Part 20
Spadarella non rispose. Gli levò i grandi occhi celesti in volto, e brillarono d'amore e di gioia.
— Sei innamorata... — ripetè lo zio Giovanni. — Già... era da prevederlo! Così bella come sei!...
— Ma non voglio andarmene, zio!
— In quanto a questo, il mio cuore non deve pensare ai vecchi!... I vecchi bisogna lasciarli nel loro cantone, come è giusto. Quando non servono più a niente, il Signore se li deve portar via... Lasciami dire. Io lo so bene come vanno le cose. E poi... credi che lo zio Giovanni vorrebbe proprio guastare la vita della sua bambina? Ma se ne andrebbe, col suo fagotto, centomila volte! Be'... lo so che ti dispiace... lo so che sei buona!... Di questo non parliamo. E... vorresti sposare?...
— Io non so, zio!... Vorrei che tu mi consigliassi.
— È piuttosto difficile, sai?... Ah, è piuttosto difficile!... Vedi bene che non sono mai riuscito a consigliar me stesso, se sono ancora scapolo!
Spadarella rise e gli gettò le braccia al collo.
— Zio... zietto... sì, tu devi consigliarmi! Tu devi consigliarmi!...
— Io ti dirò quello che è giusto e niente di più: fa quello che ti dice il core.
— Mi pare troppo presto, adesso...
— Non hai torto.
— ... e gli voglio bene!
— Beato lui!
— Vorrei aspettare.
— Sì, bambina. Sei tanto giovane!
— Potremmo fidanzarci.
— Fidanzatevi! Però... un momento. Si può sapere il nome di lui?
— Lo conosci.
— Io?... No!
— Sì, zio. Te l'ho detto un'altra volta.
Lo zio Giovanni guardò Spadarella negli occhi, poi abbassò la faccia.
— Ah!... È quello del rosignolo...
Ripetè più sommessamente e più pensoso:
— ... è quello del rosignolo!... Sicuro, sicuro, sicuro... È quello del rosignolo... Non ci avevo pensato. Già... tu me ne parlasti... e poi mi era passato di mente. Sfido, io!... Con l'inferno che è nella mia vita in questi giorni!... Si chiama, già... si chiama, si chiama... ah, Paolo Corani!... Sicuro, sicuro!... E, quando è ritornato?
— Ritornò subito, zio.
— Subito?... Già!... E... è venuto spesso a trovarti?
— Ci vedevamo tutte le sere sulla porta del giardino...
— Tutte le sere!... Paolo Corani... Già, il figlio della Serafina. Suo padre è in America. Scappò con una donnaccia e piantò qua la moglie e il figlio... Sicuro, sicuro...
E tacque.
— A che cosa pensi, zio?...
— Bambina, dimmi proprio la verità; ma dimmela con gli occhi negli occhi e ricorda che non ho in mente se non il tuo bene. Qualsiasi cosa tu abbia fatto, non ti condannerò. Tu sarai sempre sempre il mio core!... Ricordalo... E adesso rispondimi così, come parleresti _a e' tu Signurèn in' t' e' zil_! (al tuo piccolo Signore nel cielo!). Bambina... ti sei compromessa?
— No, zio.
— Va bene. Ti credo. Tu non sai dirla una bugia. Poi, con me?... Che gusto ci sarebbe se ti perdonerei sempre?
— Come sei buono!...
— No... no!... Io non sono buono. Sono un vecchio catafalco io, lo so... Però vorrei conoscere questo tuo Paolo...
— Sì, zio. Subito.
— Ecco... Subito sarebbe un po' troppo! Mettiamola per domani, ti va?
— Come vuoi, zio.
— Io, intanto, cercherò di sapere tante cose. Però... se a te non fa piacere...
Spadarella gli dette un gran bacio perchè tacesse.
— Vedrò come stanno le cose. Non ti sembra necessario?
— Sì, zio.
— È necessario. Tu sei sola. Quel ragazzo potrà essere una perla, ma potrebbe anche darsi che non lo fosse, e allora...
— Allora?...
— Allora gli rompo la faccia come è vera la Repubblica!
— Zio!...
— Eh, no, bambina!... Eh, no!... Con certe cose non si può scherzare!... Perchè se quel ragazzo ha calcolato di farsi bello con la mia creatura, gli è passato di mente il mio nome e chi è Giovanni Casadei!...
Ora camminavano per il giardino.
Spadarella si era fatta pensosa.
— Zio?... Non lo tratterai male?
— Ma no, bambina!... Gli domanderò solo che intenzioni ha.
Poi il Cavalier Mostardo si fermò chè vide venire innanzi fra le aiuole, Rigaglia.
E si guardava i piedi, forse per la gioia de' suoi riconquistati scarponi.
Quando furono a due passi l'uno dall'altro, Mostardo aggrottò le ciglia e domandò:
— _Ch' sèll nèca_? (Che c'è ancora?).
Rigaglia levò la faccia e rise.
— Che cos'hai da ridere?
— Ditemi grazie! — fece Rigaglia con fare misterioso.
— Cosa vuol dire grazie?... _At ziral la baracòcla_? (Diventi matto?).
— Dovete dirmi grazie! — ripetè Rigaglia ridendo sempre.
— Non importa che tu faccia lo stupido! Di' quello che hai da dire e fa presto.
— E io non vi dico niente!
— E io ti dò un pugno che ti farà passare la voglia di ridere!
— Bella maniera!...
— Quella che ci vuole con te, brutto testone! Ti credi forse di potermi prendere in giro?
— Già siete sempre voi, chè non vi si può mai parlare!
— Ma vuoi prendermi per il tuo giocattolo?...
Allora Rigaglia, indispettito, brontolò:
— Volevo dirvi che ho ritrovato la Carlotta... ma non ve lo dico più!
— Che cosa?... — gridò Mostardo accostandosi di un passo al suo fido nemico. — Hai ritrovato la Carlotta?
Rigaglia non rispose.
— Hai ritrovato la Carlotta?
— Pare! — nicchiò Rigaglia.
— E dov'è?
— Nella stalla.
— Nella nostra stalla?
— E dove dunque?...
Allora Mostardo si illuminò come il più alto monte quando nasce il sole. Si rivolse a Spadarella:
— Hai sentito?... Ha ritrovato la Carlotta!...
E gli ridevan gli occhi e tutta la faccia.
— Ha ritrovato la Carlotta!... Vieni qua!
Rigaglia non si muoveva. Col suo testone basso si ostinava a guardarsi gli scarponi.
— Ti ho detto di venir qua! Non badi?...
Rigaglia si fece innanzi un poco, come un infante impermalito.
— Adesso ti dico grazie — fece Mostardo e gli posò le larghe mani sulle spalle. — Sì, ti dico grazie perchè sei grande!
Rigaglia nicchiava sempre.
— Che cos'hai da brontolare?
— No!... Con voi non c'è gusto!...
— Vuoi che ti chieda scusa?
— Io non voglio niente!
— _Vut c'at dèga un bès_? (Vuoi che ti dia un bacio?).
Risero tutti tre: Spadarella, Rigaglia e Mostardo.
Poi l'umile e il grande se ne andarono insieme, braccio sotto braccio, come due innamorati.
CAPITOLO XIII.
_Come il gobbo Pulizia se ne andò a cercar Garibaldi e come gli anarchici dell'Isola Felice cooperarono alla felicità del Cavalier Mostardo._
Era andata così, come raccontò Rigaglia, compiacendosi del busso de' suoi scarponi riconquistati.
Una sera Rigaglia era solo ed aspettava Mostardo. Stava per apprestare la cena, ma prima, quasi per un presentimento, era andato nella stalla e aveva messo il fieno nella mangiatoia e aveva preparato un buon letto di paglia come se la Carlotta dovesse ritornare. Si era sentito una voce dentro che gli aveva comandato di far questo. Poi, compita l'opera, tranquillo e soddisfatto stava per salirsene in cucina quando avevano suonato il campanello.
Chi poteva essere a quell'ora?
Andò ad aprire ed ecco presentarsi un uomo che entrò senza aspettare e senza dir niente. Poi chiuse la porta e gli disse:
— Io sono il conte Polpetta!
Il conte Polpetta?... E poi?... Era quello il modo di entrare in casa d'altri?
— Sta zitto!... Sono venuto perchè ti riporto la Carlotta.
— Che vi pigli un accidente! Dite davvero?
— Voglio che mi scoppi il core, se non dico la verità!
— Ma dov'è?
— È qui dietro, nel vicolo. Vieni ad aprire il portone. Fa presto.
Rigaglia si era messo a correre. Però, prima di aprire il portone, aveva detto al conte Polpetta:
— Non vi venga la voglia di farmi impazzire per niente, perchè questa sera non sono di buona luna!
Il conte Polpetta aveva aperto per suo conto ed ecco il muso della Carlotta, ecco il muso della sua Carlotta, farsi innanzi come per dire: — Buonasera!
Le era saltato incontro; l'aveva abbracciata. Era proprio lei, proprio lei!
Dopo averla riposta nella stalla aveva domandato al conte Polpetta:
— Be', ma come avete fatto?
— Questo non devo raccontarlo a te. Di' a Mostardo che, domani, lo aspetto all'Isola Felice.
E non aveva aggiunto altro e se ne era andato come era venuto solo solo, zitto zitto, magro magro.
Mostardo conchiuse:
— Va bene. Bisognerà che vada dal conte Polpetta.
— Volete che venga anch'io?
— Vieni pure.
Eccoli arrivati ad una porta senza battenti.
— Sarà questa la casa?
Rigaglia aveva risposto:
— Sarà questa!
Il Cavalier Mostardo era andato innanzi. Un androne buio; un fetore di immondizie accumulate. Il pavimento era scivoloso.
— Ma dove siamo?
E Rigaglia:
— Chi lo sa!
— A me pare di entrare in una concimaia.
— Infatti lo stabbio c'è — rispose Rigaglia.
Il grande disse al piccolo:
— Accendi un fiammifero.
Videro allora, in fondo all'androne, una seconda porta e a quella si diressero. Come l'ebbero varcata, ecco un rumore di voci.
— Ci siamo, per Bios!
Erano entrati in una specie di sala rettangolare, illuminata debolissimamente da un lucernario senza più vetri. Detto lucernario doveva aprirsi in un angusto cortile. Lunghe tele di ragno, annerite dalle immondizie, gli facevan torno torno una frangia di viscidume. Anche la luce che riusciva a filtrare da quell'apertura pareva sudicia. Il fetore aumentava.
— Per essere la casa degli anarchici, ci fa un bel puzzo! — esclamò Mostardo.
Dopodichè si affacciarono sulla porta che immetteva nella ex-platea dell'ex-teatro e rimasero là, il piccolo e il grande, disorientati, a contemplare il novissimo spettacolo che si presentava ai loro occhi.
Dovettero, in un primo tempo, abituarsi alla grigia penombra che teneva il luogo in una uguale tinta livida dalla quale non emergeva se non qualche sagoma nera; ma, quando si furono adattati alla luce-ambiente, ecco che poteron vedere di che si trattava. E si trattava davvero di una cosa singolarissima. L'ex-teatro era convertito in un vero e proprio accampamento di zingari. La loro curiosità fu subito attratta da un timido cinguettìo, tanto che Rigaglia, levata la faccia, domandò:
— _Csa j' èl, di uséll_?... (Ci sono degli uccelli?).
E infatti c'erano degli uccelli. C'era un povero canarino in una gabbietta bianca, appeso al parapetto di quel più grande palco che si trova quasi sempre al centro di ogni teatro, e che suol chiamarsi palco reale. Il palco reale, col suo retrobottega, serviva di appartamento alla contessa Penelope Tompinelli.
Noi sappiamo come questa contessa, ridotta al solo possesso del vecchio teatro dei Battuti Verdi, che non le rendeva un soldo, e sul punto di disfarsene, sollecitata dall'arcimiserevole conte Polpetta, il quale veniva ideando, a consolazione sua e dei simili suoi diseredati, l'organizzazione dell'_Isola Felice_, accondiscendesse a disporre di quest'ultima sua proprietà a profitto del nuovo esperimento comunista; e, raccolta la sua miseria, in detto luogo la traslocasse, unitamente agli altri adepti, in attesa della felicità. Frattanto si era riserbata, non potendo dimenticare di essere padrona, si era riserbata il miglior posto, trattandosi di un teatro, e cioè il palco reale. Nel qual palco, oltre la gabbia di un disgraziato canarino, figuravano alcune casseruole di rame, una pentola, una tenda, un paravento in brandelli, una poltrona con lo stemma, un vaso da notte, un copri-polvere, una scopa e un orologio rotto. Naturalmente non solo le primitive decorazioni del palco erano scomparse, ma il soffitto era crollato e le pareti minacciavano rovina; ai quali danni la contessa Penelope aveva cercato porre riparo inchiodando una tenda a due travicelli del soffitto; e disponendo il paravento a brandelli verso la parete che minacciava maggior rovina. Ed era ricorsa a quest'ultimo rimedio per difendere il suo pudore dal pudore del conte Polpetta che abitava nel palco attiguo.
E il palco attiguo, se così ancora poteva chiamarsi, era tutto un fantastico intrico di assi rotte, di travicelli fradici e di calcinacci. Fra tale pulverulento aggroviglio erano sei vecchie latte da petrolio lungo le quali erano disposte due assi e un cumulo di paglia tritata. Tale era il letto del conte Polpetta; letto difeso dalla pioggia che scendeva libera dal tetto in rovina, da un vecchio ombrello aperto e fermato per mezzo di cordicelle al circostante accatastarsi di assi in isfacelo. Al conte Polpetta altre cose non erano riservate, neppure un coccio per lavarsi le mani. In compenso egli aveva decorata la sua tana, nel prospetto, di tanti cartigli sui quali aveva scritto in grandi caratteri rossi, le sue massime eterne; o, meglio, le eterne massime del comunismo, particolare religione sua, e deciso costume.
Tali massime attrassero l'attenzione del Cavalier Mostardo che incominciò a leggerle.
Ecco la prima:
DONNA, CHE COS'HO IO DI COMUNE CON TE?
— Per Bios!... — fece Mostardo.
IO SONO VENUTO A SUSCITARE L'UOMO CONTRO IL PROPRIO PADRE E LA FIGLIA CONTRO LA MADRE.
Continuò a speculare. Eccone un'altra:
IO SONO SENZA MONDO.
E Mostardo guardava Rigaglia; e Rigaglia sputava.
Lesse ancora:
IL MIO IO È ASSORTO AL DOMINIO DEL MONDO.
Ma questa non la capì. Che cos'era questo _Io_?... Il suo _Io_?... Il dominio del mondo?...
Scaraventò per l'aria un:
— Per Bios!... — che parve una saetta.
— Che cosa ne dici, Rigaglia?
— Io dico che c'è un bel puzzo.
— Questo è vero!
Nella platea c'era una lunga tavola attorniata da sgangherate panche. Quello, il luogo riservato ai pasti in comune. Poi torno torno, altre rovine di palchi ed altri accampamenti di comunisti. Qua si vedeva la testa di un cane; più oltre gli occhi giallo-verdi di un gatto. In un palchetto di quart'ordine tubavano due tortore.
Ora anche Rigaglia osservò come la parte più caotica del luogo fosse lo spazio riservato un tempo al palcoscenico. Ivi era una garetta rovesciata che serviva da letto; ivi la carcassa di una vettura preistorica adibita a giaciglio; e vasche da bagno in disuso, cassapanche, un armadio sventrato, una cassa da morto.
Era quello un angolo distinto dell'Isola Felice; l'angolo riservato agli anarchici stirneriani. Anche in detto reparto, che poteva chiamarsi degli agitati, non mancavano i cartigli con le diciture più stupefacenti. Le quali diciture si affrettò a leggere il nostro Mostardo che voleva istruirsi. Eccone una piuttosto lunga:
_Chi agisce secondo la spontaneità del proprio dovere,_ NÈ COMMETTE FURTO _se si appropria le cose supposte di proprietà altrui;_ NÈ COMMETTE ASSASSINIO _se elimina la esistenza di quei suoi simili che gli appariscono turbatori della libera espansione della sua individualità._
Il Cavalier Mostardo lesse due volte ad alta voce tale apocalittica sentenza, poi continuò:
L'IMPURITÀ SENSUALE, _di qualunque genere essa sia, non importa un'infrazione ad alcuna legge morale; e, se anche così fosse, non vale la pena di tenerne conto!_
— Ma questo è un vero _trocaico_!... E chi l'ha detto?... — gridò Mostardo.
Allora una voce grave e roca si levò dal fondo del teatro e rispose:
— Sono parole di Max Stirner!
E Mostardo di rimbalzo:
— Bravo il porco!... Andateglielo a dire da parte mia!...
— Max Stirner è morto!
— Bene!... E sulla forca, spero!
— No. Sulla forca morirete voi!
Stava già, il nostro Cavaliere, per lanciarsi alla rapida ricerca dell'ignoto insultatore, quando l'allampanata figura del conte Polpetta gli si parò davanti.
— Siete stato puntuale — disse il conte — e ve ne ringrazio.
— Macchè puntuale!... Voglio sapere...
— Calmatevi Mostardo. Quello non è un comunista; è un anarchico!
— È una canaglia! Un delinquente!
— Bisogna capirlo!
— Io non voglio capire queste immondizie!
— Abbiate pazienza. Forse non sa chi siete. Avete veduto la Carlotta?
Il nome del caro quadrupede ebbe la virtù di calmare il colosso.
— Sì, l'ho veduta, povera bestia! Com'è dimagrita! Ma chi l'aveva?
— Questo non può dirvelo che quel signore col quale stavate per azzuffarvi.
— L'anarchico?
— Sì.
— È lui che l'aveva rubata?
— Anzi l'ha ricuperata.
— Fatemi vedere quest'uomo.
— Venite.
Attraversarono la platea. Si udì il busso ritmico degli scarponi di Rigaglia. Giunti presso il singolare accampamento dei senza-legge, il conte Polpetta chiamò:
— _Spintàcc_?
Al quale richiamo la stessa voce rispose:
— Crepa!
— Vieni fuori, che c'è gente che ti vuol parlare!
Allora si vide uscir lentamente dalla cassa da morto, prima la testa, poi il torso di un uomo il quale, puntate le mani ai lati del singolare giaciglio, volse in giro l'orgogliosa faccia.
— Chi mi vuole? — domandò aggrottando le ciglia.
— Ecco il Cavalier Mostardo! — disse il conte Polpetta.
Spintàcc, al nome solenne, non mutò volto; non dimostrò nè interesse, nè sorpresa; solo, riparati gli occhi dalla luce, col palmo della mano, per distinguere meglio i due sopravvenuti, domandò considerando a volta a volta il Cavalier Mostardo e Rigaglia; Rigaglia e il Cavalier Mostardo:
— Quale dei due è il nominato?
Il solo dubbio di poter essere confuso con Rigaglia finì di inasprire Mostardo, il quale disse:
— È inutile vi diate tant'aria! Tanto non fate paura a nessuno, anche se abitate in una cassa da morto!
— Allora Mostardo siete voi?
— Pare!
— Bravo!
— Bravo un corno!
— Mi fa piacere di non essermi ingannato. Vi avevo immaginato così.
— Cosa vuol dire?
— Vuol dire che rispondete al perfetto tipo del nuovo borghese.
— Io, borghese?
— Voi, appunto! E, con voi, la repubblica!
— Ah, pezzo da galera! Vieni fuori di lì e finisci di fare il cadavere, poi vedi se te l'aggiusto io la borghesia e la repubblica su quella testa da pidocchi!
Spintàcc, sotto il violento assalto del Cavalier Mostardo, sorrise pacatamente e non si mosse. Rispose senza levar la voce:
— Un mio pidocchio val più di tutte le vostre decantate conquiste! E ve lo spiego subito. Abbiate pazienza. Da più di un secolo, durante tutto il vostro lungo e vano alunnato rivoluzionario, voi, fra le mille altre corbellerie, fra le lustre di cui avete pasciuto e pascete la bestialità del popolo, una ne avete posta innanzi sempre più sciocca, fra tutte le sciocche: la libertà, la vostra famosa libertà!... Sicuro, la vostra famosa libertà!... Ma che cos'è quest'araba fenice? Come si manifesta o si è manifestata dopo tanto frastuono, tanta guerra e tanto sangue? Quali intieri e reali vantaggi ha portato ai paria, ai diseredati del mondo?... Nessuno!... Io vi dico, nessuno!... L'egoismo dell'uomo, la sola sacra forza di vita e la sola rispettabile, è stato sempre schiavo della vostra infame concezione statale. Voi vi siete fermati al giusto mezzo, alla mediocrità, alla quiete. Il vostro Stato ha protetto la prepotenza di un gruppo di egoisti. Che cosa hanno reso le tanto decantate conquiste?... Niente!... Io dico niente!... _Ora una libertà che non dia niente, non serve a niente!_ Mettetevi bene in mente quanto sono per dirvi, caro signor Mostardo; _la vera libertà deve essere una nostra proprietà_, dobbiamo esser liberi di fare tutto quanto ci piace secondo il nostro egoismo e il nostro tornaconto e non dobbiamo riconoscere nessun'altra forza e nessun altro egoismo al di sopra di noi. _Ciò che io voglio è giusto; ed è giusto appunto perchè io lo voglio!_ Guardate che cosa è scritto lassù. Guardate. Voi sapete leggere. Lassù è scritto: — CIASCUNO HA IN SÈ LA PROPRIA CAUSA! — Ciò che vuol dire che ciascuno fa Stato a sè; nel giro di ciò che può compiere è più che Imperatore e più che Dio. Noi siamo finalmente liberi, tutti liberi perchè ci siamo disfatti fino in fondo del peso originale dell'umanità! Ecco dunque perchè un mio solo pidocchio val più di tutte le vostre belle fandonie, caro signor Mostardo!
Rigaglia, a tale sfolgorante parolame, scuoteva la grossa testa a quando a quando e, come Spintàcc ebbe finito mormorò:
— _L'ha parlè bèn._ (Ha parlato bene!).
Allora Mostardo prese Rigaglia per il colletto, lo sollevò da terra due volte e lo sbattè a terra due volte, tanto che il tonfo degli scarponi fu marcatissimo. Poi gli disse:
— Adesso imparerai a star zitto!
Rigaglia, che si era insaccato, si raccolse, sotto l'ombra della sua gabbana che gli saliva fin sopra il cocuzzolo e più non rifiatò. Compiuta questa prima faccenda, il Cavaliere si rivolse all'oratore e domandò:
— Hai veduto che cos'ho fatto a Rigaglia?
— Sì.
— Allora ho ragione io!
— Perchè?
— Perchè ho fatto quello che ho voluto. Non hai detto che ciascuno può fare quello che vuole, quando gli torni conto?
— L'ho detto ed è vero!
— E per te io sono un borghese?
— Lo sei.
— E tu sei un anarchico?
— Lo sono.
— Va bene. Tu sei un anarchico ed io sono un borghese. E, questo, è Rigaglia imbecille, che sarebbe poi il popolo che ti crede. Va bene... Va benone!... Dunque io ho lavorato trent'anni della mia schifosa vita e tu sei andato a spasso a pensare le tue vigliaccherie. Un bel giorno io mi sono messo assieme tre staia di grano e tu solamente i tuoi pidocchi. Io mi sono salvata una casa, col mio onorato sudore, e tu solamente la tua cassa da morto. Siamo d'accordo, è vero?... Fin qui siamo d'accordo!
— Siamo d'accordo!
— Sicuro!... E io mi chiamo Mostardo e tu ti chiami Spintàcc. Io sono un galantuomo e tu una canaglia. Un momento... ho sbagliato! Io sono un borghese e tu un anarchico. Questo è più comodo. Così, a mezza strada, quando io voglio mangiare il mio grano nella mia casa, arrivi tu, versipelle, e mi dici: — Quello che io voglio è giusto! — Poi prendi un fucile, mi ammazzi e ti prendi tutto perchè ti sei messo in testa di essere tu tutto il mondo. Non è vero?
— È vero!
— Ma io la penso in un altro modo. Ti pare?... Io la penso in un altro modo!...
E Mostardo era acceso come un papavero.
— Io ho questa idea... Guarda un po'!... Di prenderti... così, per questa zazzera pidocchiosa, di scrollarti... così, un pochino... di guardarti ben bene sul muso e dirti: — Sta attento e _non promettere agli altri quello che non vuoi sia fatto a te!_...
E, parlando, aveva sollevato la cassa da morto mandando poi contenente e contenuto ruzzoloni per le terre.
Spintàcc si rialzò, si riassettò un poco e, veduta la mala parata, disse:
— Tu sei più anarchico di me, perchè sei più forte!
Poi le cose si ricomposero. E il Cavalier Mostardo seppe come la Carlotta fosse stata trovata da Spintàcc in un orto che apparteneva al gobbo Pulizia.
Quale oscura faccenda si manifestava attraverso l'avventura della Carlotta?
Il Cavalier Mostardo volle sincerarsene e se ne andò difilato verso la casa del meticoloso Pulizia.
Ecco la casa del gobbo. Una porticina verde e quattro finestrelle: due al pianterreno e due al primo piano; proprio una piccola casa per un piccolo gobbo. Le imposte delle quattro finestre erano serrate. Neppure una fessura, in tutta la facciata, per un poco di aria e di luce.
— Vuoi scommettere che è andato in campagna?
Suonò il campanello ed attese. Poi si fece in mezzo alla strada e chiamò:
— Pulizia?
Nessuno!... Forse non c'era nè l'amico Cesare, nè l'amico Ciliegia.
Ad un tratto udì un passo frettoloso giù per le scale e una voce concitata che non era di buona promessa. La porticina si aprì d'impeto, rabbiosamente e, nel vano, apparve la faccia sconvolta del moro Fabrizi.
Il moro Fabrizi, che si era preparato ad accogliere con ferocia l'importuno, non appena ebbe visto il Cavalier Mostardo, impietrì. E domandò pieno di stupore:
— Da chi l'avete saputo?...
Mostardo aggrottò le ciglia. Dunque arrivava a proposito! C'era qualcosa di grosso da scoprire.
— Da chi l'ho saputo non interessa. L'importante è che lo so!
Il moro Fabrizi impietriva sempre più. Ma che modi eran quelli?... Però, siccome si trattava di Mostardo, chiese, sempre con umiltà:
— Volete vederlo?
— Ma sicuro che lo voglio vedere!... Sono venuto per questo!
— Allora venite con me.
Il moro Fabrizi chiuse la porticina piano piano, poi si avviò innanzi sulla punta dei piedi, cercando di fare il minor rumore possibile. Mostardo lo guardò incuriosito.
— Che cosa sono tutte queste delicatezze?... Chi è che dorme?...
Allora il moro Fabrizi si rivolse:
— Come?... Ma non lo sapete?...
— E che cosa, di grazia?...
— Il povero gobbo...?...
— Be'?...
— Muore!
Mostardo fece un salto indietro.
— Cosa mi dici?...
— Sì. Gli è venuto l'avviso questa mattina. Adesso passa di là!
— Ma non è vero!
— Venite di sopra. È un po' nero in faccia: ma muore bene!