Part 14
Incominciò a camminare avanti e indietro, avanti e indietro in uno spazio di cinque metri. Poi contò i passi:
— ... sei... sette... otto... nove... dieci...
Gli mancava il respiro; aveva, per tutte le membra, certi stiramenti, certe ansie! Ogni tanto si soffermava a sbirciare una piccola porta.
— Forse verrà per di là! Ma perchè non arriva?... Vorrà vestirsi. Ce n'era proprio bisogno?
Ah, amore, amore!
Udì stridere una serratura (gli pareva di venir meno!); intravvide uno spiraglio di luce; la porta si aprì.
— Mostardo?
— Eccomi!
Di un balzo le fu vicino. Ella lo fece entrare. Era seria seria e vestiva correttissimamente.
Be', che scherzi erano quelli?
Gli fece strada; svoltò a destra senza salir le scale.
Balbettò:
— Vi domando scusa di essere arrivato tanto tardi!
— Vi aspettavo perchè devo parlarvi di una cosa molto grave.
— ... molto grave...?
— Sì.
— E che cos'è successo?
Ninon Fauvétte, fior di Parigi, non rispose a tutta prima; continuò a camminare. Come fu giunta in un salotto dalle pareti rosse, posò il lume sulla tavola e, rivolta a Mostardo che la guardava allibito, gli domandò:
— Non sapete quello che è successo?
— Ma che cosa, in nome di Dio?
— Madama la marchesa è scomparsa!
Il povero Cavaliere fece un salto indietro e si lasciò uscire un: Porco Dacco!... che fece tremare i vetri. Poi rimase così con la più meravigliosa e meravigliata faccia che mai si fosse veduta. Nè, preso nel turbine e trasportato dall'equatore al polo nel cuor di un secondo, poteva in un qualsiasi modo riequilibrarsi, perchè tutto gli sarebbe stato agevole a pensare toltone l'enormità che gli si avventava contro rovinosamente.
Balbettò:
— La marchesa?... Scomparsa?...
— Da un giorno e mezzo, caro cavaliere — riprese Ninon Fauvétte, — e, fino ad ora, ogni ricerca è stata vana.
— Vana?
— Precisamente! Tutto è stato tentato senza frutto. Ora non restate che voi.
— Io?...
— Sì, voi!
Che imbroglio!... Santa Reparata, che imbroglio!... Ripensò alla marchesa Alerama. Una donna sulla cinquantina, magra, rugosa, bianchiccia, tremolante... chi poteva averla rapita?
— Scusate... — incominciò Mostardo che cercava riordinar le idee — a che ora è scomparsa la marchesa?
— È uscita di casa l'altra mattina.
— E non è ritornata?
— No.
— E dove andava quando è uscita?
— A Bologna.
— A Bologna?... Ma allora i miei uomini non ne hanno colpa. Non potevo mica farli correre in treno, io!
— Sì, ma ci è stata segnalata la sua partenza da Bologna la sera stessa.
— E non è arrivata?
— No.
— Be', si sarà addormentata in treno. Questo può capitare anche a una marchesa!
— Abbiamo telegrafato a tutte le stazioni inutilmente.
— Ma... scusate... la marchesa non può mica essere conosciuta da tutta la popolazione del Regno!
— Sì, ma il conte Prezzi assicura di averla veduta discendere a Savignano.
— A Savignano?... E perchè a Savignano e non a casa sua?
— Questo è il mistero!
— Andiamo Mignon!... — Il Cavaliere sorrideva e incominciava ad avere il respiro più libero. — Perchè poi lo chiamate mistero?...
— Caro cavaliere, la cosa è più seria di quanto non pensiate!
— Ma io penso, Mignon, io penso che una signora che discende a un'altra stazione... un poco più lontano... ecco... avrà avuto un motivo per allontanarsi...
— E quale motivo?
— Oh Dio!... Una penombra...
— Non capisco.
— Ma sì... una distrazione! Siamo d'estate... A Savignano ci sono tante ville!... La marchesa guardava dal finestrino... Il controllore non le ha chiesto il biglietto... e, uno dimentica dove deve discendere. Un poco più in là può far più fresco!
— Mi sembra abbiate voglia di scherzare, questa notte! Io non ne ho punta!...
Il Cavalier Mostardo a tale risposta piuttosto arcigna si fece molto serio. Si levò, aprì le braccia come per dire: — Ebbene e che ci posso fare io?.. — Poi cercò il cappello.
— Dove andate?
— A casa. Ho fatto piuttosto tardi. Sono le tre e un quarto.
— E... mi lasciate così?
— Come dovrei lasciarvi?... Ero arrivato come una girandola...
— Non mi date nessuna speranza?
— Ma, cara Mignon, volete che vi dica il mio pensiero?
— Sì.
— Mi pare che, da un fuso, voi vogliate far nascere una rovere!
— Perchè?
— Ma perchè la marchesa, questa sera, discenderà al suo palazzo, fresca fresca!
— Magari fosse vero!
— Ma non crederete mica ve l'abbiano rapita?... A quell'età!... Andiamo!...
— Eppure... una vendetta politica...
— Ma no!... Cosa volete se ne facciano, i _tamburieri_, di quel campione!...
— Un ricatto.
— Impossibile. Avrebbero preso lui e non lei. Una donna strilla troppo. Poi, una donna di quella razza!...
— E voi non farete nulla?
— Vedremo. Domanderò...
— E le vostre promesse?...
— Già!... Ma... e le vostre?...
— Mostardo!... In questi frangenti!...
— E io non sono sempre fra i frangenti?... Eppure mi vedete qui che pare abbia vent'anni!
Ninon Fauvétte sorrise, il dolce fior di Parigi.
— Siete sempre un poco matto...
— Io sarò un poco matto, ma voi avete una bella ritenutezza!
— Che vuol dire?
— Scusate, Mignon, dopo la vostra lettera?...
— Ebbene?
— Come: ebbene?... Io sono un uomo, mi sembra...
— Chi ne dubita?
— E allora?... Voi siete qui sola... io arrivo, dopo una tempesta, arrivo perchè non abbiate paura e voi... voi non mi date neppure il mezzo per consolarvi!...
Ninon Fauvétte scoppiò a ridere.
— Andiamo, Gianni, sedete qui...
E gli fece posto sul divano.
— Volete una tazza di the?
— Grazie. A quest'ora non bevo.
Una pausa.
— Mignon?...
— Cosa volete?
— Non avete sonno?
— Piuttosto...
— Anch'io! E... questa notte non volete dormire?
— Io?... Sì!...
— Anch'io!... Mignon?... Fate conto che io sia una povera vecchia signora... Sì?... Io sono una povera vecchia signora... Voi avete tanta paura del buio, della solitudine!... Arriva la vostra amica e voi dite: — Ho un letto tanto mai grande!... Un letto di Napoleone. Possiamo benissimo dormirci in due!...
— Scusate... per chi mi prendete?
— Vi prendo solamente per me!... Parola d'onore!...
Ninon Fauvétte gli si abbandonò fra le braccia.
Poi il lume toccò a Mostardo. Salirono due rami di scale. Dopo, entrarono nella strada di Adamo ed Eva.
Quando cantarono i galli il Cavalier Mostardo fu in piedi. Era raggiante. Anche Ninon Fauvétte era raggiante. Questo capita ai buoni camminatori, lungo la strada di Adamo ed Eva. L'ultimo bacio non era mai l'ultimo. O era lei che lo richiamava; o era lui che ritornava. Ninon Fauvétte era bella e le cose ben godute piacciono assai.
— Per Bios, ho davvero vent'anni!...
— Sei un amore!...
Mostardo avrebbe preso il letto di Napoleone, per portarselo via, tant'era grande il suo cuore!
— Se io sono un amore, tu sei la bandiera delle meraviglie!... Tu sei il campanile e la _rondinina!... Ts'i tânta béla ch'at magnarèbb viva!..._ (Sei tanto bella che ti mangerei viva!...).
E aveva certi rinnovati impeti! Ma bisognava partire. Conchiuse:
— Tutto il mondo non è che un _trocaico_! Solo per te si dovrebbe morire!...
Ella lo abbracciò stretto stretto poi si fece promettere mille cose ch'egli naturalmente promise.
Sulla porta si fermò ancora a guardarla. La luce dell'amore era su quel volto vermiglio. Ninon Fauvètte era veramente bella nel suo armonico abbandono.
E doveva lasciarla!...
Noi non abbiamo ancora definito il temperamento di un romagnolo puro sangue, nè lo definiremo, chè il nostro eroe si incaricherà di dimostrarlo per conto suo, coi fatti.
Come adunque fu giunto sulla porta ed ebbe veduto, rivolgendosi, quale soavità era costretto a lasciare (e restar non poteva, senza compromettere il buon andamento di centomila cose e una!) fu tanto e tale il dispetto che, non potendo prendersela proprio con nessuno, si lasciò andare tale un violento pugno sulla testa, da traballarne. Poi non volle ascoltare la voce e il tenero invito di lei; non volle sapere più niente e, infilate le scale, si buttò giù a precipizio, chè gli avrebbe fatto piacere se si fosse rotto qualcosa. Ritrovatosi all'aperto, si accorse di aver dimenticato il cappello, ma non se ne curò. Infilò il viale di corsa. Era indispettito e felice. Però ad un tratto, impietrì.
Si guardò intorno, si soffregò gli occhi.
— E la Carlotta?...
Non c'era più! Non c'era più traccia nè di Carlotta, nè di barroccino.
— Per Bios, me l'hanno fatta!...
E ritornare non poteva. E non poteva chiedere ai contadini del Conventino se, per caso, non si fossero sbagliati.
Come fare?... Un turbine di dubbii e di sospetti gli annebbiò di un subito la mente. Dal Conventino alla Città del Capricorno c'erano quasi venti chilometri di strada. Egli non poteva percorrere la distanza a piedi e voleva essere a casa prima di giorno.
— Figli di cani!...
Pensò di andare da un contadino, amico suo, che non stava troppo lontano. Si sarebbe fatto ricondurre in città. Ma come spiegare le sua presenza in quei luoghi, così, senza cappello e senza cavalla?
Be', avrebbe inventato qualche storia.
— Sì, ma il _tamburiere_ che mi ha rubata la Carlotta, può ringraziare il suo Signore se arriva alla fine dell'anno!
E, questa volta, il Cavalier Mostardo non diceva per ischerzo.
Allorchè Rigaglia corse ad aprire la porta e si trovò di fronte il Cavalier Mostardo, così senza cavalla e biroccino, tanto fu lo stupore che lo vinse che ne rimase intontito; poi, quando volle aprire bocca, se la trovò tappata. Mostardo aveva previsto le domande del suo fido nemico e siccome aveva deciso di non dir niente, era ricorso alle misure estreme.
— Guai a te se parli e se mi domandi una cosa sola!... Hai capito?... Guai a te!
E siccome il viso di lui era tutt'altro che chiaro, Rigaglia, anche quando si trovò con la bocca libera, non fece parola. Però scosse il testone e ritornò mogio mogio nel cortile come se avesse, sulle spalle, il peso di tutte le disgrazie del mondo.
Mostardo salì in camera sua e fece un po' di toletta; ma non seppe indugiare come al solito.
Non una gli riusciva bene fino in fondo. Tanto amore, tanto abbandono, una così piena conquista, poi il disastro di Carlotta. Egli avrebbe sacrificato certissimamente Carlotta a Ninon Fauvétte, fior di Parigi; non era per il valore della bestia e del biroccino ch'egli si faceva oscuro, ma per il tiro che gli avevano giuocato.
Chi non conosceva la Carlotta in tutta la Città del Capricorno e nel suo territorio? Il ladro adunque non avrebbe potuto approfittarne se non filando molto lontano; però era certo che non si trattava di un ladro volgare. Fin dal primo istante si era detto:
— La Carlotta è coi _rossi_!
E la Carlotta doveva essere indubbiamente in mano ai _rossi_, come ostaggio.
— Si tratta di un furto politico!
Be'! Ma ciò che gli seccava di più era la complicazione del Conventino. Chi aveva portato via la sua buscalfana doveva essere entrato nel Conventino: dunque qualcuno lo aveva pedinato e lo aveva visto entrare!
Questa era la spada di Damocle sulla testa della sua riputazione! Perchè non si era mai detto che il Cavalier Mostardo avesse messo una donna in piazza. Nessuno poteva asserire di aver avuto confidenze indelicate da lui, circa le sue avventure amorose; egli si era chiuso sempre nel riserbo più immacolato. Fosse pur stata l'ultima _pubblicana_, dal momento che gli aveva concesso i suoi favori, gli diveniva sacra. E questo sapeva la gente maligna della città e del contado e per questo, forse, gli avevano giuocato il tiro birbone. Figurarsi se tutti i _tamburieri_, tutti i _versipelle_ non volevano approfittare della sua entrata nell'aristocrazia!... È ben vero che a lui restava l'intima dolcezza di essersi coricato, per trionfo d'amore, nel letto di Napoleone (ormai aveva fissato che il letto doveva essere di Napoleone!), ma tale dolcezza, per essere compiuta, doveva corroborarsi nella quietudine del segreto; invece....
— Ah, ma, per Bios, io romperò la faccia al primo che aprirà bocca!
Ed aveva risoluto di far questo senza neppur discutere, ricorrendo alla sua vecchia massima romagnola: — _Prema dàli, pu prumètli!..._ — (Prima dalle, poi promettile!).
— E te, poverina (ora parlava a Ninon Fauvétte, fior di Parigi), puoi dormire i tuoi sonni tranquilli! Se ti ho compromessa ti dovranno rispettare come la Madonna del Fuoco!...
Ma nicchiava in sè, il buon gigante e, in verità, era turbatissimo. Anche la faccenda della marchesa non gli sembrava tanto limpida. Perchè, almeno, avrebbe dovuto telegrafare a casa! Ma lo scomparire così, come una giovinetta di sedici anni che si fa rapire da un passerotto innamorato; quel suo dileguarsi nella sera, quel discendere ad una piccola stazione e squagliarsi nel silenzio, non era nè logico, nè naturale.
— Amore?... Per Bios!... Ma una madre di famiglia che avrà quasi settant'anni?... Fosse una verginella con la sua pudicizia da custodire!... Andiamo!... A quell'età, se l'amore torna indietro, la fa più pulita!...
Allora non rimaneva che pensare a un tiro politico.
— Se hanno saputo che io la difendevo è certo che se la sono presa!
Bisognava che, prima di mezzogiorno, egli parlasse con la _guardia del corpo_. I signori Trancia e Giovannone dovevano rendergli conto esatto del loro operato nelle ultime ventiquattro ore e dovevano eziandio rispondere dell'inopinata assenza della marchesa.
Chiamò Rigaglia:
— Va fuori subito. Cerca Trancia e Giovannone e falli venir qui per mezzogiorno in punto. Hai capito?
— Sì.
Rigaglia se ne andò. Il Cavaliere discese nel cortile... gettò una occhiata verso la stalla e ancora gli prese una grande stretta al core. Povera Carlotta!... Dopo tutto era una bestia tanto affezzionata e vivevano insieme da dodici anni!
— Dove sarai, povera Carlotta?...
Ma anche quella volta, invece del sommesso nitrito del domestico quadrupede, rispose il canto sfacciato di un'altra creatura:
— _Chicchiricchii... iiiii!..._
Al quale squillo, il Cavaliere si volse inviperito:
— _In't ròba mìga te, bròtt vigliàch!_ (Non ruban mica te, brutto vigliacco!).
E uscì sbattendo la porta.
Entrò nel Caffè dei _rossi_ e sedette nel centro, battendo sul tavolo il suo nerbo di bue.
— Cameriere?
— Comandi?
Ordinò un caffè e latte e si guardò intorno. Gli _amici_ che cercava non c'erano. C'eran però, in un angolo, Libero Bigatti, direttore dell'_Apocalisse_, e Ticchi Marmissi, direttore del _Sillabo_. Parlavan fra di loro sommessamente e con molta animazione. Il Cavalier Mostardo incominciò a squadrarli. Tanto, con qualcuno doveva prendersela. Voleva sfogarsi e vendicar la Carlotta.
Quando il cameriere ritornò col caffè e latte, gli domandò, a voce tanto forte che fece voltar mezza sala:
— Di' su, Tugnîn, se un cane celeste ti insudiciasse il fondo dei calzoni, che cosa faresti tu?
Tugnîn, poveraccio, era analfabeta e non capì il doppio senso.
— Un cane celeste?
— Sì, perchè?... Non lo sai che ci sono anche i cani celesti?
— Io non l'ho saputo mai!
La gente, intorno, incominciava a ridere e a sogghignare.
— Allora te lo dico io. I cani celesti non vanno per le strade e per le piazze, ma camminano fra le colonne dei giornali! Sono i valletti dei _tamburieri_!
I giornali?... Le colonne?... I _tamburieri_?... O che farsa era quella?... Il povero Tugnîn scendeva da Rocca San Casciano ed era molto montanaro. Uno di quei camerieri che si fermano nei piccoli caffè delle piccole città di provincia e non ne escono più. I paria della classe nobilissima; si accontentano del soldino e dicono grazie. Dicono anche:
— Il resto, mancia!
E sono due ricchissimi soldi. Imbastiscono il loro mese disperatamente e vestono con gli scarti dei clienti.
— Non avrebbe mica un vecchio _smoken_?... Un paio di scarpe che non fossero più buone a niente?... Un _fracco_?... Delle camicie, magari coi buchi?... Una qualche cravatta?... Un vestito _felius_?[4].
E qualche volta compaiono anche col _vestito felius_, orlato da un nastro rossiccio; ma, molto più spesso, circolano fra i tavoli degli avventori, in _smoken_.
Certi _smoking_ tutti patacche e frittelle, simboleggianti le costellazioni, da far vergogna all'ultimo rigattiere. Ma il loro pubblico li ama così. Li vuole così. Se facessero delle eleganze peregrine, li sdegnerebbe. Uno _smoken_, per democratizzarsi, deve essere molto sudicio; e allora va bene. Le cose nuove putono di borghesia.
Tugnîn, adunque, rimase là con la sua faccia tonda, a guardare il Cavalier Mostardo. Ora deve sapersi che questo Tugnîn, nonostante il suo disperato mestiere, era uomo di molta quietudine e di nobile malinconia. Un figlio del disincanto. E in tale disincanto si rifugiava quando non riusciva a penetrare per entro le cose della vita più o meno arruffate. Professava, in tali frangenti, il suo supremo disinteresse, la sua lontana e tetragona indifferenza. Così quando il Cavalier Mostardo che, dopo tutto, non si occupava nè poco nè punto di lui, ma mirava a farsi avvertire dai due direttori, quando reiterò la domanda: — Hai capito, adesso, che cos'è un cane celeste? — Tugnîn si strinse nelle spalle, atteggiò il viso a una smorfia di umiltà estranea e disse: — Non sono cose per me. Io sono un pessimista!
L'improvviso pessimismo di Tugnîn provocò l'allegria generale e ormai Ticchi Marmissi e Libero Bigatti credevano deviata la manifesta provocazione; ma il Cavalier Mostardo non rise, voleva attaccare prima di essere attaccato. Nel timore che la visita sua al Conventino potesse formare l'oggetto di troppo grandi pettegolezzi e maldicenze, voleva porre sull'avviso le brigate. Sopra tutto voleva intendersela coi due che più temeva, perchè avevano in mano la stampa aggressiva, e cioè: Ticchi Marmissi e Libero Bigatti.
Così il nostro Cavaliere non rise, ma quando il rumor della baia al modesto Tugnîn, accennò a diminuire, levata la voce, e questa volta in tono più deciso e robusto, disse:
— Il fatto sta che questi cani più o meno celesti, e questi rappresentanti della _porcinaglia_ mi hanno gonfiato abbastanza!... E potrei scoppiare!... E, se io scoppio, quei due signori che prendono il caffè a quel tavolo, possono fare un bel volo sulla piazza!...
Ticchi Marmissi era un uomo simile a una larva. Un'ombra d'uomo senza muscolatura. Un ammasso di cartilagini e gelatina. Una testa da chierico, semicalva, sopra un corpicciuolo ammoscito e appenato di dover portare a spasso quella testa ideologa. Smunto, scialbo, pieno di tich nervosi, era un nobile, se non benigno, animale a sangue bianco. Ogni tanto, quando parlava, pareva dovesse guizzar via a un tratto, preso dalla furia fulminea di uno fra i suoi tich. Era una creatura polare; poteva trovarsi altrettanto bene al nord quanto al sud. Si attergava alle cose; le prendeva dal lato meno pericoloso e appariscente; cercava di lasciar un po' dappertutto le sue cacatine, come le sorelle mosche. Aveva due occhi tondi i quali, per essere vivi solo al lume delle ideologie marmissiane, apparivano sempre smarriti, o meravigliati, o natanti in un opaco stupore.
Cotesto giovane decrepito aveva il suo sesso nel suo cervello. Sani impeti e travolgenti strepiti non erano affar suo. La sua immoderata ambizione lo faceva untuosamente servile ed altezzoso a volta a volta. Era sempre una specie di libellula senza le ali: una gran testa sopra un tremolante tubo.
Ticchi Marmissi adunque, all'invettiva del Cavalier Mostardo, si sentì basire e, raccolto dal divano il floscio cappello, stava per svignarsela quando Libero Bigatti lo trattenne:
— Dove vai?
— Ho un affare molto urgente!
— Proprio adesso?
— Sì.
— Lo sbrigherai dopo. Dato l'attacco di quel bestione, non possiamo farci questa figura da vigliacchi!
— Ma che vuoi fare con quello là?
— Questo è compito mio. Non ti muovere e stai a vedere.
Ticchi Marmissi stette a vedere, ma non conviene dire ch'egli fosse soverchiamente divertito dalla cosa.
Ora Libero Bigatti, lo scapigliato, era un giovane sui ventinove anni. Non robusto, nè tale da potersi azzardare a far fronte al Cavalier Mostardo, ma ardito e sfrontato. Egli calcolava sulle virtù della sua parola e della sua ironia. Aveva sempre preso il colosso nella pania, battendo l'identica strada.
Lo affrontava, armato solamente della sua astuta parola e cercava condurlo, così, per sentieri difficili lungo i quali lo spingeva verso l'ostacolo che lo avrebbe abbattuto. Il giuoco, gli era riuscito sempre a meraviglia.
Armato di tale convinzione, atteggiato il volto ad un sorriso ironico, si levò a mezzo dal rosso divano e, appoggiati i gomiti al tavolo, e sportosi un poco verso il Cavaliere, disse:
— Siamo noi che abbiamo l'onore di destare l'attenzione del nostro Mostardo?...
— Proprio voi e il vostro compagno! — fece il Cavaliere.
— E, di grazia, per quale ragione?
— Volete che mi spieghi con maggior chiarezza?... — e il Cavalier Mostardo si levò.
Ahi, che le cose minacciavano di proceder piuttosto buie!
— Restate comodo, Cavaliere!
— No, caro signorino! C'è qualche conto da regolare, fra me e voi!
— Quale conto? Volete alludere agli innocui fasti del Cane Celeste?
— Io non so di tanti cani!... Chi ha la lingua, la sappia adoperare, e quando non sa adoperarla abbia il coraggio di assumere la responsabilità delle sue vigliaccherie!... Perchè, vedi, non so chi mi tenga, — ed era già a un passo dal tavolo di Bigatti e di Marmissi, — non so chi mi tenga dal prendere te, l'Apocalisse e questo pretuolo castrato, e dal schiantarvi le ossa a tutti quanti!... L'hai capita la storia?...
Il pavido Marmissi la capì subito perchè, raccolta la sua modesta penuria, scivolò via come l'ombra, buono buono, zitto zitto, piccino piccino. Ma Libero Bigatti non poteva ormai più fare altrettanto.
Tentò un'ultima strada. Restando sempre seduto, per dimostrare di non aver paura, disse:
— Spero non vorrete usare della vostra forza prepotente contro chi non saprebbe opporvi una forza uguale.
— Vedi che hai paura?... Lo vedi?... — E, rivoltosi al pubblico che non rifiatava: — Eccoli qua i Cavalieri dell'Apocalisse!... Abbaiano e scappano!... Bella gente!...
— Ma, se non mi sbaglio, io non sono scappato ancora.
— Ma ti raccomandi!
— Non mi sembra!
— Allora esci di lì e vieni a spiegarti...
— Non ne vedo il bisogno. Qui si sta benissimo.
— Vuoi uscire, o no?
— Non ne sento l'urgenza.
— Va bene!
Mostardo aveva finito di parlare. Ora erano le opere che incominciavano. Scostato il pesante tavolo si avvicinò a Libero Bigatti, il quale, vistosi ormai perduto, si era rannicchiato in fondo al divano.
— Vieni fuori!
— No!
Allora se lo prese fra le braccia e, come l'altro si divincolava disperatamente e tentava morderlo, afferratolo per la schiena e per il fondo dei calzoni, se lo levò sulla testa e si diresse all'uscita.
Nessuno intervenne. Non era prudente. Fu il caso che salvò l'anarcoide, perchè, proprio in quel punto sopravveniva una comitiva di giovinastri _rossi_, i quali quella volta non cantavano l'Internazionale, ma una canzoncina di occasione che dovevano aver composto poco prima. E questa canzoncina diceva:
_È la Carlotta, un animal cortese_ _che sempre aspetta e sempre aspetterà,_ _quando il padrone va dalla francese._ _Ma qualche volta se ne stancherà..._ _E trallalèra e trallallà..._
Bene!... Oh, santo cacio sui mitici maccheroni!... Il Cavalier Mostarde vide, udì. La sua centrale vendetta gli veniva incontro.
Posò Bigatti sul selciato della strada e gli gridò:
— Va via!
Bigatti non si fece ripetere l'avviso. Se ne andò ma senza affrettarsi come l'uomo che, disceso da una ascensione involontaria, è ancora un po' tonto.