Il Cavalier Mostardo

Part 19

Chapter 193,743 wordsPublic domain

— Non dite questo!... Vi prego di non dire questo!...

Ora cambiava pronome. Ne aveva fin sopra ai capelli. Quel sentirsela stretta al fianco lo inaspriva troppo, e i tentativi di lei, lo rendevan selvaggio. Sfilò il braccio da quello di lei e, scostatosi di un passo, continuò:

— Ch'io abbia cercato di compromettervi son chiacchiere belle e buone!... Io non vi ho mai detto niente che non andasse bene, e vi garantisco che continuerò per questa strada. Potrei anche trovarvi addormentata che non vi torcerei un capello!...

— Come si vede che non sei più il Mostardo di un tempo!

— Lo dite voi!

— E tu me lo provi.

— _Bella sboccia!_... Perchè sono un uomo di onore.

— Quando ti conviene.

— No! sempre!

— Però Ninon Fauvette...

— Basta!...

— Ninon Fauvette ti conosce come ai tuoi bei tempi dell'_alunnato rivoluzionario!_

— Queste sono cattiverie che non possono nascere in testa che a una donna! — gridò Mostardo. — E voi non siete neppure una donna!... Voi siete un cacume!... Sì, perchè io non ho trovato mai una linguaccia più perfida, neppure fra i Versipelle dei nostri giornali!...

— Quanto sei carino!

— Io non voglio essere niente per voi e vi prego di finirla. — Era diventato bianco. L'aver tirato in ballo la Mignon del suo cuore, lo aveva fatto uscir dalle staffe. Ora era fermamente deciso di parlar chiaro e di togliersi da torno quel gallinaceo invespito. Ed egli non era, nel fattispecie, disposto a buttar via la gallatura.

Ma ragionando così e incalorendosi seco stesso, gli venne fatto di levar gli occhi e di considerare il luogo nel quale erano giunti camminando passo passo senza badare alla direzione. Guardò e impietrì. Erano sotto alle finestre del palazzo Alerami e vide anche, o gli parve vedere, la sua gioia sporgersi da un davanzale. Tale constatazione lo fulminò.

Si era appena rivolto e, indurite le linee della faccia aveva incominciato a dire, con risolutezza:

— Ed ora vi prego di lasciarmi andare e sia finita una buona volta per sempre!

Appena questo aveva detto quando sentì una mano appoggiarsi familiarmente sulla sua spalla e vide comparire la larga e rotonda faccia del Donzello della Democrazia.

E Coriolano sorrideva, come colui che la sa lunga e come colui il quale, credendo essere possessore di qualche delicato segreto, di qualche amoroso armeggìo sol per questo si ritiene in dovere di assumere un'aria paterna e protettrice.

Sorrise adunque con paterna furbizia, il nostro Coriolano e disse:

— So... so.. sono qua...

— Bravo!... Capiti a proposito!... — gridò Mostardo.

— Conoscerai questa canaglia!... — sibilò Proli che era verde.

Ma Coriolano non si scompose; continuò a sorridere e disse:

— Llll... llllllll... porca miseria!... L'amore comincia sempre così!

— Ma va all'inferno! — gridò Mostardo.

— Aaaa... aaaaaa... amico mio, vuoi un consiglio?... Chhhh... Chhhhhhh... chiudi un occhio!... Prrr... Prrrrrr... Prrrrrrrrr... porco cane!... Proli è un tesoro! siete nati per stare insieme!... L'ho detto sempre io!...

Allora Mostardo più non si tenne.

— Fra te e tua nipote mi avete annoiato anche troppo! Adesso basta perchè non ne posso più... Non ne posso più!... O vi togliete dai piedi, o vi insegno io che cosa vuol dire fidarsi troppo della mia pazienza! — Gridò queste ultime cose perchè potessero essere udite anche dalle finestre del palazzo Alerami, poi, volte le spalle, si allontanò a gran furia brontolando sempre.

Proseguì a capo basso; solo, quando ritenne di esser giunto sotto il davanzale della sua creatura, levò gli occhi. Mignon era là!

Aveva veduto tutto; ma forse non aveva udito tutto. Era là e fu sollecita a ritirarsi non appena lo vide. Per Bios!

Si ritirò e chiuse la finestra con vivace fragore.

— L'ha fatto per me!

Ciò gli dette tale fitta al core che traballò.

— Per Bios!... Ma che cosa le ho fatto?...

Veniva innanzi un temporale catastrofico e il cielo si oscurava.

Camminando così, nel grande travaglio dell'anima, prese uno scivolone che per poco non lo mandò ruzzoloni.

— State attento! — gli disse un passante che era accorso. E Mostardo, pien di dispetto:

— _S'a chesch, a chesch in tèra; zidenti a ch'im tö sò!..._ (Se casco, casco in terra; accidenti a chi mi prende su!...).

E continuò la strada.

Ah, Mignon!... Perchè dischiudere un napoleonico giaciglio a un gigante tranquillo, per poi negargli anche la grazia di un sorriso?... Era questo che non riusciva a capire il povero grande Mostardo!

Forse non era stata che una distrazione.

— Una distrazione?... Ma se è stato tutto un dare e un prendere?... Tu per me ed io per te! Dunque?...

E non la digeriva.

— No!... Anche lei mi vuole avvelenare!... _A sò un povar sgraziè!..._ (Sono un povero disgraziato!).

E l'amore, l'amore lo riduceva ai minimi termini, povero grande Mostardo! Perchè, nella sua schietta ed intiera semplicità, non riusciva a capire la donna che oggi si dona e domani ha tutto dimenticato. Come si possono dimenticare certe cose? Ma sono forse una bibita rinfrescante? Già con le donne non si ragiona. Non si ragiona!

E l'affanno gli cresceva a dismisura.

Incominciò un vento gelido di tempesta e suonavano lontano, per le campagne, le campane a scongiurare la grandine.

Era la prima volta, la primissima volta, in vita sua che Mostardo provava il mal d'amore. E questo male lo rendeva cieco.

Errò così in lungo e in largo senza saper dove andasse.

Poi cominciò un tremendo temporale estivo fra grandine, baleni e saette.

Il cielo era livido, nero. Un vento a raffiche si avventava giù dal cielo a rovesciare i camini, a far volare le tegole come le foglie di autunno.

La gente fuggiva spaurita. Mostardo non se ne accorse neppure.

Disse solo, rispondendo all'interno dispetto:

— _Me avrèbb che piuvèss dal mesan!..._ (Io vorrei che piovesser macine!...).

E chi lo vide passare lentamente sotto il diluvio ritenne fosse impazzito.

Il cielo pensò a calmarlo un poco. Dopo venti minuti di irrigazione, riaprì l'anima alla speranza.

Poteva darsi fosse stata una giornata di nervi per Mignon. Già le donne moderne eran tutte nervose. L'aveva sentito dire.

Sperò nel giorno dopo.

Poi si trovava sulla soglia del giardino di Spadarella e ritornava il sole.

La sua speranza si illuminò raggiando.

Ecco, fra il sole e il baglior delle foglie, attraverso all'umida dolcezza del giardino che rinasceva più fresco dopo il temporale, ecco l'incantesimo di una voce distesa. Si fermò ad ascoltare.

— _Dove sei stata questa mattinella?..._ — _Bondì, Mariù!_ — _Dove sei stata questa mattinella?..._

Era una vecchia cantata; una fra quelle cantate che aveva udito e imparato quando errava, ancora bambino, scalzo e scamiciato per le strade della sua città.

Poi gli erano uscite di mente con gli anni, gli avvenimenti, le sofferenze; col logorio della vita. Avevano esulato tacite e raccolte come le cose che si portano via a mano a mano un poco del nostro core; un poco della nostra vita.

Si erano rifugiate nel paese delle nebbie lontanissime dove si raccoglie l'ultimo fior dell'anima per morire; e per sempre!

Ora gli ritornavano innanzi le parole e la musica, e gli riconducevano un dimenticato sorriso di giovinezza.

Nel tempo della sua giovinezza andavano in giro quelle canzoni un poco monotone e soavi. Le cantavano le donne, sfaccendando: da una stanza buia, da una terrazza sopra le vecchie case color della ruggine. E portavano il ritmo di un sogno e un poco di sole a tutte le sperdute nel giro dei grigi e soli.

Le portavano i cantanti girovaghi, nei giorni di mercato, per le piazze; poi prendevano il volo per tutta una terra; diventavano patrimonio comune; eran di tutti come le cose che si apprezzano solamente quando sono lontane.

Mostardo sorrideva, disteso in una beatitudine di paradiso. E l'usignuola del suo giardino continuava a cantare.

Poco alla volta, piano piano, passando da aiuola ad aiuola, Girolamo e Stefano si erano avvicinati; ed ora, le nere ed ossute mani puntate sulla vanga, la faccia inchina, immobili, stavano ad ascoltare, dimentichi di ogni altra opera, i poveri vecchi, presso il più bel fiore del loro giardino. Perchè era tanta la soavità di quel canto che le cose stesse vi si immergevano, trasfigurate.

_Son stata a coglier l'insalatinella,_ _mio bel marì!..._ _Son stata a coglier l'insalatinella!_

Poi, di un subito, in un'ultima nota, filata via ad estrema dolcezza fino a morire, fusa nella stessa armonia del silenzio, il canto si spense. Si spense, ma continuò nell'aria un poco; e un po' più nel cuore di chi l'ascoltava.

Caduto l'incantesimo, il cavalier Mostardo non seppe infrenare l'impeto dell'entusiasmo e si dette ad applaudire e gridò con tutta l'anima, levando la faccia verso la piccola finestra racchiusa in un fregio di fior gelsomino; gridò:

— Bravo il mio core!...

Spadarella apparve alla finestra.

— Bravo il mio core!... Bravo il mio core!...

Aveva, agli angoli degli occhi, due grossi lucciconi.

— Per Bios!... _Ta m'é fatt piànzar!..._ (Mi hai fatto piangere!...).

Il fresco riso!... Ed anche l'ultimo sole rise con lei fra i suoi capelli d'oro pallido pallido. Girolamo e Stefano la guardavano senza parlare.

— Che cos'hai fatto, zio?

— Sei un angelo!...

— Ma che cos'hai fatto?... Sei bagnato?...

Ora si spenzolava dalla finestra, a guardarlo.

— Sei bagnato?

— Ma no!

— Come no?... Che cos'è allora?

— Avevo un diavolo per capello. Forse sarà stato il temporale!

— Povero zio!... Aspetta che vengo... aspetta!...

E si udì la sua corsa per la stanza, poi giù per le scale.

Quando uscì nel giardino, Mostardo non si era mosso tuttavia. Stava là, in mezzo alla pozzanghera che aveva formato con tutta l'acqua che gli colava da dosso.

Spadarella si fermò a guardarlo.

— Ma vuoi prenderti un malanno?

— Che cosa vuoi che prenda!... Sono di pelle dura!

— Vieni in casa ad asciugarti.

— Ma non importa!

— Spina Rosa?... Spina Rosa?...

La vecchietta si fece su l'uscio e, come ebbe veduto Mostardo, congiunse le mani e, atteggiata la faccia alla maggiore compunzione, esclamò:

— _Jòso, la mi Madona!..._ (Gesù, Madonna mia!...).

Fu acceso un gran fuoco, in cucina; lo zio Giovanni vi sedette accanto, ad asciugare.

La finestra era aperta. C'era un profumo di rose e di erbe aromatiche e il paradiso era in quel luogo, con la beatitudine senza fine.

Mentre lo zio Giovanni, gli occhi perduti nella fiamma, si smarriva nella sua quieta felicità dimenticando ogni più recente pena, Spina Rosa, dietro le spalle di lui, faceva di gran cenni a Spadarella. E Spadarella sorrideva.

Dovevano fare una improvvisata a Mostardo, ma Spadarella non si decideva. Finalmente disse:

— Abbi pazienza, zio; debbo sbrigare una piccola cosa e torno subito.

— Dove vai?

— Devo finire una cosa.

— La finirai dopo. Rimani con me. Non stiamo mai insieme!...

— Ma... era...

E Spina Rosa:

— Lasciatela andare, padrone.

— Be', fa presto!

Spadarella scivolò nella stanza attigua e lasciò la porta aperta. Spina Rosa, ferma presso la tavola, si riaggiustò il grembiale da cucina e levò la faccia in una attesa trepidante. Si udì un suono secco come se il coperchio di un mobile fosse stato aperto a furia.

Cantavan le capinere fra le gaggìe sporte fuor dalle serre aperte, a fiorire. Suonaron le campane del Duomo, suonaron soave rammentando al cuor degli uomini che la sera si avvicinava.

Spina Rosa si fece il segno della croce.

Si udì il trabalzare di un plaustro sui ciottoli della strada. Il tralcio di una rosa rampicante, pendeva nel vano della finestra, assecondando il vento in un dondolìo dolce come se ninnasse i suoi bocci vermigli nel cuor del turchino.

Scendeva piano piano, dall'eternità, l'ora delle rugiade.

Spina Rosa si impazientiva guardando verso la stanza nella quale era scomparsa Spadarella.

Lo zio Giovanni era rientrato nel regno della sua smarrita beatitudine.

— Spadi?

— Un momento!... — rispose la piccola bella. Spina Rosa non poteva trovar pace.

Ad un tratto anche le capinere finiron di cantare e lo zio Giovanni scattò sulla seggiola e si rivolse a guardare verso la stanza nella quale era scomparsa Spadarella.

Nel placido e amoroso tramontar della luce, come le rose fra le foglie, come i fior del ciliegio fra le rame, e le stelle sperdute fra le costellazioni, sbocciavano, a far parte dell'umano Universo, sgorgavano per estenuarsi nel vento e salir verso il cielo, le note di una musica che non aveva ancora un nome, che non aveva ancora un volto, ma nasceva e svaniva, per gli ascoltatori improvvisi, nel subcosciente.

Sì, era Spadarella!...

Era Spadarella, la bionda creatura mattutina, seduta ad un vecchio clavicembalo, chè altro non aveva potuto comprare coi suoi scarsi risparmi. E per lunghi mesi aveva serbato il segreto per giungere all'improvvisata di quell'ora.

Spina Rosa era al colmo della felicità.

Lo zio Giovanni chinò gli occhi e la faccia e non disse niente.

Girolamo e Stefano, in punta di piedi, trattenendo il fiato, entrarono l'un dietro l'altro e si fermarono presso la porta, il capo scoperto.

Non era un po' figlia loro, Spadarella?... Essi lavoravano al nido di lei; facevano nascere i fiori del suo giardino; la tenevano alta nella devozione della loro fatica.

Era la loro piccola madonna; l'angelo che fa perdonare la vita ai poveri poverelli.

E quattro anime eran rapite così nello stesso amore. Fu prima una dolce sonata di Frescobaldi che Spadarella eseguì sul clavicembalo dalla voce dispenta; poi cantò. Cantò un brano della _Traviata_; un altro dei _Pescatori di perle_ e la romanza della _Vally_:

_... ebben ne andrò lontana..._

Ma dove la toglieva, la piccola gola di usignoletta, tanta passione?... Da dove le derivava una così grande intensità di ardore?... Come poteva conoscere tanta tristezza, da far piangere le quattro creature in adorazione?...

_... ebben ne andrò lontana_ _come fa l'eco della mia campana..._

Così tutta la nostalgia della povera umanità tribolata partiva con l'anima di Spadarella sul vento della sera. Ella cantava per tutti i cuori che si levano sul vento della sera, quando la malinconia li raccoglie oltre la fatica e il deserto. E la sua voce era la cosa più pura ed angelica che potesse levarsi sul mondo delle anime appenate.

Un altro uditore entrò che si tolse il cappello e rimase fermo sulla soglia: Asdrubale Tempestoni. Nessuno gli pose mente.

Poi scoppiò un urlo e chi gridò più forte fu lui, Tempestoni:

— Questa vale dieci volte la Melba, la Patti, la Tetrazzini, _te lo dico me!..._

E giù ad applaudire da schiantarsi le mani. Si udiva Spadarella che rideva nella stanza vicina.

Poi incominciò un'aria del _Werther_.

Il _Werther_, in Romagna, è una istituzione sociale. Hanno pianto più occhi per i casi di Carlotta, nella terra dei cocomerai, che non siano passate rondini sul Mar Africano. La musica del _Werther_ fra Imola e Cattolica, fra Ravenna e Rocca San Casciano, e dalle Lagune di Comacchio ai confini della Repubblica di San Marino, è più popolare dell'_Internazionale_. Tutti i teatri, grandi e piccini, hanno avuto il loro _Werther_.

_... Signor, la casa è qui..._ _l'ora è di riposar..._

Oppure:

_ — Tu mi hai detto:_ _A Natal..._

E ancora:

_Come, passato il nembo,_ _si queta il mar fremente,_ _il cuor non soffre più..._

Chi non canta questa musica? Chi non sa questa musica, per le rosse città della dolce terra armoniosa?...

Tutta la malinconia della razza si è raccolta per le melodie massenettiane e di queste ha fatto la sua passione. Così quando Spadarella, con la sua voce soavissima, incominciò a cantare un'aria dell'opera prediletta, tutti si rizzaron sul torso e l'estasi si dipinse su quei volti rudi e passionati. Poi fu un finimondo di applausi e, quando la piccola comparve sulla porta, lo zio Giovanni se la prese fra le braccia e le disse le cose più belle che sapeva; tutte le cose più belle che sapeva, anche se non eran troppe.

— Dunque — fece Tempestoni — lo facciamo questo contratto?... Ma sì! Deve debuttare nella sua città. Dobbiamo essere noi a tenerla a battesimo. Dove vorreste mandarla?... Questo settembre... al tempo della mia Grande Lotteria, Mostardo!... Vi preparo un teatro da leoni! Vi faccio anche il_ Golfo Mistico_!...

— Voi fate delle chiacchiere!

— No, vi faccio il _Golfo Mistico_ a mie spese, nel Teatro Comunale! Deve correr la gente da Milano e da Roma. Deve essere una cosa che non si è vista mai in Italia. Un paradosso!

Asdrubale Tempestoni non aveva un linguaggio preciso e usava le parole con sfumature tutte sue.

— Lo facciamo questo contratto?... Daremo il _Werther_, è vero Spadarella?

La piccola sorrideva senza parlare.

— Lasciatemi pensare, prima!

— No, è meglio subito!

— Ma lo sai bene il _Werther_? — domandò Mostardo a Spadarella.

— Ho cinque opere in repertorio!

— Cinque opere?

— Ma se vi dico che ha fatto miracoli — disse Spina Rosa.

E Tempestoni:

— Dieci sere... diecimila lire!... Die-ci-mi-la belle lirone!... Eh, Spadarella?...

— _Jòso, e' mi Signor!.._ (Gesù, Signor mio!) — mormorò Spina Rosa.

— È che voi non capite niente di teatro, caro Mostardo, perchè se capiste accettereste le mie proposte a braccia aperte!... Solamente il _Golfo Mistico_!

— Che cos'è questa roba?... — domandò Mostardo.

— Come che cos'è... È una invenzione tedesca o di Wagner o di _Biroit_, non mi ricordo bene...

— No, signor Asdrubale — fece Spadi, sorridendo. — Beireuth è una città della Baviera nella quale Riccardo Wagner fece elevare il suo famoso Teatro Nazionale.

— Hai sentito?... — fece Tempestoni rivolto a Mostardo. — Spadarella ti può insegnare. Be', io ti faccio, a mie spese, il _Golfo Mistico_.

— Ma, insomma, che cos'è questo _Golfo_?

— È una specie di buco per l'orchestra. Wagner la sapeva lunga, Wagner!... Perchè vedere nel muso tutti questi smorfiosi di professori?... Era troppa confidenza per il pubblico! Allora ecco un bel buco e, dentro tutti quanti! Tromboni e contrabassi e la _Cassa_ coi _piatti_!... Così non si sente che la musica. Poi il teatro al buio!.... È anche una bella economia. Oi!...

— Il teatro al buio?

— Sicuro! La nostra città non avrà mai veduto niente di simile. In quanto a questo, se ne parlerà anche all'estero. Poi, con la mia Grande Lotteria, in quei giorni sarà qui tutta la Romagna. Dunque volete firmarlo questo contratto?

— Oggi no — fece Mostardo.

E Spadarella:

— Il maestro mi aveva già proposta una scrittura per Milano.

— Per Milano?

— Sì. Al _Dal Verme_!

— Be', il _Dal Verme_ sarà il _Dal Verme_ — fece Asdrubale Tempestoni contrariato. — Però il nostro Comunale col _Golfo Mistico_...

— Per adesso non voglio sentir niente! — gridò Mostardo. — Voglio pensarci. Non so neppure se manderò la mia bambina sul teatro. Non volete capire che è la mia bambina?... Domani, se qualcuno si pensasse di torcerle un capello, porco Dacco!... Brucio il teatro e il tuo _Golfo Mistico_, e tutte le scarabattole per suonare!...

— In quanto a questo, non son poi tanto scarabattole! — mormorò Asdrubale, mortificato.

— Bella roba!... Per quello che valgono!...

— Sì! _Mo vacci_ te a suonare! — fece Tempestoni, offeso nel suo amor proprio di impresario.

Poi lo zio Giovanni cedette alla dolce Spadarella. Furono combinate dieci recite del _Werther_ per la seconda quindicina di settembre; una grandissima _réclame_, il teatro messo a nuovo, il _Golfo Mistico_ e diecimila lire alla piccola.

Stesa la bozza del contratto, Tempestoni volle lasciare una caparra perchè Mostardo non avesse a pentirsi.

Spadarella sarebbe stata una Carlotta paradisiaca.

— Una Carlotta di paradiso, sì!... — Il Cavalier Mostardo scosse il capo guardando i mattoni del pavimento. E un'altra Carlotta era esulata nel campo de' suoi vili nemici!

Asdrubale Tempestoni raggiunse il colmo dell'entusiasmo.

— Ma che _Scala_ e _Costanzi_!... Dovranno venire da noi, se vorranno sentire il primo _Werther_ del mondo!... La _Scala_!... Il _Costanzi_!... Aspetta che ti accomodi io il nostro teatro e poi vedrai!... Non ci deve essere _parangone_ neppure con l'_Opera_ di Parigi!... Io le so fare le cose, io!... Ti faccio un _Golfo_ che ci può venire il Signore a suonare! _Te lo dico me_! Ti accomodo un teatro che se ci porti la regina Elisabetta o Caterina Sforza, ci devono stare come a casa sua! Ma che cosa vuoi parlare!... Noi siamo sempre _estemporanei!..._ Basta che si dica la Francia, la Germania, l'Inghilterra!... Basta che si dica l'America e il Giappone!... E quello che facciamo in casa propria è sempre una porcheria!... Bella gente siamo! Ma chi te le ha fatte le grandi invenzioni?... E Marconi dove lo metti? E dove metti Michelangelo, Cagliostro, Giuseppe Verdi?... Dove son nati Rossini e Tamagno?... Dov'è morto Dante Alighieri?... Da noi!... Proprio da noi... qui, a due passi: a Ravenna, che era come casa sua!... Altro che storie!... E poi, se si volesse incominciare dai Romani non si finirebbe più.

Perchè fa vergogna!... Se in casa nostra c'è un uomo d'ingegno, lo facciamo morir di fame!... Ma guarda Catalani, per non dir di più! Se fosse nato in Germania avrebbe scritto dieci _Vally_, avrebbe scritto!... Noi lo abbiam fatto morire che non aveva tre soldi da comprarsi un caffè... E chi più sparla, più ha ragione, da noi! Ai miei tempi i giovani imparavano ed erano pieni di entusiasmo; adesso imparano a dir male degli altri quando hanno ancora _i due soldi sull'ombelico!..._

Imparate a conoscere l'Italia, imparate!... E lasciatemi stare tutte le Francie e le Inghilterre del mondo!... Sì, va in Francia e in Inghilterra a sentire quello che dicono di noi, quei Padreterni!... L'Italia?... Peuh!... Da buttar via!... E devono venir da noi per imparare! Be', vedrete adesso, che cosa vi combinerò io, che mi chiamo Tempestoni! Tutti a bocca aperta resterete. _Ve lo dico me!_

— Addio Spadarella! —

E uscì che aveva il colore dei papaveri e un'anima garibaldina, nel rosso crepuscolo estivo.

Rimasero soli lo zio Giovanni e Spadarella. Sedettero all'aperto, nel giardino.

Spadarella stava sulle ginocchia di lui che la guardava senza far parola. Pareva volesse dirgli qualche intima cosa e non ardisse.

— Zio?...

— Cosa vuole la mia bambina?

— Zio... dovrei dirti una cosa...

— Dilla.

— Non so come incominciare!

— È una cosa grande?

— Credo di sì.

— Una cosa molto grande?

— Per me, sì!

— Diavolo, diavolo, diavolo!... E che cos'è mai?

— Zio...

— Avanti. Ti vergogni di me? Non ti voglio bene? Hai timore che ti dica no?

— Non è questo, zio, ma... vorrei tu indovinassi!

— Mi debbo provare?

— Sì, sì!

— Vediamo. Di che si tratta?

— Se debbo dirtelo io, allora...

— No! Volevo sapere... Un momento! Si tratta di affari?

— Oh, no!

— Di cose che ti possono piacere... che so?... di qualche desiderio?

— Neppure!

— Neppure?... Allora... vediamo!... Ora credo di esserci. È una mia vecchia promessa?...

— Non so...

— Sì, bambina mia! È una mia vecchia promessa. Ma sono pronto a mantenerla. Del resto perchè non dirmelo? Non sai che ho solo la mia Spadarella al mondo, io, vecchio matto?... Non sai che se Spadarella mi dicesse: — Voglio il tuo cuore!... — Mi aprirei il petto, per darglielo questo cuore che non è più buono a niente?

— Il mio zio!... — e lo baciò.

— Dunque... allora resta fissato. Andremo a Rimini fra dieci giorni. Ti fa piacere?... Era questo che voleva la mia bambina?...

— No, zio. Non era questo!

— No?... E allora il povero zio Giovanni è una bella bestia! Già, ci vorrebbe il cuore di una mamma per capirle queste bambine!... Io?... Che cosa vuoi che capisca io, che sono uno scapolaccio ignorante...

— Non parlare così! Sai che non voglio!

— Devo provare ancora?

— Sì.

— Vediamo... Ahi, che ho capito Spadi!

— Davvero?

— Questa volta, sì! Ne sono sicuro.

— Allora?... Che cos'è che voglio?...

— Bambina... il grande segreto è qui — e le posò una mano sul cuore.

Spadarella chinò la faccia senza rispondere.

— Vedi?... Ed è una faccenda grave?

— Sì.

— Sei innamorata!