Part 2
Il Cavalier Mostardo se l'era tratto dietro nei bei tempi della sua lotta più aspra, quando ancora lo spregevole moderatume accettava di combattere. Se l'era tratto dietro a guisa di cane, dalle campagne e gli era rimasto in casa.
Due uomini in una grande casa deserta. Allora il Cavaliere, oltre alla politica, pensava ad arricchire. Trafficava in buoi, in cavalli, in granaglie; comprava e rivendeva case e poderi. Rigaglia gli fu necessario ne' suoi traffici: era uomo astuto e senza troppi scrupoli. Braccava l'occasione: il fallimento, il dissesto e suggeriva l'affare. Molte volte fungeva da interposta persona quanto meno chiara era la cosa. Siccome anche il suo particolare peculio aumentava, aveva una spietata iniziativa. La pietà è virtù dei falliti senza dolo: Rigaglia non ne sapeva l'esistenza. Molte volte il Cavalier Mostardo doveva fermarlo per un residuo di pudore. Avrebbe venduto anche _e' pòpul_, se in ciò fosse stato il suo tornaconto. Così incominciò a rispettare la Cassa di Risparmio e gli piacque.
E il Cavalier Mostardo arricchì. Vi fu giorno in cui potè contare su varie centinaia di migliaia di lire. Ciò gli fece sempre più affezionato Rigaglia che non pensava più ai campi e a Puffone, agricoltore di molto pelo. Anzi si allontanò dal padre perchè una volta gli chiese venti scudi.
Rigaglia aveva il governo della casa: era cuoco, cantiniere, massaia, tutto. Ciò implicava un sistematico furto casalingo; ma il Cavalier Mostardo sapeva e taceva.
Erano insieme da vent'anni e più; il piccolo e il grande, e insieme avevano fatto la fortuna loro.
CAPITOLO II.
_Il Cavalier Mostardo prende contatto con l'aristocrazia e sogna una nobile innamorata._
— Dunque — disse il Cavalier Mostardo — mi aspetterai fino a mezzanotte; se a mezzanotte non sono ritornato va a letto.
— Va bene — rispose Rigaglia.
Il Cavalier Mostardo si squadrò nello specchio.
— Sono venuti i tappezzieri?
— Sono venuti.
— Hanno messo in ordine le stanze?
— Non lo so.
— Come non lo sai?
— Ma cosa volete m'intenda io di certe cose?... Hanno fatto del rumore lassù. Ecco!
— Non hai veduto i mobili?
— Io non ho veduto niente.
— Come?... Non sei stato presente?...
— No!... Perchè non posso veder sciupare tanti quattrini!
Il Cavalier Mostardo sorrise e si sorrise. Si vedeva tutto quanto nel grande specchio, in un'immensa cornice dorata. Si era vestito a nuovo. Abiti giunti quella stessa sera, di purissimo taglio inglese. Un solo vestito gli costava duecentocinquanta lire!... Uno sproposito!... Però quale differenza!... Eccolo là, in fondo allo specchio, rinnovato! Un uomo distinto, veramente. Gli pareva di esser nato il giorno prima, anzi la stessa sera. E sotto lo sgargiante vestito, quale, ma quale cuore!... Tutte le quattro stagioni in un sogno!... Quattro stagioni e quattro primavere: quattro porte spalancate.
— Venite... Venite, Cavalier Mostardo!... Ed eccolo in mezzo ai balli e fra le donne gentili.
Eccolo ad ascoltare i sussurri:
— Che bell'uomo!...
— Quale portamento!...
E c'era una strada per la sua fortuna, proprio nel mezzo del mondo, nel cuore dell'Universo.
— Lo faranno deputato!...
— Sarà ministro!...
Ah!... E s'ingrandiva s'ingrandiva in fondo allo specchio, al centro della immensa cornice d'oro.
— Quello che ho fatto, ho fatto!... Quello che ho voluto, ho voluto!...
Parlava dentro di sè come in un teatro vuoto. Le sue parole risuonavano nell'area. Si ripercotevano nelle volte.
— Quello che ho voluto, ho voluto!...
Uno sciame di belle donne scollate, profumate, con certe mani e certi scarpini!...
— Cavaliere!...
— Cavaliere!...
Davvero! E sarebbe stato commendatore e più, perchè al mondo si può tutto.
— Posso andar via? — domandò Rigaglia e interruppe l'incantesimo.
— Sì, va via, va via! — gli rispose rudemente il Cavalier Mostardo. — Va via: togliti d'attorno!
Rigaglia non rifiatò; il viso atterrato, come soleva sempre, il capo curvo fra le grosse spalle se ne andò scarpicciando.
— E domani cambiati le scarpe — aggiunse indignato il Cavaliere. — In casa mia non voglio vedere le scarpe coi chiodi.
Impresse forza alle ultime parole. Incominciava a sentirsi grande.
Si tolse il cappello sulla marmorea soglia, non appena premette il bottone del campanello elettrico. Aveva fatto le scale pian piano, pian piano guardando le statue e le lampade.
Chi glie lo avesse detto vent'anni prima!...
— Tu, in casa dei marchesi Alerami... vicino alla signora...
La porta si aprì. Ecco il cameriere gallonato. Lo conosceva bene, ma finse di non ravvisarlo.
— Scusi... chi cerca?...
— Sono in casa le signore?
— Sì. Chi debbo annunziare?
Il Cavaliere stava per dire il suo nome, ma si trattenne. Offrì un biglietto da visita largo una spanna. Allora, con poco tatto e con mal celato disprezzo, il cameriere lesse il nome:
— Giovanni Casadei...
Mostardo sentì un gelo improvviso. Non era più abituato al suo umile triste nome! Nessuno lo chiamava così: egli era per il popolo e per l'aristocrazia il Cavalier Mostardo.
Certo in quel punto sentì ridestarsi i suoi fieri, impetuosi istinti di eroe popolare e si sentì prudere le indelicate mani. Ebbe un tuffo al cuore, arrossì, squadrò l'uomo dalla livrea e gli chiese in pretto italiano, non senza dignità di tono e di aspetto:
— Chi vi ha insegnato a leggere i biglietti che vi danno?
Il cameriere levò la faccia e sorrise con sufficiente malgarbo. Rispose:
— Se debbo sapere chi siete!
Il Cavalier Mostardo si contenne ancora, ma fece un passo innanzi.
— Non è necessario lo sappiate voi, in primo luogo. In secondo luogo dovete darmi del lei!...
Il cameriere aveva un risolino perfido. Domandò:
— Perchè?..
— Perchè è il vostro dovere!
— Io vi ho sempre dato del voi. Non siete il Cavalier Mostardo?
— Io sono chi sono, hai capito?... E tu devi darmi del lei, altrimenti...
Tese una mano, ma i suoi centri inibitori la trattennero a tempo.
— Be' — riprese — meno chiacchiere. Vai a dire alla signora che sono qui.
Allora il cameriere volle giuocare il ripicco. Non solo non si staccò dalla porta, ma, intonata la voce alla maggior freddezza, disse:
— Questa sera la marchesa non riceve!
Tentò di richiudere i battenti, ma proprio in quel punto una nodosa mano lo afferrò per il colletto della giacca, lo sollevò, lo trasse nel ripiano delle scale.
Il Cavalier Mostardo, il colosso, lo teneva sospeso così a mezz'aria, a braccio teso.
— Non muoverti — gli disse — e guardami bene!... E ricorda che se anche mi vedi vestito così, io sono sempre un fuorisacco!...
Lo posò in disparte e varcò solennemente la contesa soglia. Tale fu l'entrata del Cavalier Mostardo nel palazzo dei marchesi Alerami.
Aprì la porta, fece un grande inchino e disse:
— Scusino se mi presento così!
Fu accolto gaiamente come si conveniva a persona par sua.
La marchesa Alerama disse:
— Ha voluto incomodarsi subito...
— Si figuri...
— Si accomodi.
— Grazie.
Sedette e guardò.
Erano circostanti cinque persone: tre signore e due signori. Fra le dame una sola era giovine e bella, ma il Cavalier Mostardo non la conosceva.
Gli uomini gli eran noti. Li aveva avuti avversari politici molti anni prima, quando l'esecrabile clero pretendeva ancora di scendere in campo e chiamava i seguaci a raduno. Era primo il più vecchio, un certo conte Lanfranco d'Elmici, uomo sulla settantina, materialmente e moralmente intelito, dal naso a tagliacarte; anzi era tutto sottile e puntuto come un parafulmine; nella scala zoologica assomigliava al topo. Il secondo era battezzato nei libri araldici come Leone marchese della Futa e più semplicemente il marchese Futa: cognome insigne nei fasti cittadini dell'età di mezzo, ma non per questo meno pericoloso in tempi di furor democratico. Il popolo birbante e privo del delicatissimo senso correttivo che frena gli impulsi, non tornandogli grato quel Futa era ricorso a una parola quasi sorella, ma indegna, veramente!... Parola popolaresca, di vecchio conio, sguaiata e tonda.
In compenso la classe ironicamente cortese, il medio ceto cittadino aveva corretto l'eccesso popolare ricorrendo alla cosmografia egizia e chiamava il nobil uomo col nome del dio che rappresenta il fuoco creatore, ciò è a dire Fta: il marchese Fta. Sottile distinzione fra il nome e il derivato.
Orbene, costesto marchese Fta Leone aveva sessant'anni ed era uomo di fierissimi propositi retrogradi, senonchè all'alta dignità della sua convinta essenza nuoceva un suo vezzo di raccontar come vere le cose sognate e di aumentar le vissute. Usando un termine volgare, lo si sarebbe detto bugiardo; ma, per non macchiare con tale parola il santo usbergo della sua tradizione, il suddetto medio ceto cittadino lo chiamava superatore. Sì, perchè superava la realtà; era oltre l'umile, vilissima verità dei fatti come sono e non come dovrebbero essere.
Il marchese Futa superava i fatti ed era naturalmente un superatore.
In quanto a ingegno, nessuno si sentiva in grado di giudicarne. La sua misura e il saggio tacere e e la non mai offuscata dignità di volto e di persona lo ponevano a mezz'aria fra la pianura e la collina come uomo degno. Aveva sì una enorme biblioteca e un archivio di prim'ordine, ma ne era gelosissimo come della sua cultura della quale non parlava mai, che non dimostrava mai. E chi asseriva essere il marchese Leone un ignorante, o meglio un assente in cose di scienza, mentiva per la gola. Il marchese Leone, ad esempio, sapeva benissimo chi era Copernico e l'aveva detto una volta al «club»:
— Copernico fu un arcidiacono che inventò il lunario!
Meno male. La cultura conferiva dignità alla classe. Comunque fosse, fra il Cavalier Mostardo e i due nobili, fu scambiato un freddo inchino e niente più.
Più cortesi furono donna Alerama e la baronessa Judici. Quest'ultima anzi non si stancò di fissare con l'occhialetto il Cavaliere; e lo esaminava compiaciuta, sorridendo.
— Desidera un the? — domandò donna Alerama.
— Grazie — rispose Mostardo inchinandosi.
Allora donna Alerama parlò alla dama più bella che stava in disparte e sfogliava un libro, ma le parlò in una satanica lingua della quale il nostro dabben uomo non riuscì a cogliere che un arruffio di molte consonanti fra qualche vocale. E pensava:
— Però, come si parla diverso fuori di qui!...
Poi donna Alberica, che era quella dell'occhialetto, gli rivolse la parola sempre sorridendo:
— Allora lei è un gran capopopolo?... È vero?...
Quella domanda così a bruciapelo sconcertò il Cavaliere il quale, per non guardare in faccia donna Alberica, si guardò i calzoni e leggermente spolverandoli rispose:
— Oh dio... cosa vuole?... si fa quel che si può!...
Il Cavaliere non ebbe a notare in quel punto un sorriso maligno dei due gentiluomini.
— Sì, sì — riprese donna Alberica — lo sappiamo! La sua fama è giunta anche a noi.
— Fama?... — soggiunse il Cavalier Mostardo dubbiando. — Forse sarà anche fama...
— E sappiamo benissimo come ella possa fare e disfare.
— Fosse stato una volta!... — esclamò ingenuamente il Cavaliere e appena aveva pronunciato la frase che già ne era pentito.
Donna Alerama frattanto sorvegliava, senza parere, la bella donna affaccendata intorno alla teiera.
— Perchè una volta? — domandò sempre sorridendo donna Alberica.
E quel sorriso continuo, quasi esigente, puntato su di lui come una investigazione, finiva per turbarlo.
— Ho detto così — rispose — perchè una volta ero più giovane.
— Ma lei non è vecchio!... — insinuò con dolcezza donna Alberica.
Nel frattempo la bella creatura bionda gli si avvicinò e gli porse una tazza di the. Il Cavaliere la raccolse dalle bianche mani, compiaciuto. Già stava per accostarla alla bocca, quando con accento strano la dolce ignota gli domandò:
— Prego... latte?...
— Oh dio... sì! — rispose il Cavaliere.
— Zucchero?...
— Anche zucchero!
— Quanti pezzi?
— Ma... due... tre... quattro...
— E «toast»?...
Il Cavaliere guardò smarrito gli astanti e conchiuse:
— Senta!... Metta tutto quel che vuole!... Per me fa lo stesso!...
La dichiarazione impensierì le due dame e fece ridere la bella.
— Ho detto che fa lo stesso — soggiunse Mostardo — perchè sono di buona bocca!
Passò un silenzio.
Con un panino imburrato in una mano e la tazza nell'altra, circonfuso di tenerezza e di timore, il nostro eroe ristette e più non avrebbe parlato, se donna Alerama non gli si fosse accostata con soave garbo per dirgli:
— Lei non sa ancora perchè ci siamo permessi di recarle disturbo invitandola qui...
— Oh... non lo dica, marchesa!... — interruppe Mostardo. — Solamente l'onore!...
E volle dar forza al discorso, secondo la consuetudine sua espansiva, levando un braccio; ma la tazza se ne risentì e il liquido spruzzò nei dintorni.
— Non si preoccupi — fece donna Alerama. — Piuttosto vuol darmi la tazza?... Guardi... la metta qui...
— Grazie — rispose Mostardo umiliatissimo — ma sono sempre un salame!...
Per quanto il buon repubblicano cercasse affinare il linguaggio, non riusciva a disfarsi delle parole centrali, necessarie al suo corredo come l'acqua alla vita.
Le dame e i gentiluomini finsero non aver udito e donna Alerama continuò:
— Noi volevamo domandarle un grande favore. Vorrà farcelo?...
— Ma per Bios!... E me lo domanda?
— Noi siamo in un grave impiccio... — continuò donna Alerama. — Mio marito, che è partito poco fa per Roma, ha ricevuto in questi giorni molte lettere minatorie nelle quali lo si minaccia nella vita e negli averi... pensi, signore!...
— Ma cosa mi dice?... — fece il Cavaliere e si sporse puntando le mani sulle ginocchia e arcuando spropositatamente le ciglia.
— Pensi!... Vivere sotto questa continua minaccia!...
— Tempi nuovi!... — mormorò il marchese Futa.
E il conte Lanfranco:
— È la civiltà!... La più recente civiltà...
— È un incubo dal quale ella, con la sua influenza — sottolineò donna Alerama; — col suo potere dovrebbe toglierci!
— Per quel che son buono, signora marchesa, eccomi qua!... E faccia conto di parlare a un amico!
— Grazie, signore!... Ero già informata della sua gentilezza a tutta prova!...
— Già... Saremo del basso popolo, noi... ma in quanto a cuore... — e si posò a fede e coscienza la larga mano sul più largo petto — in quanto a cuore... ce n'è qui... dentro la cassa!...
— Ora il favore che vorremmo da lei consisterebbe...
A tal punto il marchese Futa si fece innanzi e disse:
— Scusi se l'interrompo, donna Alerama, ma ella forse dimentica che i suoi coloni sono socialisti, mentre... il signore... — e indicò Mostardo — ... il signore, se non erro, è repubblicano...
— Sì!... repubblicano antico... — confermò il Cavaliere.
E, come vide che la bella bionda, nel suo angolo taciturno, sorrideva, soggiunse:
— Ho detto antico perchè i moderni sono troppo cattedratici. Ora si fa la repubblica con le parole... noi la facevamo coi fatti...
— Già, la spedizione di Castrocaro e di Monte Sassone... — chiarì Lanfranco D'Elmici e sorrise.
— Eravamo tutti decisi a morire!... — interruppe il Cavalier Mostardo.
— Data la differenza di partito — continuò il marchese Futa — non so se il signore... potrà...
Il Cavalier Mostardo si sentì offeso dal dubbio e disse:
— Loro lascino fare a me!
— Allora si tratta di questo — continuò donna Alerama — Ella conoscerà forse la nostra tenuta di Badia... Abbiamo in quella tenuta, due contadini che la nostra coscienza, e anche l'interesse, non possono più oltre tollerare. Leghisti...
E il Futa:
— Irreligiosi!...
— ... prepotenti, bestemmiatori, insopportabili insomma. Ora il nostro agente ha mandato il commiato...
— Come ne aveva diritto!... — soggiunse il Futa.
— ... e il commiato è stato giudiziario...
— Benone!... — marcò Mostardo.
— Sì, ma crede sia giovato?... Quei manigoldi sostengono che non abbandoneranno i poderi, non solo, ma il nostro agente non può più presentarsi sull'aia perchè lo minacciano con gli schioppi!...
— Ah, i tedeschi!... — sospirò il conte Lanfranco.
— Un mese di tedeschi per questa gente e le cose sarebbero a posto!... — soggiunse il Futa.
— Almeno non fatevi sentire!... — disse donna Alberica e riprese l'occhialetto a investigare il Cavaliere.
— Siamo a questo punto, signore mio! — riprese donna Alerama. — Le minaccie si aggiungono alle minaccie. Se faremo sfrattare i contadini dalla forza, le leghe ci boicotteranno i poderi e lei sa che cosa voglia dir questo!... Lei sa che tutte le viti saranno tagliate, gli alberi atterrati, sfregiate le bestie, senza contare che nessuno vorrà più coltivare quelle povere terre...
— E per paura!... — esclamò il Futa.
— Paura o no, il fatto è questo. E d'altra parte come non mantenere il commiato?... Non parlo della dignità nostra, del nostro decoro...
E il Futa:
— Che deve andare sempre in prima linea!...
— ... del nostro decoro; ma lei capirà che quella gente, che ormai si è fatta padrona in casa nostra...
E il Futa con terribile ironia:
— Ma è la lotta fra capitale e lavoro!...
— Mi lasci continuare, Leone!... Il signore non capirà niente, così!...
— Capisco capisco!... — fece il Cavaliere.
— Quella gente, dicevo, non solo non ci rispetterebbe più, ma si terrebbe tutti i frutti dei poderi.
— Logica!... — conchiuse il Futa.
— Poi non si tratta più dell'agente, ora, si tratta anche di noi. La nostra villa... sa?... Il Conventino?... è rimasta chiusa perchè in queste condizioni chi può arrischiarsi di andare in campagna? I contadini hanno giurato di incendiarla e hanno giurato di uccidere mio marito, o prima o dopo, di notte o di giorno, quando piacerà loro. Denunziarli alla Questura?... Il rimedio sarebbe peggiore del male, poi non potremmo avere sempre attorno i carabinieri o le guardie di pubblica sicurezza. Farli arrestare?... Ma dietro di loro c'è tutta la lega e la Camera di lavoro e il Comitato centrale o che so io!... Sarebbe peggio. E allora?... Come fare?... Quale via scegliere per uscire da questa terribile situazione?... Ecco come ho pensato a lei!
Il Cavaliere trasse un respiro e disse un:
— Già!... — pieno di meditazione.
— Abbiamo pensato a lei!... — soggiunse donna Alberica. — Solamente lei può toglierci da questa situazione penosa.
— Ma, donna Alberica — disse il Futa — lei non pensa forse che il signore è repubblicano...
— Oh!... Ma per Bios!... — esclamò Mostardo, seccato dal ritornello. — Quando lei ha detto repubblicano non ha poi mica scoperta la luna!... E se sono repubblicano, crede non mi sappia far rispettare?...
— Il signore mi ha frainteso...
— Perchè, alla fin dei conti, se mi ci metto...
— Ecco! — insinuò donna Alberica — Era appunto quello di cui volevamo pregarla!
— Bisognerebbe convincerli... — disse mitemente il conte Lanfranco.
— Sarà difficile!... — mormorò Mostardo. — C'è la Lega!...
— L'associazione a delinquere! — chiosò il Futa.
— Come si chiamano i suoi contadini, signora marchesa?...
— Dica lei, Lanfranco. Sono nomi tanto esotici!
— Sono i Casaròt e i Féna — disse il conte.
— Li conosce? — domandò donna Alberica.
— Oh, benissimo!... — rispose il Cavaliere. — E so chi sono. Naturalmente — soggiunse — non si saranno accordati per la mietitura.
— Può immaginarlo!
— E non vorranno la macchina dei gialli!... Si capisce!... Ma noi metteremo la guardia all'aia!...
— La guardia?... — domandarono le signore. La bella bionda, la creatura che non parlava mai, alla quale nessuno rivolgeva mai la parola, che non pareva di questo mondo, si accostò di qualche passo e guardava sempre più intensamente il Cavaliere che era inebbriato da quello sguardo.
— Sì, la guardia! — riprese. — Dieci uomini con lo schioppo, pronti a sparare anche se vedessero D... acco!... Oh!... Li ho scelti io!... Sono pellaccie. Decisi a tutto. Veri e propri fuorisacco. E le nostre biche le batteremo noi con le nostre macchine. I rossi non entreranno. Si farà battaglia.
Donna Alerama disse:
— Sta bene, ma come convinceremo i nostri coloni ad abbandonare il podere?...
— Ah! ma non ci sarà tanto da convincere!... Se vogliono far sul serio, si farà sul serio!...
— Che vuol dire?...
— Si capisce! L'incarico me lo prendo io!...
— Per carità, signore!... Non intenderà compromettersi, spero!...
— Il Cavalier Mostardo non si compromette, signora marchesa! Il Cavalier Mostardo non ha niente da perdere. Poi c'è il caso che mi conoscano e sappiano chi sono!
— Questo sì! — disse il Futa.
— Perchè?... Lo sa lei?... — domandò Mostardo.
— Se anche non lo sapessi sarebbe facile indovinare. Basta vederla!...
L'ignota bionda, per la prima volta interloquì e disse:
— Davvero!...
Il Cavalier Mostardo la guardò fin nei precordi, nel centro della vita, per dirle: — Tu sei la creatura che io cerco!... E bella sei, moscardina!...
Ma il tempo passava. Oh, quanto leggero e pieno di vezzi!... Via si portava, il buon tempo, quell'ora inenarrabile, pavida sulla soglia di un grande avvenire. Perchè il Cavalier Mostardo aveva tutto veduto e considerato e si era fatto un suo piano di netti termini fra i quattro punti cardinali.
Ecco, e ritornavano i suoi bei tempi quando Gian Battifiore reggeva i destini della gaia città del piano e Europa e Didino nascondevano i loro perplessi amori nella montagna, sotto le ali del clero! Risorgeva nel mondo un sole repubblicano a massima gloria; e «rossi» e «gialli» maturavan la prova nella silenziosa vigilia.
Ah, giovinezza, giovinezza!... Il cuore era grande come un'aia per ogni amorosa fecondazione e per ogni gioia e se v'eran passati cinquantacinque anni, lontane erano ancora le porte del secolo. Buon capitano si sentiva tuttavia il nostro Cavaliere ed amatore in compiuto assetto. Possibile ch'egli non dovesse vincere in ambo i campi?... E quella che lo guardava, misteriosa biondezza, quella creatura coi fiocchi, che guai a immaginarla ignuda, non era forse convinta della opportunità della cosa?... Sì, che gli occhi parlavano, lucernette celesti!... E aveva un certo ondeggiare del seno, nel bene assestato respiro, la bricconcella!... Pareva che, respirando, si ricamasse il desiderio di chi la guardava. Ah, maligni pertugi dischiusi sulle orografie del seno!... Perchè gli occhi sono cani e braccano sulla traccia dell'ombra. Ma giuocare a nasconderello con la propria santa dovizia non era bene. Un pover'uomo come lui doveva andarsene per le strade con certi spropositi battaglieri!... Ah, una chiara notte e loro soli!... Una discreta notte con una piccola lucerna!...
— Carezza... soffiamo sul lume!...
Ebbe un brivido e si destò alla voce petulante di donna Alerama. Fra un paravento ed un tavolo, nella più dolce penombra, la bella donna gli sorrideva ancora.
— Allora... il signore se ne occuperà?... — domandò donna Alerama.
— Non dubiti. L'ho promesso!
— E quando avremo il piacere di rivederla?...
— Non verrà a trovarci?... — soggiunse donna Alberica.
Si levò e si distese i panni.
— Grazie. Verrò.
— Per carità, signore, non si comprometta!... Non vorremmo essere causa...
— Non abbiano paura. So dove vado.
Tutti si levarono, furono scambiati i saluti, ma la bellezza misteriosa non si mosse, non pronunciò parola, accontentandosi di un leggero inchino.
E, quando fu per le scale, il Cavalier Mostardo pensava ancora a questo e si disse:
— Però che strana donna!... Non ha detto una parola. Qualcosa ci deve essere sotto... Ma chi sa che?...
CAPITOLO III.
_Dove Mostardo incomincia la lotta fierissima per l'Idea._
Rigaglia non approvò. Non calcolando il rischio bisognava por mente alla inutilità della cosa.
— E quando vi siate messo nel pericolo cosa guadagnerete?... E se vi danno una schioppettata?... Se nasce un sacrifizio?...