Il Cavalier Mostardo

Part 16

Chapter 163,581 wordsPublic domain

_E cammina che te cammina; e canta che te canta_, le nottate eran ben lunghe, ma l'alba arrivava. Arrivava l'alba e, l'allora Casadei Giovanni detto _e' Sparsiôn_, era ancora per strada. Ma la Città del Capricorno non era lontana. Vi arrivava a giorno fatto, senza più un soldo in saccoccia, con sessanta o ottanta chilometri sul groppone, con una fame diabolica e doveva andare a bottega. Andava a bottega, ma pestava le droghe cantando e sognando di essere Radames.

Così aveva incominciato la carriera questo grande cuore, questo ultimo idealista, questo genuino romantico, il quale aveva trovato poi tanto spazio alle sue generose strampalerie, alla sua bontà che era schietta ed ignuda; ignuda e indifesa, di fronte al sordido egoismo e alla miseria bruta dei sopravvenienti.

Il Caffè del Gatto Bianco.

Un ritrovo di begli ingegni appartenenti alla più lanciata e cosciente Democrazia, e ad altre fedi e catechismi.

Faceva caldo. Sui ciottoli della piazza erano distesi molti tavoli, innanzi alla bella insegna del Caffè del Gatto Bianco. Un cameriere nerovestito, una sudicissima salvietta sotto il braccio, gironzolava fra i tavoli, un po' scacciando le mosche, un po' ascoltando e compiacendosi delle belle parlate degli avventori.

C'erano molte mosche. Questo cameriere aveva molto da fare. Si chiamava Girolamo; in romagnolo Zìrolum. Zìrolum esercitava una specie di controllo su quanto dicevano gli avventori del Caffè del Gatto Bianco e, se una cosa non gli andava a genio, non si peritava di entrare in discussione e di dar torto marcio e di trattar male colui che l'aveva manifestata. Zìrolum si dava molta importanza. Aveva veduto Garibaldi. Era un uomo con una fitta chioma bianca e ricciuta. Non si era addattato allo _smoking_ perchè i suoi principii non glie lo consentivano; vestiva di nero, ma per principio, per una manifestazione simbolica: portava il lutto della fallita congiura di Castrocaro:

— ... quando non si volle la Repubblica e si mantenne l'Italia in questo stato cadaverico...

Zìrolum, per sua disgrazia, si chiamava anche Savoia. Girolamo Savoia. Il cognome non è infrequente in Romagna. Di ciò si valevano gli avversari suoi, per fargli dispetto. I quali avversari andavano a prender una bibita al Caffè del Gatto Bianco e, quando compariva Zìrolum, esclamavano:

— Ecco un Savoia!

Alla quale esclamazione, altamente incanendosi, il nostro Zìrolum, rispondeva:

— Vorrei che tutti fossero Savoia come me e così _smonarchizzati_!

Quel giorno Zìrolum si fermava più di frequente ai tavoli ad ascoltare le calorosissime discussioni e più di frequente interveniva a dar torto ai suoi avventori.

All'ultimo dei quali, a un certo Cleto Bonavia, pescivendolo, aveva detto, per troncar corto:

— Voi siete un somaro!

Il signor Cleto, candidato al Consiglio Comunale, gli aveva risposto che il somaro era lui e si eran chetati su tale assioma.

Però faceva troppo caldo e c'eran troppe mosche.

Zìrolum si asciugava il sudore.

— Ah, miseria del proletariato!

Si asciugava il sudore perchè c'erano molte mosche e bisognava correre da un tavolo all'altro a scacciarle e bisognava altresì ascoltare che cosa dicevano i clienti e intervenire nelle conversazioni.

— Il mio è un mestiere cane!

_Si suda una camicia e se ne sudan cento;_ _poi vai a letto e non sei mai contento!_...

Zìrolum era poeta. Era nato con questo estro cane! Aveva anche scritto un poema che aveva sempre a portata di mano: _La Mazzineide_.

— È il frutto delle mie prigioni. Io sono stato un perseguitato politico più del nostro Maroncelli e del molto reputato Silvio Pellico. Il Pellico scrisse le memorie delle sue carceri; io innalzai l'anima a Mazzini e mi venne fuori questa _Mazzineide_. L'ho riscritta tre volte. Per due volte la finii e i miei aguzzini me la portaron via e la misero al forno. Alla terza volta la scrissi col sangue su qualche lembo della mia camicia. Mi ricordo sempre che, arrivato al verso:

_Così Mazzin, da fiera mole assalso_...

— Ma si dice: assalito!...

— Non importa. Questa è una licenza poetica:

_Così Mazzin, da fiera mole assalso;_ _Visto che nulla aveva di sè prevalso_...

arrivato a questo verso, non avendo più niente da scrivere, dovetti adoperare il rovescio delle mie scarpe, sulle quali, con una scrittura minuscolissima, finii l'opera. Sono cinquemilaseicentoventidue versi, senza i titoli.

La Città del Capricorno conosceva la _Mazzineide_, se pur non si gloriava del poeta.

— _Nemo propheta_ (Zìrolum pronunziava propeta) _in patria!_

— Ma perchè dici _propeta_?

— Bella sboccia!... Perchè è latino!

— Ma in latino si dice profeta.

— Sicuro!... Credi che non sappia leggere? L'avrò letto venti volte. C'è un bellissimo _pi_, con un'_acca_ che non vuol dir niente. I latini avevano un'altra pronunzia.

Zìrolum aveva sempre ragione. Del resto, nel corso della sua vita inconcludente e sbalestrata, aveva veduto Garibaldi e ciò gli conferiva una bella autorità.

— Tu sei un pitecantropo! — gli diceva Libero Bigatti.

— Siamo stati tutti _pichetantropi_, caro mio, alla nostra stagione! Credete davvero che non sappia che l'uomo discende dalla scimmia.

— E come lo sai?... Chi te l'ha detto?

— La scienza.

— Quale scienza?

— Se volete scherzare è un'altra cosa.

— No, volevo saperlo, perchè a me non è venuto a dirlo nessuno.

— Sicuro!... Verranno a dirlo a voi. Ma chi credete di essere?...

Bigatti rideva. Zìrolum si asciugava il sudore, allontanandosi e brontolava.

— Vorrebbero conculcare anche il libero pensiero! Codini! Se servo il pubblico ho avuto anche tempo per coltivare il mio ingegno. Io sono autodidatta.

Intorno ridevano. Zìrolum non rispondeva più. Gridava verso l'interno del Caffè:

— Un bianco per il signor Calendoli!

Poi, tergendosi la fronte:

— Ah, miseria del proletariato!...

C'era un grande baccano, intorno, e i tavoli erano affollati.

Il sole era disceso dietro il palazzo del Comune. Molti crocchi si formavano qua e là per la piazza.

Ora il povero Zìrolum doveva tener d'occhio più particolarmente i due tavoli degli _Agrari_ dai quali gli era arrivata per due volte la frase tipica: «_Socialistaglia luzzattiana_...». — Ma come contenersi?... Inveire non poteva perchè ormai gli _Agrari_ se la intendevano coi _gialli_; inoltre egli era sempre stato, avversissimo al _blocco_; ma gli _Agrari_ rappresentavano troppo sfacciatamente la borghesia, vittima proletaria, non poteva davvero aver simpatia per coloro che lo avevano preso, dopo la innocua spedizione di Monte Sassone, e, con una scusa qualsiasi, lo avevano ammanettato e chiuso nel fondo di una buia carcere per anni ed anni. Così cercava di ascoltare alla larga, senza compromettersi.

Ora parlava, fra gli _Agrari_, l'avvocato Paolo Derni, un riccone sfondato, con una faccia da cuor contento che faceva dispetto a vederla. Una vera mostra di boni da mille!... Si leggeva la ricchezza in quelle guancie rotonde, in quella tranquillità patriarcale che non si commoveva mai. Si vedeva un uomo che sapeva sempre dove mettere i piedi. Aveva la terra ferma, sotto. Non si era alzato mai, nel corso della sua vita, con la buia pena di non saper come mettere d'accordo il venerdì col sabato.

— E domani come si mangerà?

Aveva avuto sempre le stie piene di capponi; le cantine ricche di vini e grano nelle soffitte e nelle fosse, e i più bravi cuochi, e le donne più belle, e le centinaia di migliaia alle Banche.

— Porca miseria!...

Savoia Girolamo, e con lui la moltitudine, noi compresi, aveva amato tremendamente e aveva digiunato più di San Francesco, senza farlo, come il gran Santo, per uno scopo spirituale.

— Ah, miseria del proletariato!

Bene! Ora parlava Paolo Derni, l'avvocato milionario, e rideva. Zìrolum si era fermato con un orecchio teso, guardando verso un punto estremo della piazza.

— Già, secondo _loro_ — diceva il pacifico borghese, — secondo _loro_, noi dovremmo lasciar svolgere liberamente gli elementi del _Diritto nuovo_! E il _Diritto nuovo_ è quello di occupare le terre del Comune e dei privati, quando questo non sia consentito; quando cioè i legittimi proprietarii vi si oppongano. Come andrà a finire?... Io non sono un professore di Università, nè un filosofo umanitario, nè un deputato con dieci legislature, nè un uomo politico con, didietro, _le sante memorie della vecchia Destra_. Io sono un uomo che, quando va contro al Codice Civile o al Codice Penale, e si lascia cogliere sul fatto, è chiamato in Questura e fila dritto al Cellulare. Essendo tale, non mi assumerei davvero la responsabilità di coprire la carica di _Vicerè delle Romagne_! Fin che fossi _Vicerè_, sarei salvo; ma se la Camera facesse cadere il Ministero, non cadrei anch'io?... Potrei forse contare sull'aiuto di Giolitti? — Con quell'uomo non si è mai sicuri!... La prospettiva di essere processato come capo o complice dei socialisti romagnoli, invasori di terre, non mi sorriderebbe. Accetterei solo ad un patto...

— Quale?

— Che l'idea del _Diritto nuovo_ fosse accettata da tutti, pacificamente!

— Bravo!...

Si levò un tumulto di urla, di risate, di invettive.

Ora Zìrolum ascoltava con due orecchie.

— A questo ci hanno condotto le famose conquiste della Democrazia borghese! — esclamò Angelo Angelotti.

E Floriano Borghi:

— Ciò che fa più schifo è il giuoco del Governo. Associa i socialisti parlamentari alla maggioranza ed ha la faccia tosta di far affermare che questo è avvenuto per puro caso, senza alcun patto con l'_Estrema_, per pura simpatia!...

— Bubbole! — gridò il marchese della Pipetta. — Il Governo perchè si prende le tasse se deve trattarci così?

— Già, voi vorreste una legione di carabinieri solamente per il vostro palazzo! — gli rispose il conte La Perla.

— Ben detto! — esclamò Zìrolum che ascoltava con tre orecchie.

La discussione crepitava strepitando. Erano una quindicina, in due tavoli del Caffè del Gatto Bianco.

Oltre i summenzionati, c'erano: Loreto Baroni, possidente; Giulio Fienai, possidente; il barone Lorenzo Vichelli, antico cavaliere di cappa e spada; Temistocle Lattonari, regio notaio; Cesare Baccicalupi, dottore in scienze agrarie, notevolissimo; Oreste Malnessi, giovane senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo; Peppino Locchi, perito agrimensore, saldo nella massoneria; Gioacchino Albati, avvocato, ben pensante, pieno di iniziativa e forbitissimo dialettico, ed altri di minore rilievo.

Ora, per non poter noi seguire, nella consueta forma narrativa, l'intricatissima discussione, lascieremo ai nostri _Agrari_, con la responsabilità delle loro convinzioni, la libera parola.

LORETO BARONI. — (_Agitando un giornale_):

— Avete letto l'_Avanti!_?

CESARE BACCICALUPI. — Chi ha cura del proprio fegato non legge certi fogliettacci velenosi!

LORETO BARONI, GIULIO FIENAI, PEPPINO LOCCHI, GIOACCHINO ALBATI. — Non dire sciocchezze!... — Vuoi coprirti gli occhi per non vedere? — Questi sono i vostri sistemi!... E vi trovate il nemico in casa!...

IL BARONE LORENZO VICHELLI. — Che cosa dice questo _Avanti!_? Sentiamo.

MOLTE VOCI. — Leggi... leggi!...

LORETO BARONI. — Dice... «Se nell'estate prossima i fatti si rinnoveranno, in Romagna, deve l'autorità politica agevolare i proprietari ad opporsi?»

FLORIANO BORGHI. — Ormai l'autorità politica, anzi il disautorato Governo dei conigli, si è compromesso ignobilmente. Bissolati ha parlato chiaro!

VOCI. — Ma lascia leggere!

LORETO BARONI. — (_Continuando la lettura_) «... deve l'autorità politica agevolare i proprietarii ad opporsi all'entrata nei fondi mezzadrili, alle macchine non scelte da loro?...».

FLORIANO BORGHI. — Non ci sarà questo pericolo!

VOCI. — Silenzio!...

FLORIANO BORGHI. — L'_Avanti!_ conclude: «_Se questa autorità si prestasse al capriccio dei proprietari, meriterebbe di essere presa a calci nel sedere_».

Ne seguì un nutritissimo coro di urla, di invettive, di minaccie, di lampeggiante sdegno. I commenti che seguirono parevan contesti di polvere pirica. Molti erano i congestionati.

Zìrolum ascoltava con quattro orecchie.

PAOLO DERNI. — Ecco una solenne affermazione del _Diritto nuovo_! Del loro Diritto nuovo!

IL MARCHESE DELLA PIPETTA. — Infatti le fonti di questo loro diritto, sono i piedi!

IL CONTE LA PERLA. — E camminano!

Il marchese della Pipetta. — Pare ne godiate! Ma se arrivano arriveranno anche per voi, sciagurato!

IL CONTE LA PERLA. — E a me che importa? Bisogna vivere nello spirito dei tempi.

IL MARCHESE DELLA PIPETTA. — Infatti si vede che cosa state facendo da quando siete nato!

Zìrolum scacciò le mosche da un tavolo più vicino e brontolò:

— Sfruttatori ereditari!... Sfruttatori per atavismo e spirito di casta!... Aguzzini del libero pensiero proletario!...

Allora levò la voce uno che, fino a quel punto, aveva taciuto: l'ex onorevole Adriano Biancini, moderatissimo uomo e chiaroveggente.

ADRIANO BIANCINI. — Non siamo più di venti e non riusciamo a metterci d'accordo. Questa è la nostra disciplina! E vorrete meravigliarvi se domani continueranno a vincere come hanno vinto fino ad oggi? Essi hanno una mèta precisa; noi non ne abbiamo nessuna. Appena ieri siamo riusciti ad accordarci per una difesa parziale e non perderemo, forse, perchè i repubblicani sono con noi. Ma credete rimarranno con noi?... Fra un mese saremo più soli e la minaccia si aggraverà. È cieco chi non vuol vedere lo spirito prettamente rivoluzionario di questi moti. Prepariamoci alla spogliazione per gradi o improvvisa. L'una forma o l'altra può dipendere da fatti imponderabili e subitanei. Del resto, la Rivoluzione francese, che si credeva compiuta nel ciclo che chiamerò dell'ottantanove, continuerà a vivere per tutto questo secolo e i nostri nepoti ne avranno anche per il secolo venturo. La Democrazia borghese è ormai sopraffatta e deve cedere il campo ai socialisti rivoluzionari e ai socialisti democratici. La vecchia Repubblica con tutti i suoi idealismi umanitari; la romantica Repubblica del nostro Mingozzi, quella generosa e battagliera, intorno alla quale si raccoglieva la migliore parte della gente nostra, dopo l'epica morte di Antonio Fratti, è venuta cedendo terreno di giorno in giorno ed ora può dirsi si riassuma nel suo ultimo epigone: il Cavalier Mostardo. Siamo ai traguardi, amici miei, e non avremo neppure la magra soddisfazione di arrivare _buoni ultimi_ se non sapremo trovare in noi la forza della concordia.

La disputa si inasprì. Non importava preoccuparsi dell'avvenire, era il presente che conveniva dominare e per dominare il presente occorreva l'aiuto del Governo. Ma il Governo, fra Giolitti, Luzzatti, Calissano, Chimirri giuocava a favorire sempre più la socialistaglia prepotente, aggressiva, sfacciata ed incivile.

— Il Governo ci ha venduti come pecore segnate! — urlò Cesare Baccicalupi, dottore in Agraria.

E il barone Lorenzo Vichelli, antico cavaliere di cappa e spada:

— Ha nominato una Commissione; manda quaggiù dei parolai, ci tiene a bada. E intanto lascia che tutto vada a rotoli. Al tempo antico...

— Lasciate stare il tempo antico! — consigliò Gioacchino Albati, avvocato bempensante, che era un moderatore.

Disse Adriano Biancini:

— Il fatto sta che noi non sappiamo che strepitare e ce ne andiamo come le foglie sulle correnti di autunno.

— È la nostra volta! — mormorò Oreste Malnessi, giovane senza convinzioni.

— E non abbiamo coraggio! — aggiunse il Biancini.

— In quanto a coraggio — gridò Peppino Locchi, perito agrimensore, saldo nella massoneria; — in quanto a coraggio ne avremmo da vendere! Ma siamo l'odiata minoranza e in dieci contro diecimila non si può combattere!

— Allora cediamo il potere e faccian loro!... Tanto, peggio di così non potrebbe andare. — Questo disse Giulio Fienai, possidente, persona perbene e bennata, autorevole in famiglia e ben veduta al Circolo dei Nobili.

Zìrolum approvò:

— Dice bene, il signor Fienai!

Frattanto un'altra lite si accennava fra il marchese della Pipetta e il conte La Perla, i quali erano sempre inveleniti l'un contro l'altro e non si perdonavano neppure il respiro.

— Che cosa ne pensate voi, Biancini, della Commissione governativa? — domandò il conte Angelo Angelotti, uomo senza idee e senza pareri, ma _tutto di un pezzo_, come suol dirsi.

— La Commissione verrà a scoprir la Romagna, farà un monte di belle chiacchiere; darà ragione a tutti e lascierà le cose allo _statu quo ante_!

— E allora chi deciderà, nel caso nostro?

— Decideranno i magistrati, sempre che si mantengano gli escomi ai contadini ribelli.

— Per conto mio — disse il marchese della Pipetta, — non cederei neppure se dovessi rimetterci tutto!

E il conte La Perla:

— In quanto a questo, solo che vi dovesse venir meno un palmo di terra, vi calereste dieci brache!

— Del resto — riprese il Biancini, — le cose andranno come devono andare.

— Già, voi siete cultore del mito catastrofico! — esclamò Loreto Baroni.

— Vi pare mi sia ingannato di molto, fino ad oggi?... E pensate davvero che, una volta trovata una morale della violenza, una volta negata cioè la barbarie insita nella violenza e giustificatene le conseguenze estreme, ci si debba arrestar presto?...

— È quello che vedremo.

E il marchese della Pipetta aveva già incominciato a dire:

— Ma sapremo difenderci... — quando balzò in piedi perchè il suo agente di campagna lo aveva chiamato in disparte. Gli amici lo videro impallidire, gestire e l'udirono gridare per due volte:

— Canaglie!... canaglie!...

— Che cos'è stato? — gli domandarono quando ritornò verso il tavolo.

— Nuove prove di civiltà!... Nuove prove di civiltà!...

— Ma di che si tratta?...

— Mi hanno incendiato tre _barchi_ (biche): uno a Magliano; uno a Malmissole e uno a Noceto!...

— Oooooooh!... — fecer gli _Agrari_.

— Ma non basta! Nella mia tenuta di Vecchiazzano mi hanno tagliate più di cinquecento viti!

— Ooooooh!... — ripeteron gli _Agrari_.

— Ma non basta!... Hanno saccheggiato il giardino della mia villa a San Pietro in Campiano e hanno incendiata la villa di mio cugino...

— Quale villa?...

— Il Conventino!

— Per Bios!...

Un uomo che si era seduto allora allora a un tavolo non discosto, balzò in piedi rovesciando il tavolo (vassoio, bicchiere e bottiglie compresi!), e gridando:

— _E' fugh!... E' fugh!..._ (Il fuoco!... Il fuoco!...) si scagliò verso la torre del Comune.

Era il nostro Mostardo.

Dopo non molto la campana d'allarme suonava a martello, senza tregua, senza riposo, in un impeto disperato. Pareva vi si fosser posti in venti a tirar per la corda. Non la si era udita mai tempestar così, soprapossa!... Annunziava il finimondo!

Dati i tempi che correvano, con quel po' po' di venticello rivoluzionario che spirava intorno, quella chiamata a raduno fece tremebondo più di un core. Suonavano al fuoco, o si voleva il popolo in piazza per altri scopi? Non era forse il tentativo di una rivolta improvvisa? Chi era che suonava?

Gli _Agrari_ furono tutti in piedi, in un battibaleno, il marchese della Pipetta si affrettò a squagliarsi, scivolando via sotto la propizia ombra dei portici. Il conte La Perla voleva farsene beffe, ma la sua beffa avrebbe dovuto appoggiarsi a un esempio che non si sentiva di dare. Anche il conte La Perla, con la scusa di incuorar le sue donne che potevano spaventarsi, dileguò per un'altra via. L'esempio fu seguito dai più. I rappresentanti la classe assalita con tant'impeto dal popolo, si addimostravano veramente, pieni di ferma fierezza e di incrollabile ardire.

Zìrolum rideva. Le mosche non c'erano più; c'era solamente il suo garibaldino core che si divertiva.

Degli _Agrari_ non rimasero che l'ex-onorevole Biancini, Gioacchino Albati, Cesare Baccicalupi e Oreste Malnessi. Quattro persone!... E gli altri avevano avuto molti bisogni improvvisi e molta gamba.

— Ma chi suona? Si può sapere chi suona?

— Credo sia Mostardo, — rispose Zìrolum.

— Mostardo? — domandò l'avvocato Albati. — E perchè?

La cosa turbò molti spiriti.

La borghesia vedeva il Cavalier Mostardo come un diavolo rosso. Se Mostardo dava l'allarme, qualche cosa di molto brutto doveva bollire in pentola!

— Ma perchè suona? — domandò Cesare Baccicalupi. — Suona al fuoco, forse?

Zìrolum strinse la testa fra le spalle:

— Chi lo sa? — rispose.

— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi, che era un giovane senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo.

Primi ad accorrere furono i ragazzi i quali incominciarono a far tanto strepito quanto non ne abbisognava, a mantener la calma nei pavidi cuori. Poi, un uomo che apparve, correndo alla disperata, mezzo vestito in borghese e mezzo in divisa, con, sulla testa un grand'elmo color d'ottone, adorno da un ricco pennacchio rosso e blu; e si diresse all'entrata del Palazzo del Comune, richiamò l'attenzione di molti.

— Ecco Asdrubale Tempestoni!...

— Allora è il fuoco!...

— Che cosa brucia?...

— Dov'è il fuoco?

I quattro _Agrari_ respiraron meglio.

— Povero Asdrubale — sospirò Cesare Baccicalupi, dottore in Agraria, notevolissimo; — povero Asdrubale, è sempre pronto!... Pochi Corpi dei Pompieri sono organizzati come il nostro. Solo in Isvizzera...

— Per carità!... Lasciami stare la Svizzera, adesso! — gridò l'avvocato Albati che era persona dabbene.

Ma il nostro Cesare era piuttosto testardo e aveva uno spiccato debole per la Svizzera.

— Perchè? — riprese. — I pompieri svizzeri possono servire di modello al mondo intiero!

Nessuno gli pose mente.

Asdrubale Tempestoni, come Curzio nella voragine, si scaraventò entro la gran tenebra del Palazzo Comunale. Gli si scagliaron dietro, a mano a mano, i suoi militi.

Giungevan dai quattro punti cardinali, galoppando via a gambe levate, inseguiti da uno stuolo di ragazzaglia urlante. Sorpresi dalla campana di allarme, chi sul lavoro, chi al santo desco, chi in delicate opere d'amore: e questi affaccendato in politici affari, e quegli in legittima guerra con la irosa consorte, spuntavano, sospinti dalla furia del dovere e dell'abnegazione, in sommarii abbigliamenti, così come si trovavano quando il disperato appello li aveva raggiunti. Senza giacca, in mutande, scalzi, in pedùli, una scarpa sì e una no, ma sempre belli di nobile ardore. Ve n'eran di tutte le età: teste calve e teste ricciute; faccie pompose di giovinezza e volti scarni di anziani, provati ormai a tutte quante le stazioni della vita.

E ciascuno pareva si trascinasse dietro, per le voci della ragazzaglia urlante, una vampa. A quando a quando dal nord, dal sud, dall'ovest arrivava un nuovo tumulto, poi ecco spuntare il milite affannoso ed affannato, precedente la torma dei piccoli _senza-camicia_; i quali piccoli, com'è proprio della natura loro, si eran già inabissati nello sbaraglio e, ebbri di strepito e di fialoppo, si eran creati la grande fantasia incendiaria onde muovere a spavento le donnine, raccolte in su l'usciuolo dischiuso.

— _Ch' s'èll stè, e' mi Signor?_ (Che cos'è stato, Dio mio?).

— _E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!_... (Il fuoco!... Il fuoco!... Il fuoco!... Il fuoco!...).

— _Jòso, purèta me!_... (Gesù, poveretta me!).

E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, congiunte le palme, e la faccia improntata alla più grande costernazione, davan l'avviso alle ritardatarie.

— _Aviv sintì, Marièta?_ (Avete sentito, Marietta?).

— _Ch' s'èll, néca?_ (Che cos'è, ancora?).

— _Dis cu j'è un fugh che mai piò!_... (Dicono che c'è un fuoco come non si è mai visto!).

— _Mo indò?_ (Ma dove?).

— _In l'ha dett. An sintì coma che sona la tora?_ (Non l'hanno detto. Non sentite come suona la torre?).

— _L'è e castigh de Signor!_ (È il castigo del Signore!).

— _Jòso! U s'ha d'avdè dla gran brota roba!_ (Gesù! Si devon vedere di novità molto brutte!).

Ma, in quella, passavan di corsa, berciando, i nuovi giovani. Allora, la _Catarena_, si faceva animo e li interpellava.

— _Dsi so, burdèll, duv'èll e' fugh?_ (Dite, ragazzi, dov'è il fuoco?).

— _Mo che fughi... L'è la rivoluziôn!_... (Ma qual fuoco! È la rivoluzione!...).

E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, si facevano il segno della santa croce, fulminate dalle bestemmie e dallo spavento.