Il Cavalier Mostardo

Part 22

Chapter 223,815 wordsPublic domain

E trovarsi così, all'impensata fra quella elegantissima accolta di signore e signorine non valse certo a dare al nostro eroe l'assoluta padronanza di sè stesso; nè il sentirsi osservato con tanta intensità, giovò a elargirgli una grande disinvoltura. Non era quello il campo delle sue vittorie, ed egli, dopo tutto, benchè aspirasse alle maggiori raffinatezze dell'aristocrazia, finiva per non sentirsi l'anima e il costume di un perfetto uomo di mondo; ma ormai era entrato e non poteva pensare a ritirarsi; e qualcosa doveva ben fare o dire.

E, per far qualcosa, si inchinò e disse:

— Scusino queste signore se mi presento così!

Nessuno rispose; nessuno si levò per andare ad incontrarlo non fu rotto il silenzio glaciale che l'aveva accolto.

— Dovrei dire due parole sole alla signora marchesa...

Ma la signora marchesa lo guardava senza rispondere.

— ... due sole parole per un fatto che la riguarda...

E, a tal punto levò gli occhi e vide, in fondo, una faccia che ghignava.

Era Don Palotta, il nemico, la causa prima del suo recente discredito.

— È inutile che il clero sghignazzi — soggiunse. — I conti non sono ancora saldati e io sarò l'ultimo a ridere!

Don Palotta si inchinò con bel garbo e non rispose.

Ora Mostardo era abituato ai violenti contrasti; era abituato a farsi largo fra gente che gli contendeva il passo, ma non agli ostili silenzi passivi della gente bene educata; tali silenzi lo toglievano dal centro del suo dominio. Vedeva egli così la situazione sua aggravarsi di secondo in secondo ma non poteva e non voleva cedere.

Sentì che stava per giuocare tutto per tutto: la posizione, il prestigio, l'onor suo e l'orgoglio. La presenza di Don Palotta era la minaccia più grave perchè era più che certo che il venerando pettegolo non avrebbe lasciata sfuggire l'occasione per attaccarlo una volta ancora sul suo velenoso giornale.

Ora egli era entrato nobilmente nel palazzo dei marchesi, facendosi seguire, come un gran signore dei tempi antichi, dal suo servo; e nobilmente doveva uscirne. Epperò era necessario infrenarsi, cercar le strade più delicate, far di necessità virtù, apparire come il più corretto fra tutti i corretti rampolli che popolavano la sala della signora marchesa. Arrivato a tale supremo divisamento contro ogni sua forza nativa e consuetudine antica, la faccia di lui si schiarì, gli occhi gli si illuminarono, la bocca sorrise. Ma questo non bastava. Sentì che doveva parlare.

Avanzò pertanto di due passi nella sala e, come se parlasse a un pubblico radunato là per ascoltarlo, incominciò:

— Signore mie, io mi sono presentato come una bomba, ma non porto la rivoluzione! Porto il mio cuore che è un povero bagaglio... però senza cattiveria. Domando scusa al clero. Io non voglio tambureggiare in presenza di queste signore...

Si incominciarono a sentire le prime risatine represse. Forse era per vincere... forse vinceva! Ciò lo riempì di immenso conforto. Capì che l'ultimo verbo di suo conio, aveva fatto una certa impressione e continuò:

— Ho detto tambureggiare per la correttezza che mi impongo.

Diremo dunque che io presento i miei omaggi a queste belle signore... a destra e a sinistra... e ai cavalieri antichi... e a tutta la compagnia!... Non escludo i miei intimi rancori perchè i rancori io li tengo per quando sono solo. Qui mi presento con la coda... e... con il core come un garofano!

Scoppiò una risata alla quale parteciparono tutti quanti. La folle gaiezza che avevano ridestato le sue parole, finì per rinfrescare Mostardo il quale non ebbe più dubbio circa il successo e proseguì discioltamente con bella franchezza:

— Se tutte queste belle signore ridono, è segno che ho ragione. E la marchesa Alerama, con rispetto parlando, avrà capito perchè, nonostante la tergiversazione coi due cavalieri antichi qui presenti... io, con una certa insistenza, mi sia presentato.

(_Una pausa_).

— Va bene... va bene... chi ride fa buon sangue e, se queste signorie vorranno guardarmi, vedranno che rido anche io, perchè se il _fornicario_ nasconde la faccia e scappa, io ho sempre mostrato e sempre potrò mostrare l'onor del mento. Se non ho dietro di me i secoli, come tutta questa distinta nobiltà, io credo di averli davanti e, se ci vogliamo pensare, in fin dei conti è sempre la stessa cosa. Non è la posizione dei secoli che ingrandisce un uomo. Io sono nato senza trovare niente dietro di me, neppure un principio di madre; sono nato e la donna che mi partorì, rifiutò questo frutto del suo ventre perchè ebbe paura della _porcinaglia_. Non appena neonato, come dice la Cattedra, fui bandito dal novero dei figli, fui bandito dal seno delle madri, non ebbi il latte della mia fonte naturale, ma un latte mercenario... e imparai a masticare prima degli altri e, prima degli altri feci i denti e le unghie. Bene, io posso dire allora di esser nato da me stesso. Sì, signori! Io solo ho guadagnato i miei secoli che mi stanno davanti!...

Per questo sono qui e posso vedere la loro allegria che mi fa onore.

Ora volgo alla fine...

(_Alcune voci: — No!... No!_...).

... volgo alla fine, ma ho da dire ancora qualche coserella un poco meno allegra.

La democrazia è un principio e un verbo... è un costume necessario... Sarà il gran temporale di domani. Forse questa nobiltà non si accorge che il popolo scrive la sua storia sui muri delle strade. Chi sa leggere è avvertito. Chi dice: — Me ne infischio!... — e volta la testa dall'altra parte, ha i ladri in casa e non li vuol sentire. Oggi non si possono chiudere le porte, perchè domani possono essere fracassate e allora guai a chi è dentro!...

Io so chi è il popolo, signori!... E ora vedo che non ridete più.

Eppure la signora marchesa conosceva il Cavalier Mostardo!... Sapeva che Mostardo promette e mantiene; che il giorno in cui ha detto: — Ci penso io!... — ... quando ha detto questo, non muta più, e va sempre dritto anche a costo di aver contro tutti, di doverci rimettere tutto.

Signori, la vostra pelle voi la coltivate nel giardino degli aranci ne fate una cosa egregia e profumata; Signori, voi montate la guardia alla vostra pelle ed avete una grandissima paura che ve la tocchino e, a chi ve la chiedesse per favore, rispondereste buttandolo fuori della porta.

Ebbene, ho fatto questo, io?... Ho data la mia parola e l'ho mantenuta; ho presa questa mia vita cane e l'ho messa a guardia di un interesse aristocratico, senza badarci, per una, diciamolo pure, generosa indifferenza.

Io sono stato a guardia delle vostre aie, Signori del blasone; ho difeso il vostro sangue blu; ho attaccato i _rossi_ e li ho battuti fuori dalle vostre terre: ho difesa la vostra proprietà, benchè sappia benissimo come sia un furto!... MA ANCHE LA VITA È UN FURTO!... Sì, o Signori!... Ed è proprio inutile ridere. Anche la vita è un furto quando si attacca alla rovere, come l'edera e vuole ammazzare la rovere per aver tutto lei.

Noi chiamiamo _e' rèll_, _il rillo_ o _l'edero_, se così puol dirsi, l'albero che non ha più un ramo libero, neppure un millimetro libero perchè l'edera, lo ha coperto tutto quanto. E quest'albero par sempre verde, sempre con le sue foglie verdissime fino alla cima cima... ma non è vero!... L'albero è morto! È tutta muffa e formiche e stabbio e cenere. L'edera è la sua maschera vigliacca: l'edera che lo ha ammazzato. Tutto quanto quel verde che brilla, nasconde un cadavere. L'edera si stringe al suo morto perchè ne ha bisogno: perchè il giorno in cui questo povero morto dovesse schiantarsi trascinerebbe con sè la sua assassina e tutto sarebbe finito... come finisce quando cominciano gli _ordini_, verso novembre, e vi pescan le anguille a Comacchio. Allora, una notte, arriva la bora e fa giustizia di tutto, e fracassa tutto... e la vigliaccheria è finita come è vero Dio!...

Non so se mi sono spiegato, signori.

Io intendevo dire, arrivando qui: — _Core per core!_... — E cioè: la mano nella mano... guardiamoci bene in faccia e amici per la vita. Voi, Signori dal nobile sangue, mi avete ricevuto come si riceve il cane rognoso.

Vi siete vergognati di me e sta bene. Verrà anche il giorno in cui io dirò di non conoscervi e allora guai a voi!... Voi non entrerete nella nostra casa come io sono entrato qui, nonostante tutto.

Ho finito. Signora marchesa, non ho più niente da dirle. Ora me ne vado perchè mi fa comodo di andarmene.

E al clero, a quel falsario di Dio che mi guarda da quel cantone ed è tranquillo perchè si sente al sicuro fra queste nobili sottane dirò che mostri bene oggi la sua faccia alle sue pecorelle: che la mostri bene oggi e che tutti la guardino e se la ricordino perchè, domani... sì, domani io glie l'avrò cambiata quella sua faccia da tamburiere!... E questo è vero come è vero che ti vedo!... E stendo la mano... e te lo giuro sulla Croce di Dio!...

Poi non guardò più nessuno; non sorrise più a nessuno, volte le spalle e senza neppure un cenno del capo, alzò i cortinaggi e se ne andò lasciando la nobile accolta in una discreta costernazione perchè il Cavalier Mostardo, quantunque se ne ridesse a quando a quando, era, in verità, temuto.

Nell'anticamera trovò, nell'identica posizione nella quale lo aveva lasciato, Rigaglia.

Solo si era rimesso il cappello in testa.

Il Cavalier Mostardo si fermò a guardarlo.

— Togliti quel cappello, brutto ignorante!

Rigaglia ubbidì.

— Vienmi dietro!

Gli andò dietro.

Uscirono l'uno dopo l'altro.

Quando furono sul ripiano della scala il Cavalier Mostardo disse ancora:

— Lascia la porta aperta.

E se ne andarono senza chiuder la porta per sommo dispregio.

E Mignon?... Dov'era Mignon, principio e culmine di tutta la sua tragedia?... Gli nacque un sospetto fierissimo. Ripensò all'articolo pubblicato da Don Palotta e concluse:

— Per Bios!... L'hanno mandata via!...

Allora fu colto da una disperata frenesia di rivederla; tutto il suo contenuto amore gli si impose come una inderogabile necessità vitale. Doveva rivederla, doveva parlarle per non morire.

Subito guardò l'orologio poi consultò un orario delle ferrovie. Il primo treno che sostava alla Città di Capricorno sarebbe arrivato fra mezz'ora. Gli restava appena il tempo per correre alla stazione. Non poteva lasciarla partire. Il solo pensiero di non rivederla più lo toglieva di senno.

Ma alla stazione non c'era nessuno. Il treno arrivò e ripartì senza complicare la tragedia di Mostardo, il quale se ne ritornò pedon pedoni, la testa bassa, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni immerso in una meditazione profonda.

Stabilito che Mignon non era partita, bisognava sapere se si trovava ancora nel palazzo dei marchesi Alerami o dove aveva cercato rifugio. Tale ricerca non era facile.

Pensò alla vecchia Tuda che era una stiratrice la quale, per la sua professione, aveva piede libero in tutte le case e i palazzi della Città di Capricorno. Non c'era che la Tuda che potesse informarlo. La vecchietta abitava poco lontano. Mostardo affrettò il passo. Eccolo all'usciolo forato, in basso, dalla gattaiola.

— Si può?

— Avanti!

Trovò la Tuda intenta a stirare innanzi a una gran tavola coperta da un telo bianco. All'entrare del Cavaliere, levò la testa ed ebbe un gesto di sorpresa.

— Chi si vede!... Siete ancora al mondo, padron Giovanni?

— Si campa! — fece Mostardo guardandosi intorno per cercare una sedia. — E voi come state?

— Si tira avanti da poveri vecchi. Com'è che siete qua, padron Giovanni?

— Dobbiamo far quattro chiacchiere, Tuda.

— In quello che son buona potete comandarmi sempre, padron Giovanni. Io mi ricordo di voi. Voi no, che mi avete dimenticata!

— La mia Tuda, sono un disgraziato che non ha tempo neppure per respirare!

— Vi siete messo nella politica...

— Sfido! Quando ci sono degli interessi da difendere!

— Dite bene. Poi cosa volete che ne sappiam noi donne! E io sono ancòra all'antica; una povera vecchia insensata. Al nostro tempo le donne facevan la calza; badavano alla casa fra l'arola e il telaio. Si stava meglio, allora. La gente si voleva più bene. Adesso... ma volete che sia un mondo, questo?... Questo è l'inferno!... _Josò, la mi Madôna!..._ Adesso si sentono i bambini che dicono certe bestemmie da bruciar l'aria. Non c'è più rispetto per niente. Non c'è più riputazione. Nella famiglia comandano tutti; le donne vivono per la strada, vanno alle dimostrazioni, parlano peggio degli uomini. Ma si è sentita mai una cosa simile?... Dove andremo a finire, padron Giovanni?

Mostardo scrollò la testa.

— Torneremo indietro — rispose.

— Indietro?... Ma se si parla sempre di rivoluzione!

— Se ne parla.

— E non la faranno?

— Per far la rivoluzione, bisogna pensare a morire e la gente non ne ha voglia. Be', Tuda, io ero venuto per domandarvi una cosa.

— Dite, padron Giovanni.

— Li servite voi i marchesi Alerami?

— Li servo da più di trent'anni!

— È un pezzo che non andate al palazzo?

— C'ero ieri.

— Allora potrete dirmi una cosa che mi interessa. Per certe mie ragioni vorrei sapere se la dama di compagnia della marchesa è sempre al palazzo.

— Quale dama di compagnia?... Volete dir la francese?

— Sì.

— L'hanno mandata via su due piedi.

Mostardo scattò sulla seggiola.

— E perchè?

— Perchè dava scandalo.

— Quale scandalo?

— Si è fatta trovare coi suoi amanti anche nel palazzo.

— Questo non è vero! Non può essere vero!... Chi vi ha detto questo?

— Cosa volete ne sappia io? Me l'han detto le cameriere. Del resto tutto il paese ne parla.

— Il paese è canaglia; il paese sono i sudicioni che non si occupano che dei fatti degli altri e, quando non avrebbero niente da dire, inventano tutto di sana pianta; questo è il paese, cara Tuda.

Ma chi sarebbe poi questo amante col quale l'hanno sorpresa nel palazzo?

— Non lo sapete?... È il marchese della Pipetta!

Per Bios!... Anche un avversario politico!... Si alzò. Era come un morto.

— Vi saluto Tuda e vi ringrazio.

— Ve ne andate tanto presto?

— Sì.

— Venite a trovarmi qualche volta. Buonasera, padron Giovanni.

Uscì come un sonnambulo; prese la prima strada che gli si parò innanzi, a testa bassa, rasentando i muri. Non aveva mai sofferto così; non era stato mai tanto disperato.

L'amava; e che poteva farci?... L'amava! Era una povera creatura al guinzaglio; si sentiva debole, impossente, rifinito, si sarebbe gettato sullo scalino di una porta per raccoglier la testa fra le mani e restarsene là con tutta la sua tristezza.

Piangere un poco e in silenzio; questo gli avrebbe fatto bene. Lasciarsi andare alla sua desolazione. Tutto era finito; ma tutto e per sempre!...

E non vedeva i passanti; e la sera veniva innanzi. Così camminando senza mèta, venne a trovarsi nel quartiere di quei caratteristici orti romagnoli in cui si adunano le _Compagnie_, le quali altro non sono se non una raccolta di buontemponi che si danno convegno in uno fra gli orti medesimi, per trincare del buon sangiovese o della dolce albana; per giuocare a bocce; per discutere dei fatti del giorno; per combinare qualche tremenda burla o beffa di quelle che ne usano ancora in Romagna fra gli scapolacci cani o fra la gente di buona digestione.

— LA COMPAGNIA DEL BIGARONE.

Ora, passando, Mostardo si sentì chiamare da un usciolo dischiuso che si apriva sul muretto di un orto.

— Mostardo?... O Mostardo?...

Finse di non aver udito ed affrettò il passo; ma i sozii non lo lasciarono proseguire.

— O Mostardo?... Venite qui!...

— Vieni a bere!...

— Ci sono delle novità!...

Si fermò. Si volse aggrottando le ciglia. Vide fra gli altri, il moro Fabrizi... gli ritornò nella mente il cavallo di Troia.

— Quali novità?

E il moro:

— Venite che ve le dirò.

— Ricordatevi che non ho voglia di ridere, questa sera!

E tornò indietro, senza guardare in faccia i compagni.

Non appena si presentò all'usciolo, fu accolto da un grido altissimo:

— Mostardo!... Evviva Mostardooo!...

— Smettetela!... Non voglio sciocchezze, questa sera!

Allora si fece innanzi Patroclo Caroti, un cappellaio; calvo, rosso come un pomodoro. E disse:

— Compagno, la nostra società ti vuole onorare con un fiasco di albana. Ehi, Saraca?... Porta qua un fiasco d'Albana...

— Io non bevo neppure se vien Dio!... — rispose Mostardo.

E Primo Torsi:

— Vogliamo fare un brindisi alla Repubblica.

— Lasciatemi stare anche la Repubblica!..

Ora, lungo il pallottolaio, c'era una lunghissima tavola nera con, intorno intorno, sconquassate panche e sedie impagliate. Detta tavola era fiorita da ampi boccali verdi, da gotti e bicchieri; da qualche fiasco; larghe chiazze di vino la pezzavano e sudicissime carte da giuoco ne compivano la decorazione.

A detta tavola fu condotto Mostardo il quale dovette sedere nonostante la ripugnanza. Il moro Fabrizi si pose al fianco di lui.

— Be' — fece il Cavaliere — quali sono queste novità?...

— Vi ricordate l'idea fissa del povero Gobbo?

— Il cavallo di Troia?

— Sì, il cavallo di Troia! Be' volete saperlo?

— Che cosa?

— Troia non c'entrava per niente!

— Bella scoperta!

— Come?... Vi dico che Troia ce l'aveva messa lui, prima di morire.

— Io non capisco niente!

— Neanch'io, ma non importa. Quello che importa è questo: quel cavallo era il vostro cavallo!

— Lo sapevo. Era gobbo e ladro!...

— Ma no, poveraccio!... Brutto, era brutto... ma ladro, no!

— Come lo chiameresti tu un versipelle che ti ruba una cavalla?

— Ladro!... Siamo d'accordo!... Ma il Gobbo non l'aveva rubata!...

— No?... E che cosa aveva fatto allora?

— L'aveva presa in prestito. Statemi a sentire. Il Gobbo aveva degli interessi in campagna e voleva difenderli. Per far questo partiva a piedi e, qualche volta faceva più di venti chilometri. Una notte aveva percorsa tanta strada che non stava più dritto. Era vicino al Conventino; fece una bella pensata. Disse: — Adesso entro nel bosco, mi stendo sopra un sedile e mi riposo un poco! — Entrò, e non aveva fatto dieci passi che vede un cavallo e un baroccino. Dice: — Questo è il mio caso! — E si ferma ad aspettare. Aspetta un'ora, aspettane due il padrone non arrivava mai; allora il Gobbo si prese il cavallo e il baroccino e se ne venne via pian piano verso la città. Che cosa doveva fare?... Ditelo voi?... Vuol dire — pensa il Gobbo — che quello che ci sarà da pagare lo pagherò! — E arriva. Ma non è appena entrato in città che uno lo ferma e gli dice: — Dov'è Mostardo?... — Il Gobbo cade dalle nuvole. — Mostardo?... Quale Mostardo?... — E l'altro: — Ma, scusate, questa è la cavalla di Mostardo?... — Il povero Gobbo si fa verde dalla paura: — Questa?... E chi ve l'ha detto?... — Ma la conosco!... Questa è la Carlotta!... — Allora il Gobbo non rispose neppure: frustò e prese al gran galoppo le mura. — Per diana! — pensò. — L'ho fatta bella!... Adesso, se lo sa Mostardo, mi accoppa!... — E, se l'aveste saputo, l'avreste accoppato, voi, caro mio!... Per fortuna è morto!... Be', che cosa doveva fare?... Ormai non c'era più rimedio. Arrivò a un orto; vide il cancello aperto... entrò... non c'era nessuno. Allora... tela!... Poi spifferò tutto, e la cosa arrivò all'orecchio dei socialisti.

Il moro rise e soggiunse:

— Perchè poi, prima di morire, ci abbia messo Troia, non lo capisco! Che cosa è questa Troia?

— È storia greca, somarone!

— Ma fatemi il piacere!...

— Troia era una città della Frigia...

— Sta zitto, ignorante!...

Presentiamo alcuni fra i sozii della _Compagnia del Bigarone_.

Ecco Giovanni Magnani, detto _e' Bìgul_, per una sua famosa scommessa. Si era mangiato, costui, per punto d'onore, due chilogrammi di spaghetti al sugo. Aveva vinto la scommessa ma era andato sul punto di morte. A riprova del suo valore gli era rimasto il nomignolo di _e' Bìgul_. Aveva costui un altro singolare costume quando voleva _accelerare il ricambio_, entrava nel Duomo «_in un'ora postuma_», come diceva lui; si toglieva riverentemente il cappello, sceglieva l'angolo più buio e, addossatosi a una polita colonna, e appoggiato il ventre ignudo al freddo marmo, così restava finchè non avesse ottenuto lo scopo prefissosi. Usciva poi a furia, per l'esuberanza del beneficio.

Ecco Egisto Candiani detto l'Uccellaccio, l'_Uslazz_.

Questo bel tipo possedeva un grande _omnibus_. Una volta, d'estate, attaccativi due cavalli, se ne andò in Piazza e, fatto sapere che avrebbe condotto _gratis_ al mare tutti coloro che vi fossero saliti, empì in un battibaleno il vecchio arnese.

Eccoli in via. Un bel chiaro, un bel sole, i cavalli se ne andavano come il vento. E l'Uccellaccio a domandare agli ospiti suoi:

— Vi divertite?

E gli ospiti a espandersi, commossi, intorno alla bontà del Candiani.

— Ci divertiremo di più al mare! — soggiungeva l'_Uslàzz_ sogghignando.

Ed eccoli alle saline di Cervia. Fossati a destra e a sinistra della strada e acqua, acqua, acqua. D'improvviso l'_omnibus_ si sbandava, pencolava tutto da un lato. Due ruote correvano sulla riva di un fossato profondo. Strilli, urla, terrore delle donne e dei bambini. Il bel divertimento era iniziato. Il Candiani, impassibile, non udiva niente, ma, lanciati i cavalli da destra a sinistra, passava al gran galoppo da un fossato all'altro, dall'una all'altra riva sempre minacciando di capovolgere.

— Ferma! Ferma! Ferma!

Sì, chi lo teneva più?... In un fragore da cateratta il gran cassone a ruote percorse l'ultimo tratto di strada, attraversò Cervia, e, sempre perdendo qualche ospite per via, infilò il viale che conduce alla marina.

Eccolo alla spiaggia... ecco la fine della giocondissima gita. Ma no... no!.. L'_Uslàzz_ non era contento ancora; bisognava godere fino all'ultimo!..

E l'_omnibus gratuito_ continuò la sfrenata corsa verso il mare, entrò nel mare ed ivi si rovesciò coi disgraziati ospiti strillanti.

Un'altra volta, lo stesso Candiani, andandosene in biroccino verso la Pineta di Ravenna, ebbe a trovare lungo la strada un ubbriaco che cercava invano il centro di gravità.

— _Puràzz, ven cun me!_ (Poveraccio, vieni con me!).

Lo prese, lo legò sotto il biroccino e, frustato il cavallo, attraversò per tre volte il Fosso Ghiaia. L'acqua passava sopra i mozzi delle ruote e il discepolo di Bacco per tre volte fu immerso nell'odiato liquido e per tre volte ne uscì. Non contento di questo, il Candiani si ficcò nel più folto della Pineta attraverso macchie di rovi e di ginepri e non fermò il cavallo se non quando fu giunto a Primaro. A Primaro disciolse l'ospite e gli domandò:

— _Sit guarì_? (Sei guarito?).

Ma il disgraziato non rispose. Aveva rotte, fra l'altro, due costole maestre.

Ecco _Sulfanlè_ (Zolfanino), noto per aver indotto il parroco di Villagrappa a legare il proprio asinello dietro il biroccino del suddetto _Sulfanlè_, il quale aveva un cavallo focosissimo. Il povero Don Pirone non era tranquillo e andava dicendo:

— Mi raccomando a voi, Zolfanellino. Per carità, andate adagio!...

E Zolfanellino:

— Non abbia paura il mio Don Pirone!

Sulle prime andò adagio, ma poi, frustato il cavallo, via di gran carriera.

Accadde ciò che doveva accadere: dopo poco, asino, biroccino e Don Pirone erano per le terre e il povero prete aveva la testa rotta.

Ecco Giorgio Gelli, detto _Zurzôn_ (Giorgione), il famoso organizzatore del _Concerto di Russi_. Una volta, a Russi, davano una grande festa e _Zurzôn_ pensò di prendere a gabbo gli abitanti della piccola cittadina. Mandò a dire che dalla Città del Capricorno sarebbe arrivato a Russi, il giorno della festa, una eletta schiera di bandisti. La Città del Capricorno andava celebre per il suo concerto cittadino. Grande commozione a Russi e grande attesa. Il giorno fissato arriva. _Zurzôn_ affitta un _omnibus_, raccoglie venti amici buontemponi ai quali distribuisce trombe, tromboni e clarini, ed eccoli in via.

Naturalmente, non uno fra i tanti sapeva usare lo strumento del quale disponeva. Grandi prove lungo la strada. _Zurzôn_ raccomandava la massima serietà.