Part 18
All'altro lato della Piazza sbucò una comitiva di giovani, i quali berciarono per un poco, bestemmiando, come coloro che si sentivano gravidi di avvenire e di strapotenza; poi, una voce rauca intonò l'_Internazionale_ e, dietro la prima, si levaron le altre, a coro.
L'_Internazionale_, sì, ma sulla porta dei popoli forti e scaltri e non mai allo stesso banchetto!..
Chi penserà a codificare la novissima rettorica delle fratellanze umane?...
Dobbiamo credere decaduto per sempre il mito di Caino, sulla terra?...
Sì, adoperiamoci, fratelli, dietro la rossa ombra di Abele, che è riapparsa, a guidare l'immenso gregge delle razze verso la stesso deserto.
CAPITOLO XII.
_Nel quale si accenna il quarto d'ora del Cavalier Mostardo; e Spadarella esce dal suo quieto giardino nel mondo._
Era arrivato, era ritornato. Avean fatto bufera per domare l'incendio al Conventino e, dispento l'ultimo tizzone, avevan veduto che il danno si riassumeva in ben poca cosa. Un po' di fuoco in un'ala della vastissima villa: nell'ala adibita alla servitù. La gente fu molto delusa. I pompieri brontolavano come coloro che ben conoscevan la sordida avarizia dei marchesi Alerami. Intanto, dopo aver percorsi quasi venti chilometri, nessuno aveva pensato, o pensava, a dissetarli con un po' di vino generoso. Il Cavalier Mostardo pagò di tasca sua la bevuta. Questo anche non sarebbe stato un gran male, per lui; il suo malumore incominciò da quando si accorse che Mignon non era al Conventino. Allora la gran corsa, la gran furia che scopo avevano? Doveva egli difendere i beni e la vita dei signori Alerami solamente per i begli occhi loro? Convinto che la sua napoleonica dolcezza non era più nel nido della sua notte trionfale, fu preso da sì grande dispetto che, non che spegnere, avrebbe egli stesso dato fuoco alla aristocraticissima villa. Ma c'era il popolo e doveva contenersi. Poi aveva la testimonianza di Asdrubale Tempestoni, il quale sarebbe arrivato al polo, con le sue pompe, solo per il piacere di chiacchierare. Anzi, Mostardo pensò di ingraziarsi l'animo di Asdrubale e, siccome lo sapeva impresario teatrale e appassionatissimo di musica, in una tregua gli disse:
— Sapete, Asdrubale, debbo farvi sentire mia nipote.
— Chi?... Spadarella?...
— Sì.
— E che cosa fa? Canta?
— Ha una voce, caro mio, che desterebbe un morto!
— Fate per ridere?
— La sentirete.
— E dove debutterà?
— Non so ancora. Io non vorrei che andasse sul teatro.
— Perchè?... Può avere un capitale e volete lo butti via? Non è mica signora!
— Be', ci penseremo.
— Mostardo, vogliamo farla debuttare al Comunale? Ci penso _me_!
Questo, del «_me_» dialettale, era un vezzo del nostro Asdrubale; ma altri ne aveva che scopriremo in seguito.
Il Cavaliere non disse, sulle prime, nè si nè no, ma poi tanto viva e irruente fu l'insistenza di Asdrubale Tempestoni che finì per compromettersi.
— Va bene, quando debutterà, vi prometto di dare l'impresa a voi.
— Qua la mano!
— Ecco.
Patto conchiuso.
— Però — aggiunse Mostardo — debutterà quando voglio io.
— Sì, ma non più tardi di quest'inverno.
— Vedremo.
— No. Voglio la vostra parola.
— Bisognerà parlare a Spadarella, prima.
— Domani vengo da lei.
— Domani non posso.
— Be', alla fine della settimana.
— D'accordo.
Tempestoni non aggiunse parola e se ne andò. Il Cavalier Mostardo diventava di umore sempre più nero.
Attese, in disparte, che tutti si fossero allontanati; solo, fece cenno a Bucalosso di aspettarlo.
Si era seduto su di una panchina, dietro una macchia di alloro, lungo un viale solitario e lasciava che i suoi pensieri corressero alla disperata nel campo della sua preoccupazione.
La notte moriva.
Sui prossimi colli il cielo imbiancava, nell'alba. Una campana, da una pieve, suonò l'_Ave_ del giorno. Incominciavano a frusciar le foglie, appena appena. Si levava il respiro del chiarore e non faceva più tanto caldo. Un'ora soave, da starsene con l'amore e con la bocca dell'amore, così, perdutamente, per non vivere d'altro che di carezze. E poi dormire. Dormire fino alla fine di ogni suono e di ogni tempestìo, per sempre! Perdere tutte le pene e tutte le angherie del mondo, in un grande sonno.
Forse... se non ci fosse stata Spadarella sua...
Ma come allontanarsi e lasciar sola quella bambina?
Era stanco e la stanchezza gli si convertiva in nausea del mondo.
Si disse:
— Bisogna davvero ch'io sia di ferro, per resistere a tanta fatica!
Ma la fatica era niente. Peggio della fatica erano gli uomini. Ecco il castigo! Egli credeva che il Signore avesse segnata la vera tremenda condanna degli uomini quando incominciò a moltiplicarli sulla terra.
_Crescete e moltiplicate._ Questa era la maledizione del Signore!
La campana dell'alba suonava sempre. Egli vedeva, nel chiarore nuovo, una piccola casa bianca, levata sulla cima di un colle. Aveva, a lato, tre grandi pioppi che salutavano il sole. Un nido di passeri, nel turchino.
Gli occhi suoi non sapevano distaccarsi da quella visione.
Possibile che la famiglia, la quale dormiva così, sotto quella pace di cielo e di stelle, non dovesse avere un gran riposo in cuore? La invidiò. Egli aveva fatto della sua vita una bandiera e non ne valeva la pena. Meglio sarebbe stato andarsene per il mondo, senza mèta e non conoscere nessuno, oppure aver elevata una casa come quella... un altare bianco sui colli delle rugiade e del sole; un poco di spazio per un'ombra e un silenzio e per la bocca dell'amore...
Il capo gli si curvò.
Aveva un gran sonno. Bisognava infatti che avesse un gran sonno e fosse molto stanco per ragionar così, il Cavalier Mostardo.
Poi non vide più la casa; non vide più gli occhi dell'alba; a poco a poco, a poco a poco si arrovesciò sulla panchina e si chiamò Nessuno, nella tenebra del suo riposo.
Per quanto la faccenda della battitura procedesse con esito favorevole ai _gialli_, e per quanto l'opera del Cavalier Mostardo cominciasse ad esser valutata ogni giorno più, il nostro eroe non era contento, anzi attraversava un periodo di inconsueta tristezza.
Non gli attacchi del clero e dei socialisti gli annebbiavano la vita, e neppure il gran sussurrìo che aveva seguito l'ultima sua avventura e la scomparsa di Carlotta; ma il silenzio di lei, della sua Mignon, dell'eroina del gaudioso sogno napoleonico de' suoi cinquantacinque anni.
Ella era discesa nel mistero! Dalla notte dell'incendio e dalla sua corsa folle, attaccato ad una pompa, verso il Conventino, non ne aveva saputo più niente. La lettera di lui era rimasta senza risposta. Le sue passeggiate notturne, sotto il palazzo dei marchesi Alerami, non avevano avuto risultato diverso da quello di renderlo ancora più triste. Era la prima volta, nella sua vita battagliera, ch'egli soffriva così, per amore. Se gli avessero detto, un solo mese prima, che si sarebbe disperato per una donna bella e infedele, avrebbe messo alla porta, con palese sdegno, l'insolente.
Ma ora, il povero Cavaliere, si curvava sotto il peso del dolore.
Perchè era dolore, e di quello buono!
Non dormiva quasi più; mangiava quanto un canarino.
Dov'era, dov'era il nobile e robusto Cavalier Mostardo dallo stomaco pugnace?... Dov'era l'eroe delle cene, sempre pronto a sollazzarsi in strippate, scorpacciate e pappatorie? Dove smarrito, l'ubertosissimo colosso che si sarebbe coricato in una leccarda, ai suoi bei tempi, per esser pronto a satollarsi ancora, negli intervalli del sonno?...
Ahi, ch'egli aveva rinnegato, ormai, le buone pietanze grasse e succolenti e, preso dai melanconici umori, si estraniava per le contrade dei sospiri!...
Una grave voce interiore gli aveva detto:
— Hai tu voluto provare la _cosa aristocratica_?... E ben ti sta!...
Rigaglia lo guardava, scuotendo il testone. Una specie di tenerezza, ch'egli non sapeva neppure che gli covasse in cuore, lo faceva un poco più attento alla vita del padron suo. Si adoperava, intorno ai fornelli, per cucinare le cose che sapeva essere più grate al palato del Cavalier Mostardo; ma i larghi piatti e le ben capaci zuppiere ritornavano in cucina quasi pieni, e ciò rendeva più pensoso Rigaglia, il quale, d'altra parte, si guardava dall'interloquire.
Solo una volta disse:
— E se chiamassimo il dottore?
— Per farne che?... — domandò Mostardo senza levar gli occhi.
— Per farci visitare. Incominciamo ad essere vecchi...
Mostardo alzò la faccia, guardò il fido seguace e rispose:
— Sarai vecchio te!.. Io sono giovanissimo!..
— _Lè e vera!..._ (È vero!...) — mormorò Rigaglia e se ne andò.
Un'altra volta disse ancora:
— _A' j'avên tropi robi par la testa!_ (Abbiamo troppe cose per la testa!).
— Chi? — domandò Mostardo.
— Noi! — rispose Rigaglia.
— Io non ho nessun pensiero. Ne avrai tu!
— _Oi... e sarà ichsè!..._ (Sarà così!...).
E se ne era andato col dubbio tremendo di rimaner vedovo perchè «_non la vedeva chiara_».
— _Me an la vegh cèra!_ (Io non la vedo chiara!) — aveva già detto a Coriolano, il giorno innanzi.
— _Mo no!..._ (Ma no!...) Ssss... sss... sono sssssssph... sono sssssssph... sono spasimi... ddda... dddamo-mo... sono spasimi d'amore!...
— Direte per ridere?... — aveva fatto Rigaglia, spalancando due occhi pieni di incitrullito stupore.
— Se tttttt... se te lo dico io!...
Ma Rigaglia non aveva potuto credere una cosa simile, perchè l'amore e la voglia dell'amore avevan preso, per lui, la via dell'esilio, in Albania, involontariamente sacrificati alla impubere libertà di quei pastori e formaggiai. Ei si era incocciutito nel suo primo pensiero che era quello di una malattia. Il padron suo doveva essere malato di qualche brutto male perchè non l'aveva veduto mai così. E, se fosse morto, gli avrebbe fatto dispetto. Rigaglia avrebbe sofferto di una vera e propria vedovanza. Con chi vivere?... Dove portare le sue scarabattole? Come abbandonare quella casa? A chi ubbidire? Che cosa mettere al posto del Cavalier Mostardo?
Ormai erano assieme da troppo tempo, l'uno e l'altro, il piccolo e il grande; avevano attraversate troppe strade, si erano trovati in troppi pericoli... avevano litigato troppo!... Anche il litigio finisce per diventare una cara necessità, tanto la natura dell'uomo è bizzarra. E Rigaglia viveva in pensiero, cercando la sua minore sgarberia per accostare il Cavaliere che non stava bene.
Ma il Cavaliere, all'opposto, si sentiva benissimo, e i sottili pasti e la leggera insonnia, anzichè minargli la salute, lo ringagliardivano perchè veniva così rinnovandosi negli umori suoi ed espellendo quei pochi veleni che aveva accumulati nel sangue. Solo, non sapeva più ridere a bocca piena, con quella tale sgangherata grazia che era un suo vezzo popolaresco di cui non si era saputo emendare.
Ridere con un certo contegno, sorridere, erano cose troppo remote nella civiltà delle metropoli perchè potessero entrare nell'orbita sua di piena espansione e vitalissima. Così dalla sua risata, omericamente gagliarda, era passato al silenzio per dispiaceri di cuore.
Che poteva avere la sua Mignon? Possibile si fosse stancata di lui, così di punto in bianco, dopo essersi _compromessa_?
Perchè si era compromessa, e con indicibile trasporto, non gli aveva fatto carestia di niente, nella notte del suo napoleonico abbandono. Era stata veramente imperiale!
Forse lo scandalo l'aveva urtata.
Il furto della Carlotta; le chiacchiere per tutta la città; l'incendio al Conventino, (incendio doloso dovuto certamente a una vendetta dei _rossi_); la scomparsa della marchesa; la pubblica lotta ch'egli aveva sostenuto al caffè, dopo aver provocato Bigatti e Marmissi; la schioppettata di Bucalosso; l'escomio dato, dietro consiglio suo, alle famiglie coloniche dei Casaròtt e dei Fèna e le conseguenti minaccie di morte al signor marchese il quale, per la gran paura, aveva preso il treno e non si era fermato che a Taranto col pretesto di assistere a certi scavi; le chiacchiere messe in giro dal cameriere di Casa Alerami; le calunnie dei nemici suoi e infine la campagna della giornalaglia!... Ce n'era d'avanzo! In quanto a questo, s'egli prendeva a proteggere una famiglia, c'era da stare allegri!
Mostardo doveva regolare molti conti, e specialmente col famigerato Don Palotta che aveva pubblicato sulla _Famiglia Cattolica_, certi trafiletti da non potersi in alcun modo tollerare; ma rimandava la faccenda, sempre per amore di Mignon; per non allargare lo scandalo, per non dar nuova esca alle chiacchiere de' suoi nemici.
E sempre per l'onore e la riputazione della imperatrice sua, aveva escogitato e messo in opera un altro piano. Per salvare Mignon, bisognava deviare all'improvviso, con un bel colpo, l'attenzione del pubblico, far cadere i maldicenti e i nemici nella pania, prenderli allo zimbello dell'inganno. Fu allora che il Cavaliere pensò nobilmente di sacrificare se stesso all'amore di un'altra. Aveva tre innamorate in tasca; non gli restava che scegliere.
Scartata di primo acchito la quarantenne Margherita Ruelli gli restavano Maddalena, che era quella dell'«_uomo del mio sogno_», e Claretta.
Optò per Claretta. Gli piaceva il nome. La lettera di lei diceva:
_Amore mio_,
_tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto etcetera, etcetera_...
Benissimo! Si sarebbe sacrificato a Claretta per salvare Mignon. Ma chi era questa Claretta?... Non gli si sarebbe presentata, putacaso, una qualche _ragazza smessa_?... Un donzellone che avesse dispettosamente trascinato il proprio pulzellaggio fino alla cinquantina, senza sapere poi rassegnarsi a portarselo con Dio?... Perchè, in tal caso, ah, no per Bios! Il pulzellaggio, se è una cosa di paradiso al tempo giusto, diventa, fuor di stagione, un orrendo sproposito. È buono da rispettare come simbolo, ma alla lontana.
Però non era possibile che una donna di cinquant'anni si chiamasse ancora Claretta; sarebbe stato un anacronismo. Claretta non poteva avere più di venti o venticinque anni. Però come accertarsene?
Le scrisse. Si tenne sulle generali; accusò la propria età.
_Signorina_,
_grazie per la sua lettera e per il suo amore, ma, purtroppo, tutto è illusione! Io ho 55 anni, cara mia!... Una piccola nespola! Che cosa ne pensa lei, coi suoi venti o venticinque annolini? Vuole scommettere che non mi vuole più bene adesso? L'ho sempre detto io, cara mia: è tutta illusione!_
_Se vuole scrivermi ancora farò un salto per la contentezza._
_Il suo_: C. M.
E spedì; e aspettò. Dopo un giorno arrivò la risposta.
_Amore mio_,
_se tu avessi anche settant'anni, saresti sempre il mio eroe e il mio amore. Io discendo da una vecchia famiglia repubblicana. Pensa a questo e ti spiegherai tutto. Ho ventott'anni, tanti quanti bastano per farti ancora felice. Se vuoi conoscermi vieni questa sera alle sei alle «ferme in posta». Io domanderò una lettera per Claretta Clari. Avrò un grande feltro rosso sui miei capelli neri._
_Ti abbraccia la tua_
CLARETTA
Questa signorina Clari, viaggia in direttissimo! — si disse Mostardo. Poi pensò a tutte le famiglie repubblicane della città del Capricorno.
— Clari?... Mah!... Sarà benissimo ma io non la conosco.
Però ventott'anni!... Andò, sebbene a contraggenio; ma bisognava salvare Mignon. Giurò a se stesso di mantenersi puro.
Alle cinque era pronto, col vestito migliore e una cravatta rossa, a farfalla. Attraversò la Piazza, in pompa magna. Ci teneva che tutti lo vedessero, che tutti lo spiassero.
A Coriolano che andò ad incontrarlo, disse:
— Lascia che me ne vada. Ho un appuntamento.
E il Donzello della Democrazia:
— Un apppph... un apppph...
— Sì, un appuntamento!
— Dddddd... ddddd'amore?
— Pare!...
— Tttttth... tttttu?...
— Io, sì! Perchè?...
— Mmmmostardo, vvvuoi un consiglio?
— Grazie, non ne ho bisogno.
— No. Mostardo stttth... stta-ta... sta-sta... Porco cane!... Sta attento alla tua salute!
Quando Coriolano imprecava, era sicuro di infilare una frase senza interrompersi.
Il Cavalier Mostardo sorrise e se ne andò. Avendo incontrato Coriolano, era sicuro che, in dieci minuti, tutta la città avrebbe saputo della sua avventura; e ciò gli piaceva.
Entrò nel Palazzo della Posta. Eccolo nella sala centrale; molta gente agli sportelli. Girò l'occhio intorno; un feltro rosso non c'era. Erano le sei precise; a Mostardo piaceva la puntualità. La signorina Clari incominciava male.
Aprì _Il Nuovo Aristogitone_ e finse di leggere. Ad un tratto vide un bagliore di fiamma attraversare la sala. La faccia della giovane donna era nascosta dalle enormi tese del feltro rosso.
Mostardo, poi che l'ebbe sbirciata, si nascose dietro _Il Nuovo Aristogitone_ e piano piano, lemme lemme, infilò l'uscita e se ne andò. Ma quando fu sotto ai portici, fu preso da un rimorso.
— Andavi a cercare un'avventura, o a salvare la donna del tuo cuore?... Allora perchè tanti scrupoli?... Deve forse piacerti la signorina Claretta?... Se non è che un paracadute, per te, bisogna che tu non la guardi in faccia. Se è brutta, tanto meglio! Non avrai tentazioni!...
Si fermò, vinto dagli scrupoli; piegò il giornale e lo mise in tasca; si volse, e già stava per ritornare sui suoi passi, quando...
Quando, Domineiddio benigno!... Ecco il fungo rosso, ecco l'allampanata donzella lanciarglisi contro con le braccia tese, con le mani tese e gli occhi giulebbati, e la bocca che occupava buona metà della faccia:
— Ah, Mostardo, Mostardo!... Sei venuto!... Sei venuto!...
Parola d'onore, egli credette di avere a che fare con un'alienata. E quando gli fu a un palmo dal naso e potè vederla meglio, sentì un gran freddo.
— Per Bios!...
Macchè Claretta Clari!... Quella era Proletaria Sapelli, maestra elementare a Dovia. Lei, lei, lei!... Non potevano nascere dubbi. Lei, gran Dio, la nipote di Coriolano.
LA NIPOTE DI CO-RIO-LANO!!!
L'aveva fatta bella! E ora se lo vedevano?... Se la voce si spargeva per la città?... Se, putacaso, Coriolano spiava nei dintorni?... Pensò risolvere il gravicornuto problema assumendo un'aria paterna, un tono di bonarietà tranquilla e all'irruente e commossa accoglienza della signorina Proletaria rispose, col suo fare più pacato ed estraneo:
— Oh!... È qua lei, signorina Proli!... Come sta?
E le stese con semplicità cordiale la mano che ella non prese.
No, ella non prese la mano del Cavaliere e il volto di lei, inondato, in un primo tempo, di serenamente chiarezza, affondò ad un tratto in una penombra dubbiosa.
— Ma scusa... — fece madonna Proletaria — scusa... non eravamo intesi?...
Al che, di rimando, con ben quadrata semplicità, il Cavalier Mostardo:
— Quando è arrivata?... Si tratterrà molti giorni fra noi?
Allora ella si illividì.
— Che commedie son queste?
— Commedie?... Che cosa intende dire, signorina Proli?
— Ma... io non so se sogno o se sono desta. Scusa, perchè mi hai scritto?
— Chi le ha scritto, signorina Proli?
— Tu!
— Io?... E quando, ragazza mia?... Saranno due mesi che non prendo la penna in mano!
— Ma come? E questa... — e incominciò a frugare nella borsetta.
— Già!... Due mesi o giù di lì. Ho avuto un panereccio a questo dito. Si figuri di vedere un paracarro, cara Proli! Si fa per dire ma le assicuro che sono stato male. Certe fitte!... Mi ha dato perfino la febbre; e un febbrone da cavalli! Ah, i panerecci! Pare così, ma sono faccende serie!... Uno si vede gonfiare, gonfiare che non sa dove vada a finire. Si addormenta con un dito e si desta con un obelisco...
— Scusa... — continuò la signorina Proletaria Sapelli, che non aveva intesa una sola fra le tante parole pronunziate dal Cavaliere nel frattempo, intenta, com'era, alla ricerca; — scusa, e questa chi l'ha scritta?...
E brandiva, alta, la lettera compromettentissima. Egli la riconobbe alla prima occhiata, però mantenne il punto di intransigente innocenza. E domandò con limpida schiettezza:
— Che cos'è?...
— La tua lettera.
— Cara mia, questo non può essere.
— Smettila di fare lo gnorri.
— Lo gnorri?... Di fare lo gnorri?... — Ecco una parola che lo turbava, per Bios! Una parola della Cattedra. — Cara Proli, lo gnorri potremo farlo insieme; ma io solo, no! Mai e poi mai!...
Credeva di essersi salvato con sottile astuzia; ma Proli gli rise sulla faccia.
— Sei comico!
Quanto dispetto in quelle parole e in quella risata!
— Proli, non si dimentichi che siamo in una piazza.
— E che cosa mi importa della piazza e della gente? Io sono figlia delle mie azioni e non debbo renderne conto a nessuno!
— Credo che Coriolano...
— Coriolano non ha niente a che fare con me. Io sono libera, libera, libera!...
— Lo vedo, cara Proli; ma... le convenienze!... Guardi la gente come ci osserva.
— Peggio per la gente e peggio per te!
E si ostinava a trattarlo con quel pronome confidenziale, come se avessero succhiato il latte alla stessa mammella! Dio, che ragazza sguaiata!... E non giovava ch'egli la trattasse con riservato rispetto e con signorile paternità. Ma che cosa voleva dunque?... L'amore?... Sì, stava fresca!... Piuttosto sacrificarsi come Padre Origene, e gettar nel sepolcro le cose sue delicate, anzichè farne parte a quella specie di viragine urlante.
Allora si risolse e le disse:
— O mi stia bene a sentire, egregia signorina: la lettera che lei fa svolazzare così come se fosse una bandiera, non è mia. Io non posso averle scritto e lei lo deve capire...
— E perchè, per esempio?
— Ma perchè, per Bios!, le pare ch'io sia un giovine studente?
— Uno studente, no; ma un vecchio satiro sì!
Vecchio?... Satiro?... O quando avrebbe finito di insolentirlo? Così, ad occhio e croce, satiro gli suonava come il nome di un animale, ma non sapeva bene di quale specie o sottospecie; però non volle lasciar passare l'insulto invendicato e rispose:
— Vecchio o non vecchio, questa è una faccenda che non la riguarda. C'è chi non la pensa come lei... In quanto al resto... sì, in quanto al resto s'io fossi un satiro, a quest'ora avrebbe visto che bello scherzo le avrei fatto!...
Ella scoppiò in una incontenibile risata. E disse:
— Ma, caro Mostardo, non mi faresti poi tanta paura!
Accidenti alla Cattedra!... Finiva per non capirci più niente.
Frattanto, lo aveva preso sotto braccio e voleva far la graziosa! Si era incamminata trascinandolo via e gli parlava languidamente, con un fare da piccola gatta che fa le fusa! Era ancor più brutta!... Un papero sarà sempre un papero, anche se lo mettono in gonnello!... E una brutta faccia, quando voglia angelicarsi, fa male al cuore.
Spadarella, sì, poteva far le smorfiette e le stavano bene come le rose fra i capelli; ma Proletaria?... Ah, quella no!... Quella no!... La signorina Proletaria avrebbe dovuto capire che certe cose non le convenivano affatto.
E si riempiva sempre più di angustiato dispetto. Poi quel braccio scheletrico che premeva contro il suo in una stretta sempre più insistente, gli faceva male. Ma perchè tanta confidenza?... E se qualcuno li vedeva?...
E Proli parlava parlava:
— Perchè sei tanto cattivo con la tua piccola Proli?... Perchè?...
— Piccola? — pensava Mostardo. — Ed ha il voluminoso coraggio di chiamarsi piccola! Ma non si guarda allo specchio? Non si vede? Non ha la coscienza abbastanza evoluta che le possa dire: — No, no, no!...
E Proli continuava:
— ... perchè saremmo tanto felici insieme! Pensaci Mostardo! Tu ed io. La forza e l'intelligenza... Tu ed io! Avremmo tempo di volerci bene e di consacrare le nostre forze unite alla Repubblica. Faremmo una propaganda strepitosa! Se tu fossi con me dovresti prima essere sindaco e poi deputato. E, se i Savoia non se ne andassero, nella tua vecchiaia saresti senatore!...
— Belle chiacchiere!
— Perchè? Non lo credi?... Allora non mi conosci e non sai che cosa possa fare una donna innamorata!
— Oh, sempre delle sciocchezze!...
— Come sei volgare!
— E due!
— Due che cosa?
— È la seconda volta che me lo dice.
— Ma... scusa, non vuoi capirmi! Non senti come ti cerca il mio cuore?
— Io sento un bell'imbroglio!
— Cosa hai detto?
— Ho detto che parlo turco.
— Perchè?
— Ma perchè facciamo a non capirci.
— Sei tu che non vuoi capire!
— Sicuro!
— Che prima hai cercato di compromettermi e poi...