Part 21
— Che cos'è?... Un colpo?
— Sì. Se ne va che non se ne accorge, il poveraccio!... Proprio la morte che meritava.
— Per Bios!... Questa non me l'aspettavo!
Si infilaron l'un dietro l'altro, su per le scale; e Mostardo tratteneva il respiro.
Ora, nel suo letticciuolo candido, il gobbo Pulizia stava per accomiatarsi da questa vita.
Lo assistevano: la Repubblica, la bandiera rossa, Garibaldi e Mazzini che lo guardavan dalle pareti, fuor da due grandi oleografie. Poi il moro Fabrizi, che era l'amico Cesare dell'amico Ciliegia. E nessun altro.
Il Cavalier Mostardo era capitato là per caso, senza saper niente di quel supremo esilio.
E, non appena entrato, constatò che ciò che aveva detto il moro Fabrizi era vero. Il gobbo Pulizia moriva bene. Se ne andava senza troppo disturbare il prossimo e senza far ribrezzo.
Infatti la sua faccia era cianotica; ma non tanto da non potersi guardare; ed il suo respiro si era bensì convertito in un rantolo, ma non tale da rendersi insopportabile.
Insomma rantolava con discrezione, come per non farsi sentir troppo da chi doveva vegliarlo. Se ne andava discretamente. Combatteva in sordina con la sua morte, senza opporle una troppo vivace resistenza. Pareva le dicesse:
— Ma sì che vengo!... Aspetta ancora un poco; tanto che mi resti tempo di sciogliere l'ultimo nodo!
Il Cavalier Mostardo sedette presso la finestra. Il moro Fabrizi al capezzale del moribondo.
— È venuto il dottore? — domandò Mostardo.
— No. E non l'ho chiamato perchè il povero gobbo non lo voleva mai. Poi a momenti è morto! — rispose il moro Fabrizi.
— Sì; ma un po' di dottore ci voleva! Che medicina gli dai?
— Niente. Dell'acqua da bere. Non è meglio?
— Oi!... — fece Mostardo, che non voleva pronunziarsi.
— Non ha mai preso una medicina in tutto il tempo della sua vita; volete che glie la dia proprio adesso che muore?...
— Però poteva esserci qualcosa per farlo soffrir meno!
— Ma non soffre mica! Poi non capisce più niente.
— Ne sei sicuro?
— Come son sicuro di vedervi!
— Lo dici te; ma lui non te l'ha detto.
— Volete che faccia la prova?
— Fa pure.
Allora il moro si chinò sul capezzale e, posata una mano sulla spalla del moribondo si dette a scuoterlo in malo modo e gli gridò, proprio in un orecchio, usando per maggior efficacia il dialetto nativo:
— _Vòi gobb?... Eviva la Ripoblica!_... (Ehi, gobbo?... Evviva la Repubblica!).
Stette in ascolto un poco; poi quando vide che il trapassante non dava cenno di intesa, si rivolse a Mostardo e disse:
— Avete veduto?... Se avesse capito avrebbe risposto: evviva!
Mostardo scosse il capo e non aggiunse parola.
Aspettarono in silenzio una mezz'ora, poi Mostardo disse:
— Può anche arrivare a domattina!
E il moro Fabrizi:
— Macchè. È questione di poco. Se avete pazienza lo vedete morire.
Mostardo si guardò i piedi. Ora il gobbo Pulizia lottava più fieramente con la morte. A quando a quando uscivan dalle sue labbra tumefatte, parole incomprensibili; ma una, fra le tante, giunse ben chiara all'orecchio del nostro eroe, una parola sintomatica:
— ... cavallo...
— Ahi!... Ci siamo!... — pensò Mostardo e prestò maggiore attenzione.
E il moribondo ripeteva ostinatamente fra gli ultimi rantoli:
— ... cavallo... il cavallo...
Era diventata ormai la sua idea fissa.
— Muore con un rimorso! — pensò Mostardo.
— Il cavallo!... Il cavallo!...
— Ma che cos'ha! — fece Mostardo, rivolto al moro Fabrizi.
— Parla con le ombre!
— Però... questa idea del cavallo?...
— Oi! Si vede che la morte non è arrivata a piedi, questa volta!
— No. Ci deve essere un'altra ragione.
— Sarà così. — rispose il moro.
E il gobbo Pulizia veniva agitandosi sempre più. L'amico Ciliegia gli aggiunse due altri guanciali sotto alle spalle. Ora era seduto sul letticciuolo bianco bianco. La sua faccia si faceva sempre più cianotica e l'agitazione aumentava col rantolo aspro.
Poi vi fu un punto in cui la piccola creatura sul limite dell'ultimo esilio, aprì gli occhi che aveva tenuti fino allora, ostinatamente chiusi; aprì gli occhi pieni di occulto terrore, li sbarrò, immobili verso una lontananza che egli solo sapeva e, rabbrividendo, gridò per tre volte a tutta voce, scandendo le sillabe:
— Il cavallo di Troia!... Il cavallo di Troia!... Il cavallo di Troia!...
Per Mostardo non c'era più dubbio. Esclusa Troia, della quale non conosceva il valore e l'importanza, era certo che il gobbo Pulizia se ne andava col rimorso della Carlotta sulla coscienza. Egli avrebbe appurato la cosa con l'amico Ciliegia il quale non poteva non essere stato a parte della faccenda. Frattanto, per mettere i piedi avanti, disse:
— Hai sentito che ha parlato del cavallo di Troia?
— Ho sentito — rispose il moro.
— Questo deve essere un rimorso!... Muore con un rimorso!...
— Un rimorso di Troia?... Ma no!... È stato un uomo senza vizi!
— Valà! Tu mi capisci bene!
— Se capisco, vorrei che mi cavassero gli occhi!
— Be', tienti in mente questo cavallo. Ne riparleremo.
Ma in quel punto il gobbo Pulizia se ne andava per davvero. Si rivolse al compagno inseparabile, lo chiamò per nome:
— Moro?
Poi incominciò a sbattere le palpebre.
— Cosa vuoi?
Afferrò una mano del compagno; la strinse forte.
Allora la tenerezza dell'amico che rimaneva al mondo doveva ben trovare la parola del supremo conforto per l'amico che partiva, e la trovò il moro Fabrizi, perchè, chinatosi sul moribondo, gli disse con la migliore voce che si trovò in quel punto:
— _Al vègh t'at mur adèss... Mo un è ignint! Ichsè t'avdirè Garibaldi!_... (Lo vedo che muori adesso... Ma non è niente! Così vedrai Garibaldi!).
E dopo qualche minuto la fiera anima rossa del povero gobbo, era salita ai cieli del suo primo eroe.
Poi che fu morto, con squisito senso di conseguenza, lo composero nel piccolo letto; gli gettaron sopra la bandiera rossa e gli adagiarono il capo fra un boccale e un mazzo di carte da giuoco.
E così fu sepolto.
A casa, il Cavalier Mostardo aveva un dizionario enciclopedico. Volle sapere che cos'era questo Cavallo di Troia, per potersi regolare col moro Fabrizi.
E lesse:
_Troia, città celebre della Frigia. Questa città sostenne l'assedio dei Greci per lo spazio di dieci anni e fu presa con il mezzo di un gran cavallo di legno che Pallade aveva consigliato ai Greci di fabbricare ed in cui molti guerrieri si rinchiusero. Dopodichè i Greci finsero di andarsene, ed i Troiani, a ciò indotti dagli inganni di Sinòne, fintosi disertore greco, rotta una parte delle mura, fecero entrare il detto cavallo in città. I Greci, in quello rinchiusi, ne usciron di notte e saccheggiarono e distrussero Troia._
Chiuse il libro e si mise le mani fra i capelli.
Frigia... Pallade... Sinòne... il cavallo con dentro i soldati... l'incendio di Troia...
Povera sua testa!...
E il gobbo Pulizia non poteva più dire una sola parola a rischiarare tanto mistero.
In quel punto egli udì lo stridulo canto del gallo Francesco.
CAPITOLO XIV.
_Qui si vedono molte cose stupefacenti e tali da far passare l'ipocondria a questo livido mondo che ha perduto il sorriso._
Si avvicinava il tempo della lotteria e delle grandissime feste. Asdrubale Tempestoni era sotto pressione dalla sera al mattino.
— Vedrai che roba!
Aveva già gli operai al Teatro Comunale.
— Vedrai che _Golfo Mistico_ ti faccio!
E quando qualcuno tentava di prenderlo in giro un pochino, con questo _Golfo Mistico_ egli, che era sicuro di compire un'opera _posteritaria_, come diceva lui, e cioè tale da passare alla posterità più remota, rispondeva invariabilmente con una sua frase che tagliava corto a tutto:
— _Sì, mo fallo te!_
E siccome nessuno pensava a rubargli l'iniziativa, aveva sempre ragione.
Aveva tappezzato tutte le città della Romagna con enormi manifesti rossi nei quali era scritto a caratteri cubitali:
PROSSIMAMENTE SPADARELLA!!
e, più sotto, in caratteri più modesti:
_La quale debutterà al tempo della Grande Lotteria dei quattro bovi e delle sette vitelle!_
E non faceva che parlare di Spadarella e della Lotteria che sarebbe stata, secondo lui, una cosa _magnetica e fracassona_. E a chi gli faceva osservare come non fosse precisamente il colmo della gentilezza per Spadarella, l'abbinarla così coi bovi e con le vitelle, rispondeva:
— Bella roba!... Io lo faccio per il pubblico che non capisce niente. Anzi la gentaccia farà più festa a Spadarella se ci vede sotto quattro bovi e sette vitelle. Che cosa vuoi parlare dell'arte!... _Mo valà!_... L'arte non si sporca mica se ci metti vicino un po' di roba da mangiare!... Fa la prova di cantare, _te_, senza andare a pranzo!
E non volle convincersi.
I biglietti della lotteria erano a due soldi; i biglietti d'ingresso alla prima del _Werther_, con Spadarella e il _Golfo Mistico_, erano a cinque lire. Uno sproposito per i tempi che correvano.
Ma Asdrubale Tempestoni era sicuro del fatto suo.
E nel ritmo dei giorni un poco più sereni le cose venivano riprendendo il loro volto per far sopravvivere un'illusione di pace, in una ora del mondo.
La feroce lotta fra _rossi_ e _gialli_ si era conchiusa con la vittoria di questi ultimi; ma il fermento, se pur non aveva le forme appariscenti e di estrema violenza del periodo acuto, continuava, sotto sotto, a preparare nuove e più aspre lotte. Qua e là qualche _rosso_ ammazzava qualche _giallo_, o viceversa; ma il pubblico non ne faceva gran caso. Era storia antica.
A festeggiare la vittoria, una sera, Bucalosso, si ubbriacò e spintosi fino alla Piazza, in tale stato di galante ebbrezza, si mise in testa di ballare i tresconi con la prima ragazza che passava. La prima ragazza che passò fu Proli. Bucalosso, che era un giocondo Sileno, la prese risolutamente alla cintola e, senza badare agli strilli di lei, incominciò a cantare e a ballare:
_Ven iquà, Minghéta, c' at tóca,_ _Lassa c' at tóca, ca fazz par ridar!_ _Lassa pu ch'la mama la sgrida..._ _Dam la strìza, c' at dagh e' gambôn!..._
(Vieni qua, Minghetta, ch'io ti tocchi, — Lascia che ti tocchi che faccio per ridere! — Lascia pure che la mamma sgridi... — Dammi la ciliegia che ti dò il picciuolo!).
Fu un divertimento grandissimo e uno scandalo altrettanto grande. Proli non fece che strepitare; ma la voce di lei fu soffocata da quella stentorea del molosso. E la gente rideva intorno e batteva le mani al ritmo indemoniato della danza campestre, mentre il feltro vermiglio della signorina Proletaria, non più fermato sui radi capelli di lei, penzolava come una cosa estranea sulle spalle della malcapitata.
E lo spettacolo inatteso non finì se non quando Bucalosso ne ebbe abbastanza. Allora egli lasciò la preda e, inchinatosi bellamente, disse un: — _Grassie!_ — che rinnovò l'omerica risata del pubblico.
Allora Proli partì inviperita e convinta che tale sconcio non fosse avvenuto se non per suggerimento dell'infame Mostardo; e giurò raddoppiata vendetta. Bucalosso, soddisfatto ormai l'impeto, si diresse al Borgo delle Torri dove aveva sua sede il Circolo Mazzini. Andava verso là, senza un pensiero preconcetto. Camminava e continuava a ridere. Era in una gioiosissima ora della sua vita.
Però, giunto al palazzo del Circolo repubblicano si risovvenne che non poteva entrare perchè la Direzione lo aveva sospeso per due mesi, in seguito alla schioppettata elargita per porre termine alla baruffa fra il cavalier Mostardo e i _rossi_. Bucalosso si fermò a guardare attraverso all'inferriata. Intorno ad un gran tavolo erano adunati i facenti parte la Direzione. Pensò un poco, poi estratta una pistola a tamburo lasciò partire due colpi a un metro dalle teste dei suoi giudici.
Fumo, urli, pandemonio, terrore.
Bucalosso rimase a godersi lo spettacolo dalla finestra; e quando fu accostato e richiesto del perchè di quel suo gesto, rispose olimpicamente:
— Così la _Diressione la_ si occuperà del mio caso!
Quella sera _Il Sillabo_, _Il Faro Socialista_, _L'Apocalisse_, _La vera Croce_ erano pieni di ingiurie e di allusioni all'indirizzo del Cavalier Mostardo. Una carica a fondo. Argomento principale: la ragion politica e siccome tale ragione voleva essere sostenuta da molte e svariate cose, tema unico di sostegno, pei quattro giornali pettegoli, era _la francese_.
_Il Sillabo_ la chiamava la Ninfa Egeria, del Cavalier Mostardo.
Ecco il librone che gli serviva per chiarire le oscurità della Cattedra.
«_Egeria, ninfa di singolare bellezza, che Diana cangiò in fonte, quando essa, per la morte di Numa Pompilio, secondo re di Roma, si ritirò a piangere nella Arìcia. Numa Pompilio diceva aver avuto da questa dea le leggi che voleva promulgare_».
_Il Faro Socialista_, con la corrente volgarità adatta a' suoi lettori, vi accennava con le seguenti parole: «... _questa istitutrice ritinta, mandataci di Francia a confortare gli infami ozii dei ricchi borghesi e dell'aristocrazia, fra un amore e l'altro, ha trovato modo di prendere nelle sue scaltre reti quel tordo del Cavalier Mostardo, il quale, ne' suoi amori senili, finirà, come ci auguriamo, di rimbecillire_».
Il giornale _L'Apocalisse_ la chiamava addirittura: «... _l'annosa Pasìfac che minotaurizza la innocenza dello spodestato poliorcète!_...».
Veniva, per ultima _La vera Croce_. Ecco quanto scriveva Don Palotta:
«_Il signor Casadei Giovanni, detto altrimenti, per burlesca riminiscenza, il Cavalier Mostardo, farebbe meglio a ricordarsi della sua fede di nascita, anzichè continuare a dar scandalo, coinvolgendo ne' suoi osceni amori, la dignità e il decoro di una illustre famiglia cittadina la quale non altro torto ha avuto verso di lui, se non quello di aprirgli le porte del suo palazzo. Ma questo succede a chi si fida della supposta onestà di questi villani rifatti._
«_Noi ci auguriamo che a questo arruffapopoli in grande disgrazia del resto, sia data la severa lezione che si merita; come ci auguriamo che l'illustre famiglia, alla quale abbiamo accennato, provveda a tutelare la propria illibatezza, disfacendosi di una persona che non ha dimostrato di meritare la fiducia in lui riposta, non solo, ma minaccia di trascinare un nome incontaminato nella più vergognosa avventura_».
Per intendere le quali cose, il Cavaliere Mostardo non ebbe bisogno dell'aiuto del suo librone.
Però, in un impeto d'ira, si alzò e mandò all'aria il pesantissimo tavolo con tutto quanto vi era sopra.
Giusto in quel punto si aprì la porta e comparve Rigaglia il quale, non appena ebbe veduto la rovina e la faccia del suo degno padrone, non attese nè un cenno nè una parola; ma, voltate le spalle, ritornò sui suoi passi quanto più rapidamente gli fu possibile...
E il Cavalier ebbe un bel suonare il campanello; l'onesto Rigaglia non riapparve.
Già Mostardo si disponeva ad andarne alla ricerca, quando qualcuno bussò all'uscio.
Comparvero il Trancia e Giovannone.
— Giusto voi!... — esclamò Mostardo. — Capitate a proposito.
Ma la Spingarda era ritornata; ma la marchesa Alerama era nel suo palazzo nella Città del Capricorno; ma tutto filava sul più dolce vento della più soave primavera.
Evitata ogni complicazione da questo lato, il Trancia e Giovannone avevano una nota di spese da presentare.
— Avanti. Vediamo.
Sopra un sudicio foglio erano molti scarabocchi.
— Che cos'è questo?
— La nota.
Il Cavalier Mostardo inforcò gli occhiali.
— Che cosa?... Otto-cento-sessantadue lire e ottanta centesimiii... Siete matti?...
— Nella nota c'è scritto tutto — fece il Trancia.
— No. Ci manca una piccola cosa!
— E quale?
— La piccola condizione che io vi pago, si; ma vi mando in galera!
Il Trancia e Giovannone non rifiatarono.
— Adesso vado dalla marchesa, — riprese Mostarde. — Ritornate domani chè faremo i conti.
— Va bene.
I due se ne andarono come erano venuti e Mostardo incominciò a passeggiar per la stanza.
Ahi, affanno grandenissimo! L'amore e il dolore, in una stessa tresca confusi, gli inceppavano il passo. Eppure come si era tolto da altri e ben più gravi impacci, da quello doveva togliersi, prendendolo di fronte, alla brava, col suo più spedito intendimento.
Così, senza por tempo in mezzo, incominciò ad agghindarsi, nel risoluto proposito di apparire signore in mezzo ai signori.
Come fu bello e strigliato chiamò Rigaglia il quale apparve in aspetto da mugnaio, tutto pien di farina dalla faccia alle scarpe.
— Che cosa facevi?
— Versavo la farina nel cassone.
— Vai a vestirti.
— Perchè?...
— Mettiti il tuo vestito nuovo!
— Dove andiamo?
Il Cavalier Mostardo era pensieroso. Soggiunse:
— Aspetta...
E, accostatosi all'armadio, lo aprì e ne trasse un vestito nero di buon taglio e di ottima stoffa.
— Mettiti questo.
L'infarinato Rigaglia guardava il vestito e il padrone, il padrone e il vestito, e spalancava la bocca.
Domandò:
— Quello?
— Sì.
— Ma è vostro!
— Te lo regalo.
— Forse... mi sarà grande!
Il dubbio era logico.
— Be', se ti è largo te lo accomodi con degli spilli; ma bisogna tu lo infili subito. E fa presto perchè devi venire con me.
Rigaglia rispose:
— Va bene! — e se ne andò.
Nell'attesa il Cavalier Mostardo discese nel cortile. Incominciò a passeggiare in lungo e in largo.
Egli calcolava di raccogliere, quel giorno la gratitudine della marchesa e di riconquistare le sfumate preferenze del suo napoleonico tesoro. Una volta riassestatosi nel convincimento d'amore e dissipati i dubbi struggenti, avrebbe poi pensato a Don Palotta e compagni traendoli a quella luminosa vendetta ch'egli già meditava.
Veniva battendo così, come a interpunzione fra passo e passo, la sua mazza sul selciato del cortile, quando ecco venir innanzi Rigaglia.
Come si fosse conciato costui e di quale bella apparenza disponesse per rendersi grato e piacente agli occhi degli osservanti, lo si può arguire dal natural garbo che lo sovveniva quotidianamente allorchè attendeva alla cura della sua persona.
Nè poteva muoversi in causa alle scarpe strette, le quali scarpe scomparivano sotto la fiumana degli enormi pantaloni.
Mostardo non si tenne dal manifestare la disapprovazione sua:
— Valà che sei un bell'oracolo!
Rigaglia non rifiatò. Era nell'identico smarrimento nel quale rimangono i cani quando i monelli li abbigliano, con fazzoletti e cappelli.
Il Cavaliere cercò riparare alla meglio alla goffagine di Rigaglia; poi gli disse:
— Adesso devi venire dietro di me, sempre a un passo di distanza. E non parlare mai! Anche se ti parlano, non rispondere. Hai capito?... Non devi rispondere mai!
Rigaglia inghiottì la saliva e disse:
— Sì!
Poi il grande se ne andò innanzi e, dietro, il piccolo con gli occhi fissi ai piedi del padrone perchè si vergognava.
Quando fu per entrare nell'anticamera Mostardo si rivolse a guardare che cosa faceva Rigaglia. Era rimasto sulla porta; sempre zitto, senza batter palpebra.
— Vieni avanti.
Avanzò.
— Togliti il cappello.
Si tolse il cappello.
— Tu starai fermo qui e non ti muoverai per nessuna ragione e non risponderai a nessuno. Hai capito?
— Sì.
Allora, avendo disposto aristocraticamente il suo valletto il Cavalier Mostardo posò mazza e cappello, si guardò in uno specchio, e si avviò verso l'appartamento della marchesa.
Non appena si trovò in una fastosa sala gli giunse, dispento dai cortinaggi, un rumore di voci e un impeto irrefrenato di risa. Evidentemente la marchesa si trovava da quella parte e già stava per aviarsi verso l'entrata dell'occulto ritrovo, quando ecco sbucare un piccolo coso di fra le cortine e muovergli incontro.
Lo sbirciò; lo riconobbe. Era il marchese Futa o della Futa se più vi garba.
— Egregio Cavaliere — diss'egli con la sua vocetta asprigna; — la marchesa mi incarica di presentarle le sue più vive scuse... ma, in questo momento, è veramente dolente di non poterla ricevere come avrebbe desiderato.
Mostardo corrugò il supercilio; non strinse la mano che il marchese della Futa gli tendeva e domandò con rudezza:
— Perchè?
— Perchè ha un ricevimento e non può abbandonarlo.
— Bella scusa!
— Insomma, caro Cavaliere...
Sì, egli doveva essere signore, così per infrenarsi, rispose:
— Mi dispiace, ma non posso accettare!
Alla inattesa uscita il marchese non seppe che rispondere a tutta prima, tanto che i due uomini rimasero là a guardarsi: stupefatto l'uno; aggressivo l'altro.
— È una cortesia che le chiede la marchesa...
— Ma io devo parlarle.
— Insomma... veda...
— Caro marchese è inutile insistere. Ormai sono qui e non mi muovo.
— Ma queste sono prepotenze! Ella dimentica di essere in casa d'altri!...
— Ed ella dimentica di essere un gentiluomo! — soggiunse Mostardo che era già in ebollizione. Che discorsi son questi? Mi credono davvero d'avermi preso a cottimo questi signori dell'aristocrazia?... Io dunque dovrei servire solamente a difenderli e non dovrei neppure avere il diritto di essere ricevuto?... Ebbene a questo non mi piegherò. Il diritto di entrare qui me lo sono guadagnato rischiando la pelle. E ormai ci sono e ci rimango. È inutile insistere, caro marchese. Se lo metta bene in testa. Ormai ci sono e ci rimango!...
Disse queste ultime parole forzando la voce tanto che le cortine della vietata stanza ancora si sollevarono e apparve il conte Lanfranco d'Elmici. Avanzò questi e, senza guardare Mostardo e senza rivolgergli neppure un cenno di saluto, domandò al marchese Leone:
— Che cosa accade?
— Questo signore non vuole andarsene! — rispose il marchese Leone della Futa.
— E perchè?
— Perchè dice che si è guadagnato il diritto di rimanere.
— Ma è pazzo!...
Ora convien notare come tanto il conte Lanfranco quanto il marchese Leone fossero vecchi; il primo aveva infatti settant'anni ed il secondo sessanta, senzadichè non avrebbero potuto, così impunemente, sfidar le ire del Cavalier Mostardo il quale, deciso ormai di affrontare la situazione fino alla fine e postosi a guardia del suo orgoglio ferito, sciolse la scabra situazione con una improvvisa trovata.
Si inchinò infatti, per essere sempre signore, e con risoluto garbo, parlò e disse:
— Loro pensino o facciano quello che vogliono; io intanto vado da queste signore!
Pronunziate le quali ultime parole si diresse alla vietata stanza. Ma l'inviperito conte d'Elmici ancora tentò di non essere sopraffatto e, fidando sull'autorevole imperio della sua vecchiaia, si pose fra Mostardo e la porta.
— Lei non passerà di qui!
— Per Bios!... — e Mostardo serrò le quadrate mascelle.
— Le impongo di uscire da questa casa!
— A me?
— Sì, a lei!
— Guardi che si sbaglia...
— Glie lo impongo!
E il conte Lanfranco aveva fatto la voce grossa.
Allora Mostardo, sempre senza perdere la correttezza, spostò il vecchio nobile, poi, come fu per entrare nel luogo proibito, si rivolse e disse:
— Giù il cappello, codini!... La Repubblica passa!...
E, ampiamente dischiusi i cortinaggi, si fece largo e passò.
Come i passeri a sera, quando si raccolgono all'albergo, si abbandonano a un diffuso e affannoso cinguettìo tanto che tutto il luogo ne risuona; e l'albero scelto ad ospitarli per il corso dell'incerta notte, trema tutto quanto nelle sue foglie e nei fruscoli per il continuo moltiplicarsi dei voli e dei frulli fin che un grido o il ciottolo lanciato da un monello non faccia ricader tutto in un silenzio improvviso; così nella querula accolta di dame e damigelle convenute all'ora del the nel salotto della marchesa Alerama e cinguettanti a simiglianza dei piccoli ospiti di un albero centenne, il sùbito apparire del Cavalier Mostardo fu come il ciottolo nel passeraio e fece seguire un gelido silenzio alla conversazione che ferveva poco prima animatissima.
Tutti gli occhi si rivolsero alla porta sulla quale era apparso e ristava immobilmente il colosso.