Il Cavalier Mostardo

Part 17

Chapter 173,758 wordsPublic domain

— _Hai dett la rivoluziôn?_... — (Hanno detto la rivoluzione?).

— _An j' avì sintì, chi asasên?_ (Non li avete sentiti, quegli assassini?).

— _Eh?... Ach temp, la mi Catarena!_... (Eh?... Che tempi, Caterina mia!...).

E disparivano dietro l'usciuolo, più umili che mai, più piccine che mai, queste povere donnine di Dio, con la loro anima raccolta fra l'_Ave Maria_ dell'alba e la _Benedizione_ della sera.

Frattanto la gente accorreva da ogni banda, verso la Piazza, e la campana di allarme non dava cenno di voler tacere. Tutta la città era in subbuglio e in tumulto. I negozi dei signori avevan già abbassate le saracinesche; sulle soglie delle botteguccie minori, stavan padroni e clienti a guardare, a commentare.

Non si era ben deciso di che si trattasse: se di un enorme incendio o della rivoluzione. Anche si parlava dell'uno e dell'altra insieme. Il contagio della paura faceva sbarrare porte e finestre. Usciva il popolo vero e la sottospecie dei Rigaglia. Le dame e le damigelle che si erano avventurate a fare la quotidiana passeggiata si rifugiavan per gli androni dei rari palazzi non ancora barricati. Per le chiese non sostavano che le piccole vecchie antichissime, le quali non udivan neppur più il baccano e non aspettavano che l'_ora_ su la soglia di Dio. Ma gli scaccini volevan disfarsene; gli scaccini volevano chiuder le chiese perchè temevano il popolo evoluto. Si era mobilitato un esercito di popolani in bicicletta. Apparivan, qua e là, le donne _rosse_, le più accese; le mani sui fianchi, scapigliate e imprecanti. Gli agenti dell'ordine pubblico, scomparsi. Se il popolo avesse voluto dar di mano alla scure e schiantar tutto, padronissimo di farlo.

Alla Camera del Lavoro era un grandissimo affollamento, ma nessuno sapeva dire di che si trattasse. Un fermento improvviso veniva propagandosi fra la massa. Gli scontenti tempestavano. Si dovevano assalire palazzi e negozi e incominciar subito. Ma gli scontenti non avevano presa sul folto, che è sempre guidato, in Romagna, da un senso di giustizia e di onestà.

E la campana di allarme, dagli a suonare a distesa!

Ciò innervosiva anche coloro che eran leggendariamente calmi e padroni dei loro nervi.

Si vide l'onorevole attraversar la Piazza di gran corsa. Si vide Coriolano tenergli dietro penosamente. Ma sarebbe morto pur di essere là dove era il suo onorevole, in un frangente così catastrofico.

Anche il moro Fabrizi e il gobbo Pulizia correvano qua e là, l'un dietro l'altro.

_Dan, dan, dan, dan, dan, dan_...

Apparve la tribù dei molossi, guidata da Bucalosso. Rigaglia si era fermato, prudentemente, all'angolo di un vicolo che immetteva nella piazza.

Ecco l'avvocato Suasia, ecco l'ingegner Fias, l'avvocato Relli, Domokos Barbantini, Ildebrando Sgargi, Gerolamo Putti. Ecco Borgnini e la sua coorte; e il conte Polpetta, seguito dai soci dell'_Isola Felice_.

A una finestra del Palazzo del Comune, si affacciò il signor Sindaco: Alvise Alberghetti. Assoluto Malvagni si fermò sotto a un arco del Palazzo del Podestà; il viso fierissimo.

Marmissi e Bigatti passavano da crocchio a crocchio.

Contro l'androne del Palazzo del Comune, la folla si stipava ondeggiando. Si incrociavano le domande e le supposizioni più svariate. Incominciava a far nero, nell'anima della vasta raccolta.

Uno gridò:

— Evviva la Repubblica sociale!

E un altro:

— A morte la borghesia!...

Quest'ultimo grido si converse nell'urlo della massa.

L'avvocato Albati disse:

— Ora tocca a noi!

I tre compagni suoi non risposero. Erano sempre in piedi presso i tavoli del Caffè del Gatto Bianco. Ormai non potevano più andarsene senza dar troppo nell'occhio.

Arrivò di gran corsa uno che aveva parlato all'onorevole. In men di un minuto ebbe intorno una quarantina di persone.

— Ebbene?... Che cos'è?... Che cosa succede?...

Il nuovo arrivato buttò là una frase che fu come un cataclisma:

— A Roma e a Milano c'è la rivoluzione. Hanno proclamato la Repubblica!...

Uno sbandamento contrito s'impossessò dell'anima dei presenti.

— Ma chi l'ha detto?... L'onorevole?...

— Sì, l'ha detto l'onorevole. Ha ricevuto un telegramma. L'ho visto io!

— E allora perchè suonano?

— Chiamano il popolo. Prima di notte sarà proclamata la Repubblica anche qui.

— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi, che era un giovane senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo. Egli si era accostato prudentemente al crocchio e così, rimanendo alla larga, voltato di fianco per ascoltare meglio e per non sembrare addirittura della partita, aveva colte le ultime frasi. Si affrettò poi a raggiungere gli amici che lo aspettavano a venti passi di distanza, sempre presso i tavoli del Caffè, e disse loro:

— Prima di notte proclameranno la Repubblica!

— Ma dove? — chiese l'ex-onorevole Biancini scattando.

— Qui!... A Roma e a Milano è stata già proclamata!

— Una Repubblica federale come in Isvizzera? — domandò Cesare Baccicalupi, dottore in agraria.

— Ma no! Una Repubblica plutocratica, come nel Paraguai! — riprese l'avvocato Albati che ancora aveva voglia di ridere.

— Ma chi ha detto questa roba? chiese Biancini.

— L'onorevole ha ricevuto un telegramma poco fa.

— E da chi?

— Ma non lo so.

Allora, i quattro, udirono un tranquillo riso dietro le loro spalle e si volsero, non senza un certo brivido.

Era l'Uomo Pacato.

— Oh, siete qua voi!... — esclamò l'ex-onorevole Biancini, andandogli incontro con le mani tese. — Beato chi vi vede!...

— Quando suonano le campane a martello, io non posso dormire fra gli orti! — rispose sorridendo l'Uomo Pacato.

— Avete sentito che cosa si dice?

— Ho sentito.

— E che ne pensate?

— Dico che l'Italia non è il Portogallo. Voi dimenticate sempre questa piccola differenza come la dimenticano, tanto volentieri, i nostri buoni amici francesi ed inglesi. Ma a loro può essere, in linea filosofica, perdonato perchè lo fanno per il loro interesse. A voi no, non si può perdonare. La Repubblica la proclameranno forse i nostri _Galli Boi_, al Circolo Mazzini, questa notte; ma sarà una Repubblica alla casalinga, come le tagliatelle, e sarà consumata in casa.

— Dunque tutto quello che si dice...

— Onorevole, avete sempre prestato fede, voi, a tutto quello che si dice?

— No... ma, in questo caso...

E il giovane Malnessi:

— È arrivato un telegramma. C'è chi l'ha veduto...

— L'ha veduto, lei?

— Io, no.

— E allora non è arrivato niente!

— Ne è sicuro?

— Sicurissimo.

— ... e la rivoluzione a Roma e a Milano?

— L'ha veduta, lei?

— Io, no.

— E allora non c'è stata mai!

— Come mai siete tanto sicuro? — domandò l'avvocato Albati.

— Per la semplice ragione che sono risalito alle fonti.

— Cioè?

— Ecco qua. Io passo i miei pomeriggi nell'orto mio. Un poco lavoro la terra; un poco mi distraggo con gli autori miei preferiti che sono l'ultima compagnia fedele, nel mondo che mi si è fatto ormai deserto. Oggi, appunto, aspettavo che il giorno morisse e stavo meditando su l'_Elogio degli uccelli_ di Leopardi e mi abbandonavo col libro sulle ginocchia, «_scosso dal cantare degli uccelli per la campagna_», come Amelio, filosofo solitario, quando il mio godimento e la mia gioia sono stati interrotti dal suono di questa campana. Ora io, pedante, ho incominciato a meditare su cotesto suono e me ne son venuto via dalla mia pace, pensando quali potevano essere le improvvise cause che avevano dato il farnetico al campanaio. Perchè non avevo udita ancora una così spietata raffica di suoni, nel cielo della mia Tebaide. Così sono arrivato alla porta della Torre, e, avendola trovata aperta, sono entrato per sapere quale minaccia gravasse sul mio pacato destino. E che vedo, signori miei? Vedo il più gran colosso della razza nostra, afferrato di gran forza alle corde, dimenarsi e tirar giù a tempesta la campana del Comune, tanto che si sarebbe detto averlo, il demonio, in suo possesso e ben saldo. Allora con la mia voce più forte, gli ho domandato: — O Mostardo, cosa fate? — Mi ha risposto, urlando a sua volta: — Brucia il Conventino! — Ed io: — Vi pare sia degno di voi fare tanto frastuono per una villa dell'aristocrazia?... Lasciatela bruciare, Mostardo, e datevi pace — Mi ha guardato losco e mi ha risposto: — Toglietevi dai piedi! — Il che ho fatto, per buon rispetto suo e mio. Da Asdrubale Tempestoni, uomo più trattabile, ho saputo il resto. Ora la Piazza, attaccata al cuore della sua campana, vive un'ora rivoluzionaria.

— Allora — domandò Malnessi — tutto il resto è fantasia?

— Io direi, caro giovane! Ma voi siete troppo tenerello per poter sapere tali cose.

E l'ex-onorevole Biancini:

— Però guardatevi intorno e, ditemi se, data l'eccitazione del popolo, non c'è da aspettarsi qualche brutta sorpresa.

— Se l'ora è sinistra, onorevole mio, lo è solamente per i fanali e le lanterne. Fra poco, non una fra queste nobili e civilissime cose sarà ancora sana. I fanali costituiscono un caso tipico della nuova fobia proletaria.

— Ben detto! — esclamò Zìrolum.

Ora avvenne un fatto nuovo che attirò l'attenzione del popolo. Di un subito la folla che si stipava innanzi all'androne del Palazzo del Comune si divise in due ali, lasciò un largo spazio nel quale fu primo a comparire Asdrubale Tempestoni, che aveva indossata la divisa grigia di combattimento, sostituendo all'elmo di ottone dal pennacchio rosso e blu, un elmetto in cuoio nero. Era un bell'uomo e forte, con la barba color rame. Pareva un guerriero disceso da un vaso etrusco. Dietro di lui si udiva, nella tenebra del profondissimo androne, uno scatenìo, un rombo, un assordante tempestìo di ferramenta, sì che pareva ch'egli si scagliasse fuor dall'inferno e avesse lasciata la porta aperta.

Il nostro Asdrubale, non appena apparve ci tenne a far palese l'autorità sua, per dimostrare la quale si dette a gridare con quanta voce aveva in corpo:

— I più giovani al timoneeeee!... Via, di corsa!... Avanti la trombaaa!... Dov'è la trombaaaaa?... Lo squillo... suonate lo squillooo!...

Il cuor del popolo fu subito preso da tanto apparato e da tanta energia.

C'eran gli elmi, c'era il frastuono, c'era una dimostrazione di forza e un po' di mistero.

Ma che avveniva nelle viscere del Palazzo del Comune? Tutti i vetri tremavano e la terra, sotto i piedi degli astanti.

Asdrubale Tempestoni gridò ancora:

— Pronti?...

Una voce cavernosa rispose dal fondo buio:

— Pronti!...

— Allora suona!

Si udì un rauco squillo, poi qualcosa accadde che parve, senz'altro, il finimondo. Da una distanza, come di voragine, salì il soffio del turbine, il boato del terremoto. Eran le antichissime volte del gran Palazzo che moltiplicavano e incupivano il suono.

Asdrubale Tempestoni, e il suo aiutante trombettiere, gridavano:

— Largo, largo, largo!...

— Attenti ai bambini!...

— State indietro!...

— Indietro, perdio!...

Ma la curiosità era grandissima; ma il cuore tremava nell'attesa.

— Ecco... vengono! — mormorava la folla.

— Eccoli, eccoli, eccoli!...

— State indietro!

— Se vai sotto a una ruota ti schiacciano!

— Non si possono più fermare!

— Sono palle da schioppo!

Asdrubale Tempestoni li aspettava al varco, puntato sui muscoli saldi, pronti allo scatto.

E allora il popolo vide il prodigio. La prima pompa, la più pesante, quella per la quale occorrevano dieci uomini a trascinarla, ed anche a gran pena, sbucò dall'androne, irruppe sulla piazza, proseguì sull'acciottolato trabalzando via con la velocità di un bolide. E non vi si erano aggiogati dieci o venti uomini, ma due soli: due petti poderosi e quattro braccia di ferro: i petti e le braccia del Cavalier Mostardo e di Bucalosso.

Puntando sulla traversa del timone, aggrappati, bassa la testa come arieti in lotta mortale; in un turgore di tutta la possente muscolatura tesa al massimo rendimento, in una fissità eroica della volontà ipnotizzata da una sola idea, essi erano come un elemento cieco che s'apre una strada fra due punti nell'infinito, e quella sola conosce. Personificavano la bella furia che schianta e travolge; la forza con la quale non si ragiona; l'ardimento che deride la morte.

E il popolo ama questo. Il popolo ama coloro che possono dominarlo come una femina.

Così, quando apparvero; quando attraversaron di gran corsa, come trascinassero una festuca, lo spiazzo lasciato libero fra le due ali di popolo; quando si lanciaron per la Piazza e si videro il vuoto dinnanzi, un grido di ammirazione, li accolse e li seguì. Era la prima volta che si vedeva una cosa simile; era la prima volta, altresì, che il Cavalier Mostardo e Bucalosso correvano all'impazzata, aggiogati ad una pompa.

Ma chiamava, dal fondo della campagna, una voce d'amore e, a quell'ora forse, una gran fiamma minacciava una creatura salita, in una sola notte, ai fastigi di un cuore.

Asdrubale Tempestoni, per motivi tattici, rimase fra la prima e la seconda pompa. Ma la prima era già in fondo alla Piazza, quando la seconda usciva dall'androne. Il povero Coriolano, che si era provato a tener dietro a Mostardo e boccheggiava ora, per l'asma, strappò una bicicletta a un amico e, inforcata che l'ebbe, partì pedalando. I figli di Bucalosso, arrivati in ritardo, si scagliaron dietro al padre e al duce. Il moro Fabrizi era al timone della seconda pompa; il gobbo Pulizia per didietro. Doveva ben fare qualcosa anche lui, povero gobbo, per meritare il perdono di Mostardo!

Ad uno ad uno usciron tutti i carri dall'androne del Comune e inseguirono il primo che filava come una saetta.

Spettacolo superbo!... Ma dove andavano?... Non importava saperlo. Conveniva correre a rovina. C'era forse qualcuno da salvare, in fondo alla campagna. Non si chiedeva niente; era un impeto generoso: via!... via!... via!...

La rivoluzione cambiò faccia. Fu aggiornata. Il popolo della Città del Capricorno aveva trovato qualcosa che gli piaceva quanto la Rivoluzione: il fuoco. L'anima sua si avventava al mistero del lontano incendio. Correre, per dieci, per venti miglia verso un gran barlume nel cielo notturno; correre verso chi implora, verso le donne e i bambini, verso gli uomini impossibilitati ad agire. Essere coloro che possono ancora portare la salvezza: i fratelli liberatori! Un senso oscuro e profondo di solidarietà umana contro il destino nemico aveva fatto scomparire, come per incanto, ogni ostilità, ogni fermento. Travolto dall'impeto dei volontari che si sottoponevano, solo per generosità, a una fatica mortale, il popolo volle essere pari a loro e si riversò per la campagna dietro i pesanti carri trainati dagli uomini. Se qualcuno cadeva, cento erano pronti a sostituirlo. Quando si accenda un simile ardore, nel cuor delle genti, ogni eroismo è possibile. Il Cavalier Mostardo e Bucalosso furon coloro che sgombraron la piazza salvando la pavida borghesia che già tremava d'orrore.

Primi i monelli, poi i giovani e gli anziani fecer fiumana giù per il Borgo fino alle porte della città, per riversarsi sulla strada romana che attraversava i campi, bianca e diritta.

Gli uomini tranquilli e più vecchi si avviarono a passo a passo verso la Porta dei Cotogni per veder se si scoprivano nel cielo le traccie del famoso incendio.

La Piazza diventava muta e deserta. Nessuno accendeva i fanali. Forse i lampionai si eran lanciati, con gli altri, all'inseguimento del Cavalier Mostardo e di Bucalosso.

Il vecchio Zìrolum, che aveva veduto Garibaldi, non poteva logicamente aspettare; doveva essere della partita; così indossata un'altra gabbana, se ne andò in bicicletta senza domandare il permesso al padrone.

— Ah, miseria del proletariato!...

E il padrone del Caffè del Gatto Bianco gli gridò dietro di non ritornare mai più, pur sapendo che Zìrolum sarebbe ritornato e che lo avrebbe ripreso senza aprir bocca.

Non è facile disfarsi di un _uomo-istituzione_, in una piccola città di provincia.

Era rimasto, impassibile e dominante, sotto l'arco del Palazzo del Podestà, Assoluto Malvagni, circondato dai suoi. Fra gli altri c'era anche il famigerato Borgnini. Assoluto Malvagni parlava molto gravemente, a quando a quando, atteggiando l'apostolica faccia a un sorriso sardonico. I compagni lo ascoltavano con riverente compunzione. Certo, qualcosa si veniva tramando a danno dei _gialli_.

L'onorevole attraversò la Piazza, la testa bassa, le mani annodate dietro le reni come chi deve portare il peso di gravissimi pensieri. Lo accompagnavano l'avvocato Suasia e l'ingegnere Fias. Scomparvero dietro l'angolo della chiesa, per la Contrada Grande.

Si vedeva tuttavia, oltre la Porta dei Cotogni, una grande nuvola di polvere entro la quale galoppava lontanando il popolo.

Ora lasciamolo correre, guidato dal Cavalier Mostardo, verso l'occulta anima del Fuoco.

Pochi eran rimasti ai tavoli del Caffè del Gatto Bianco, e, fra questi pochi, primeggiava la comitiva che abbiamo abbandonata sul punto in cui Asdrubale Tempestoni si era scagliato, in divisa di combattimento, fuor dell'androne del Palazzo del Comune.

Ora l'ex-onorevole Biancini, Cesare Baccicalupi, il giovane Malnessi, l'avvocato Gioacchino Albati e l'Uomo Pacato, dileguata la minaccia di una rivolta più o meno tempestosa, seduti intorno ad un tavolo, conversavano.

Dell'Uomo Pacato non abbiamo fatto il nome e così non cercheremo tracciarne un ritratto, per non porre sulle traccie di lui una qualsiasi curiosità, e per lasciarlo sempre più lontano, e più solo, per il suo silenzio che sconfina fino al cuore dell'Universo. Nè diremo gli anni suoi che gli pesano, benchè non sian poi tanti da fargli chinar la faccia o da togliere dagli occhi suoi fondi, quella trasparenza e luminosità e quella fiamma per la quale più grande e giovane appare lo spirito suo. No, non diremo i vostri anni, amico nostro scontroso, anche per non farvi vergogna, perchè è vergogna il tempo a chi sente ancora tanta giovinezza cantare, ed è solo; non li diremo anche se riteniamo con certa scienza, che non farebber spavento a chi vi ama, al bel cuore di giovinetta che v'ama e di voi si appassiona. Troppo le parlaste, una sera, perchè ella non vi segua di lontano; e troppo chiara le faceste una strada perchè sempre non ne senta la nostalgia! Ed ora le parole dei coetanei suoi le tornano sorde, aride, vuote! Ed ella vive in un piccolo paese remoto, solo per voi, come se vi aspettasse, e sa bene che non arriverete giammai alla sua distanza.

Ah, Uomo Pacato, potreste ben cantarglielo un sogno che le fosse come un amuleto contro l'inevitabile disincanto, poi che l'avete ammaliata!...

Ora l'Uomo Pacato taceva come se non fosse più della comitiva, ma solo con sè stesso, e lontano.

L'ex-onorevole Biancini discuteva con l'avvocato Albati, e Malnessi e Baccicalupi ascoltavano come coloro che poco avean da dire, e sempre a torto.

Fu Biancini che si rivolse all'Uomo Pacato e gli domandò:

— Se non è indiscrezione, si potrebbe sapere a che pensate?

L'Uomo Pacato levò gli occhi e la faccia.

— Pensavo — rispose — come vi sia facile dimenticare le cose che vi stanno sopra; e come possiate trascorrere dalla paura più grande alla più limpida indifferenza, nel termine di pochi minuti.

— Ma voi stesso ci avete derisi quando si temeva! — disse l'avvocato Albati.

— Sì, perchè esageravate allora, come esagerate adesso.

— E in che cosa, di grazia?

— Nella valutazione di ciò che accade. Ma d'altra parte è il destino vostro. La combattività vostra, della classe che rappresentate, cioè, ha già reso tutto il possibile ed ora non può essere che superata.

La cosa non consolò gli astanti, anzi li indispettì. Fu allora che l'ex-onorevole Biancini, punto sul vivo dai giudizi dell'Uomo Pacato, gli domandò, non senza una punta di acredine:

— Ma scusate, a quale classe appartenete voi?... Se non siete proletario nè aristocratico, dove confinate il vostro destino?

L'uomo Pacato sorrise.

— Avete ragione. Dove confino io il mio destino? Questa domanda non mi è nuova perchè tante e tante mai volte io stesso me la sono rivolta. In tempi di materialismo economico in cui non si esaltano e non si ritengono utili se non i valori di immediata praticità, che cosa rappresento io, nella Città del Capricorno?... Zero!... Domani, imperando la Dittatura proletaria, io, povero uomo dalle mani senza calli, dovrei esulare ed abbracciare l'islamismo o il confucianesimo. Ammettiamo ch'io abbia ingegno; ammettiamo anche che questo mio ingegno possa dar vita a qualche valore spirituale, ciò, imperando la suddetta Dittatura, non farebbe che aumentare il mio crimine di lesa maestà del lavoro manuale. Oggi il mondo si divide fra coloro che fabbricano pentoli e coloro che posson riempirli; l'altra classe, che soleva romperli solamente, non può più sussistere. Oggi l'umanità non ha bisogno di altro cibo che non sia quello della bocca. Liberatasi, per modo di dire, dalla sua eredità millenaria, si rifà da capo con l'idea di instaurare un regno di giustizia universa che incomincia poi da tutte le ingiustizie e da tutte le tirannie. Be', e anche questo è fatale! Il fatto si è che, quando si potrà arrivare ad un assestamento, sempre transitorio, come tutto è transitorio ed eterno nell'Universo, noi non saremo più. Ma oggi come oggi, nel centro di questa Città del Capricorno, che è il cuor di Romagna, io appunto, caro onorevole, non appartengo a nessuna classe, sono uno sclassificato. Da ciò la mia libertà di giudizio, se così vi piaccia giudicarla. Alla fin delle fini, non ho nulla da perdere, nulla da guadagnare. Io non aspetto, accanto, alla mia malinconia, se non l'ultima sorella della nostra vita. E vivo in un orto. Non da principe, ve lo assicuro! Ho, con me, una vecchia donna ed un gatto. Mi accontento. Potevo rimanermene nelle metropoli tumultuanti... ho preferito il nido dal quale credetti allontanarmi per sempre, a sedici anni. Noi, romagnoli, soffriamo di nostalgia acuta. Questa nostra terra non cessa mai di chiamarci, anche nella estrema distanza. Quando si incomincia a sentir di morire, bisogna rispondere alla sua voce lontana. Val la pena di ritornare per ritrovar un po' dei nostri quindici anni all'angolo di una strada malinconica e solitaria, sulla porta di un giardinetto di beghine, al davanzale di una finestrella che non avrà tramutato. Ed ecco perchè io sono ritornato sotto lo stemma del patrio Comune, all'ombra dell'aquila imperiale con l'uovo gallato della Democrazia!... _Libertas!_... La parola è lassù, guardatela — e levò il braccio verso il fastigio del Palazzo Comunale. — E da più di settecent'anni il popolo nostro, per varie forme e concetti, parla e si ordina in Repubblica! Libertà!... Qui, dove era più caldo il cuore, più facilmente l'uovo dette vita al secolare pulcino. In altri luoghi apparve la stessa parola, ma l'uovo rimase infecondo; solo da noi si dischiuse al destino di una creatura la quale, per sua buona o mala sorte, non potè crescere mai a pieno sviluppo. Da ciò l'eterna giovinezza repubblicana, fra le nostre genti. Ora io amo questa Repubblica nostra _in fieri_ e, sentimentalmente, mi dichiaro repubblicano. Oggi che la sento morire, dopo tanti secoli, questa bella e generosa idea mi appassiona. Viene innanzi qualcosa che non ha il suo lume e la sua bellezza spirituale. Il fiero ed eroico romanticismo de' suoi ultimi epigoni, viene travolto da un'onda limacciosa. Una squinternata baraonda di folli estremismi trascina quella parte del popolo che è più cieca e brutale e io non vedo ancora se domani vi sarà posto per l'anima, il cuore, il gesto di un uomo, nella follìa collettiva dell'uniforme! Sì, vi sarà, ma per quali tragedie dovremo passare, innanzi che i diritti dello spirito e dell'individuo vengano riaffermati?...

Tacque e, con lui, tacquero gli altri. Ciascuno avvertiva la stessa minaccia, ma non uno sapeva rispondere al quesito. Gravò su di loro come un incubo improvviso e il conversare non si rianimò.

Si separarono.

La Città del Capricorno era ritornata tranquilla, come tutte le sere: si raccoglieva fra i suoi scarsi fanali, cercava l'ombra del sonno.