Il Cavalier Mostardo

Part 15

Chapter 153,712 wordsPublic domain

Mostardo si precipitò nel Caffè, prese il nerbo di bue; uscì. In due balzi fu addosso ai giovinastri, i quali, non attendendo il subito impeto, rimasero dapprima sconcertati e si sbandarono. E le bastonate incominciarono a volare come una fitta gragnuola. Mostardo lasciava andare botte alla cieca, avventandosi nel folto. Sulle prime, ammaccò qualche testa e qualche spalla; ma poi, la cosa, non gli continuò tanto facile perchè gli assaliti, vistisi in buon numero, si riorganizzarono e, afferrate le seggiole del Caffè, si serrarono compatti e assalirono a loro volta, menando già alla disperata.

Vetrine, tavoli, seggiole, fanali andarono in frantumi, e, per un attimo, il Cavalier Mostardo dubitò della sua fortuna. La lotta era impari. Dodici erano i _rossi_ ed egli era solo. Ora doveva difendersi e non poteva aggredire. Infuriato sempre più dal dubbio di essere sopraffatto, teneva testa agli assalitori con tale e tanta violenza da renderli pensosi sul conto loro perchè ben sapevano che se per un attimo solo il Cavalier Mostardo riusciva a riprendere la supremazia, essi erano bell'e spacciati. E così cercavano di tempestare e di stringere sempre più da vicino il fiero avversario, allorchè il Cavaliere udì, dietro le spalle, una voce amica:

— Mmmmo... Mmmostardo, sta fffo-fo... sta fffforte che vve... che vvvvengo io!...

Era Coriolano, il _Donzello della Democrazia_.

E Coriolano entrò in lizza, con la sua obesità, lanciandosi da destra a sinistra come una palla di gomma elastica. Coriolano non combatteva in silenzio, ma, atteggiata la faccia ai più fieri spasimi, come i guerrieri selvaggi, urlava e combatteva a un tempo gli uomini e il cielo, tant'era la girandola di bestemmie che lanciava all'aria. Ed ottime e risolutive erano le sue intenzioni, povero Coriolano, senonchè una seggiolata maligna, che gli piovve sulla testa calva, lo mise fuori combattimento. Colando sangue si ritirò nel Caffè dove, immersa la testa in un catino, continuò a bestemmiare per darsi coraggio.

Nel frattempo però erano corsi al rumore molti amici di Mostardo e si eran gettati nell'infuriato torneamento. Fra i sopraggiunti erano i due inseparabili, e cioè il Moro Fabrizi e il Gobbo Pulizia.

Il Gobbo Pulizia non poteva molto, ma qualcosa volle fare: avventò contro i _rossi_ il suo lercio compagno, poi, appostatosi dietro una colonna, incominciò a scagliare addosso agli avversari ciò che gli capitava sottomano. Così volarono bicchieri, bottiglie, tazze, frammenti di seggiole e vai dicendo. Faceva quel che poteva, tenuto conto del suo incomodo dorsale.

Ma il molosso sopraggiunse e colui che doveva dar termine alla zuffa.

Veniva via, Bucalosso, per la vastissima piazza deserta e piena di sole. Aveva la doppietta sulla spalla.

Procedeva dondolon dondoloni e pareva non avvertisse il rumore della gran battaglia che faceva accorrere gli scarsi passanti. Non affrettava il passo, non alzava la faccia, invermigliata dal caldo. Ogni tanto levava una mano ad asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.

Arrivò così, pien di tranquilla serietà, al Caffè dei _rossi_, e solo quando fu per mettere il piede sotto il portico parve avvertisse lo strepito della battaglia.

Allora si fece solecchio di una mano, per meglio vedere, e, senza perdere l'abituale calma, domandò:

— _Ch's'èll tota sta cunfusiôn?_... (Che cos'è tutta questa confusione?).

Informato dello stato delle cose, e visto il Cavalier Mostardo che perdeva terreno, sempre senza scomporsi, si allontanò di un trenta passi dal campo della lotta, poi, puntata la doppietta e prese di mira le gambe dei rissanti, lasciò andare due solenni schioppettate a pallettoni.

Ne seguì un coro di urla e di strilli; si vide gente spiccar salti prodigiosi poi, in men che non si dica, avvenne una fuga generale.

In quel punto sopravveniva di gran corsa l'onorevole, il quale, veduto Bucalosso che soffiava tranquillamente nelle canne della sua doppietta, gli si accostò di un balzo e gli chiese, trafelato:

— Ma che cosa avete fatto?... Che cosa avete fatto?...

Alle quali affannate parole il nostro leone levò pacatamente la faccia e rispose col suo più bel sorriso:

— _A j'ho jatt par scumpartii!_... (L'ho fatto per dividerli!...).

L'onorevole si trascinò via il Cavalier Mostardo, Coriolano e il Moro Fabrizi. Questi tre erano piuttosto malconci.

— Sssss... sssi! — disse Coriolano — Mmmmm... mo-mo... mmmo le hanno ppppp... le hanno ppppre-pre... le hanno prese loro!...

— Bel conforto! — mormorò l'onorevole.

— In quanto a questo ce ne sono quattro che dovranno andare all'ospedale! — soggiunse Mostardo.

— A Pigrènd la testa glie l'ho rotta io! — disse il Moro Fabrizi.

E Coriolano:

— E a Pppppph... a Ppppu-pu... a Pulìno... chhh... chhhhh... chi glie lo dà... il ddddd... il dddi-di... il ddito che gli ho mangiato?...

Frattanto, sgombro il campo dai rissanti, sopraggiunse la pubblica forza. Allora anche gli ultimi curiosi si sbandarono prudentemente e, fra i rottami, non rimasero che Tugnîn e l'Uomo Pacato.

Dell'Uomo Pacato si nasconde il nome, per non turbare, col benchè minimo rumore, i raccolti silenzi di questo antico goditor della carne, abbandonato ora, poi che, nel suo primo autunno, la vita gli ritorna in cenere, a interminabili meditazioni fra gli orti e i giardini della sua rossa Tebaide.

Alle domande investigative della pubblica forza, Tugnîn si strinse fra le spalle e rispose:

— Io non ho visto niente. Queste cose non mi interessano. Sono un pessimista!

Ma l'Uomo Pacato parlò e disse:

— Signori miei, anche se i mattoni favellassero, e le pietre, voi non avreste il potere di risolver la contesa. Non vogliate ingiustamente accusare l'omertà romagnola. Queste cose si compiono, fra di noi, da duemila anni e più. E sempre ce ne siamo trovati bene, se pure non abbiamo saputo cogliere il saggio insegnamento che poteva derivarcene. Io non sono un lusingatore di plebi e potete ascoltarmi. Mi chiamano l'Uomo pacato. Dopo una consumata vita per tutte le Corti e i Piaceri e le moderne Magnificenze sono ritornato al silenzio dei miei primi giorni. Non ho parte; o meglio non ho se non quella parte che ridonda in maggior e prodigo amore al mio popolo. Potete ascoltarmi. Ciò che qui si è consumato, non ha tragica importanza. È il frutto del luogo. La terra dei cocomerai si inebbria di ogni cosa rossa: così di una bandiera, come di un'idea e del suo sangue. Chi vorreste punire?... La legge non può aver luogo! Non può aver luogo se non a patto di deformarsi e di lasciar le cose come stanno e come sempre sono state. Qui si è combattuto; si vede. Prendete atto dell'avvenimento e non cercate di più. Il Governo della Pubblica Cosa ci venga incontro per altre strade. Noi anche possiamo amare esasperatamente, come esageratamente odiamo per aver dimenticata, in tal modo, l'immensa vanità che non ha più Dio. Anche fra questi rottami Iddio è morto; ma, se rinascesse, in Suo nome, noi, per esser fedeli all'eredità di cui Egli ci volle contrassegnati, spargeremmo il campo di rottami diversi e a Lui vorremmo consacrato il bello e folgorante vermiglio del nostro sangue che fiotta. La Politica è una contingenza, Signori miei. Ma, domani, chi sa di qual nome vorrà fregiarsi la nostra incorruttibile battaglia?...

E l'Uomo Pacato finì di parlare, e, sempre sorridendo ai bracchi governativi, riprese la sua strada nel gran sole dell'estate.

CAPITOLO XI.

_Qui si fa cenno della Città del Capricorno, de' suoi abitanti, delle sue classi e categorie, del come e del perchè ivi venisse covato l'uovo gallato della Democrazia e di altre cose notevoli, insigni ed ammirabilissime._

A mezzogiorno, il Cavaliere vide il Trancia e Giovannone. Si chiusero in camera segretissimamente.

— Ora mi renderete conto di quello che avete fatto!

— Dovrete ringraziarci! — rispose Giovannone.

— Prima di ringraziarti, di' un po': sei informato di quanto è accaduto?

— Che cosa è stato? — fece il Trancia.

— Come?... non lo sapete neppure?

I due si guardarono negli occhi.

— Volete parlare della marchesa?

— E di chi, allora?... Della signora Zabetta?...

— Bene — domandò il Trancia: — che cos'è capitato alla marchesa?

Mostardo balzò sulla poltrona.

— Una nespola!... Ma niente!... È andata a passar le acque per rinfrescarsi!...

— Vi sbagliate — disse Giovannone.

— Come, mi sbaglio?...

— La marchesa non è alle acque.

— E dov'è, allora?

— È in campagna.

— Non è vero!

Il Trancia e Giovannone dissero ad una voce:

— Glie l'abbiamo mandata noi!

Allora il Cavaliere appoggiò le mani ai bracciuoli della poltrona; spalancò due occhi come due palle da cannone; si sporse e fece:

— Voooooi?...

— State a sentire — disse il Trancia.

Mostardo stette a sentire. Le sopracciglia inarcate; un baffo in giù e l'altro in su; i capelli arruffati; strappate le vesti; insanguinata la camicia; piena di cerotti la testa; una mano nascosta dalle bende; livido e tumefatto. Ma era contento perchè sapeva di aver rotto qualche braccio e qualche gamba, sapeva di aver cambiato i connotati a qualcuno: di aver soppresso il naso a Tizio; di aver riformata una mascella a Caio ed altre coserelle del genere. Era stato sempre lui, anche solo, contro dodici _versipelle_!... L'uomo che si deve guardare da lontano!... Questo aveva fatto osservare anche all'onorevole, il quale, d'altra parte, non aveva trovato che parole di elogio e di compiacenza per ciò che riguardava l'opera e il comportamento del Gran Mostardo... Solo Bucalosso... Ah, quel Bucalosso, con la sua testa da cioccolatino!... Ma perchè non era nato bue? Come tale avrebbe trovato un posto convenientissimo nella società; ma come uomo?...

— Be'... racconta e fa presto!

Allora il Trancia disse, mentre Giovannone veniva man mano sorridendo di compiacenza:

— Tutti sanno che voi siete stato a far visita alla marchesa; che la francese è venuta qui...

— E che cosa c'entra la francese?

— Dicono sia la vostra amante.

— Non è vero!

— Lo dicono.

— La francese è una donna onesta!

— Be', la gente dice questo. Allora i _rossi_, dopo il fatto Borgnini, l'avevano pensata bella!

— Che cosa avevano pensato?

— Vi volevano far rubare la marchesa.

— A me?

— Sì, a voi.

— E per che farne?

— Per un ricatto, e sono venuti ad offrirci un buono da mille.

— E voi l'avete preso?

— State a sentire! Dunque noi andavamo in un'osteria, e in questa osteria ci venivano tre uomini che stavano sempre insieme a un tavolo; e ci guardavano, ci guardavano! Una volta dico a Giovannone: — Quelli là vogliono sentire il sapore delle nostre mani!... Dì che non la smettano e vedrai!... — E una notte che ci venivan dietro, mi fermo, deciso a tutto e domando: — Be'... avete niente da spartire con noi?... — Allora uno si fa avanti e dice: — C'è un bono da mille per te e per il tuo compagno. — Insomma, per farvela corta, ci dissero quello che ormai sapete. Noi, sulle prime, facciamo gli sdegnati, poi accettiamo. Allora i compari cominciano a dire: — Voi dovete fare così e così... — Un momento! — rispondo io. — Volete che la marchesa sia rubata?... — Sì!... — Va bene. E noi la ruberemo, ma vogliamo pensarci da soli. — Sì, dicon loro, ma chi ci assicura che non intaschiate i soldi e non ne facciate niente?... — Giusta! — rispondo. — Vuol dire che, quando la ruberemo, sarete con noi. Va bene?... — Rimanemmo d'accordo. Bisognava rubarla...

— E allora?

— Allora io domando di parlare alla marchesa e le spiffero tutto. Se non è morta ci è mancato poco! Le aveva preso un convulso che le ballavano perfino le sopracciglia! Un bel fatto!... — Non abbia paura — le dico — noi siamo qua per la sua salute!... — Io avevo già adocchiato la Spingarda.

— Quale Spingarda?...

— La cameriera. Ha, press'a poco, l'età della marchesa e, anche lei, è un bel spaventa passeri! Dico alla marchesa il mio piano... Così e così!... Chiamiamo la Spingarda. Arriva con una faccia da allocco che pareva piovuta dal cielo. — Tu devi venire con noi e devi fare quello che ti diremo!... — O non si mette a piangere?... Sicuro! Si mette a piangere che pareva una fontana! — Ma va là, che nessuno ti tocca!... Chi vuoi che ti tocchi?... Non ti guardi nello specchio?... Non siam mica bestie!... — Ma dovete sapere che la Spingarda è una _Figlia di Maria_ e le _Figlie di Maria_ hanno giurato di ritornare in Paradiso con tutte le loro cose, senza averle adoperate mai. La marchesa incomincia a parlarle. Dice: — Questi sono galantuomini. Quando te lo dico io!...

Il Cavalier Mostardo scoppiò a ridere e rise anche il Trancia.

— Basta: riuscimmo a convincerla. Adesso, per capir bene, dovete sapere che la marchesa tutte le sere, all'_Ora di notte_, esce di casa e non so dove vada. La gente dice che va a fare all'amore. Se ne son viste anche delle peggio!... Io dico ai miei uomini: — Domani sera la marchesa uscirà alla tale ora... passerà da questa strada dove non c'è mai nessuno e neppure un fanale. Noi l'aspetteremo e la porteremo via. — Accettato. E, la sera dopo, la Spingarda si veste coi panni della padrona. Ha l'ordine di non parlale, ma solamente di piangere. Arriva, la prendiamo... piange... Il colpo è fatto!

— Ma non l'hanno riconosciuta?

— No. Aveva, sulla faccia, una benda nera.

— E dove l'avete portata?

— In una villa, sopra Dovadola. Lassù non vanno a trovarla, no!

— Ma a chi l'avete lasciata?

— Ai contadini.

— E i _rossi_ sono convinti che sia la marchesa Alerami?

— Convintissimi!

— Bene!... E avranno avvertito il clero!

— Li sentirete, domani, i preti!

— Naturalmente me la sono rubata io, la bella fragola!...

— Sicuro, voi! Per un ricatto.

— Bell'ingegno!... E chi vuoi che lo creda?...

— Caro Mostardo, vi vogliono buttar giù, vi vogliono!... E tutti i mezzi son buoni.

— Staremo a vedere. Per ora vi ringrazio. Avete agito da galantuomini. Sarete contenti di me. Bisognerà che la marchesa rimanga ben nascosta, fino a quando non le diremo di venir fuori.

— Oh, non si muoverà! — disse Giovannone. — Ha troppa paura.

— Ma bisogna avvertirla.

— L'abbiamo fatto — soggiunse il Trancia.

— Benone.

Poi si separarono e tutti erano contenti; ma il Cavalier Mostardo vedeva il cielo del suo trionfo.

Quando fu solo scrisse:

_Cara Mignon del mio cuore_,

_Occhio per occhio e dente per dente! Questa notte tu mi hai aperta la strada del Paradiso! Grazie! Grazie! Sono contento come una Pasqua. Mi hai dato una bella soddisfazione, per Bios! E io ti ho trovata la marchesa. Sì, te l'ho trovata con tutti i suoi ammenicoli sana e salva. Sono bravo? Ma bisogna che rimanga dov'è. Ti dirò poi a voce._

_A morte i TAMBURIERI!_

_Tu sei la mia COCCA! Allegri, Mignon! Non aver paura di niente. Io sono un galantuomo e so tener l'acqua in bocca! Fra noi non c'è stato niente. Se qualcuno parla, lo ammazzo._

_Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone!..._

Rimase così, con la penna a mezz'aria, e guardava il soffitto. Cercava un'idea discreta per dir tutto e per non passare al di là. Però Napoleone lo disorientava un poco. Come avrebbe finito? Si prese la fronte fra le mani: ponzò, riflettè, rincorse l'idea. Ecco:

_... L'avevano fatto per le vittorie..._

Chi?... Ma il letto, evidentemente! E dopo? Forse bisognava parlar di battaglia. Ma non sarebbe stato troppo? E allora? Scartata la battaglia, che cosa rimaneva per arrivare alla vittoria?... E cancellare non voleva! Incominciò ad aver molto caldo. Rilesse:

— Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone! L'avevano fatto per le vittorie... Già!... L'a-ve-va-no fat-to per le vit-to-rie...

Gli venne in mente, guardando intorno, la bandiera. Bene. Ecco l'idea:

_... e noi ci siamo passati con la bandiera rossa del nostro amore! Evviva la Repubblica!_

_Il tuo_: GIANNI.

Chiuse la busta; scrisse l'indirizzo; ma da chi avrebbe mandato la lettera, per non compromettere Mignon? Non restava che impostarla. Già! Ma a lui premeva di far saper subito alla sua bella come stavano le cose.

Allora Rigaglia?... Benissimo!... E per spedirlo al Conventino?

La sua faccia si rabbuiò.

— Ah, povera Carlotta!...

Quello anche era un dramma della sua vita. Non per il valore, ma per la bestia. Proprio per lei, povera Carlotta, che era tanto affezionata! Tale e quale alla Carlotta del _Werther_.

Be', avrebbe preso un asino a nolo e avrebbe mandato Rigaglia.

Suonò. Ecco il domestico nemico.

_Tok-tok... tok-tok... tok-tok..._

Rigaglia entrò. Stette a sentire tutto quanto gli disse il suo padrone. Aveva capito benissimo. Ora stava per andarsene quando si sentì richiamare.

— Rigaglia?

— Eh?...

— Vieni qui.

Tornò indietro.

— Cosa volete?

— Mettiti a sedere su quella seggiola.

Rigaglia guardò la seggiola, guardò Mostardo. Non capiva niente. Domandò:

— Perchè?

— Ti ho detto di metterti a sedere su quella seggiola!

La faccia del colosso era molto nera.

Rigaglia ubbidì senza distaccare gli occhi dalla faccia del padrone. E lo vide levarsi... e lo vide andargli vicino... e non ne fu molto rincorato.

— Togliti le scarpe!

Che cosa?... E perchè doveva togliersi le scarpe?... Il povero Rigaglia guardò i suoi scarponi, guardò il Cavalier Mostardo e domandò ancora:

— Perchè?

— Ti ho detto di toglierti le scarpe!

Bisognava ubbidire. Si chinò a fatica; incominciò a sciogliere i lacci.

— Fa presto!

— Sono dure...

Oh Dio che non volevano venire! Finalmente riuscì a toglierne una e ristette pien di fatica.

— Anche l'altra! Presto, chè non ho tempo da perdere.

Domandò ancora; ma con un filo di voce quasi sentimentale:

— Perchè?

Ma si era già inchinato ad ubbidire. Riuscì a sradicare dagli enormi piedi anche la seconda e la posò accuratamente vicino alla prima. E adesso?... Purtroppo non tardò a capire.

Il Cavalier Mostardo si chinò, raccolse le scarpe di Rigaglia e prese risolutamente la via della finestra.

— Cosa fate?

Ma le adorate scarpe eran già volate nella concimaia.

Allora Mostardo si voltò, con la sua faccia burbera, e disse a Rigaglia:

— Così imparerai ad ubbidirmi!... Quante volte te lo dovevo dire che, in casa mia, non voglio vedere gli scarponi coi chiodi?... Adesso basta e va dove ti ho detto.

E il povero Rigaglia fu costretto ad andarsene in pedùli, senza neppure poter rifiatare.

— E mangiare?

Rigaglia era partito. Eran quasi le due del pomeriggio.

— Andrò da Spadarella.

Gli ritornò una sconfinata allegria. Si guardò nello specchio. Le ammaccature e le bozze e i lividori e i gonfioni non gli deturpavano la faccia. Anzi gli sembrava di essere più piacente.

Chissà che cosa avrebbe detto la sua bambina! Ma ci era abituata. E Spina Rosa?

— _Jòso, la mi Madona!..._ (Gesù, Madonna mia!).

— Non fate la sciocca. Sono cose che capitano a chi non sta sempre intorno ai fornelli e per le chiese!

Ma, quel giorno, il centro del suo mondo era Mignon. Ne era ebbro. Se la sentiva ritornare come un profumo che dà le vertigini. E, come gli toccava sempre, quando era al colmo della contentezza, dovette cantare.

Incominciò, mentre si aggiustava la cravatta innanzi allo specchio:

_Non conooosc'... iiiil... beel suooooool..._

La sua voce si liquefaceva, per la gran dolcezza, sull'ultima _o_.

_... che di porpooooor'è... il cieeeeeeeel?..._

Quando cantava, non badava più nè alla grammatica, nè al senso, nè a niente. Era l'aria!... Era il motivo musicale che l'occupava, la gran tenerezza della voce.

Aveva scelto un'aria della _Mignon_. Sfido! Tutto il mondo era Mignon.

Ora girava per la stanza non rammentando che cosa dovesse fare; ma continuava sempre più intenerendosi; (e aveva una bella voce, l'assassino!..).

_... dov'il miiiirt'eeee.... l'alooooooor..._

Ci metteva una sola _elle_, ma il sentimento era lo stesso. _Alloro_ o _aloro_ che cosa importava?... Era quel gran cane del cuore che andava incontro al Paradiso!

... _fann' un beel... cespiceeeeeel..._

Il _cespicello_ del mirto e dell'alloro (Mostardo pronunziava _aloro_), era una sua invenzione. Non rammentando il verso originale ne sostituiva uno purchessia. Ora arrivava il gonfiore armonico!

_La — giùuuuuuuu..._ _... uuuuuuuuuuu..._

E si fermò per regalare tutta l'aria che aveva nei polmoni a quell'_u_.

_Vor-rei ri-tor-naaaaa... aare..._

Riprese fiato.

_A — maaaaaaar'-eee-moriiii-iii-iiir..._

Per Bios, che roba!

_Lag — giùuuuuuuuuu... Vor-rei_ _ri-tor-naaa... aaaareeeee..._

Alzò gli occhi al cielo turchino.

_A — maaaaaaaaaaaaaaaaaaar_...

Ma che cos'era, dunque, che saliva, con la sua voce, più su della cima del campanile?

_eeeeeeeeee_...

Ecco lo spasimo, l'amore, l'elevazione, il sublime, nello spegnimento, nella nota esigua, trasparente, quasi impercettibile come il filo del ragno, salvi i diversi orifici. Ecco...

... _eeeeeeeeeeeeeeeee_

— punto e virgola —

... _moooo — riiiiiiiiiiiiiiiiiir!_...

E avvenne ch'egli si trovasse, proprio agli angoli degli occhi, due vergognosi lacrimoni i quali ruzzolaron via presto presto per non farsi scorgere.

Ripetette mentalmente, e l'onda del suono lo teneva tuttavia:

_Amar e morir!_

Ma sicuro, morire! Quand'un uomo ha dormito in un letto di Napoleone, può ben morire! E Mignon gli si addolciva come una creatura intravista attraverso gli inganni, le lusinghe, le seduzioni, le illusioni dell'arte e del teatro; e il povero Mostardo ne sarebbe morto. Aveva raccolto tanto miele che sarebbe morto senza profferire parola. C'era un mare e ci si buttava dentro. Ci buttava il cuore e l'animaccia entusiasta.

_Canta sirena..._ _la luna è piena..._ _Elèna... Elèna..._

Egli era un gran frequentatore di teatri; ma gli piaceva l'opera. L'opera, il canto. Allora gli si aprivan le porte del paradiso. Ne' suoi bei venti anni, con diciotto o venti soldi in tasca, d'inverno, e la neve riempiva le strade, e il freddo si faceva sempre più cane, con dieciotto o venti soldi in tasca, quando c'era l'opera a Ravenna, o a Imola, o a Cesena, o a Lugo, se ne andava a piedi, coperto solo dalla sua giovinezza, e percorreva trenta e quaranta chilometri per trovarsi alla porta del teatro al cominciare dello spettacolo. Saliva allora, dissanguandosi per pagare il biglietto d'ingresso, in un angolo del loggione, e, una volta lassù, appoggiato al parapetto, gli occhi larghi e la faccia estatica, dimenticava la fatica, la stanchezza, il freddo e la fame. Se c'era uno spettatore che si facesse portar via tutto quanto dall'arte dei suoni e dalla finzione scenica, questo spettatore era lui. Se c'era un cuore che dimenticasse tutto il resto del mondo per abbandonarsi alla suggestione e all'entusiasmo, questo cuore era il suo. E si sbracciava, e strepitava e berciava come un ossesso.

— Bene!... Brava!... Bis... biiis... biiiiis!

Aveva una voce che avrebbe riempito venti teatri. Lo prendevano per un _capo-claque_ e non era che un povero diavolo innamorato. Con tutta la sua miseria si trovava più ricco di un Creso, in quelle sere. Allora, per una prima donna o per un tenore, avrebbe fatto tranquillamente le coltellate. Non già che le prime donne o i tenori lo commovessero come tali; no, non si trattava di questo. Per lui, i celebri canterini, avevano la virtù di continuare a vivere sotto la veste di una _Aida_, di un _Trovatore_, di una _Traviata_; e non avrebbe saputo concepirli diversamente. Li amava sotto la specie degli eroi da ribalta, perchè dalla ribalta la sua esuberante giovinezza traeva il principale, se non il solo alimento agli entusiasmi.

A spettacolo compiuto, rieccolo in via. Il freddo era più cane, la neve era più alta. Certe nottate in cui morivan di freddo anche le stelle. Aveva un cencio di _capparella_, ma non se ne serviva. Portava con sè il fuoco dell'arte. E, non appena fuori dalla città, in aperta campagna, sotto la furia dei gelidi venti, eccolo a cantare a tutti polmoni. Si _portava via_, a volta a volta, quasi tutta un'opera. Aveva un orecchio maestro.