di parlarvi!
— Non adesso.
— Quando allora?
— Non so.
— Mignon, non spingetemi alla disperazione!
— Non posso dirvi quando. Aspettate una mia lettera.
— Una vostra lettera?... Non arriverà mai!
— Se non mi credete non ho niente da aggiungere.
E, tolta la mano dalla stretta di quelle di lui, gli volse le spalle e se ne andò.
Per qualche istante il povero Cavaliere ristette a guardare la porta dietro la quale ella era scomparsa, poi riprese la strada piano piano: la testa bassa e le mani dietro le reni.
Quando fu solo nella notte e ben lontano, si appoggiò a un muro, in un vicolo solitario e, nascosta la faccia, incominciò a singhiozzare.
CAPITOLO XV.
_Dove Spadarella vive la sua ora di felicità e il Cavalier Mostardo si dichiara un fuorisacco._
Sul morir dell'estate, l'amore aveva compiuto il suo incantevole giardino. Fra le sante preghiere di Spina Rosa e le benedizioni di Girolamo e Stefano si era avverato questo miracolo.
Paolo Corani non era la canaglia di cui aveva potuto sospettare il Cavalier Mostardo; aveva agito da galantuomo e tutte le cose erano in regola con le consuetudini correnti.
Consacrato, nel rito del fidanzamento, l'amore dei due giovani, non rimaneva a Spadarella che un dubbio: avrebbe dovuto seguire la carriera del teatro o non era meglio abbandonarla prima ancora di cominciare? Lasciar da parte ogni vanità o speranza di guadagno per la quieta dolcezza dell'amore...
Paolo non era ricco; guadagnava appena quel tanto che poteva bastare a una vita più che modesta; ma, d'altra parte, Spadarella si accontentava di ben poco ed era sempre tranquilla. Se aveva accondisceso a cantare, non era stato per un sogno di splendori vani. L'anima di lei non era turbata da scomposti desideri, ma placida e mansueta come la sua casa, come le azzurre colline che chiudevano l'ultimo orizzonte della sua casa.
Ora l'estate languiva fra le braccia del giovane autunno. Ogni cosa era quieta e bella. Passava una tregua sul mondo. Era il tempo di volersi bene. Le due giovinezze vicine, si accorgevano di aver fra di loro la felicità. Spadarella aveva quasi paura di essere tanto contenta.
— Che cosa accadrà dopo?...
Perchè si sa che, al mondo, non si può stare in pace col proprio cuore se non per attimi. E, dopo, si sconta la dimenticanza di un giorno. Forse non si sconta sempre, ma si sublima nel dolore.
E l'estate moriva. La Città del Capricorno era tutta quanta tappezzata da manifesti grandissimi. Il nome di Spadarella trionfava su tutti i muri, in tutti i marciapiedi insieme ai quattro buoi e alle sette vitelle. Asdrubale Tempestoni sfidava le critiche de' suoi concittadini. Siccome i manifesti li compilava lui, ne uscivano a volte strampalerie inaudite. Il pubblico ne faceva le matte risate, ma ciò non scomponeva l'organizzatore. Torno torno alla Piazza si potevano leggere, stampate su carta rossa, le seguenti parole:
UN GOLFO MISTICO UNA DIVINA ARTISTA UNA STALLA DI BESTIAME POTRÀ GODERE IL VINCITORE DELLA GRANDE LOTTERIA
oppure, su carta verde:
OLÀ!!! FERMI TUTTI QUI NON SI FANNO CHIACCHIERE! QUI SI POSSONO AVERE SETTE VITELLE E QUATTRO BUOI PER SOLI DUE SOLDI!
Ma intanto, facendo ridere la gente, Tempestoni arrivava al traguardo. I biglietti della lotteria andavano a ruba.
Nello stesso tempo il Teatro Comunale era sottosopra. Il signor Asdrubale lo aveva riempito di operai e vi compariva venti volte al giorno. Egli si era fatto una cultura speciale intorno ai _Golfi Mistici_ e voleva che i lavori fossero condotti sui suoi disegni e sulle sue particolari vedute. A chi gli faceva qualche osservazione usava rispondere invariabilmente:
— _Mo' cosa vuoi capir te! Ne hai mai fatto dei Golfi Mistici?... No?... E allora sta zitto. Cosa c'è da ridere? È un Golfo o non è un Golfo questo?... Sentirai quando ci suonano, brutto asinone! Ti viene su la musica come dal buco del fonografo!_...
E così battagliava da mane a sera, non mai stanco, non mai avvilito, non mai vinto dalle risa e dalle acerbe critiche dei concittadini suoi. Asdrubale Tempestoni era uomo tale che, quando aveva preso una via, la morte sola avrebbe potuto fermarlo. E le sue imprese straordinarie gli andavano sempre bene appunto per tale testardaggine. E le idee gli turbinavano in testa senza posa.
Una notte fece stampigliare tutti i marciapiedi e tutti i muri della Città del Capricorno con le seguenti parole:
SPADARELLA LA GRANDE STELLA
Un'altra volta fece prendere, sempre di notte, tutti i cani e tutti i gatti randagi che trovò, e stampigliò i cani e i gatti col nome della piccola bella dal soave giardino. Quando fu giorno, si vide, ad esempio, una frotta di marmocchi inseguire una cagna nera che recava sul dorso, in grandi caratteri rossi, il nome di
SPADARELLA
E questo nome diventò in pochi giorni celeberrimo. Ma dietro Spadarella era la lotteria e la lotteria non era da meno di Spadarella. Bisognava elevare alla stessa grida e l'una e l'altra; adeguarle nella curiosità e nell'attenzione della gente.
La fucina del baccano, guidata e alimentata da Tempestoni, non aveva mai riposo. Bisognava porre ad effetto una trovata dietro l'altra e tutte dovevano essere originalissime.
Una volta, il nostro Asdrubale, raccolse tutti i poveri caratteristici del paese: _Magnamosch_ (Mangiamosche); _e' matt d' Batèla_ (il matto di Batella); la _Margusòna_ (la Moccolona); _e' Zìvul_ (il Cefalo); _Cipolini_; _e' Gièvul_ (il Diavolo); _Parpàia_ (Farfalla); _e' Parsutên_ (il Prosciuttino) ecc. ecc. Li divise in tante coppie: un uomo e una donna. Vestì le donne da giovani spose con tanto di ghirlanda di zàgare intorno al velo nuziale; ingolfò gli uomini in grandi _frack_ dai bottoni d'oro; ficcò loro sulla testa una tuba; dispose tante vetture quante erano le coppie degli sposi. Formò, così, un corteo di dodici vetture tutte quante infiorate e addobbate con veli bianchi. Fece precedere il corteo da quattro uomini a cavallo, vestiti da valletti, col tricorno e la parrucca. Questi paggi recavano le trombe egiziane che avevano servito alla rappresentazione dell'_Aida_, e vi soffiavano dentro a più non posso. In ciascuna vettura poi, gli sposi, reggevano una stanga, in cima alla quale era affisso un cartiglio che recava una dicitura. La prima diceva:
SETTE VITELLE!!!
La seconda:
QUATTRO BUOI!!
La terza:
IL GOLFO MISTICO!!!
E così di seguito. Le quali frasi dovevano essere gridate a voce altissima, a quando a quando, dagli sposi medesimi.
Fu un successone. Era giorno di mercato. Giunto sulla Piazza, il corteo non potè proseguire. La folla gli si stipò attorno tumultuando e berciando. E non furon più gli sposi soli a gridare:
— Sette vitelle... Quattro bovi!... — ma tutta quanta la moltitudine ingaita. Naturalmente alle vitelle si aggiunsero le loro rispettabili madri; ai bovi le loro simboliche corna e fu un carnevale in piena regola.
Poi un qualsiasi Balilla lanciò il primo pomodoro. E fu la festa dei legumi e delle ortaglie. Le vetture furono prese di assalto: le povere spose portate in trionfo dall'ebbra moltitudine, torno torno la Piazza.
Ma Spadarella non sentiva niente; non sapeva niente. Viveva solo del suo amore che le bastava ad amar la vita.
Ad ogni crepuscolo diceva a Spina Rosa:
— Spina Rosa, scendo in giardino.
Girolamo e Stefano l'aspettavano per darle la buonasera, prima di ritornarsene alle loro piccole case dietro le mura.
Una volta, al suono di un _Avemaria_, chinarono il capo e tacquero assorti mentalmente nella loro preghiera.
Anche Spadarella pregò. In mezzo al giardino, queste tre creature levarono l'anima a Dio, chiamate da un accenno di campana nell'aria della sera; ricondotte al mistero immanente dall'effimera contingenza del loro terreno esilio. Affondarono nell'eterno, lontanando con le stelle del profondo.
E fu un grande silenzio.
Ma ad un tratto scoppiò il fragore di una fanfara: lacerò l'aria violentemente: si impadronì di quell'angolo di mondo con prepotente volgarità.
Le case si palleggiarono, come turbate, l'eco barbarica dell'aspro suono; gli usignuoli, le capinere, i verzellini non cantarono più. Ogni cosa, ogni anima affogava nella crescente marea degli armonici pernacchi che gli uomini traggono, soffiando, da certi imbuti di ottone conosciuti comunemente sotto il nome di trombe. Strepitarono adunque le trombe eroiche di una fanfara socialista; empirono il mondo e il cielo; sostituirono, nel soave declinare dell'ora mistica, il raccoglimento che aduna le anime a un lume ultraterreno: vollero cancellar tutto, essere sole, impadronirsi della Terra e di Dio.
E, per l'attimo in cui tuonarono più vicine, riusciron, tanto, a turbare la quiete circostante; riuscirono a farsi intendere e a intimorire i cuori più pavidi con le minaccie della _Bandiera Rossa_; ma poi, allontanandosi i discepoli di Eolo e di Marx, i fucinatori di ghigliottine, gli ipertrofici zelatori della buia solitudine terrena, diminuì il loro diabolico fracasso, si spense dietro le case e le strade, si ridusse a niente; a gareggiare appena col tremulo verso di una povera raganella.
Erano passati i rodomonti, gli incinti di Dio, i cannibali sociali, i capovergari della Giustizia Nuova. Erano trascorsi col vento delle loro trombe, con le pernacchianti armonie delle loro apocalittiche catastrofi, pieni di vuoto furore, di fosca ignoranza e di baldracchesca volgarità. Ed eccoli lontani, nel niente, coperti e derisi dal querulo lamento di una raganella sul ramo di un melo, contro un quarticello di luna verdigna.
Si riudì l'ultimo tocco della campana dell'_Ave_. Girolamo e Stefano si fecero il segno della croce; e anche Spadarella. Poi si volsero intorno e Girolamo disse:
— È tardi. Bisognerà andare.
— Andiamo — rispose Stefano.
Guardarono Spadarella; le sorrisero.
— Felice sera, Spadarella.
— Buonasera, vecchi miei; e buon riposo.
Poi se ne andarono l'un dietro l'altro scantonando per i piccoli viali del giardino.
Passava un rosso barroccio montanaro, carico di una _castellata_ piena di mosto. Una bella _castellata_ dai fondi graffiti e dipinti e dal cocchiume rilevato e contornato da pampini. Il primo mosto che entrava in città. L'autunno. Sul timone del barroccio era infissa una grande _caviglia dalle anella_. Erano sette anella lucenti che tinnivano, ridevano, cantavano, seguendo l'andatura dei buoi dalla grand'ombra nerastra sotto gli occhi immiti.
E sull'alto della _castellata_ sedeva un giovinetto e cantava:
_Gi so, gi so, mio ben, du vliv andare_ _Ch'avì pulì csé ben vostar cavale?_ _Ch'avi pulì csé ben la sala d'oro?..._ _Gi so, gi so, mio ben, vulì ch'a mora?..._
(Ditemi, ditemi, ben mio, dove volete andare — che avete pulito così bene il vostro cavallo, — che avete lustrato così bene la sala d'oro?... — Ditemi, ditemi ben mio, volete ch'io muoia?).
Il dialetto montanaro si addolciva ancor più nella cantata. La musica era bella: semplice, vasta, di una tristezza profonda e, più che umana, universa. Il giovine bifolco si portava giù, col mosto, dalle montagne azzurre, una passione antica: sua e di cento generazioni; e passava per la Città del Capricorno come una cosa ormai spaesata.
Il vero, il grande cuore dell'uomo fra le chincaglierie insanguinate della Bandiera Rossa.
Si può anche morire nella farsa.
Il giovine cantava il _suo canto_, quello del popolo suo, nel quale _era l'anima delle generazioni_ e si sentiva distaccare dalla miseria sua, dal suo dolore, dalla sua fatica; era uno spirito errante sotto alle stelle, con l'amore. Si ricongiungeva inconsciamente al mistero della Terra e del Cielo.
Paolo e Spadarella erano appoggiati al muro di cinta del giardino, presso la piccola porta socchiusa. Si tenevano per mano. Parlavano; ma poi che il barroccio fu per la strada, col suo canto ramingo, non parlarono più. L'aria non più illuminata dal sole, accoglieva le luci dell'infinito.
Ecco la notte.
Ella era felice e non disse niente; era nella serena zona mattutina e poteva guardare e ascoltare in silenzio. Anche per le case era discesa l'ora del raccoglimento soave. Le più alte finestre si illuminavano contro la prima stella. Tutta la sofferenza pareva non dovesse avere nè un grido nè una bestemmia.
Passarono tre rondini smarrite.
— Dunque Spadarella?...
Ella levò gli occhi a un tratto.
— Che cosa?
— Non vuoi?
Arrossi ed abbassò la faccia senza rispondere.
— Va bene — riprese Paolo freddamente e guardò da un'altra parte.
La piccola allora gli prese una mano, glie la strinse, mormorò:
— Sì... voglio...
— Quando?
Tacque ancora.
— Domani?
— Sì... domani...
— Dove ti ho detto?
— ... Sì...
— Verrai davvero?
— ... Sì...
Egli allora se la strinse al petto nella gagliardia ansiosa del suo desiderio; ma Spadarella non rispose all'impeto di lui. Domandò:
— Perchè vuoi questo?
— Mi vuoi bene?
— Si.
— Devi provarmelo. Voglio che tu sia tutta mia.
— E non sono tua?
— No.
— Paolo!
— No no!... Io non posso sopportare questa sorveglianza. Maria Rosa è sempre là che ci spia.
— Ma non è vero!
— Se l'ho vista anche poco fa!
— Ti assicuro che ti inganni.
— Non mi inganno Spadarella!... Poi... fra poco il teatro ti porterà via.
— Te l'ho già detto. Se lo desideri mando all'aria tutto.